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La vita e l'arte della divina Duse

Era schiva e frugale, l'opposto di D'Annunzio (l'uomo al quale fu legata per molti anni), affetto da narcisismo e manie di grandezza: Eleonora rifiutava le interviste, non si truccava (neppure sul palcoscenico) ed era gelosissima della sua intimità, che difendeva con le unghie e con i denti

Ritratto di Eleonora Dusa, di Michele Gordigiani Un vialetto separava le due case, a Settignano, frazione di Firenze. Una era modesta, e a renderla ancor più umile provvide lei, Eleonora, dandole un nome che era simbolo di povertà - La Porziuncola - in ricordo di una gita ad Assisi fatta qualche tempo prima con Gabriele. L'altra era una splendida villa quattrocentesca - La Capponcina (chiamata così perché era stata la dimora della nobile famiglia Capponi) - che D'Annunzio prese in affitto proprio per stare accanto alla Duse. Il proprietario, marchese Giacinto Viviani della Rocca, la dava mobiliata, per mille lire l'anno. «D'Annunzio», racconta lo scrittore Piero Chiara nella fortunata biografia del Vate scritta più di trent'anni fa, «ne fu tanto soddisfatto che maggiorò di sua iniziativa il canone, portandolo a 1.200 lire, ma con l'impegno del proprietario a svuotarla di tutti i mobili. Sempre coperto di debiti (pare per oltre 70mila lire), fece intestare il contratto d'affitto al suo amico Annibale Tenneroni del quale, forse per beffare i creditori, volle figurare come garante». Chiara spiega che «per risultare adeguata ai suoi gusti, la villa aveva bisogno di grandi lavori ai quali diede subito il via, probabilmente a spese della Duse, che gli fornì anche l'occorrente per comprare cavalli, cani e le solite superfluità di pessimo gusto delle quali amava circondarsi».

D'Annunzio abitò alla Capponcina per una decina di anni, assistito da 15 domestici e circondato da 10 cavalli, 38 levrieri e più di 200 piccioni (oltre, logicamente, a un veterinario, che ebbe il titolo di "direttore generale" della casa). «Stento la vita e pago la mia casa poco più di cento lire al mese, modestamente», scrisse il poeta a un amico. Per riempirla di "superfluità", arruolò un esercito di artigiani, muratori, decoratori, ai quali dette ordine di non badare a spese, mirando al massimo sfarzo. Antiquari e restauratori stiparono merce preziosa in salette e saloni: statue, tappeti, cuscini, armature, tendaggi. Quando lasciò la villa, quasi tutto l'arredamento andò all'asta per pagare decine di creditori. E lui, D'Annunzio, si rifugiò in Francia: considerò quella vendita (e le pretese dei creditori) un affronto, e definì l'Italia «un Paese immondo». Qualche anno più tardi, dopo la guerra nella quale si era guadagnato la fama di eroe (da aggiungere a quella di Vate), avrebbe dato libero sfogo alla sua mania di grandezza, nel Vittoriale di Gardone, sul lago di Garda, una dimora che occupava nove ettari di terreno e ospitava diversi edifici, un teatro all'aperto con 1.500 posti, un auditorium, l'aereo con il quale aveva compiuto il volo su Vienna, il mas a bordo del quale era stato protagonista della Beffa di Buccari e la nave Puglia, che gli era stata donata dalla Marina Militare.

Lei, Eleonora, aveva pretese più contenute. Descrisse la Porziuncola con queste parole: «Ho affittato a Firenze una vecchia casa fra gli olivi, una vecchia casa assai semplice senza povertà, assai nascosta pur non essendo lontana. Vi si arriva per una stradetta come di convento, e la porta è nascosta fra i gelsomini. Le rondini al tetto e, al muro della casa, la vite e i glicini. Rose dappertutto, e un vivaio di fiori d'arancio di fronte alla finestra della mia stanza».

Poco tempo prima di morire, la Duse disse una frase citata da tutti i suoi biografi: «L'attrice passa e non lascia traccia». Non fu il suo caso: la memoria è ancora viva a poco meno di novant'anni dalla sua morte. Furono più labili le tracce fisiche da lei lasciate nei luoghi. Anche alla Porziuncola. D'Annunzio, nel suo narcisismo, teneva molto alla celebrazione di se stesso. Le sue dimore erano ridondanti di oggetti di ogni genere, simboli ("superflui") della sua grandezza: il fasto era una componente insopprimibile della sua esistenza. La Duse, viceversa, era una girovaga, per vocazione e per necessità. Il divismo, alla fine dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, imponeva trasferte continue. Con l'avvento del cinema (dal quale la Duse fu soltanto sfiorata, con l'interpretazione di un film, Cenere, tratto da un romanzo di Grazia Deledda, girato nel 1916), i divi potevano alimentare il proprio mito senza abbandonare il set. Le grandi attrici teatrali, o le cantanti liriche, nell'Ottocento, erano condannate a spostarsi in continuazione da una città all'altra, da un Paese all'altro, per rendere indelebile il loro successo. Fu questo il destino, oltre che della Duse, di Sarah Bernhardt, di Giacinta Pezzana (al fianco della quale Eleonora mosse i primi passi sul palcoscenico) e di Adelaide Ristori, che Cavour considerava alla stregua di un'inviata della diplomazia piemontese nel mondo per propagandare la causa risorgimentale. E fu il destino anche di Maria Malibran e Giuditta Pasta, le soprano che diffondevano in tutta Europa la musica di Giuseppe Verdi, o di Vincenzo Bellini.

