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Carabinieri in Giallo. Tempo da lupi

Lunedì. È mattino presto, le sei in punto, quando Luca Menichini, sacrestano della chiesa di San Giovanni Evangelista, parrocchia di Fiume Udinese, si accinge al consueto giro in bicicletta. La partenza è da casa, ed il percorso prevede una pedalata sciolta attorno al perimetro circolare che cinge il nucleo storico del borgo. Le fermate d'obbligo sono due: l'acquisto del quotidiano all'edicola del paese ed il caffè corretto alla grappa bevuto al banco del bar "Vittoria". Poi si prosegue, sempre con flemmatica spinta sul pedale, fino alla chiesa edificata ai margini del luogo. Quindi l'abituale giro d'ispezione all'interno dell'edificio: controllo delle luci, eventuali pulizie da fare - ed in questo caso bisogna avvertire le volenterose donne che provvedono al decoro della chiesa -, infine lasciare la porta principale socchiusa per accogliere i primi fedeli che si accingono ad assistere alla Santa Messa delle ore sette antimeridiane.
Poi Luca Menichini, come sempre, esce dal tempio con andatura decisa e cammina rasente al campanile, evitando con ampi passi le grandi pozzanghere, ricordo del furioso temporale notturno.

Il suo sguardo, però, nota qualcosa di diverso dal consueto.

Si ferma, Luca Menichini, e con grande sorpresa si rende conto che l'antica lapide murata ad altezza d'uomo nella parete del campanile che dà a Meridione è stata trafugata.
«Pronto… Stazione Carabinieri? Buongiorno, sono don Vitale, sì, il parroco di Fiume. Maresciallo Cotone…, è lei? Buongiorno, sì, sto bene, e lei? Senta, la disturbo perché qui in chiesa, anzi nel campanile, è successo qualcosa di strano.
Ha presente quella lapide antica che è, anzi diciamo era, murata nella parete sud? Ecco, questa notte è stata asportata.

Questa mattina Luca, il nostro sacrestano, se n'è accorto appena ha aperto la chiesa per la funzione delle sette. Sì, poco prima della Messa, saranno state le sette meno venti, meno un quarto. No! Non si tratta di un'opera di valore, però per noi rappresenta una testimonianza storica di grande importanza. Maresciallo, potrebbe venire a fare un controllo?».
«Ecco», dice il parroco guardando fisso negli occhi il sacrestano. Il maresciallo mi ha assicurato che in mattinata verrà a fare un'ispezione, ma tu, Luca, non hai notato niente di strano quando sei arrivato? Io sono andato a dormire che saranno state le dieci e trenta, dieci e quaranta, e fino a quel momento era tutto tranquillo… Certo che con il temporale di questa notte era difficile distinguere i colpi di uno scalpello dal rumore dei tuoni!».
«No, don Vitale, gliel'ho già detto. Quando sono arrivato la porta della chiesa era regolarmente chiusa, dentro era tutto in ordine e quando sono uscito mi sono accorto per caso che la lapide non c'era più. Ma chi può essere stato? E perché?».

L'appuntato Capurro è intento a pulire la sua scrivania con uno straccio imbevuto di un prodotto per mobili di cui ha visto la pubblicità in televisione. Ci tiene che la scrivania sia bella lucida, gli piace quasi specchiarsi nella superficie liscia del mobile e, soprattutto, respirare quel buon odore di legno profumato. Pulisce e lucida, sfregando con forza il panno umido con un ostentato movimento circolare del braccio, quando il maresciallo Cotone lo chiama: «Capurro, lascia perdere quella scrivania, che da quando ci sei tu si è abbassata di venti centimetri, a forza di lucidarla, e vieni subito nella mia stanza!».
Capurro è davanti al maresciallo, in posa leggermente polemica per il tono burbero usatogli dal superiore, e tale disappunto lo manifesta dondolansi leggermente, in modo quasi impercettibile, sulle gambe.
«Questa notte, verosimilmente, c'è stato un furto in parrocchia. È stata asportata una lapide, secondo il parroco di gran valore storico, che era murata nel campanile… Ma 'sti ladri, anche alle lapidi delle chiese devono attaccarsi?».
Il maresciallo guarda l'appuntato fisso negli occhi, gli piacerebbe scorgere un gesto d'assenso a quanto detto, anche piccolo, ma è ben consapevole che il viso di Capurro è la solita maschera antica, indecifrabile.

Una faccia senz'altro particolare, quella dell'appuntato, la mascella prominente ed un poco storta, a ricordare vagamente quella di Totò.

Capurro, dal canto suo, è già mentalmente impegnato in alcune veloci speculazioni investigative.
«Marescià, forse la lapide è stata rubata da qualche studioso di epigrafia…».
Il maresciallo sbuffa. E bravo l'appuntato, che conosce anche la parola "epigrafia" e non solo quelle adatte a identificare ladri e sbandati. Questo termine lo hai imparato stanotte? Piuttosto, prepara la macchina, che andiamo in parrocchia.

L'anziano parroco si sbraccia davanti al campanile, indica col dito ossuto lo spazio ceduto nell'intonaco sabbiato dalla lapide trafugata.
«Ecco maresciallo, era stata murata nel Seicento e proprio non capisco cosa se ne possa fare un ladro, a meno che non sia stato un atto vandalico, magari commesso da uno di quei ragazzi che bivaccano da mattina a sera nel bar "Vittoria". Sono sicuro che voi dell'Arma ci abbiate già pensato a questa eventualità, vero?».
«Caro don Vitale», esordisce il maresciallo Cotone schiarendosi un poco la voce, «evidentemente i tuoni di questa notte hanno coperto i rumori di chi ha rubato la lastra di pietra. Tra l'altro, l'autore del furto si deve essere servito d'attrezzi adatti allo scopo, a terra sono rimaste solo minime tracce di pietrisco e ciò induce a pensare che la lapide non sia rimasta danneggiata ma asportata per intero. Dubito che quanto accaduto sia da addebitare ad una bravata di quei ragazzi che noi ben conosciamo, ma che, detto per inciso, finora non hanno commesso nulla di particolarmente allarmante per l'ordine pubblico. Per maggiore sicurezza, in ogni modo, l'appuntato Capurro sta rilevando la possibile presenza di tracce lasciate dai malfattori. Sono scettico, però, che chi ha commesso il furto ne abbia lasciate…».
Il parroco guarda speranzoso l'appuntato, che con la consueta meticolosità ispeziona ogni minuscolo segno lasciato nella pietra del campanile. Poi, rivolgendosi al maresciallo, sussurra: «E se si trattasse di un fanatico di epigrafia?».
Alla parola "epigrafia" Cotone deve fare uno sforzo per mantenere la calma e non guardare Capurro che, a sua volta, si è messo sommessamente a tossire. Ma è un tossire tutto particolare, di cui solo il maresciallo è in grado di percepire la carica polemica.
Il maresciallo sospira e, rivolgendosi al parroco: «Mi dica, padre, lei ha mai notato qualche movimento strano, qualche interesse particolare, riguardante la lapide?».
«Beh, vede, una volta, circa un anno fa, un parrocchiano mi ha riferito che una notte, rientrando a casa dopo una cena tra amici, aveva visto una figura di uomo accoccolata sotto il campanile. Ma non ci ho fatto caso, capita a volte che qualche vagabondo gironzoli da queste parti…».
«Uhm…, don Vitale, lei sa mica se esiste una foto della lapide? Ci sarebbe sicuramente preziosa per le indagini».
«Certamente c'è in Soprintendenza, ma anche in canonica ne deve esistere una riproduzione, che è servita alcuni anni fa alla realizzazione di una piccola guida storico-artistica dedicata alla chiesa. Venga, maresciallo, andiamo a cercarla».
Cotone annuisce facendo un cenno con la mano all'appuntato, un gesto che significa di lasciar perdere la memorizzazione delle più piccole asperità del muro del campanile e di seguirlo. Il milite obbedisce, non prima però d'aver raccolto, sull'ultimo gradino della scalinata che porta alla chiesa, alcuni pezzetti di carta che poi, con cura, s'infila in tasca.

