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Scenari di un'altra Creta

Sugli altipiani squarciati da canyon e grotte quasi inaccessibili, alla scoperta delle bellezze naturali e dei "segreti" dell'Isola. Una ricchezza inaspettata, che si aggiunge a quella, più nota, paesaggistica e storico-archeologica

L'estate è ormai trascorsa, ma le previsioni del tempo, per l'inizio d'autunno, continuano ad indicare giorni soleggiati. Questo, e la conferma da Creta (Kriti) che in questo periodo saranno ancora visitabili alcuni luoghi di nostro interesse, facilitano la decisione di tornare sull'isola a poco più di un anno dall'ultima escursione.

La rotta dell'aereo è verso la città di Hanià (o Chanià). Dall'alto è visibile una Una delle tipiche chiesette che punteggiano gli altopiani dell'isola di Creta discreta parte dell'isola di Zeus e Minosse, di Dedalo ed Icaro. Con i suoi 8.261 chilometri quadrati, è la più grande della Grecia e la quinta dell'area mediterranea; lunga e stretta, posta tra il mare Egeo e quello libico, conta 250 chilometri da un estremo all'altro. Le maggiori città (oltre ad Hanià, Rethymno, Iraklio, Agios Nikòlaos e Sitia) sono sulla costa settentrionale, ove l'aspetto morfologico è più regolare. Il 50 per cento del territorio è invece coperto di colline, altipiani squarciati da canyon, con gole profonde che terminano in fertili pianure nelle vicinanze del mare, e catene montuose a tratti inaccessibili (Lefkà Ori o Montagne Bianche, Ida o Psiloritis e Dikti). Il paesaggio si alterna continuamente: ora aspro e selvaggio, ora dolce e boscoso. In altitudine, paesini immersi nel verde: tra olivi, vigneti ed aranci si ammirano le tradizionali abitazioni agricole in muratura a secco (le mitata), ma anche monasteri, chiesette campestri e mura di antichi castelli.

La posizione geografica di Creta favorisce la crescita di castagni, querce e cipressi, palme e cedri. Non mancano erbe medicamentose ed aromatiche, come il laudano, il dittamo e lo spino. Esotici sono i suoi frutti: dall'avocado al kiwi, dai meloni ai dolcissimi fichi. Se al turista vengono in prevalenza offerti i prodotti della pesca, in particolare l'aragosta, i cretesi preferiscono la cucina a base di carne, come il capretto e la tradizionale salciccia, o gli ottimi formaggi, in specie il cremoso staka. Buona anche la produzione di miele di timo aromatico, nonché del latte di capra.

L'ospitalità dell'isola è proverbiale e la si riscontra anche nei piccoli centri di montagna. Creta, del resto, è quella rappresentata dal romanziere Nikos Kazantzakis in Zorba il greco, con Zorba a incarnare il lato orgoglioso, socievole e amante della vita dei cretesi, nonostante i molti dominatori che l'isola ha conosciuto nel tempo. Creta ha una storia millenaria, che si intreccia con la mitologia e la leggenda. Una storia che inizia con la civiltà minoica (2800-1150 a.C.), le cui testimonianze per quasi tremila anni sono rimaste sepolte e dimenticate: solo all'inizio del XX secolo i grandi palazzi di Cnosso, Festo, Màlia e Zàkros sono stati riportati alla luce, grazie in particolare all'opera svolta dall'archeologo inglese sir Arthur John Evans (1851-1941). Essi mostrano la raffinatezza e la creatività artistica di questa civiltà, il cui fulgore sarà interrotto dall'eruzione del vulcano Santorini nel 1450 a.C. La vita della popolazione seguiterà comunque attraverso il commercio con i Fenici, i Siriani e gli Egiziani, prima della colonizzazione greca e poi di quella romana. Sull'isola arriverà il Cristianesimo; i Bizantini porteranno ricchezza ed erigeranno chiese con splendenti mosaici.

