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Novembre
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REPORTAGE
Scenari di un'altra
Creta
Sugli altipiani squarciati da canyon e
grotte quasi inaccessibili, alla scoperta delle bellezze naturali e
dei "segreti" dell'Isola. Una ricchezza inaspettata, che si
aggiunge a quella, più nota, paesaggistica e
storico-archeologica
L'estate è ormai trascorsa, ma le
previsioni del tempo, per l'inizio d'autunno, continuano ad
indicare giorni soleggiati. Questo, e la conferma da Creta (Kriti)
che in questo periodo saranno ancora visitabili alcuni luoghi di
nostro interesse, facilitano la decisione di tornare sull'isola a
poco più di un anno dall'ultima escursione.
La rotta dell'aereo è verso la città di Hanià (o Chanià). Dall'alto
è visibile una
discreta parte dell'isola di Zeus e Minosse, di Dedalo ed Icaro.
Con i suoi 8.261 chilometri quadrati, è la più grande della Grecia
e la quinta dell'area mediterranea; lunga e stretta, posta tra il
mare Egeo e quello libico, conta 250 chilometri da un estremo
all'altro. Le maggiori città (oltre ad Hanià, Rethymno, Iraklio,
Agios Nikòlaos e Sitia) sono sulla costa settentrionale, ove
l'aspetto morfologico è più regolare. Il 50 per cento del
territorio è invece coperto di colline, altipiani squarciati da
canyon, con gole profonde che terminano in fertili pianure nelle
vicinanze del mare, e catene montuose a tratti inaccessibili (Lefkà
Ori o Montagne Bianche, Ida o Psiloritis e Dikti). Il paesaggio si
alterna continuamente: ora aspro e selvaggio, ora dolce e boscoso.
In altitudine, paesini immersi nel verde: tra olivi, vigneti ed
aranci si ammirano le tradizionali abitazioni agricole in muratura
a secco (le mitata), ma anche monasteri, chiesette campestri e mura
di antichi castelli.
La posizione geografica di Creta favorisce la crescita di castagni,
querce e cipressi, palme e cedri. Non mancano erbe medicamentose ed
aromatiche, come il laudano, il dittamo e lo spino. Esotici sono i
suoi frutti: dall'avocado al kiwi, dai meloni ai dolcissimi fichi.
Se al turista vengono in prevalenza offerti i prodotti della pesca,
in particolare l'aragosta, i cretesi preferiscono la cucina a base
di carne, come il capretto e la tradizionale salciccia, o gli
ottimi formaggi, in specie il cremoso staka. Buona anche la
produzione di miele di timo aromatico, nonché del latte di
capra.
L'ospitalità dell'isola è proverbiale e la si riscontra anche nei
piccoli centri di montagna. Creta, del resto, è quella
rappresentata dal romanziere Nikos Kazantzakis in Zorba il greco,
con Zorba a incarnare il lato orgoglioso, socievole e amante della
vita dei cretesi, nonostante i molti dominatori che l'isola ha
conosciuto nel tempo. Creta ha una storia millenaria, che si
intreccia con la mitologia e la leggenda. Una storia che inizia con
la civiltà minoica (2800-1150 a.C.), le cui testimonianze per quasi
tremila anni sono rimaste sepolte e dimenticate: solo all'inizio
del XX secolo i grandi palazzi di Cnosso, Festo, Màlia e Zàkros
sono stati riportati alla luce, grazie in particolare all'opera
svolta dall'archeologo inglese sir Arthur John Evans (1851-1941).
Essi mostrano la raffinatezza e la creatività artistica di questa
civiltà, il cui fulgore sarà interrotto dall'eruzione del vulcano
Santorini nel 1450 a.C. La vita della popolazione seguiterà
comunque attraverso il commercio con i Fenici, i Siriani e gli
Egiziani, prima della colonizzazione greca e poi di quella romana.
Sull'isola arriverà il Cristianesimo; i Bizantini porteranno
ricchezza ed erigeranno chiese con splendenti mosaici.