«Ecco, maresciallo, l'ho trovata!». Quasi grida per l'entusiasmo, il parroco, smuovendo una delle pericolanti pile di carte, documenti e fotografie che ingombrano la scrivania del suo studio. Batte affettuosamente la mano sulla grande foto in bianco e nero, sollevando un sottile velo di polvere e la porge al maresciallo Cotone.
La foto, scattata certamente da una mano professionale, riproduce con buona resa di dettagli la lapide rubata. La stele presenta una cornice in altorilievo che racchiude la seguente dedica: Il Comune di Flun ha fatto far per voto solene a che siano liberate le persone dal flagelo de li luppi. Noi Iseppo de Luancis e Tomaso de Bortolo camerari de dita chiesa de S. Ioanne. 20 octobrio 1627.
Il maresciallo si gratta la testa continuando a tenere la foto un poco piegata verso di sé, un piccolo dispetto nei confronti di Capurro che, piccolo di statura, deve allungare per bene il collo, con la mascella alla Totò che si fa ancora più sporgente.
«Don Vitale, mi sembra di capire che la lapide fosse stata murata nel campanile per un voto fatto contro i lupi. Ma qui, nel Seicento, ci stavano i lupi?».
«Certo, marescia'», lo interrompe l'appuntato. «Ho letto in alcuni libri di storia friulana che vi sono state vere e proprie invasioni di lupi nel corso del diciassettesimo secolo…».
Il maresciallo finge di non aver sentito quanto detto da Capurro, continuando a rivolgersi al parroco: «Lei, Padre, sapeva di questo voto fatto dal paese contro i lupi?».
«Sì, maresciallo, so con certezza che c'è stata a quel tempo un'invasione di lupi, anche se non so molto di più di quanto dica questa lapide…».
«Ma lei poco fa mi parlava di un libretto scritto alcuni anni fa sulla chiesa… Magari chi l'ha scritto può saperne di più…».
«Sì, il volumetto è stato scritto quattro, anzi cinque anni fa da uno studioso di storia locale. Si chiama Rodolfo Gloriati, professor Rodolfo Gloriati. Insegnava Lettere alle scuole medie di Fiume Udinese. Ora è in pensione, abita qui vicino, a Marinzilis, vive da solo dopo che il fratello, alcuni anni orsono, è scomparso senza lasciare tracce.

Penso che Gloriati, per la sua competenza storica, sia proprio la persona più adatta per fornirvi notizie utili sulla lapide e sui lupi».

Martedì. In un tavolino in fondo alla sala biliardo del bar "Vittoria", un giovane, giubbotto nero e jeans infilati negli alti scarponi, è impegnato nella lettura di un quotidiano sportivo, mentre nelle orecchie una cuffietta stereo gli lancia le note vigorose di un rock d'annata. Non si accorge nemmeno, tanto è impegnato nell'ascolto, che un graduato dell'Arma si è seduto accanto a lui e intenzionalmente lo scruta. Il maresciallo Cotone dapprima poggia una mano sul braccio del ragazzo che ancora non si avvede dell'uomo, poi gli solleva la cuffietta dalle orecchie e la posa sul tavolo, rilasciando nell'aria un vigoroso fiume di note.
«Geremetti, devo parlarti…».
«Maresciallo, ma che adesso non si può neanche ascoltare la musica con le cuffiette stereo?».
«La musica, ammesso che questa che ascolti lo sia, la si può sentire nel modo che si vuole, ma ti devo parlare d'altro».
«E allora, cosa volete? Guardi, maresciallo, che io non so niente dei furti nelle case che ci sono stati in questi giorni…».
«I furti, già, per quelli poi vedremo. Ma intanto dimmi cosa sai sulla lapide che ieri notte è sparita dal muro del campanile».
«Quale lapide? Quale campanile? Guardi che io in chiesa ci vado poco e se ci vado non è certo per fregarmi delle "cose vecchie"!».
«Sarà, ma ti avverto, e riferiscilo anche ai quei quattro balordi dei tuoi amici, che se vi pesco a fare qualche cavolata, vi sbatto tutti dentro e butto la chiave, intesi?».

«Sì, sì, maresciallo, le giuro che non abbiamo niente a che fare con questa storia. A noi piacciono solo il calcio e la musica rock…».

«E magari fare ogni tanto qualche furtarello, no?».
«Oh, maresciallo, ma allora la sua è una fissa! Io non sono un ladro, è solo che sono sfortunato e non riesco a trovare lavoro…».
«Non riesci a trovare lavoro? Ma guarda che qui, se ti adatti, il lavoro te lo tirano dietro, dammi retta, è la voglia che ti manca! Ma dimmi, dov'eri questa notte?».
«E dove vuole che fossi? A letto con la Carla, la mia ragazza. Se vuole chiederlo a lei, se ero in casa…».
«Già, già… A proposito», aggiunge il maresciallo alzandosi ed avviandosi verso l'uscita. «Ma cos'è che stavi ascoltando?».
«Monster dei Steppenwolf, un gruppo canadese degli anni Settanta, è un gran classico dell'hard rock. Vuole che gliene faccia una copia?».
«Se vuoi la copia del tuo mandato d'arresto, te la firmo subito… Invece di fare lo spiritoso, ricordati quel che ti ho detto, d'accordo?».

