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Novembre
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STORIA
La vita e l'arte della divina
Duse
Era schiva e frugale, l'opposto di
D'Annunzio (l'uomo al quale fu legata per molti anni), affetto da
narcisismo e manie di grandezza: Eleonora rifiutava le interviste,
non si truccava (neppure sul palcoscenico) ed era gelosissima della
sua intimità, che difendeva con le unghie e con i
denti
Un vialetto separava le due case, a Settignano, frazione di
Firenze. Una era modesta, e a renderla ancor più umile provvide
lei, Eleonora, dandole un nome che era simbolo di povertà - La
Porziuncola - in ricordo di una gita ad Assisi fatta qualche tempo
prima con Gabriele. L'altra era una splendida villa quattrocentesca
- La Capponcina (chiamata così perché era stata la dimora della
nobile famiglia Capponi) - che D'Annunzio prese in affitto proprio
per stare accanto alla Duse. Il proprietario, marchese Giacinto
Viviani della Rocca, la dava mobiliata, per mille lire l'anno.
«D'Annunzio», racconta lo scrittore Piero Chiara nella fortunata
biografia del Vate scritta più di trent'anni fa, «ne fu tanto
soddisfatto che maggiorò di sua iniziativa il canone, portandolo a
1.200 lire, ma con l'impegno del proprietario a svuotarla di tutti
i mobili. Sempre coperto di debiti (pare per oltre 70mila lire),
fece intestare il contratto d'affitto al suo amico Annibale
Tenneroni del quale, forse per beffare i creditori, volle figurare
come garante». Chiara spiega che «per risultare adeguata ai suoi
gusti, la villa aveva bisogno di grandi lavori ai quali diede
subito il via, probabilmente a spese della Duse, che gli fornì
anche l'occorrente per comprare cavalli, cani e le solite
superfluità di pessimo gusto delle quali amava circondarsi».
D'Annunzio abitò alla Capponcina per una decina di anni, assistito
da 15 domestici e circondato da 10 cavalli, 38 levrieri e più di
200 piccioni (oltre, logicamente, a un veterinario, che ebbe il
titolo di "direttore generale" della casa). «Stento la vita e pago
la mia casa poco più di cento lire al mese, modestamente», scrisse
il poeta a un amico. Per riempirla di "superfluità", arruolò un
esercito di artigiani, muratori, decoratori, ai quali dette ordine
di non badare a spese, mirando al massimo sfarzo. Antiquari e
restauratori stiparono merce preziosa in salette e saloni: statue,
tappeti, cuscini, armature, tendaggi. Quando lasciò la villa, quasi
tutto l'arredamento andò all'asta per pagare decine di creditori. E
lui, D'Annunzio, si rifugiò in Francia: considerò quella vendita (e
le pretese dei creditori) un affronto, e definì l'Italia «un Paese
immondo». Qualche anno più tardi, dopo la guerra nella quale si era
guadagnato la fama di eroe (da aggiungere a quella di Vate),
avrebbe dato libero sfogo alla sua mania di grandezza, nel
Vittoriale di Gardone, sul lago di Garda, una dimora che occupava
nove ettari di terreno e ospitava diversi edifici, un teatro
all'aperto con 1.500 posti, un auditorium, l'aereo con il quale
aveva compiuto il volo su Vienna, il mas a bordo del quale era
stato protagonista della Beffa di Buccari e la nave Puglia, che gli
era stata donata dalla Marina Militare.
Lei, Eleonora, aveva pretese più contenute. Descrisse la
Porziuncola con queste parole: «Ho affittato a Firenze una vecchia
casa fra gli olivi, una vecchia casa assai semplice senza povertà,
assai nascosta pur non essendo lontana. Vi si arriva per una
stradetta come di convento, e la porta è nascosta fra i gelsomini.
Le rondini al tetto e, al muro della casa, la vite e i glicini.
Rose dappertutto, e un vivaio di fiori d'arancio di fronte alla
finestra della mia stanza».
Poco tempo prima di morire, la Duse disse una frase citata da tutti
i suoi biografi: «L'attrice passa e non lascia traccia». Non fu il
suo caso: la memoria è ancora viva a poco meno di novant'anni dalla
sua morte. Furono più labili le tracce fisiche da lei lasciate nei
luoghi. Anche alla Porziuncola. D'Annunzio, nel suo narcisismo,
teneva molto alla celebrazione di se stesso. Le sue dimore erano
ridondanti di oggetti di ogni genere, simboli ("superflui") della
sua grandezza: il fasto era una componente insopprimibile della sua
esistenza. La Duse, viceversa, era una girovaga, per vocazione e
per necessità. Il divismo, alla fine dell'Ottocento e nei primi
anni del Novecento, imponeva trasferte continue. Con l'avvento del
cinema (dal quale la Duse fu soltanto sfiorata, con
l'interpretazione di un film, Cenere, tratto da un romanzo di
Grazia Deledda, girato nel 1916), i divi potevano alimentare il
proprio mito senza abbandonare il set. Le grandi attrici teatrali,
o le cantanti liriche, nell'Ottocento, erano condannate a spostarsi
in continuazione da una città all'altra, da un Paese all'altro, per
rendere indelebile il loro successo. Fu questo il destino, oltre
che della Duse, di Sarah Bernhardt, di Giacinta Pezzana (al fianco
della quale Eleonora mosse i primi passi sul palcoscenico) e di
Adelaide Ristori, che Cavour considerava alla stregua di un'inviata
della diplomazia piemontese nel mondo per propagandare la causa
risorgimentale. E fu il destino anche di Maria Malibran e Giuditta
Pasta, le soprano che diffondevano in tutta Europa la musica di
Giuseppe Verdi, o di Vincenzo Bellini.
