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La grande pittura. Il surrealismo

Sogni, visioni, fantasia senza confini e senza il condizionamento della ragione. Questo era il programma degli artisti che aderirono al movimento fondato da André Breton

Max Ernst, 'Il surrealismo e la pittura' (New York, CPLY Art Trust) Nel 1968 - in molte delle università occupate dagli studenti in tutto l'Occidente - apparve una scritta che riassumeva il progetto della nuova generazione in lotta con i canoni tradizionali dell'insegnamento (e dell'apprendimento), con le gerarchie consolidate, con la disciplina e le discipline: «La fantasia al potere». Cinquant'anni prima un gruppo di intellettuali e artisti, a Parigi, aveva lanciato un movimento che si ispirava agli stessi principi: il Surrealismo. André Breton, vate e capo indiscusso del gruppo, ne spiegò i contenuti con alcune frasi che (nello stile) somigliavano volutamente alla voce di un enciclopedia: «Surrealismo. Automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualunque altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale. Il Surrealismo si fonda sull'idea di un grado di realtà superiore connessa a certe forme di associazione finora trascurate, sull'onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi a essi nella risoluzione dei principali problemi della vita».

Il termine era stato coniato qualche tempo prima da un giovane poeta, Guillaume Apollinaire, che - negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale - era al centro della vita culturale e artistica di Parigi. Nel 1917 Apollinaire, presentando uno spettacolo (Parade, testi di Jean Cocteau, costumi di Pablo Picasso, musica di Erik Satie, coreografie di Léonide Massine) andato in scena al teatro dello Chatelet, lo definì "sur-réalisme". Ancora Breton, nel manifesto del Movimento (pubblicato nel 1924) spiegò il significato della parola: «Credo alla futura fusione di quei due stati - in apparenza contradditori - che sono il sogno e la realtà, in una specie di realtà assoluta, di surrealtà, se così si può dire». In quel documento Breton comunicò l'elenco dei primi Surrealisti Assoluti, che erano in massima parte letterati e poeti (fra gli altri, Louis Aragon, Philippe Soupault, Paul Eluard, Roger Vitrac, Benjamin Péret). «L'ispirazione, per i poeti surrealisti, non è nella realtà quotidiana, logica e razionale, bensì "altrove", in una dimensione superiore e libera che originariamente apparteneva a tutti, ma è stata rimossa o dimenticata e può essere riconquistata solo attraverso l'immaginazione o il sogno: questa dimensione è la surrealtà», ha scritto Marta Ragozzino in un saggio dedicato al movimento. «In senso meno programmatico, lo stesso dettato orienterà anche i più importanti pittori che aderiranno al movimento (per esempio il tedesco Max Ernst, l'alsaziano Hans-Jean Arp, i francesi André Masson e Yves Tanguy, i belgi René Magritte e Paul Delvaux, lo spagnolo Salvador Dalí e il catalano Joan Miró), artisti nati tutti tra la metà degli anni Novanta e l'inizio del nuovo secolo, che non esprimeranno però collettivamente (a differenza di quello che avevano fatto già nel 1910 i colleghi futuristi) le loro riflessioni tecniche sulla pittura surrealista, lasciando anche questo aspetto alla penna del leader Breton che nel 1928 scriverà Le surréalisme et la peinture».