La borgata di Marinzilis, frazione di Fiume Udinese, consiste in una manciata di case raccolte attorno ad una piazzetta in cui sorge un secolare tiglio. La macchina dei Carabinieri parcheggia dinanzi ad una modesta villetta recintata da una rete metallica.
«Capurro, mi raccomando, lascia parlare me e, se possibile, evita d'essere saccente. A proposito, da quando in qua tu, napoletano o giù di lì, t'interessi di storia friulana?».
«Marescia', lo sa come si dice: non è mai troppo tardi per imparare. Il destino mi ha portato a vivere e a lavorare in questa terra, lontano dal mio paese, e devo dire che qui mi ci trovo bene. Mi sembra quindi logico impegnarmi per conoscere meglio il luogo che è divenuto la mia nuova casa».
Cotone vorrebbe ribattere, ma non insiste. È ben consapevole che Capurro, delle volte, è proprio insopportabile, con quella sua mania dell'ordine, così precisino, così professorino. Ma è altrettanto convinto del valore del suo sottoposto, ed ogni tanto gli viene in mente di quella volta in cui era a terra, ferito ad una gamba, sotto la mira di un componente della banda che avevano intercettato dopo una rapina in una piazzola dell'autostrada Venezia-Trieste e, mentre il delinquente gli gridava in faccia: «E ora, sbirro, ti ammazzo!», il piccolo appuntato gli aveva intimato: «Fermo, butta la pistola, alza le mani o sparo!». Il bandito si era girato premendo il grilletto verso Capurro, che però, più veloce, l'aveva freddato. Poi l'appuntato, con quella faccia che ricorda vagamente quella di Totò, l'aveva soccorso sussurrandogli: «Non si preoccupi, marescia', è solo una ferita superficiale. Vede, si tratta solamente di un distacco di un lembo di pelle e di una modesta porzione del muscolo femorale, che sicuramente non pregiudicherà un ritorno ad una perfetta deambulazione…». E il maresciallo Cotone, prima di perdere i sensi, con un filo di voce aveva avuto la forza di dire: «Ti prego, Capurro, lascia perdere. Chiama i soccorsi, che mi hai appena salvato la vita ed ora me la stai togliendo…».
Sorride, Cotone, a questo ricordo, ma solamente dentro di sé, ché l'appuntato non se ne accorga…

L'uomo che apre la porta ai militari dell'Arma è di statura media, quasi calvo, con occhiali dalle lenti spesse.

«Buongiorno, accomodatevi. Scusate il disordine, ma vivo da solo. Il parroco mi ha appena telefonato per avvertirmi della vostra venuta. Se la modesta ricerca che ho realizzato sulla chiesa di Fiume può esservi in qualche modo utile…».
Cotone annuisce, ed anche Capurro fa cenno di sì con la testa. «Vede, professore, come il parroco le avrà certamente detto, la notte passata è stata rubata quella lapide che era murata nel campanile. Don Vitale ci ha fornito una foto che la riproduce, vi si parla, se ho ben capito, di un'invasione di lupi avvenuta nel Seicento…».
«Sì, maresciallo, precisamente nel 1627. La lapide è stata eseguita e murata nel campanile come voto contro l'aggressività dei branchi di lupi che terrorizzavano la gente del paese e di tanti altri luoghi del Friuli. Della lapide conosciamo anche, attraverso le note d'archivio redatte dai camerari del tempo, chi l'ha materialmente fissata nel muro del campanile: un muratore di nome Dante di Cecco, compensato per il suo lavoro con una lira, cinque centesimi ed un boccale di vino. Quella del 1627 è stata una delle peggiori invasioni di lupi in questo territorio, e ce ne furono tante…».
«Professore, mi riesce difficile immaginare questo paese, tanto civile ed ordinato, infestato da gruppi di lupi famelici. Il Seicento non è poi un'epoca così lontana…».
«Maresciallo, mi scusi se l'interrompo, ma nel Seicento questo paese era ancora immerso, come buona parte del Friuli, nei boschi, se non in vere e proprie foreste. Luoghi che erano perfetti nascondigli per quegli animali, così protetti da una fitta vegetazione che arrivava fino ai margini dei borghi abitati. I lupi provenivano dalla montagna e negli inverni più rigidi - e per i primi decenni del Seicento è stata avanzata da alcuni esperti perfino l'ipotesi di una piccola glaciazione - scendevano a valle spinti dalla fame, assaltando dapprima le greggi e i pastori isolati, poi arrivando fin dentro i villaggi».
«Se non sbaglio», s'intromette Capurro mentre il maresciallo alza gli occhi al cielo, «uno dei primi documenti certi riguardanti i lupi in Friuli è quello del 9 maggio 1342, redatto da un notaio a Spilimbergo nella bottega di un barbiere, dove si narra di una vacca al pascolo uccisa da un lupo…».
«Complimenti, appuntato, non immaginavo che foste così ferrato in materia».

«Oh, è solo una modesta passione, quella della storia locale», dice Capurro abbassando la testa per evitare lo sguardo severo del suo superiore.