Le tournée all'estero tenevano la Duse lontana da casa per molti
mesi consecutivi, e la casa era soltanto un rifugio. I viaggi
moltiplicavano la sua popolarità e la sua fama di grandissima
attrice, l'unica in grado di competere con la Bernhardt, che era la
"divina" per antonomasia, e si comportava di conseguenza. Del tutto
diversa da Eleonora, che non faceva nulla per incrementare il suo
mito. Non concedeva interviste ai giornali, non si truccava in
scena. Puntava esclusivamente sulla presenza in palcoscenico. La
prima volta che si recò negli Stati Uniti (era il 1896) si rifiutò
di parlare con i giornalisti. Sosteneva che tutte le sere dava al
pubblico tutta se stessa, senza riserve; ma pretendeva che il resto
della giornata fosse per sé soltanto. La gente - diceva - non aveva
alcun bisogno di conoscere nulla di più di quanto lei rivelasse sul
palcoscenico. Alla fine cedette alle insistenze del suo impresario
americano, accettando di incontrare un rappresentante della stampa
per spiegare le proprie ragioni, ma pretese che fosse una donna. Si
trattò di uno sfogo, più che di un'intervista, condensato in poche
frasi: «Sono forestiera», disse alla sua interlocutrice, «e non
conosco le abitudini del vostro Paese. Mi accusano di mancar di
rispetto alla stampa, perché non mi è possibile ricevere tutti i
giornalisti che chiedono di me. Volete voi esser la mia interprete?
Noi donne dobbiamo mostrarci solidali e aiutarci scambievolmente.
Vi prego di chiedere ai vostri colleghi perché le operaie che
durante il giorno compiono la loro fatica hanno diritto di riposare
la notte, mentre io, che lavoro tutte le sere, non dovrei avere in
pace, per me, i miei pomeriggi. È una fatica - e anche ingrata -
quella di rispondere a coloro che si presentano al mio albergo, e
che mi rivolgono cento domande indiscrete, sotto pretesto che
un'attrice appartiene al pubblico. A me pare, invece, che l'attrice
debba arrivare nuova sulla scena, senza far vedere prima, agli
spettatori, di che cosa è fatto il giocattolo col quale si
divertiranno...».
Si comportava alla stessa maniera con le persone illustri che
chiedevano di incontrarla. Una volta, al Teatro Valle di Roma, in
occasione della rappresentazione della Cavalleria rusticana di
Giovanni Verga, la regina Margherita la invitò, durante
l'intervallo, nel suo palco: «Vogliate dire a Sua Maestà», rispose
lei al messaggero, declinando l'invito, «che le sono molto grata
dell'onore concessomi, ma ella capirà che è umiliante per
un'attrice attraversare il corridoio di un teatro in abito di
scena». La regina capì, e la invitò al Quirinale. Andò peggio in
Germania. Il gran maresciallo di corte del sovrano del Württemberg
le annunciò l'imminente visita del re nel camerino. La replica fu
questa: «Vostra eccellenza vorrà ringraziare Sua Maestà e dirle che
la sua benevolenza mi commuove, ma che non posso aderire al suo
desiderio. Le visite mi richiamano alla realtà, e rompono
l'illusione della quale ho bisogno». Il sovrano non se ne dette per
inteso, e bussò ripetutamente alla porta del camerino, senza
riuscire a convincere Eleonora, che il giorno dopo lasciò il Paese
con tutta la sua compagnia con la motivazione ufficiale che «l'aria
di Stoccarda non si confà alla salute della signorina Duse».
Quei rifiuti (così scandalosi) erano dettati da esigenze vitali per
la sua arte. Lo scrittore russo Vjaceslav Ivanovic Ivanov raccontò
la concentrazione di cui lei aveva bisogno per esprimere il meglio
di sé davanti al pubblico: «Cominciava a recitare il dramma dietro
le quinte, e quando entrava in scena era già nel pieno della sua
"seconda vita", calda, fremente, in grado di comunicare subito al
pubblico il suo furore artistico». Non si truccava, incurante
persino del passare del tempo, delle rughe e dei capelli che si
imbiancavano. Era assolutamente se stessa sulla scena, ma allo
stesso tempo era il personaggio che interpretava, al quale donava
la sua faccia, le sue espressioni, e persino la sua anima. Una
volta confessò che ogni personaggio che aveva portato sul
palcoscenico l'aveva modificata.
Luigi Pirandello scrisse che la Duse «sentiva profondamente le
donne che interpretava, rivivendole in sé una dopo l'altra con
tutte le loro sensazioni, i loro sentimenti, i loro impulsi».
Soltanto a Gabriele D'Annunzio lei permise di violare la sua
intimità, raccontandola (con il nome di Foscarina) nel romanzo Il
fuoco. «Avevo comprato col mio gruzzolo», le fece dire, raccontando
la sua prima interpretazione a Verona di Giulietta nella tragedia
di Shakespeare, «nella piazza delle Erbe, un gran fascio di rose.
Le rose furono il mio solo ornamento. Le mescolai alle mie parole,
ai miei gesti, ad ogni mia attitudine: ne lasciai cadere una ai
piedi di Romeo quando c'incontrammo, ne sfogliai una sul suo capo
dal balcone e di tutte ricopersi alla fine il suo cadavere nel
sepolcro... Quando ricaddi sul corpo di Romeo, la folla urlò
nell'ombra con tanta violenza ch'io mi sbigottii».
La critica non fu generosa con D'Annunzio, accusandolo di aver
violato l'intimità della sua compagna. «Conosco il romanzo», lo
difese lei, con grande generosità, «e ne ho autorizzato la stampa,
perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta, quando si
tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E
poi, ho quarant'anni... e amo». |
Benedetto Testa
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