UN UNIVERSO FANTASTICO. Furono proprio i pittori, quei pittori, a imporre il Surrealismo sulla scena mondiale. Perché erano grandi artisti, fra i più grandi del Novecento. Le idee - per conquistare la gente - hanno bisogno di ambasciatori carismatici che sappiano diffonderle. Salvador Dalí è stato amato e odiato (persino disprezzato) dai suoi colleghi e dai critici che gli imputavano gli eccessi di narcisismo: ma se oggi chiedete a bruciapelo a una persona qualsiasi di citare dieci pittori del secolo scorso, il suo nome esce quasi sempre (insieme a quelli di Picasso, di De Chirico, di Klimt, di Munch, di Warhol, di Boccioni, di Matisse e Modigliani). I suoi orologi liquidi sono entrati nell'immaginario collettivo, autentiche icone del secolo da poco concluso; come i suoi baffi all'insù, e la sua vita smodata (per alcuni versi simile a quella di Gabriele D'Annunzio). Lo stesso discorso vale per l'immaginazione sconfinata e sorprendente di René Magritte, un pittore capace di dipingere i suoni, di far uscire una locomotiva da un camino di casa, di costruire un castello in cima a un monolite di roccia sospeso nel cielo, di disegnare una pipa tanto reale da sentire la voglia di toccarla, e di scriverci sotto: «Questa non è una pipa»; o, ancora, di presentare un'amazzone in tenuta da concorso ippico, facendola apparire e scomparire fra gli alberi di un bosco, con un tocco di magia che ricorda certi giochi infantili. Oppure la fantasia di Max Ernst, che dipinge il pittore surrealista come uno strano essere a metà strada fra un animale del Pleistocene e un pupazzo plasmato nel pongo. O, per finire, i minuscoli insetti antropomorfi di Joan Miró, affogati in un universo che è davvero simile ai sogni in technicolor che facevamo da bambini: mancano soltanto le Barbie per le femminucce e le reti di un campo di calcio per i maschietti.

Raccontati in questo modo, molti pittori surrealisti somigliano ai pazienti che si stendono sul lettino dello psicanalista. In effetti, André Breton si infiammò per le teorie di Sigmund Freud, e in particolare per la sua "interpretazione dei sogni". Nel 1921 si recò a Vienna per incontrarlo, ma fu accolto con molta freddezza. Lavoravano su un terreno comune, ma con obiettivi diversi: Freud continuava a mettere a punto una terapia per curare i malati, mentre Breton esaltava il malato che considerava alla stregua di un veggente. Il medico lavorava sulle associazioni di idee per interpretare la psiche del paziente e correggerne i disturbi. Il letterato puntava sulle dissociazioni di idee. Il radicalismo surrealista - ha scritto un critico - propugnava «la programmatica espressione di ogni pulsione dell'individuo, attuata applicando sogni, desideri, visioni, accadimenti casuali». Fra gli strumenti privilegiati di questa ricerca vi era un gioco che produceva esiti imprevedibili: l'esecuzione di disegni o componimenti verbali le cui singole parti erano redatte a turno dai giocatori. L'esempio più famoso, citato in tutti i libri di testo, fu questo: «Il cadavere - squisito - berrà - il vino - nuovo». Una sequenza assurda, un nonsense presentato come opera letteraria, massima espressione di libertà. Privo di ogni logica, irrazionale, onirico, ma anche ludico: l'universo surrealista è una specie di mondo alla rovescia nel quale tutto diventa possibile, sovvertendo le leggi della fisica, della ragione e persino della morale.

«Lo scopo dell'arte», scrive la Ragozzino, «non è più l'imitazione della natura, bensì la realizzazione visiva di una realtà diversa, interiore. Gli artisti, come i poeti, non sono costretti a cercare l'ispirazione nel mondo esteriore, perché anche attraverso la pittura si può accedere a quello stato di surrealtà che non coincide con la quotidianità ma anzi ne "sovverte" gli equilibri, i punti di vista e i rapporti. La pittura surrealista si impegna a rappresentare con forme nuove la meravigliosa novità, ovvero il contenuto del regno dell'inconscio e a realizzare visivamente la surrealtà, il luogo in cui trionfa il desiderio e dove le convenzioni della falsa moralità borghese sono cancellate da una risata. Un mondo lieto, perlopiù: perché l'arte dei pittori surrealisti deve prefigurare alla società il mondo liberato. La grande scommessa dei surrealisti, la cui pittura è sempre figurativa, consiste nel riuscire a raffigurare con modalità automatiche questa surrealtà, attraverso un linguaggio, quello delle forme, che può essere ancor più "artificioso" di quello verbale. È proprio questo a dare al linguaggio dell'arte surrealista capacità evocativa: l'oggetto che viene rappresentato, anche il più strano, onirico, visionario, attinge comunque al repertorio comune e convenzionale di linee e colori gran parte della sua suggestione provocatoria, attinge quindi a un codice linguistico "reale". È la potenza dell'illusione che permette di vedere quello che si vuole vedere. E come sappiamo non esiste un solo modo di vedere».