Un rumore di qualcosa andata in pezzi e proveniente dal piano di sopra interrompe la conversazione, ma Gloriati tranquillizza i suoi interlocutori: «Non fate caso a questi rumori, effettivamente vi ho mentito: non vivo da solo, devo infatti dividere la casa con Clotilde…».
«Clotilde?», ripete Capurro.
«Sì, la mia gatta, a cui piace scorrazzare per tutta la casa con gran danno di soprammobili…».
«A parte Clotilde, il parroco ci ha detto che un tempo vivevate con vostro fratello e che questi un giorno è sparito…», afferma il maresciallo fissando negli occhi il professore.
«Sì, maresciallo, è vero, è sparito così, da un giorno all'altro, due anni fa. Mi ha lasciato solo un biglietto di saluto in cui mi raccomandava di non preoccuparmi, che questo paese gli era diventato troppo stretto e che sentiva il bisogno di conoscere meglio il mondo. Io non mi sono impensierito più di tanto, tra noi non c'è mai stato un particolare legame, piuttosto una scarsa compatibilità caratteriale, peraltro acuita dopo un grave incidente d'auto in cui fu coinvolto alcuni anni fa. Da allora il nostro rapporto si è fatto ancora più labile. Ogni tanto mi arriva una sua cartolina da qualche parte del mondo: l'ultima, se ricordo bene, da Barcellona…».
«Tornando a noi», dice Cotone tentando di dominare un moto d'impazienza, «questa lapide, aldilà del valore storico, presenta altri motivi d'interesse? Intendo dire un qualche valore economico…».
«Si tratta di una testimonianza storica, come ne esistono diverse altre, in Friuli. Ce ne sono anche di realizzate in pittura, di queste suppliche di voto contro i lupi. Si pensi, ad esempio, alla pala di Malnisio o all'affresco di Travesio. Ma un valore venale no, sicuramente no!».
Il professore Gloriati osserva, da dietro le persiane della finestra del salotto, i due militi che si allontanano in macchina. Ora sale le scale che portano al primo piano, prosegue per la rampa che collega le stanze da letto con la soffitta, bussa alla pesante porta posta al termine dei consumati scalini in legno. Senza aspettare risposta, entra in un piccolo ambiente, sobriamente arredato. Fatica un poco ad abituarsi alla scarsa luce che vi regna, poi si rivolge alla figura infagottata stesa in un lettino al centro dell'ambiente: «Ti ho detto mille volte di non fare il minimo rumore, quelli sono carabinieri, e nel dubbio loro ci sguazzano. Ho dovuto inventarmi che era stata la gatta a rompere un soprammobile: vuoi proprio farti scoprire, dopo tutto quello che sto facendo per te?».
Dal giaciglio scaturisce un debole brontolio. A terra i miseri resti di un topo mangiucchiato che Gloriati, con una smorfia di disgusto, raccoglie con scopa e paletta.
C'è silenzio, nella macchina dei due militi, rotto tutto d'un tratto dal maresciallo Cotone. «Ma insomma, Capurro, come diavolo fai ad essere a conoscenza di antichi atti notarili friulani? Perché non mi hai detto che sei un esperto di lupi e chissà di cos'altro ancora?».
«Marescia', le ho già detto che m'interessa conoscere bene la terra in cui ho scelto di vivere…».
«Ma se sei così ferrato sull'argomento, tanto appassionato di storia, perché da ragazzo non hai proseguito gli studi e non ti sei laureato?».
«Da ragazzo ho fatto una scelta di vita un po' particolare…».
«Cosa significa "particolare"?».
«Significa che a scuola ci andavo, ma non per studiare. La ritenevo una cosa inutile, convinto che la cultura la si potesse acquisire da sé. Mi piaceva molto di più suonare la chitarra e poi partecipare alle occupazioni e alle manifestazioni…».
«Eri un contestatore, insomma?».
«Non mi piacevano le ingiustizie e le imposizioni, ed ero convinto che con l'impegno sociale si potesse cambiare in meglio la società».
«E perché mai uno studente "ribelle" ha poi scelto di entrare nell'Arma dei Carabinieri?».
«Per un senso di giustizia, marescia'. Mi sono convinto che servire la legge e lo Stato significhi essere al servizio degli altri e quindi del popolo. In sostanza, penso che in questo modo posso dare il mio contributo per rendere migliore e più giusto questo mondo. Lei che ne pensa, marescia'?».
Il maresciallo Cotone si chiude in un risentito silenzio, pensando che non si finisce mai d'imparare. Chi lo avrebbe detto che il riflessivo e pedante appuntato Capurro, da giovane, era un agitatore poi convertitosi al senso dello Stato?

La dottoressa Giuseppina Masutto, detta Pina, si appresta a chiudere la farmacia di Fiume Udinese, di cui è titolare da oltre vent'anni. È intenta ad abbassare la saracinesca dell'esercizio, che cigola e vibra per il forte vento e gli scrosci di pioggia che caratterizzano anche questa sera d'inverno, quando alle sue spalle appare la figura di un uomo. La corporatura è robusta, indossa un pesante cappotto scuro col bavero alzato, una grossa sciarpa nera ed un cappello tipo Borsalino.

La farmacista, voltandosi di scatto: «Ah, mi ha quasi spaventato! Cosa le serve, con questo tempo da lupi?».

L'avventore, con voce roca, bisbiglia: «Buonasera, dottoressa, mi scusi se arrivo proprio mentre sta chiudendo la farmacia, ma mi serve un collutorio. Penso di essermi preso una tracheite o qualcosa di simile…».
«Non si preoccupi, entri pure, le prendo un flacone di…».
E mentre Pina si gira verso il bancone dando la schiena all'avventore, un fortissimo dolore la coglie al collo, una morsa di punte d'acciaio le dilania la nuca girando poi verso la gola, che si squarcia. Fiotti di sangue schizzano sul pavimento e sul banco dei medicinali. La donna si accascia sul pavimento, il sangue scorre in piccoli rivoli, che in pochi secondi si riuniscono in una scura pozza. L'uomo che ha ucciso Pina Masutto spegne le luci, chiude la porta e cala dall'esterno la saracinesca della farmacia, mentre in lontananza si sente il brontolio di un nuovo temporale che si avvicina.

Mercoledì. «Una ferita mortale alla gola», dice Cotone rivolgendosi al capitano Rambelli ed al sostituto procuratore Aldrovandi, che annuiscono dondolando, entrambi, il capo.
«Signor capitano», continua il maresciallo. «Dai primi riscontri non ci risulta che la dottoressa Masutto avesse nemici di sorta. Nubile, una vita irreprensibile, tutta dedita al suo lavoro e alle opere di beneficenza».
Il sostituto procuratore Aldrovandi, tra un colpo di tosse e l'altro, chiede a Cotone: «L'incasso della giornata è stato rapinato? Ci sono segni di effrazione? E quale arma è stata usata per squarciare la gola a questa poveretta?».
«No, dottore, l'incasso non è stato toccato, non ci sono segni evidenti di lotta o di quanto possa far pensare ad un tentativo di rapina. Forse la vittima conosceva l'aggressore, deve averlo fatto entrare proprio verso l'ora di chiusura. Non ci sono testimoni, con questo tempaccio gira poca gente e nessuno si è accorto di niente fino a questa mattina, quando i primi avventori hanno trovato la serranda abbassata, ma non chiusa dal lucchetto. Non sapendo cosa pensare, hanno chiamato noi e questo è quello che abbiamo trovato… Per l'arma del delitto, stiamo attendendo i primi riscontri fatti dal nostro organo investigativo provinciale».
«Capitano Rambelli», sibila il sostituto procuratore, «indagini a 360 gradi. Voglio sapere tutto sulla vita della dottoressa, se ha avuto problemi con qualcuno, magari con qualche tossico in crisi d'astinenza, sul suo passato e, soprattutto, ciò che riuscite a scoprire sull'arma del delitto. Arrivederci!».
Il capitano Rambelli, salutato il sostituto procuratore Aldrovandi, che si allontana a passo spedito stringendosi in un impermeabile dall'improbabile color malva, si para davanti ai suoi uomini.