Creta subirà anche invasioni, come quelle slave, e la conquista da parte degli Arabi (Hanià diverrà la capitale). Quindi vi si insedieranno i Veneziani, in una convivenza pacifica in cui fioriranno lettere ed arti. Dopo aver fatto parte dell'Impero ottomano, otterrà la sua indipendenza nel 1898 e sarà annessa allo Stato greco nel 1913. Dovrà tornare però a combattere durante la Seconda guerra mondiale, per liberarsi dall'occupazione tedesca.

La mente torna alla realtà quando l'aereo atterra ad Hanià, seconda città dell'isola: l'antica Canea, dove le moschee imposte dalla dominazione turca non riescono a cancellare l'"anima" occidentale della "Venezia d'oriente", con le sue fortificazioni portuali, gli arsenali, l'intrico delle calli del vecchio quartiere. Una leggera brezza porta gradevoli profumi anche se, come i colori, sono diversi da quelli della primavera del precedente viaggio, quando intenso era il fiorire delle orchidee selvatiche, delle silene dagli steli viscosi e delle molte altre specie che da febbraio a maggio i botanici vengono ad ammirare e a studiare.

Se le scorse mete erano stati chiese, monasteri e musei, lo scopo questa volta è l'escursione alle sovrastanti catene montuose, da dove si accede ai canyon e alle grotte con decorazioni naturali e di notevole valore scientifico, archeologico e storico: se ne contano oltre tremila, in passato centri di culto di varie religioni.

Pernottiamo ad Hanià, dopo aver gustato una cena a base di pesce in un locale sul porto condotto da pescatori, ed aver ammirato un incantevole tramonto. La mattina seguente prendiamo un autobus che ci conduce a una quarantina di chilometri a sud, al piccolo centro di Omalos, da dove ha inizio la nostra escursione alla Gola di Samarià (Farangi Samariàs).

Di ben 18 chilometri, è il precipizio più lungo d'Europa, di un'imponente bellezza. Nel percorso di alcuni tratti, richiede però notevole attenzione, nonché un abbigliamento idoneo e calzature resistenti, visti il terreno accidentato e la presenza di diverse sorgenti d'acqua. Occorrono dalla 5 alle 7 ore di cammino per l'attraversamento del canyon, effettuabile da maggio a settembre ma anche, se le condizioni climatiche sono buone, sino agli ultimi giorni di ottobre. A primavera, invece, lo scioglimento della neve caduta durante l'inverno trasforma il ruscello che percorre la gola in un torrente.

Ci si dirige verso l'indicazione xylòskalon ("scale di legno"), una barriera corrimano a protezione dell'escursionista, posta a mille metri di altitudine. Da qui si può ammirare il monte Ghighilos (2.083 metri), appartenente alla catena Lefkà Ori o delle Montagne Bianche (in quanto, solitamente, le prime ad essere innevate all'approssimarsi dell'inverno). Il percorso è irto e tortuoso, scavato nella roccia che scende per 700 metri in soli tre chilometri. In fondo troviamo la cappella di Agios Nikòlaos, che sorge in una radura all'ombra di pini e cipressi (altre ne troveremo più avanti: Agios Geòrgios, Charistòs, Metamòrphosis, Paraskevi e Rouméli). Il sentiero ora si allarga per poco, incrociando più volte il ruscello. Superato il vecchio villaggio di Samarià, che gli abitanti hanno abbandonato quando quest'area, nel 1962, è divenuta Parco Nazionale, raggiungiamo la parte più spettacolare del canyon: la gola si stringe fino a misurare solo tre metri nel punto dei cosiddetti "cancelli di ferro", con pareti che si alzano fino a 300 metri. Qui vivono la capra selvatica cretese, la bezoar, specie protetta molto agile a spostarsi sul terreno accidentato, ma anche falchi, gipeti e capinere.