Le tournée all'estero tenevano la Duse lontana da casa per molti mesi consecutivi, e la casa era soltanto un rifugio. I viaggi moltiplicavano la sua popolarità e la sua fama di grandissima attrice, l'unica in grado di competere con la Bernhardt, che era la "divina" per antonomasia, e si comportava di conseguenza. Del tutto diversa da Eleonora, che non faceva nulla per incrementare il suo mito. Non concedeva interviste ai giornali, non si truccava in scena. Puntava esclusivamente sulla presenza in palcoscenico. La prima volta che si recò negli Stati Uniti (era il 1896) si rifiutò di parlare con i giornalisti. Sosteneva che tutte le sere dava al pubblico tutta se stessa, senza riserve; ma pretendeva che il resto della giornata fosse per sé soltanto. La gente - diceva - non aveva alcun bisogno di conoscere nulla di più di quanto lei rivelasse sul palcoscenico. Alla fine cedette alle insistenze del suo impresario americano, accettando di incontrare un rappresentante della stampa per spiegare le proprie ragioni, ma pretese che fosse una donna. Si trattò di uno sfogo, più che di un'intervista, condensato in poche frasi: «Sono forestiera», disse alla sua interlocutrice, «e non conosco le abitudini del vostro Paese. Mi accusano di mancar di rispetto alla stampa, perché non mi è possibile ricevere tutti i giornalisti che chiedono di me. Volete voi esser la mia interprete? Noi donne dobbiamo mostrarci solidali e aiutarci scambievolmente. Vi prego di chiedere ai vostri colleghi perché le operaie che durante il giorno compiono la loro fatica hanno diritto di riposare la notte, mentre io, che lavoro tutte le sere, non dovrei avere in pace, per me, i miei pomeriggi. È una fatica - e anche ingrata - quella di rispondere a coloro che si presentano al mio albergo, e che mi rivolgono cento domande indiscrete, sotto pretesto che un'attrice appartiene al pubblico. A me pare, invece, che l'attrice debba arrivare nuova sulla scena, senza far vedere prima, agli spettatori, di che cosa è fatto il giocattolo col quale si divertiranno...».

Si comportava alla stessa maniera con le persone illustri che chiedevano di incontrarla. Una volta, al Teatro Valle di Roma, in occasione della rappresentazione della Cavalleria rusticana di Giovanni Verga, la regina Margherita la invitò, durante l'intervallo, nel suo palco: «Vogliate dire a Sua Maestà», rispose lei al messaggero, declinando l'invito, «che le sono molto grata dell'onore concessomi, ma ella capirà che è umiliante per un'attrice attraversare il corridoio di un teatro in abito di scena». La regina capì, e la invitò al Quirinale. Andò peggio in Germania. Il gran maresciallo di corte del sovrano del Württemberg le annunciò l'imminente visita del re nel camerino. La replica fu questa: «Vostra eccellenza vorrà ringraziare Sua Maestà e dirle che la sua benevolenza mi commuove, ma che non posso aderire al suo desiderio. Le visite mi richiamano alla realtà, e rompono l'illusione della quale ho bisogno». Il sovrano non se ne dette per inteso, e bussò ripetutamente alla porta del camerino, senza riuscire a convincere Eleonora, che il giorno dopo lasciò il Paese con tutta la sua compagnia con la motivazione ufficiale che «l'aria di Stoccarda non si confà alla salute della signorina Duse».

Quei rifiuti (così scandalosi) erano dettati da esigenze vitali per la sua arte. Lo scrittore russo Vjaceslav Ivanovic Ivanov raccontò la concentrazione di cui lei aveva bisogno per esprimere il meglio di sé davanti al pubblico: «Cominciava a recitare il dramma dietro le quinte, e quando entrava in scena era già nel pieno della sua "seconda vita", calda, fremente, in grado di comunicare subito al pubblico il suo furore artistico». Non si truccava, incurante persino del passare del tempo, delle rughe e dei capelli che si imbiancavano. Era assolutamente se stessa sulla scena, ma allo stesso tempo era il personaggio che interpretava, al quale donava la sua faccia, le sue espressioni, e persino la sua anima. Una volta confessò che ogni personaggio che aveva portato sul palcoscenico l'aveva modificata.

Luigi Pirandello scrisse che la Duse «sentiva profondamente le donne che interpretava, rivivendole in sé una dopo l'altra con tutte le loro sensazioni, i loro sentimenti, i loro impulsi».

Soltanto a Gabriele D'Annunzio lei permise di violare la sua intimità, raccontandola (con il nome di Foscarina) nel romanzo Il fuoco. «Avevo comprato col mio gruzzolo», le fece dire, raccontando la sua prima interpretazione a Verona di Giulietta nella tragedia di Shakespeare, «nella piazza delle Erbe, un gran fascio di rose. Le rose furono il mio solo ornamento. Le mescolai alle mie parole, ai miei gesti, ad ogni mia attitudine: ne lasciai cadere una ai piedi di Romeo quando c'incontrammo, ne sfogliai una sul suo capo dal balcone e di tutte ricopersi alla fine il suo cadavere nel sepolcro... Quando ricaddi sul corpo di Romeo, la folla urlò nell'ombra con tanta violenza ch'io mi sbigottii».

La critica non fu generosa con D'Annunzio, accusandolo di aver violato l'intimità della sua compagna. «Conosco il romanzo», lo difese lei, con grande generosità, «e ne ho autorizzato la stampa, perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta, quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi, ho quarant'anni... e amo».
Benedetto Testa