"GUARDARE ALLA PROPRIA INFANZIA". «Per mantenere un minimo di lucidità», scriveva Breton, «l'uomo dovrebbe guardare alla sua infanzia che rimane l'ultimo incanto, l'unico ricordo, senza paura di una condizione piena di gioia che l'adulto può riconquistare solo con l'immaginazione». E concludeva: «Non sarà la paura della pazzia a farci lasciare a mezz'asta la bandiera dell'immaginazione».

Gli argomenti sono piuttosto contorti, e meno incisivi delle immagini. È certamente questo il motivo per il quale la pittura surrealista ha fatto dimenticare la poetica surrealista, a differenza di quanto accadde per il Futurismo, che ha lasciato un'eredità sia nelle arti visive che nei testi scritti, o - in misura ancora maggiore - per il Romanticismo, un movimento del quale si ricordano più gli scrittori dei pittori. Perché un discorso sconnesso resta sostanzialmente incomprensibile (e non stimola neppure la fantasia: è un esercizio, e basta), mentre un dipinto che ignora le regole della logica ha un fascino indiscutibile. È sufficiente guardare L'impero delle luci (che Magritte dipinse in diverse versioni) per rendersene conto: il cielo azzurro indica chiaramente che la scena è ambientata di giorno, ma la fioca luce di un lampione illumina a mala pena la casa al centro del quadro. Oppure la donna affacciata alla finestra di Paul Delvaux, che - a guardarla con attenzione - si trova nel posto sbagliato, al di là del parapetto, sospesa nel vuoto. O, ancora, il meraviglioso appartamento semivuoto di Dalí con due quadri che sono gli occhi di Mae West (celebre attrice del cinema muto), un divano che è la sua bocca, un cassettone che è il suo naso, e una tenda che è la sua indimenticabile capigliatura biondo-cenere.

Una volta Magritte scrisse: «La mia pittura consiste in immagini sconosciute di ciò che è noto». Basta poco per rendere l'idea: ribaltare le dimensioni. Nel dipinto intitolato Valori personali, Magritte suggerisce una soluzione che fa tornare alla mente le avventure di Gulliver (gigante fra i nani e nano fra i giganti) oppure i dolcetti magici ingoiati da Alice nel Paese delle meraviglie (un romanzo nel quale, non a caso, dominava il nonsense, di cui Lewis Carroll era maestro). Ma «non è necessario pensare che gli oggetti qui rappresentati si siano ingranditi a dismisura», osserva il critico d'arte Domenico Quaranta, «è sufficiente che siano stati posti in una di quelle case in miniatura che chi ha la passione del modellismo si diverte spesso a montare». Non è soltanto un gioco: «I valori personali sono oggetti così quotidiani che difficilmente ne notiamo l'esistenza. Qui le loro dimensioni sembrano però sottolineare la falsità di questa indifferenza: in realtà questi oggetti ci dominano, a tal punto che non possiamo farne a meno. Il pettine, il fiammifero, il pennello da barba, il bicchiere sono oggetti che definiscono il perfetto borghese, condizionano la sua vita e ne delimitano gli orizzonti». Ci sovrastano, come quel cielo a parete che incute timore e apprensione.

Surreale, non c'è dubbio. Ma si resterebbe ore a guardare quel quadro per cercare di interpretarne e digerirne la semplice magia. Increduli e felici, come un bambino di fronte a un cartone animato.

Max Remondino