«Avete capito? Voglio un rapporto giornaliero sullo stato delle indagini. Maresciallo, mi fido del suo fiuto, aspetto fiducioso…».

Cotone e Capurro sbattono i tacchi salutando il superiore, poi il maresciallo si rivolge all'appuntato: «Capurro, prendi due uomini e, se occorre, metti sotto torchio tutto il paese su usi e costumi della farmacista. Appena sai qualcosa dal Ris, chiamami!».
E Capurro, a chiudere il cerchio della ripida scala gerarchica, grida ai due militi che stanno ultimando i rilevamenti: «Trevisan e Barreca, presto, venite con me!».

Giovedì. «Permesso, maresciallo?», dice l'appuntato Capurro, entrando nell'ufficio di Cotone. «Sono arrivati i primi responsi del Ris».
Il maresciallo quasi strappa i fogli dalle mani del sottoposto. «Vediamo cosa dicono. Allora, si parla della probabile ora del fatto, circa le otto di sera. Primo colpo inferto al collo e quindi quello mortale alla gola. Non del tutto chiara è l'identificazione dell'arma usata dall'assassino: si ipotizza l'uso di una morsa dentata con spuntoni in metallo, probabilmente d'acciaio. Le ferite, per profondità, lacerazioni e forma fanno propendere, e questo è singolare, per le zanne di un canide, forse di un lupo».
«Un lupo!», esclama l'appuntato.
«Un lupo!», conferma il maresciallo.
«Marescia', prima il furto della lapide che parla di un'invasione di lupi ed ora un omicidio fatto con una sorta d'arma a forma di bocca di lupo… Non lo trova strano?».
«Sì! Anche a me sembra una strana coincidenza… Trovato qualcosa sul conto della Masutto?».
«Niente, marescia', conduceva una vita assolutamente normale e al momento non si conoscono particolari che possano giustificare quanto avvenuto».
«Uccisa da una morsa dentata a forma di bocca di lupo: mai sentito niente di simile», riflette ad alta voce Cotone.
«Marescia', dovrei dirle una cosa…».
«Cosa devi dirmi, Capurro?».
«Lei, però, prometta di non arrabbiarsi…».
«E basta con tutti questi misteri! Cosa devi dirmi?».
Il piccolo appuntato si scruta attorno, la mascella alla Totò più sporgente che mai, fissa il maresciallo, si guarda ancora in giro e poi di nuovo il superiore.
«Forza, sto aspettando!».
«Marescia', quando siamo stati a fare il sopralluogo in parrocchia, dopo la sparizione di quella lapide, ho trovato in terra alcuni frammenti di carta che ho conservato».
«Che cosa? Ti sei tenuto dei reperti?».
«Ma no, maresciallo, che reperti… Erano pezzetti di carta di tombole di beneficenza, di volantini sull'attività della parrocchia, tranne uno, a cui sul momento non ho dato importanza, ma che poi…».
«Poi che cosa? E bravo il nostro appuntato, un carabiniere che s'infila in tasca dei pezzi di carta che potrebbero agevolare le indagini… Ma che vuoi finire sotto processo?».
«Spero di no, marescia'. Ecco, guardi lei…», e Capurro allunga al maresciallo uno spiegazzato biglietto da visita.
Premiata Ditta Artiglio
Laboratorio di produzione maschere,
costumi di personaggi famosi e di animali.
Lavorazioni in cartapesta, cuoio, pellami, ecc…
Castello di Cividale
viale Bolivia, 95
«E allora? Si tratta di un laboratorio dove si realizzano maschere e costumi, magari buono per Carnevale, che però è già passato da un pezzo…».
«Marescia', ma avete visto il nome della ditta?».
«Ditta Artiglio, embé?».
«Beh, l'anagramma di Artiglio è Gloriati!».
«Gloriati? Fammi vedere…», il maresciallo prende un foglio di carta, vi scrive le parole Gloriati e Artiglio, collega sillaba per sillaba i nomi e deve arrendersi all'evidenza: si tratta proprio di un anagramma.
Visibilmente soddisfatto, l'appuntato aggiunge: «In un controllo telematico ho poi appurato che la ditta è iscritta alla Camera di Commercio da due anni ed è intestata a Rodolfo e Diomede Gloriati».
«Beh, Rodolfo è il nostro professore. E questo Diomede?».
«È il fratello che è andato a cercare fortuna all'estero».
«Bravo, Capurro! Devo dire che hai avuto una buona intuizione… Ma questo non prova niente: tu vuoi forse dirmi che c'è un nesso tra Gloriati, questo laboratorio di maschere e i fatti che sono accaduti qui?».

«Lupus est homo homini, non homo, diceva Plauto».

«Anche il latino, adesso? Capurro, che ci azzecca Plauto?».
«Plauto ha detto che per l'uomo è naturale essere violento e vessare i propri simili. Questa massima è stata poi ripresa da Hobbes, il famoso filosofo inglese, con la più conosciuta espressione Homo homini lupus».
«E quindi?».
«Penso che se un lupo vuol passare inosservato, è facile che si travesta da agnello…».
Ed eccolo lì, l'appuntato Antonio Capurro, alle prese con la sua scrivania da lucidare, le carte da sistemare, la cena che stasera tocca a lui preparare per i propri commilitoni. Il maresciallo Vittorio Cotone osserva non visto, dalla porta socchiusa del suo ufficio, il proprio sottoposto, chiedendosi che strano uomo egli sia. È consapevole che Capurro possiede una cultura straordinaria, perfino irritante nella sua vastità, ma anche che è verosimilmente soddisfatto del suo grado di appuntato, avulso da ogni velleità di carriera. Un uomo con la mascella alla Totò, quindi un poco buffo, apparentemente senza una vita privata - non si conoscono infatti né donne né fidanzate di sorta - forse per timidezza o per misoginia. Un carabiniere, però, capace d'intervenire con decisione anche nei frangenti più pericolosi che il servizio possa prevedere. Coraggioso, si direbbe, ma non sempre, dato l'accertato terrore per gli aerei. L'appuntato sarebbe capace di farsi duemila chilometri in macchina piuttosto che un volo di dieci minuti.
"Che strano", pensa Cotone, "è ai miei ordini in questa stazione da due anni e lo conosco così poco…".
Il graduato Antonio Capurro è alle prese con la sua scrivania. Messe in ordine le carte, spostati telefono, penne e matite, lampada da tavolo e varie scatoline per puntine, elastici e graffette, si accinge alla quotidiana pulitura con panno e lucido per mobili. Mentre è intento a questa consueta attività, l'appuntato pensa a quanto accaduto in questi giorni, soffermandosi in alcune considerazioni sul maresciallo Vittorio Cotone. "Chissà perché", riflette Capurro, "il maresciallo, aldilà di quanto impone il suo grado e la sua responsabilità, è sempre così arrabbiato e nervoso". Poche volte lo ha visto sorridere, sempre un poco corrucciato, con questa sua figura alta ma un poco appesantita, il viso dai tratti fini e distinti, le tempie un poco ingrigite che gli donano una certa eleganza, una distinzione di modi che stride con il carattere burbero. L'impressione è però che, fuori servizio, il suo superiore sia diverso. Da frasi buttate qua e là da altri militi, ha intuito che a Cotone piacciono molto le donne e che anche a loro lui non dispiaccia. D'altro canto, non è sposato e della sua vita privata può fare ciò che vuole. Forse con l'universo femminile riesce a mettere in campo quella cordialità che sul lavoro non riesce ad esternare. Magari è tormentato da una vecchia storia d'amore. Più di una volta Capurro ha udito il maresciallo, di mattina, intento a radersi, canticchiare delle strofe di Fabrizio De André, soprattutto quelle iniziali della Canzone dell'amore perduto: "Ricordi sbocciavan le viole/ con le nostre parole:/ non ci lasceremo mai, mai e poi mai./ Vorrei dirti, ora, le stesse cose,/ ma come fan presto, amore, ad appassir le rose…».