D'un tratto i fianchi della gola si allargano e si entra in una vallata ove si può scorgere il vecchio paese di Agia Rouméli, anch'esso abbandonato dagli abitanti, trasferitisi in una località sulla costa alla quale hanno dato lo stesso nome: un villaggio di pescatori presso cui ci viene offerto un forte liquore chiamato raky, distillato artigianalmente. Ci imbarchiamo così per Chora Skafion, da dove a tarda sera possiamo, in autobus, rientrare ad Hanià. È nostra intenzione, però, tornare in questa zona per visitare, più ad ovest, la verdissima Gola di Agia Eirìni, posta lungo un'altura rocciosa che sovrasta la località di Soùgia, nei pressi dell'antica Lissòs; un progetto allo studio vuole collegarla a quella di Samarià. Ma molte altre gole si trovano sull'isola, tra cui quella di Therisson, lunga sei chilometri, non lontano da Hanià.

I successivi giorni ci vedranno impegnati in escursioni sulle catene montuose dello Psiloritis e del Dikti allo scopo di scendere in alcune cavità naturali, in particolare nella grotta di Ideo (Idéon Antron) ed in quella di Dikteo (Diktéon Antron), di reminiscenza mitologica. Provenienti da Hanià, superata la città di Rethimno, ci dirigiamo verso Anogia, su cui svetta la cima del monte Ida (2.456 metri), nella catena dello Psiloritis. È la montagna più alta di Creta, dove sorgono santuari e grotte. Da Anogia ci inoltriamo, per una ventina di chilometri, verso l'altopiano di Nida, attraverso un terreno roccioso lungo il quale si incontrano le capanne di pietra dei pastori. Si giunge quindi all'antro di Idéon, ove si vuole sia stato allevato Zeus per sfuggire al padre Kronos il quale, avvertito che sarebbe stato spodestato da uno dei suoi figli, aveva divorato il resto della prole. Quando la grotta fu scoperta, furono rinvenuti innumerevoli manufatti, tra cui scudi in bronzo e rame del 700 a.C. Nelle vicinanze vi è la valle di Amari: qui è ancora possibile incontrare uomini che indossano il costume tradizionale di Creta, con gonfi pantaloni, alti stivali neri ed il tipico berretto. Sul lato meridionale della montagna, dopo tre ore di "arrampicata", si giunge al villaggio di Kamarés, e poi all'omonima grotta, ove sono state ritrovate le famose ceramiche minoiche ora custodite al Museo Archeologico di Iràklio.

Proseguendo più ad est nell'isola, prima del promontorio della baia di Agios Nikòlaos, ci addentriamo ancora verso la catena dei monti Dikti, nella sovrastante pianura di Làsithi, rimasta isolata per secoli dal mondo esterno. Una fila di mulini di pietra, al Passo Séli Ampelou, segna l'ingresso all'altopiano in cui, ad un'altezza di 800 metri, si trova la grotta Diktéon. Le sue origini, almeno nella leggenda, risalgono ad un periodo precedente ai resti neolitici rinvenuti nella vicina grotta di Trapéza. La discesa ad una profondità di 70 metri richiede particolare attenzione. Stalattiti di varie forme decorano l'interno della grotta. Sul fondo c'è un laghetto, alla cui sinistra si apre l'antro principale: qui sarebbe nato Zeus, allevato da una capra. La grotta, nell'antichità, è stata luogo di culto: a seguito di scavi, da essa sono stati riportati alla luce importanti reperti archeologici.

Tornati in superficie, godiamo di un tiepido sole ormai all'orizzonte e scorgiamo il passaggio di uccelli migratori, segno naturale del volgere della stagione. I venti di maestro e di scirocco si incrociano, si scontrano; è il presagio di un repentino mutare del tempo che si manifesterà il giorno successivo, quando cadrà la prima neve, così da farci scorgere imbiancate le cime di Lefkà Ori. È l'ultima suggestione che l'isola ci offre prima della partenza, dall'aeroporto di Hanià, alla volta dell'Italia.
G. Di Vecchia