Creta subirà anche invasioni, come quelle slave, e la conquista da
parte degli Arabi (Hanià diverrà la capitale). Quindi vi si
insedieranno i Veneziani, in una convivenza pacifica in cui
fioriranno lettere ed arti. Dopo aver fatto parte dell'Impero
ottomano, otterrà la sua indipendenza nel 1898 e sarà annessa allo
Stato greco nel 1913. Dovrà tornare però a combattere durante la
Seconda guerra mondiale, per liberarsi dall'occupazione
tedesca.
La mente torna alla realtà quando l'aereo atterra ad Hanià, seconda
città dell'isola: l'antica Canea, dove le moschee imposte dalla
dominazione turca non riescono a cancellare l'"anima" occidentale
della "Venezia d'oriente", con le sue fortificazioni portuali, gli
arsenali, l'intrico delle calli del vecchio quartiere. Una leggera
brezza porta gradevoli profumi anche se, come i colori, sono
diversi da quelli della primavera del precedente viaggio, quando
intenso era il fiorire delle orchidee selvatiche, delle silene
dagli steli viscosi e delle molte altre specie che da febbraio a
maggio i botanici vengono ad ammirare e a studiare.
Se le scorse mete erano stati chiese, monasteri e musei, lo scopo
questa volta è l'escursione alle sovrastanti catene montuose, da
dove si accede ai canyon e alle grotte con decorazioni naturali e
di notevole valore scientifico, archeologico e storico: se ne
contano oltre tremila, in passato centri di culto di varie
religioni.
Pernottiamo ad Hanià, dopo aver gustato una cena a base di pesce in
un locale sul porto condotto da pescatori, ed aver ammirato un
incantevole tramonto. La mattina seguente prendiamo un autobus che
ci conduce a una quarantina di chilometri a sud, al piccolo centro
di Omalos, da dove ha inizio la nostra escursione alla Gola di
Samarià (Farangi Samariàs).
Di ben 18 chilometri, è il precipizio più lungo d'Europa, di
un'imponente bellezza. Nel percorso di alcuni tratti, richiede però
notevole attenzione, nonché un abbigliamento idoneo e calzature
resistenti, visti il terreno accidentato e la presenza di diverse
sorgenti d'acqua. Occorrono dalla 5 alle 7 ore di cammino per
l'attraversamento del canyon, effettuabile da maggio a settembre ma
anche, se le condizioni climatiche sono buone, sino agli ultimi
giorni di ottobre. A primavera, invece, lo scioglimento della neve
caduta durante l'inverno trasforma il ruscello che percorre la gola
in un torrente.
Ci si dirige verso l'indicazione xylòskalon ("scale di legno"), una
barriera corrimano a protezione dell'escursionista, posta a mille
metri di altitudine. Da qui si può ammirare il monte Ghighilos
(2.083 metri), appartenente alla catena Lefkà Ori o delle Montagne
Bianche (in quanto, solitamente, le prime ad essere innevate
all'approssimarsi dell'inverno). Il percorso è irto e tortuoso,
scavato nella roccia che scende per 700 metri in soli tre
chilometri. In fondo troviamo la cappella di Agios Nikòlaos, che
sorge in una radura all'ombra di pini e cipressi (altre ne
troveremo più avanti: Agios Geòrgios, Charistòs, Metamòrphosis,
Paraskevi e Rouméli). Il sentiero ora si allarga per poco,
incrociando più volte il ruscello. Superato il vecchio villaggio di
Samarià, che gli abitanti hanno abbandonato quando quest'area, nel
1962, è divenuta Parco Nazionale, raggiungiamo la parte più
spettacolare del canyon: la gola si stringe fino a misurare solo
tre metri nel punto dei cosiddetti "cancelli di ferro", con pareti
che si alzano fino a 300 metri. Qui vivono la capra selvatica
cretese, la bezoar, specie protetta molto agile a spostarsi sul
terreno accidentato, ma anche falchi, gipeti e capinere.