Il maresciallo Cotone un romantico? L'idea fa sorridere l'appuntato mentre, con gesti larghi e precisi, lucida la scrivania.


Venerdì. Pedala, ed ancora pedala Ermanno Fortis, in sella alla vecchia Atala color ruggine. È ancora buio, il turno in fabbrica inizia alle cinque. L'operaio, come ogni mattina, ha inforcato la bicicletta e percorre il viottolo di campagna che si snoda alle spalle delle vecchie caserme dell'Esercito ora dismesse, avviandosi al lavoro. È una fredda mattina, la strada è coperta da una sottile pellicola di ghiaccio che scricchiola al passaggio della vecchia Atala. D'improvviso, un rumore di rami spezzati rompe il silenzio. Fortis, continuando a pedalare, si volta, ma nel buio non scorge nulla, anche la luna è coperta da neri nuvoloni carichi di pioggia. Un animale, deve trattarsi di qualche piccolo animale selvatico, pensa l'uomo. Un colpo violento lo scaraventa a terra, la bicicletta con le ruote all'aria, l'operaio tenta di rialzarsi ma non ne ha il tempo, qualcosa o qualcuno lo fa cadere riverso sul ghiaino. Un respiro pesante, quasi affannato, ed un sinistro ringhiare sono i soli suoni che Fortis percepisce. L'operaio è robusto, ma l'aggressore gli si avventa contro, punta alla gola, i denti aguzzi tesi a dilaniarla. L'uomo scalcia e tenta d'urlare. Due fari che fendono l'oscurità si avvicinano, illuminano per un attimo la scena con il misterioso aggressore che di corsa s'infila tra le macchie di gelsi che costeggiano il viottolo di campagna. Ermanno Fortis, steso a terra, si comprime con le mani la gola mentre un rivolo di sangue gli imbratta la tuta da lavoro. Le portiere della macchina si aprono, delle voci…

«Dottore, come sta il paziente?».
«Le condizioni generali sono abbastanza buone, aldilà dello shock e della modesta perdita di sangue. Il Fortis è stato veramente fortunato, qualche millimetro più in là e la giugulare si sarebbe lacerata. La ferita si è rivelata superficiale e sono bastati pochi punti per suturarla».
«Pensa che possa rispondere a qualche domanda?».
«Sì, maresciallo. Mi raccomando, però, solo per pochi minuti».
Il maresciallo Cotone e l'appuntato Capurro entrano nella stanza dove è ricoverato Ermanno Fortis che, in apparenza assopito, è disteso su di un lettino con la testa sollevata da due guanciali. Alla gola, i segni della brutta avventura capitatagli.
«Signor Fortis, come si sente? Posso farle qualche domanda?».
Con un filo di voce, Fortis risponde al milite: «Sì, signor maresciallo, sto abbastanza bene, mi dica pure…».
«Si ricorda cosa le è accaduto?».
«Beh, come ogni mattina, stavo andando al lavoro per il primo turno di fabbrica, in bicicletta. Percorrevo la solita stradina dietro le vecchie caserme dell'Esercito, quando d'un tratto ho sentito dei rumori. Mentre mi chiedevo da cosa fossero provocati, un forte colpo mi ha gettato a terra. Sono rimasto stordito, poi ho cercato di alzarmi, ma... mi si è gettato addosso ed ha cercato di mordermi alla gola».
«Chi le si è gettato addosso? Un animale?».
«Un animale? No! Sono sicuro che si trattasse di un uomo».
«Un uomo?».
«Un uomo, sì, però strano: ringhiava come una belva. Ero terrorizzato, mi sentivo svenire per la paura e temevo di non farcela a sottrarmi alla furia di quell'essere. Poi ho visto la luce di quei fari d'automobile che si avvicinavano, per un attimo, solo un attimo, ho intravisto le sue fattezze…».
«Cioè?».
«Mi è sembrato che indossasse la maschera di un cane o, meglio, di un lupo…».
«Un lupo? Capisco… Per sua fortuna, degli operai che si stavano recando in macchina al lavoro sono arrivati proprio in quel momento. Il suo aggressore si deve essere spaventato e si è dato alla fuga. Signor Fortis, la ringrazio per la collaborazione ed ora provveda a riposare ed a rimettersi in fretta».
All'uscita dell'ospedale, l'appuntato si rivolge al maresciallo, apparentemente assorto nei suoi pensieri: «È il caso di tornare a interrogare quel Geremetti con i suoi amici del bar?».
«Per carità, quelli sono solo quattro scalzacani…».
«Marescia', ma lei che ne pensa: si tratta di un maniaco che gira per il paese vestito da lupo?».
«Penso che dobbiamo affrettare le indagini, prima che qui scoppi una psicosi collettiva. È ora che torniamo a far visita a Gloriati, ci sono varie cose che ci deve spiegare…».

