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Il tempo di ciascuno

Un anno che si chiude, un altro che si annuncia, ispirando progetti e alimentando propositi; le riflessioni di un giornalista sui giorni che passano, e sugli eventi che ne scandiscono il ritmo, rendendoli irripetibili

Per ciascuno di noi - maschio o femmina che sia, non ha più importanza - il tempo è scandito dal lavoro che fa. C'è chi entra in un ufficio alle otto e mezzo del mattino e ne esce - fatta salva la breve parentesi per il pranzo, fra le dodici e mezza e l'una e mezza, più o meno - alle diciassette e trenta o giù di lì. Per tutta una vita. C'è chi, magari, incomincia a lavorare più tardi e smette anche più tardi, o non ha affatto orario d'ufficio. Non è detto che lavori meno degli altri. Anzi. Spesso finisce col lavorare di più. Resta il fatto che tre quarti della nostra vita la passiamo a lavorare e il resto, più o meno, a spendere, in un modo o nell'altro, quello che abbiamo guadagnato lavorando. Ripromettendoci di guadagnare ancora per spendere ancora. Forse, è meglio non pensarci.

Per un giornalista, le giornate o, se si preferisce, le settimane, sono scandite dagli articoli che scrive per il giornale, o i giornali, per i quali lavora. Io so, ad esempio, che tutte le mie 52 settimane dell'anno sono scandite dalla rubrica che tengo ogni sabato sul Corriere della Sera sotto il titolo "Il Dubbio". Ogni venerdì pomeriggio, il testo deve essere sul tavolo del caporedattore, che se ne occuperà e lo metterà in pagina. Poi, oltre o, meglio, dentro alle 52 settimane della rubrica, ce ne sono almeno una trentina occupate dalla stesura - sempre per il quotidiano di via Solferino - degli articoli di fondo; a queste si aggiungono le 24 settimane dedicate ai due articoli mensili che scrivo per il Corriere del Ticino e le 11 per quelli su Il Carabiniere. Insomma, non dico di scrivere tutti i giorni, ma poco ci manca. Non mi lamento. È il mio mestiere.

Ma il mio tempo è scandito anche - questa volta negli anni - dai libri che scrivo. Dopo un paio di quaderni pubblicati dal Centro Einaudi, sono arrivati i libri "da libreria". Il 1972 è stato l'anno di Il diplomatico, un'inchiesta sulla diplomazia italiana che mi era stata commissionata da un collega del Corriere, il quale curava una collana sulle professioni per l'editore Vallecchi; il 1977 l'anno di Vivere in Russia (ed. Rizzoli), sulla mia esperienza quinquennale come corrispondente in Unione Sovietica e, sempre sulla stessa esperienza, di Intervista sul dissenso in Urss (per la serie edita da Laterza), un dialogo con Roy Medvedev - il grande storico dello stalinismo - tradotto in tutto il mondo: ne ho persino una copia in giapponese; il 1981, di Vivere in Cina (ed. Rizzoli), sulla permanenza di poco più di due anni in quel Paese come primo corrispondente di un giornale borghese, e il 1982 di In che cosa credono i russi, che mi era stato chiesto per la Longanesi da quello straordinario "cacciatore" di autori che era Mario Spagnol.

Nel 1985, quando dirigevo il Corriere e non avevo il tempo di scrivere un libro originale, è uscito Cose viste e pensate (ed. Rizzoli), una raccolta di saggi impegnativi pubblicati su riviste scientifiche di politica, e di articoli di una certa rilevanza comparsi sul Corriere, fra i quali un resoconto del viaggio in Transiberiana da Mosca a Pechino verso la fine del mio mandato in Urss, quando ancora non sapevo che dopo qualche mese sarei approdato in Cina; nel 2002, Il Dubbio, sempre con Rizzoli, un'antologia della mia rubrica settimanale; nel 2006, La nostra scuola, una lunga conversazione con l'allora Ministro dell'Istruzione Letizia Moratti sulla sua riforma; e infine, quest'anno, Lo Stato canaglia (ancora per la Rizzoli), un lungo studio dei rapporti, non sempre facili, fra il potere pubblico e il cittadino nel nostro Paese, alla luce di una interpretazione liberale.

Il 2009 è stato, dunque, segnato dalla nascita di un nuovo libro, e già sono al lavoro per il successivo, anche se non so ancora quanto durerà la gestazione. Non credo sarà breve, trattandosi di una sorta di impegnativo "Manifesto liberale" sulla falsariga del Manifesto del Partito comunista di Marx del 1848, senza però la pretesa che abbia lo stesso successo e "sconvolga il mondo" come quello.

