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Novembre
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L'OPINIONE
Inseguendo il sogno della
longevità
Riflessioni in margine al Premio Nobel
per la Medicina, assegnato quest'anno a tre scienziati ai quali si
deve una scoperta capace di rivoluzionare il concetto stesso di
'vecchiaia'
Forse non è un caso - ma la provvidenziale indicazione di quanto
contino nella vita dell'uomo anche i piccoli gesti quotidiani -
che, fra i tre vincitori del Premio Nobel per la Medicina e la
Fisiologia, vi sia una donna, Carol W. Greider, che "stava facendo
il bucato" quando le è stato comunicato, da parte della giuria, che
era stata insignita dell'altissima onorificenza. Una donna, e i
suoi piccoli e consuetudinari gesti quotidiani, a indicarci che
all'altra metà del cielo noi maschi non dobbiamo solo il fatto
d'essere stati messi al mondo dopo nove mesi di gestazione non
sempre tranquilla, ma anche di essere spesso sollevati da qualche
scomoda incombenza e, come se non bastasse, di essere autrice di
certe conquiste della Scienza. L'ultima, frutto della cooperazione
fra due donne - la maestra Elizabeth H. Blackburn e l'allieva
Greider - e di un collega, Jack W. Szostak, non cancellerà il
postulato assai poco consolatorio che, dopo tutto, la morte è una
manifestazione, per quanto ultima, della vita. Nel promettere di
allungarci la vita, però, ce ne attenua, pur parzialmente,
l'angoscia.
Era dagli albori dell'umanità che l'uomo inseguiva il miraggio
della longevità. Senectus ipsa morbus, diceva una massima dei
latini, convinti com'erano che la vecchiaia fosse la sola malattia
incurabile. Un pregiudizio da cui non è mai stata affetta, però, la
Scienza medica e fisiologica, che ha costantemente perseguito, come
gli alchimisti del passato, il miraggio della longevità, proprio
sulla base dell'assunto che fosse un errore confondere un
"processo" - appunto l'invecchiamento - con una malattia. L'uno,
infatti, il processo, in quanto "fisiologico", poteva essere
contenuto, solo che se ne fossero scoperte le cause (come sta
accadendo), ma certamente non curato; la malattia, al contrario,
indipendentemente da chi ne fosse colpito, restava pur sempre una
"patologia" e, in quanto tale, passibile di rimedio. Poiché,
dunque, già si sapeva che la longevità nei vermi e nei moscerini
era influenzata solo da una decina o meno di geni - e nulla
escludeva fosse così anche per gli uomini -, si trattava di
scoprirli. È esattamente ciò che sono riusciti a fare i vincitori
di questo Nobel 2009.
Non siamo tornati, però, all'"età dell'oro" della mitologia greca,
in cui gli uomini, di una località peraltro sconosciuta, morivano
vecchissimi, e serenamente, nel sonno; né al mito di Prometeo e di
Pandora dei secoli VIII e IX avanti Cristo, o della leggenda
babilonese, degli uomini ossessionati dalla ricerca
dell'immortalità. E per fortuna la Scienza ci ha messo al riparo da
soluzioni tanto avventurose quanto grottesche escogitate anche in
un passato relativamente recente da qualche ciarlatano; come quella
proposta dal fisico francese Charles-Edouard Brown, che suggeriva
di inoculare nelle persone anziane le "sostanze vitali" estratte
dai testicoli di animali domestici, o quella ideata dal fisiologo
austriaco Eugen Steinach, che nel 1920 era convinto che il
trapianto di organi maschili appartenenti a giovani uomini nei
vecchi ne avrebbe favorito la longevità. Molti poi ricordano le
cure della dottoressa Aslan, che aveva illuso molta gente di aver
trovato l'elisir di lunga vita; altri, ancor oggi, sono convinti
che l'ingestione sistematica di vitamine e di ormoni allunghi la
vita.
Ora, i tre scienziati che hanno vinto il Nobel hanno scoperto come
funziona l'enzima, se non dell'immortalità, della longevità, il cui
processo attivo nell'organismo umano è detto telomerasi. Le
estremità dei cromosomi, cioè segmenti di Dna detti telomeri, sono
una sorta di "cappucci" molecolari - dei quali già si conosceva
l'esistenza dagli anni Trenta - che hanno una funzione protettiva
dei cromosomi stessi, impedendo che essi, per dirla con parole più
comprensibili, siano progressivamente "smangiucchiati" e si
deteriorino quando i telomeri vengono, appunto, a mancare. Nel
proteggere il cromosoma, infatti, ogni telomero si consuma ad ogni
divisione molecolare; nei bambini la cellula lo ricostituisce, ma
via via che passano gli anni l'efficacia di tale processo si
riduce. È quindi dalla misurazione della lunghezza dei telomeri che
si appura l'invecchiamento delle cellule, cioè, in buona sostanza,
quello dell'individuo. Si tratta, perciò, di attivare un processo
di riparazione che mantenga il telomero sempre della stessa
lunghezza. La telomerasi ha la funzione di creare i telomeri; se
funziona regolarmente, le cellule non invecchiano; se agisce in
modo insufficiente, insorgono alcune malattie congenite come la
carenza di globuli rossi; se funziona troppo, il rischio è che le
cellule diventino cancerogene.
Fin qui è quello che ho capito io, e che ho cercato di spiegare nel
modo più didascalico e comprensibile possibile, non illudendomi di
aver evitato qualche castroneria che, spero, i lettori più esperti
di me mi vorranno perdonare.
Vorrei, a questo punto, aggiungere due riflessioni che mi sono più
congeniali. La prima è che le ricerche di base - condotte
soprattutto da chi ha la capacità, le risorse, il tempo per farle,
nei Paesi più ricchi - hanno un grande pregio. Poiché i loro
risultati sono frutto, innanzi tutto, della volontà dei ricercatori
- non a caso sono dette, in inglese, curiosity driven, "spinte
dalla curiosità" -, esse sono generatrici di grandi scoperte solo
apparentemente fini a se stesse, in quanto, poi, si aprono ad
applicazioni pratiche successive fino a quel momento impreviste e
imprevedibili. L'idea, dunque, che ciò che conta sia la ricerca
applicata e che quella di base sia pressoché inutile, è del tutto
falsa e rappresenta spesso solo una giustificazione alla sua
assenza per carenza di mezzi. Senza trascurare il rapporto, sempre
proficuo, fra ricerca applicata e industria, non solo farmaceutica,
è anche nella direzione di quella di base che di solito si
indirizza un Paese che non voglia restare indietro sul piano
internazionale.
La seconda riflessione è che diventano pregiudizialmente
importanti, sotto questo profilo, due condizioni: che l'università
sforni in modo adeguato potenziali ricercatori e che il Paese non
se li lasci scappare per mancanza di mezzi o per incuria. La
cosiddetta "fuga di cervelli" non è mai, o rarissimamente, "fuga di
scienziati", proprio perché "scienziati" diventano, poi,
all'estero, quei giovani che, quando lasciano il proprio Paese,
spesso non sono ancora neppure ricercatori, ma solo ragazzi
desiderosi di diventarlo.
Una terza condizione, infine, è che la scuola insegni ai ragazzi a
lavorare assieme: il lavoro di gruppo è sempre proficuo,
figuriamoci nella ricerca. Non è un caso che, a guadagnarsi il
Nobel, siano stati tre scienziati-ricercatori che hanno lavorato
assieme: persino la maestra con la sua
allieva. |
Piero Ostellino
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