«Buongiorno, maresciallo, non pensavo che aveste ancora bisogno di me…».
«Buongiorno, professore. Ci deve scusare, ma abbiamo ancora qualcosa da chiederle. Possiamo entrare?».
Il professor Gloriati, che indossa un'elegante giacca da camera color cremisi, spalanca l'uscio di casa facendo accomodare i due militi nello studio.
«Prego, in che cosa posso esservi ancora utile?».
«Innanzitutto: è suo questo biglietto da visita?».
Gloriati guarda il rettangolino di carta che il maresciallo gli ha porto.
«Certo che è mio, pubblicizza un laboratorio di costumi e maschere che possiedo a Castello di Cividale. Ma come lo ha avuto? Non mi ricordo di averglielo offerto…».
«È strano, l'abbiamo trovato ai piedi del campanile, proprio sotto la lapide trafugata».
«Ah, e allora? Ci sarà finito per caso, magari portato dal ventaccio dell'altra notte».
«Uhm… E perché, per dare il nome al laboratorio, ha anagrammato il suo cognome?».
«Anagrammato?».
«Sì! Gloriati è l'anagramma di Artiglio…».
«Perché, forse la legge vieta gli anagrammi?».

«Non faccia lo spiritoso e la prego di rispondermi, se non vuole essere convocato in caserma!».

Cotone fissa il professor Gloriati negli occhi, mentre alle sue spalle l'appuntato Capurro muove a destra e sinistra la piccola testa dalla mascella pronunciata, quasi un radar alla ricerca del più piccolo segnale.
«È solo un gioco, un Calembour, non vedo cosa vi sia di male».
«Probabilmente niente, ma tra i costumi del suo esercizio c'è anche quello di un lupo?».
«Ma cosa vuole dire, maresciallo, che mi travesto da uomo lupo? Che ho a che fare con una lapide del Seicento che parla di lupi? O che forse, con la luna piena, mi trasformo in un lupo mannaro?».
«Voglio dire che…».
Un tonfo secco, accompagnato da disperati miagolii e da un furioso scalpiccio, si diffondono dal piano superiore della casa. Il maresciallo Cotone urla all'indirizzo di Gloriati: «Non mi dirà che anche questo è opera della sua gatta? Capurro, andiamo di sopra a dare un'occhiata!».
Gloriati si frappone tra la rampa delle scale che porta alla soffitta e i due militi.

«Dove pensate di andare? Non avete un mandato di perquisizione, non potete…».

Il professore viene scostato da parte dal maresciallo senza tanti complimenti, i carabinieri salgono di corsa lungo le scale, la porta che chiude la soffitta viene aperta con una spallata del graduato che, sullo slancio, cade a terra. Cotone si rialza, i suoi occhi faticano ad abituarsi all'oscurità che avvolge l'ambiente. Un debole ringhio si percepisce nell'angolo più buio della stanza. L'appuntato Capurro si fa avanti, pistola in pugno: «Chi è là? Fatti vedere!», il piccolo carabiniere avanza chinandosi dinanzi ad uno stretto pertugio che si apre in un lato della soffitta.
«Accidenti, qui non si vede niente, ma cosa…», esclama l'appuntato, accorgendosi che in terra giace il corpicino dilaniato di un gatto, e la frase si smorza in gola a Capurro, perché è alla propria gola che ora il suo aggressore lo ha afferrato, mordendolo. Un'enorme testa fulva si agita sopra l'appuntato che, come una marionetta, muove gambe e braccia.
«Fermo, fermo o sparo!», grida il maresciallo, che subito dopo esplode due colpi all'indirizzo dell'assalitore. Un grido strozzato, ma senz'altro umano, scuote il massiccio corpo che cade di schianto sopra l'appuntato.

Il maresciallo, faticando non poco, riesce a liberare l'appuntato dal suo aggressore.

Capurro è visibilmente scosso, ma la ferita alla gola appare lieve. Solo ora Cotone si accorge che l'aggressore è camuffato con una testa di lupo, fornita di mostruose fauci mobili. Non senza sforzo, infila le mani sotto la maschera, riuscendo a sfilarla e svelando il viso di un giovane uomo, biondiccio e coperto d'efelidi, che, bava alla bocca, respira a fatica. Il maresciallo si volta verso Gloriati che, appoggiato allo stipite della porta, si tiene la testa tra le mani, singhiozzando.
«È suo fratello, vero?».
«Sì, maresciallo, è mio fratello…».

Più tardi, mentre l'appuntato Capurro sta ricevendo in ospedale le prime cure per la ferita alla gola, il maresciallo Cotone rendiconta il capitano Rambelli e il sostituto procuratore Aldrovandi sull'epilogo del caso.
«Rodolfo Gloriati ha confessato. L'assassinio della farmacista ed il ferimento di Fortis sono opera di suo fratello Diomede, che a detta dei medici si salverà, dato che le pallottole che lo hanno ferito alla schiena non hanno leso organi vitali. Gloriati ha dichiarato che Diomede, dopo un pauroso incidente d'auto occorsogli per evitare d'investire un cane ed in cui aveva riportato gravi ferite, aveva dato segni evidenti di disturbi mentali e lui, di questa situazione, se ne era da subito fatto carico, essendone l'unico parente. L'aveva fatto visitare dai maggiori esperti del ramo, che avevano diagnosticato una forma di dissociazione psichica. Tali disturbi si erano peraltro acuiti negli ultimi tempi, tanto che il professore, temendo che il familiare potesse combinare qualche guaio, aveva finto il suo repentino allontanamento dal paese. Si era deciso ad ospitarlo, o meglio rinchiuderlo, nella soffitta di casa, sperando di poterne così controllare i sempre più frequenti raptus. Il fratello, nella sua follia, era convinto di essere diventato un lupo e a volte, di notte, si recava, quasi in stato ipnotico, sotto al campanile della chiesa di Fiume, fissando la lapide che vi era murata.

Si era persuaso di essere in qualche modo in relazione con le vicende legate alle invasioni dei lupi avvenute nel Seicento.

In seguito, aveva preteso d'indossare una testa di lupo munita di una bocca irta di denti metallici e di una mandibola snodabile. Il Gloriati l'aveva accontentato, servendosi del laboratorio di costumi creato per questo scopo, convinto così di poter controllare e gestire le stranezze del familiare. Man mano, però, Diomede aveva iniziato ad assumere anche alcuni comportamenti da lupo. Delle volte si muoveva a quattro zampe, per poi esigere di mangiare unicamente degli animali: piccoli roditori, topi e gatti, che il fratello doveva procurargli esclusivamente vivi. In questi ultimi giorni, Diomede aveva quasi perso ogni forma di psicologia umana, dimostrandosi aggressivo anche nei confronti di Rodolfo, che non aveva potuto impedire che il fratello uscisse di casa, col buio, impegnandosi in scorribande notturne che erano sfociate nelle aggressioni che conosciamo. Sia la farmacista sia l'operaio che si recava al lavoro hanno avuto la grande sfortuna d'incrociare il proprio destino con la strada che il folle aveva intrapreso. Ora sarà la giustizia ad occuparsi di lui, sicuramente coadiuvata da buoni psichiatri. Per Rodolfo Gloriati, sono invece scattate le manette per favoreggiamento».
«Ma come viene definita la malattia mentale di Diomede?», chiede Rambelli.
«Licantropia, signor capitano. Rodolfo Gloriati, che suo malgrado è stato costretto a farsi una cultura sull'argomento, afferma che la licantropia non è da intendere nel significato che la letteratura ed il cinema horror gli hanno dato. Qui non ci sono lupi mannari. Si tratta, piuttosto, di una forma d'isterismo in cui il malato si convince di essersi mutato in lupo, riprendendone anche i comportamenti. Diomede Gloriati di tale malattia aveva sviluppato una forma estremamente violenta ed incontrollabile».
«E il furto della lapide è sempre opera sua?», interviene il sostituto procuratore.
«No, dottore, è stato il professor Gloriati. Si era convinto che togliere la lapide dal suo posto originario potesse avere qualche effetto pacificatore sul fratello… La lapide l'abbiamo ritrovata, integra, in un angolo della soffitta. Appena possibile, la riconsegneremo al parroco».