Come i precedenti, segnati dagli altri libri, è stato un anno particolare, insomma, il 2009, da fissare non solo nel ripostiglio segreto della mia memoria, non solo da collocare fisicamente nello scaffale di una delle mie librerie, a Milano e nella mia amata Provenza, ma anche, se non soprattutto, da considerare come un pezzo della mia vita professionale e intellettuale, oltre che sentimentalmente.

Per mia moglie, infatti il Centro Einaudi di Torino, che avevo fondato nel lontano 1963, la rivista Biblioteca della libertà, del 1964, anch'essa da me fondata e diretta fino al 1970, e i miei libri sono altrettante tappe non solo della mia attività professionale, ma anche della nostra vita insieme. Ricordo che - di rientro temporaneamente a casa - era venuta a prendermi all'aeroporto di Milano con la prima copia di Vivere in Russia; l'avevo vista in mezzo alla folla, con la copertina del libro in mano, ma ben visibile, e non saprei ancora dire se il cuore mi era battuto più forte all'idea di riabbracciarla o vedendo quella foto della Piazza Rossa che decorava la copertina del libro appena uscito.

Nella vita di un giornalista e, come me, di un autore di libri, però, non ci sono solo i volumi a scandire gli anni, bensì anche la successione dei direttori alla testa del giornale per il quale si lavora. Quest'anno è stato anche l'anno del cambiamento di direzione al Corriere della Sera. Da quando ho pubblicato il mio primo articolo, nel lontano 1967 - la recensione di un libro sul Vietnam di un giornalista americano -, Ferruccio de Bortoli, che è succeduto a Paolo Mieli, è l'undicesimo Direttore, compreso me stesso, del giornale sul quale scrivo da oltre quarantadue anni. Il primo, quando ancora ero solo un collaboratore esterno da Torino, era stato Alfio Russo, un siciliano grande e grosso, austero e di poche parole, col quale non avevo avuto occasione di scambiarne neppure una (ad assumermi era stato Enrico Emanuelli - pronubo l'amico Giuliano Zincone -, che curava la pagina della Cultura). Poi era arrivato Giovanni Spadolini, che per tre anni mi aveva fatto fare l'editorialista di politica internazionale sul Corriere di Informazione, l'edizione pomeridiana del "Corrierone", per chiamarmi poi a Milano, alla redazione Esteri, in attesa di mandarmi a Bruxelles come corrispondente. Quindi Piero Ottone, che invece mi aveva subito spedito a Mosca - dove era stato lui stesso agli inizi di carriera - e Franco Di Bella, che, dopo Mosca, mi avrebbe chiesto di andare a Pechino; Alberto Cavallari, succeduto a Di Bella, al timone negli anni della P2, ombroso e di difficile carattere, al quale ero succeduto nella direzione io stesso per cederla poi a Ugo Stille, cui sono seguiti, nell'ordine, Paolo Mieli, de Bortoli, Stefano Folli, quindi di nuovo Mieli e, infine, nuovamente de Bortoli. Anche se più giovane, è un vecchio del Corriere e un amico di lunga data.

Con tutti i miei direttori sono andato d'accordo. L'intesa è sempre la stessa: loro mi chiedono di scrivere un articolo; io, se l'argomento è nelle mie corde e il suo svolgimento corrisponde alle mie convinzioni, lo scrivo in piena libertà; se non lo è, lo dico chiaramente e loro non cercano di impormi di scrivere ugualmente se non me la sento. La regola è questa: loro non mi chiedono di scrivere quello che non penso; io non tradisco la loro fiducia. Quando sono stato io stesso Direttore, ho avuto con i miei redattori e collaboratori la stessa intesa e abbiamo seguito la stessa regola. La mattina in cui ho lasciato la direzione, Piero Ottone - che nel frattempo era approdato presso un altro editore - mi ha telefonato: «Caro Piero, non puoi immaginare come è bello essere ex Direttore del Corriere». Aveva ragione. Non dico sia più bello che essere Direttore, ma è una felice condizione. Ti vogliono bene tutti perché non stai sulle scatole più a nessuno e un pizzico del carisma di Direttore ti rimane appiccicato addosso. Semel director, semper director. Non è male. Col 2010 saranno inoltre 43 anni che scrivo per Il Carabiniere, che è diventata la mia seconda famiglia. E conto di continuare ancora per molti anni.

Il 2009 non è stato proprio una cattiva annata ed io - mi dicono tutti, forse per consolarmi della vecchiaia incombente - pare stia diventando, come il vino, migliore con gli anni. Non so se sia vero, né mi importa più di tanto che lo sia. Quando l'annata è stata buona, anche il futuro prossimo ti appare promettente. E, poi, tutto sta ad affrontarlo serenamente. Auguri! Anche per tutti voi.
Piero Ostellino