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Inseguendo il sogno della longevità

Riflessioni in margine al Premio Nobel per la Medicina, assegnato quest'anno a tre scienziati ai quali si deve una scoperta capace di rivoluzionare il concetto stesso di 'vecchiaia'

Da sinistra: Jack W.Szostack, Carol W.Greider ed Elizabeth H.Blackburn, i tre ricercatori insigniti del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia Forse non è un caso - ma la provvidenziale indicazione di quanto contino nella vita dell'uomo anche i piccoli gesti quotidiani - che, fra i tre vincitori del Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia, vi sia una donna, Carol W. Greider, che "stava facendo il bucato" quando le è stato comunicato, da parte della giuria, che era stata insignita dell'altissima onorificenza. Una donna, e i suoi piccoli e consuetudinari gesti quotidiani, a indicarci che all'altra metà del cielo noi maschi non dobbiamo solo il fatto d'essere stati messi al mondo dopo nove mesi di gestazione non sempre tranquilla, ma anche di essere spesso sollevati da qualche scomoda incombenza e, come se non bastasse, di essere autrice di certe conquiste della Scienza. L'ultima, frutto della cooperazione fra due donne - la maestra Elizabeth H. Blackburn e l'allieva Greider - e di un collega, Jack W. Szostak, non cancellerà il postulato assai poco consolatorio che, dopo tutto, la morte è una manifestazione, per quanto ultima, della vita. Nel promettere di allungarci la vita, però, ce ne attenua, pur parzialmente, l'angoscia.

Era dagli albori dell'umanità che l'uomo inseguiva il miraggio della longevità. Senectus ipsa morbus, diceva una massima dei latini, convinti com'erano che la vecchiaia fosse la sola malattia incurabile. Un pregiudizio da cui non è mai stata affetta, però, la Scienza medica e fisiologica, che ha costantemente perseguito, come gli alchimisti del passato, il miraggio della longevità, proprio sulla base dell'assunto che fosse un errore confondere un "processo" - appunto l'invecchiamento - con una malattia. L'uno, infatti, il processo, in quanto "fisiologico", poteva essere contenuto, solo che se ne fossero scoperte le cause (come sta accadendo), ma certamente non curato; la malattia, al contrario, indipendentemente da chi ne fosse colpito, restava pur sempre una "patologia" e, in quanto tale, passibile di rimedio. Poiché, dunque, già si sapeva che la longevità nei vermi e nei moscerini era influenzata solo da una decina o meno di geni - e nulla escludeva fosse così anche per gli uomini -, si trattava di scoprirli. È esattamente ciò che sono riusciti a fare i vincitori di questo Nobel 2009.

Non siamo tornati, però, all'"età dell'oro" della mitologia greca, in cui gli uomini, di una località peraltro sconosciuta, morivano vecchissimi, e serenamente, nel sonno; né al mito di Prometeo e di Pandora dei secoli VIII e IX avanti Cristo, o della leggenda babilonese, degli uomini ossessionati dalla ricerca dell'immortalità. E per fortuna la Scienza ci ha messo al riparo da soluzioni tanto avventurose quanto grottesche escogitate anche in un passato relativamente recente da qualche ciarlatano; come quella proposta dal fisico francese Charles-Edouard Brown, che suggeriva di inoculare nelle persone anziane le "sostanze vitali" estratte dai testicoli di animali domestici, o quella ideata dal fisiologo austriaco Eugen Steinach, che nel 1920 era convinto che il trapianto di organi maschili appartenenti a giovani uomini nei vecchi ne avrebbe favorito la longevità. Molti poi ricordano le cure della dottoressa Aslan, che aveva illuso molta gente di aver trovato l'elisir di lunga vita; altri, ancor oggi, sono convinti che l'ingestione sistematica di vitamine e di ormoni allunghi la vita.

Ora, i tre scienziati che hanno vinto il Nobel hanno scoperto come funziona l'enzima, se non dell'immortalità, della longevità, il cui processo attivo nell'organismo umano è detto telomerasi. Le estremità dei cromosomi, cioè segmenti di Dna detti telomeri, sono una sorta di "cappucci" molecolari - dei quali già si conosceva l'esistenza dagli anni Trenta - che hanno una funzione protettiva dei cromosomi stessi, impedendo che essi, per dirla con parole più comprensibili, siano progressivamente "smangiucchiati" e si deteriorino quando i telomeri vengono, appunto, a mancare. Nel proteggere il cromosoma, infatti, ogni telomero si consuma ad ogni divisione molecolare; nei bambini la cellula lo ricostituisce, ma via via che passano gli anni l'efficacia di tale processo si riduce. È quindi dalla misurazione della lunghezza dei telomeri che si appura l'invecchiamento delle cellule, cioè, in buona sostanza, quello dell'individuo. Si tratta, perciò, di attivare un processo di riparazione che mantenga il telomero sempre della stessa lunghezza. La telomerasi ha la funzione di creare i telomeri; se funziona regolarmente, le cellule non invecchiano; se agisce in modo insufficiente, insorgono alcune malattie congenite come la carenza di globuli rossi; se funziona troppo, il rischio è che le cellule diventino cancerogene.

Fin qui è quello che ho capito io, e che ho cercato di spiegare nel modo più didascalico e comprensibile possibile, non illudendomi di aver evitato qualche castroneria che, spero, i lettori più esperti di me mi vorranno perdonare.

Vorrei, a questo punto, aggiungere due riflessioni che mi sono più congeniali. La prima è che le ricerche di base - condotte soprattutto da chi ha la capacità, le risorse, il tempo per farle, nei Paesi più ricchi - hanno un grande pregio. Poiché i loro risultati sono frutto, innanzi tutto, della volontà dei ricercatori - non a caso sono dette, in inglese, curiosity driven, "spinte dalla curiosità" -, esse sono generatrici di grandi scoperte solo apparentemente fini a se stesse, in quanto, poi, si aprono ad applicazioni pratiche successive fino a quel momento impreviste e imprevedibili. L'idea, dunque, che ciò che conta sia la ricerca applicata e che quella di base sia pressoché inutile, è del tutto falsa e rappresenta spesso solo una giustificazione alla sua assenza per carenza di mezzi. Senza trascurare il rapporto, sempre proficuo, fra ricerca applicata e industria, non solo farmaceutica, è anche nella direzione di quella di base che di solito si indirizza un Paese che non voglia restare indietro sul piano internazionale.

La seconda riflessione è che diventano pregiudizialmente importanti, sotto questo profilo, due condizioni: che l'università sforni in modo adeguato potenziali ricercatori e che il Paese non se li lasci scappare per mancanza di mezzi o per incuria. La cosiddetta "fuga di cervelli" non è mai, o rarissimamente, "fuga di scienziati", proprio perché "scienziati" diventano, poi, all'estero, quei giovani che, quando lasciano il proprio Paese, spesso non sono ancora neppure ricercatori, ma solo ragazzi desiderosi di diventarlo.

Una terza condizione, infine, è che la scuola insegni ai ragazzi a lavorare assieme: il lavoro di gruppo è sempre proficuo, figuriamoci nella ricerca. Non è un caso che, a guadagnarsi il Nobel, siano stati tre scienziati-ricercatori che hanno lavorato assieme: persino la maestra con la sua allieva.
Piero Ostellino