Sabato. «Permesso?», il maresciallo entra nella stanza di Capurro che, seduto in poltrona, è intento nella lettura d'un libro.

Una vistosa bendatura al collo è l'unico indizio della brutta avventura che lo ha visto protagonista.

All'ingresso del suo superiore, l'appuntato fa per alzarsi, ma il maresciallo, poggiandogli paternamente una mano sulla spalla, gl'intima: «Comodo, stai comodo. Come ti senti?».
«Abbastanza bene, marescia'…».
«Te la sei vista brutta, eh?».
«Sì, pensavo di essere spacciato. Quel tizio era forte e pesante, poi, quando ho sentito quei denti d'acciaio che mi stringevano la gola… Chi l'avrebbe mai detto, maresciallo, che mi sarei imbattuto in un malato di licantropia? Conosco ladri ed assassini, sfruttatori e falsari, ma un licantropo non mi era mai capitato…».
«Beh, se è per questo, neanche a me era mai successo di incontrarne uno».
«Pensi, marescia', che per secoli si è creduto che veramente un uomo potesse trasformarsi in lupo. I Greci credevano persino nella Cinantropia…».
«Cina che?».
«Cinantropia, dal greco kynós, cane, e ánthropos, uomo, la possibilità di trasformarsi da essere umano in cane. Come le dicevo, però, la licantropia, termine che deriva anch'esso dal greco - lykos, lupo, e ovviamente ánthropos, uomo -, nella realtà esiste solo come malattia psichica, che…».
«Sì, sì, Capurro… Ho capito, ora lascia stare, pensa piuttosto a goderti questa settimana di riposo. Ma dimmi, cos'è quel libro che stai leggendo?».
«Il lupo della steppa, un bel romanzo di Hermann Hesse che mi sto rileggendo per l'ennesima volta. Se poi lo vuole in prestito…».
«Per carità! Sarà anche bravo, questo Hesse, ma quel titolo, adesso come adesso, non mi attira…».
«A proposito, marescia', la devo ancora ringraziare, ché senza di lei non sarei qui a parlare di questa storia…».
«Ma che ringraziare! È stato mio dovere intervenire».
«Sarà… Però io la ringrazio lo stesso, marescia'. Avevo paura non solo per la mia vita, ma anche che, nella colluttazione, quel pazzo potesse rovinarmi i connotati. Lo vede, marescia', il mio profilo? Mia madre mi dice sempre che è quello di un greco, voi che ne dite? Pensate che, al mio paese, degli amici invidiosi mi dicevano che somigliavo a Totò!». E così dicendo, il piccolo milite si sporge verso Cotone allungando non poco la sua mascella. Il superiore deve fare un significativo sforzo di volontà per non dirgli che gli amici del paese ci avevano proprio azzeccato.
«A proposito di Totò», prosegue l'appuntato,

«ci ha fatto caso che i nostri nomi sono uguali a quelli dei protagonisti di un famoso film di Totò?».

«Un film di Totò?».
«Sì, I due Marescialli, con Totò e Vittorio De Sica. Loro due, nel film, si chiamavano Vittorio Cotone ed Antonio Capurro. Non lo trova strano, marescia'?».
«Già, proprio strano…», afferma laconico il maresciallo.

Il maresciallo Cotone scende le scale della palazzina che, assieme ad una piccola costruzione adibita a garage, costituisce la caserma dei Carabinieri di Fiume Udinese. Mentre esce in strada scuote la testa, è un poco perplesso, la storia appena vissuta si è rivelata già alquanto singolare. E poi, scoprire anche di avere lo stesso nome di un protagonista di un film di Totò! Pure questa si doveva inventare il suo appuntato… Povero Capurro, quando mai troverà una donna, con tutte le stranezze che ha per la testa?
Così pensando, il maresciallo s'incammina lungo il viale alberato che porta al centro del paese. Si accorge allora che una slanciata figura femminile avanza nella sua direzione. La sconosciuta si ferma dinanzi al milite, fasciata in attillati pantaloni di pelle nera, liberando nell'aria una penetrante scia di profumo. La ragazza gli sorride e Cotone si porta la mano alla visiera in segno di saluto. È un'autentica bellezza mediterranea, lunghi capelli corvini ed occhi scuri, quella che si rivolge al maresciallo con voce flautata: «Mi scusi, vedo che lei è un carabiniere, sa mica dove posso trovare l'appuntato Antonio Capurro? È il mio fidanzato e, appena ho saputo che era rimasto ferito, mi sono precipitata».
Il maresciallo, a mezza voce, riesce a dire: «Ah, lei è la fidanzata di Capurro… Piacere, sono il maresciallo Cotone. Suoni pure al portone d'ingresso, che il milite di guardia l'accompagnerà da lui. E non si preoccupi: si sta già riprendendo…».
La ragazza ringrazia e, ancheggiando vistosamente sugli stivali dagli alti tacchi, s'incammina lungo il viale che porta alla Stazione. Il maresciallo la segue con lo sguardo finché non la vede entrare in caserma.

Di quell'immagine rimane ora nell'aria solo un vago sentore di profumo.

L'eloquente somiglianza della ragazza con un lontano amore, ritenuto a torto dimenticato nei meandri della memoria, lascia nell'animo del maresciallo una vaga percezione di malinconia. Cotone sospira, proseguendo con passo stanco verso la piazza principale del paese, quando il motivo di una canzone gli sovviene in mente, parole che inizia poi a canticchiare: «Ricordi sbocciavan le viole,/ con le nostre parole:/ non ci lasceremo mai, mai e poi mai./ Vorrei dirti, ora, le stesse cose/ ma come fan presto, amore, ad appassir le rose…».

Stefano Aloisi