D'un tratto i fianchi della gola si allargano e si entra in una
vallata ove si può scorgere il vecchio paese di Agia Rouméli,
anch'esso abbandonato dagli abitanti, trasferitisi in una località
sulla costa alla quale hanno dato lo stesso nome: un villaggio di
pescatori presso cui ci viene offerto un forte liquore chiamato
raky, distillato artigianalmente. Ci imbarchiamo così per Chora
Skafion, da dove a tarda sera possiamo, in autobus, rientrare ad
Hanià. È nostra intenzione, però, tornare in questa zona per
visitare, più ad ovest, la verdissima Gola di Agia Eirìni, posta
lungo un'altura rocciosa che sovrasta la località di Soùgia, nei
pressi dell'antica Lissòs; un progetto allo studio vuole collegarla
a quella di Samarià. Ma molte altre gole si trovano sull'isola, tra
cui quella di Therisson, lunga sei chilometri, non lontano da
Hanià.
I successivi giorni ci vedranno impegnati in escursioni sulle
catene montuose dello Psiloritis e del Dikti allo scopo di scendere
in alcune cavità naturali, in particolare nella grotta di Ideo
(Idéon Antron) ed in quella di Dikteo (Diktéon Antron), di
reminiscenza mitologica. Provenienti da Hanià, superata la città di
Rethimno, ci dirigiamo verso Anogia, su cui svetta la cima del
monte Ida (2.456 metri), nella catena dello Psiloritis. È la
montagna più alta di Creta, dove sorgono santuari e grotte. Da
Anogia ci inoltriamo, per una ventina di chilometri, verso
l'altopiano di Nida, attraverso un terreno roccioso lungo il quale
si incontrano le capanne di pietra dei pastori. Si giunge quindi
all'antro di Idéon, ove si vuole sia stato allevato Zeus per
sfuggire al padre Kronos il quale, avvertito che sarebbe stato
spodestato da uno dei suoi figli, aveva divorato il resto della
prole. Quando la grotta fu scoperta, furono rinvenuti innumerevoli
manufatti, tra cui scudi in bronzo e rame del 700 a.C. Nelle
vicinanze vi è la valle di Amari: qui è ancora possibile incontrare
uomini che indossano il costume tradizionale di Creta, con gonfi
pantaloni, alti stivali neri ed il tipico berretto. Sul lato
meridionale della montagna, dopo tre ore di "arrampicata", si
giunge al villaggio di Kamarés, e poi all'omonima grotta, ove sono
state ritrovate le famose ceramiche minoiche ora custodite al Museo
Archeologico di Iràklio.
Proseguendo più ad est nell'isola, prima del promontorio della baia
di Agios Nikòlaos, ci addentriamo ancora verso la catena dei monti
Dikti, nella sovrastante pianura di Làsithi, rimasta isolata per
secoli dal mondo esterno. Una fila di mulini di pietra, al Passo
Séli Ampelou, segna l'ingresso all'altopiano in cui, ad un'altezza
di 800 metri, si trova la grotta Diktéon. Le sue origini, almeno
nella leggenda, risalgono ad un periodo precedente ai resti
neolitici rinvenuti nella vicina grotta di Trapéza. La discesa ad
una profondità di 70 metri richiede particolare attenzione.
Stalattiti di varie forme decorano l'interno della grotta. Sul
fondo c'è un laghetto, alla cui sinistra si apre l'antro
principale: qui sarebbe nato Zeus, allevato da una capra. La
grotta, nell'antichità, è stata luogo di culto: a seguito di scavi,
da essa sono stati riportati alla luce importanti reperti
archeologici.
Tornati in superficie, godiamo di un tiepido sole ormai
all'orizzonte e scorgiamo il passaggio di uccelli migratori, segno
naturale del volgere della stagione. I venti di maestro e di
scirocco si incrociano, si scontrano; è il presagio di un repentino
mutare del tempo che si manifesterà il giorno successivo, quando
cadrà la prima neve, così da farci scorgere imbiancate le cime di
Lefkà Ori. È l'ultima suggestione che l'isola ci offre prima della
partenza, dall'aeroporto di Hanià, alla volta
dell'Italia. |
G. Di Vecchia
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