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Carabinieri in Giallo. Mi vuoi bene?

«Quanti saranno? Venti…? Venticinque…? E ancora non mi sono abituato… Ma come ci si abitua a tanto spettacolo…».
Come ogni mattina da quasi venticinque anni, il maresciallo Brancato si accosta al parapetto della scarpata e spazia con lo sguardo, cercando di imprimersi nella mente quanto più possibile di quello spettacolo così ciclicamente uguale, ma anche così ciclicamente diverso.
Il mare, non un mare qualsiasi, ma il Mare di Sicilia, è di un azzurro intenso e la terra, non una terra qualsiasi, ma la Terra di Sicilia emana forza, fierezza, tenacia, le virtù che l'hanno resa indomabile dall'uomo, che peraltro ci ha provato… eccome se ci ha provato!

Se il maresciallo non fosse come la sua terra, si perderebbe ogni volta in questa magia, ma, a malincuore, riprende la sua strada.

Arrivando nei pressi della caserma, nota una certa confusione… alcuni paesani stanno quasi spintonando il povero Pasquale, che fatica a trattenerli.
«Finalmente, maresciallo…».
Brancato, ripromettendosi di far notare in altro momento a Pasquale questo "finalmente" così poco rispettoso del suo grado, indossa il suo cipiglio più severo e, con voce stentorea, richiama tutti all'ordine; il silenzio è immediato.
«Allora, cos'è questa confusione?».
Quasi avesse riacceso una miccia, la ridda di voci ricomincia…
«Basta! Uno alla volta nel mio ufficio!».
Il primo ad entrare, dopo non pochi spintoni, è Tano.
«Maresciallo, le mie pecore se ne sono andate…».
«Come se ne sono andate?».
«A piedi…».

Il maresciallo, dopo anni di gavetta, ha imparato che a Braganza tutto viene preso sempre alla lettera e con pazienza riformula la domanda.

«Le tue pecore non sono più nella stalla?».
«Nella stalla non ci sono mai state…, erano nell'ovile…».
Calma e tranquillità… (trasferirsi in città… no, eh!). Ogni tanto Brancato ci pensa, alla città. Si vede in un ufficio con tutte le modernità, con il telefono che funziona sempre, il computer a disposizione, macchine di pattuglia pronte per ogni emergenza… Ma chi si occuperebbe di Tano, di Peppe, di Salvo? Magari arriva in paese un bellimbusto tirato a lucido che pensa solo alla carriera… No, no, ritorniamo alle pecore camminanti.
«Allora, ricominciamo da capo: l'ovile è vuoto…».
«Vuoto no, ci sono…».
«Basta, Tano. Ti hanno forse rubato le pecore?».
«Ecco… Sììì, mi hanno rubato le pecore! Bravissimo, maresciallo, capite sempre tutto, lo sapevo… Ma non le hanno rubate solo a me, a tutti!».
«Intendi dire che qualcuno ha svuotato le stal…, no…, gli ovili di Braganza?».
«Tutti, tutti…».
«Ma quante pecore sono state rubate, in tutto?».
«Allora…, vediamo: io ne avevo tre, Salvo due, Peppe due, poi c'è l'altro… dieci!».
«Dieci pecore?! Quando è successo?».
«Questo lo dovete chiedere al ladro…».
Accidenti alla mania di precisione dei braganzini!
«Intendo dire: quando ve ne siete accorti?».
«Questa mattina sono andato all'ovile ed erano sparite, mi sono precipitato da quell'infame di Turi, sicuro che me le aveva prese lui, sa, è da un po' che lo vedo far la corte alle mie pecore… Ma anche lui aveva l'ovile vuoto, e così tutti gli altri…».
«Si tratta di abigeato…», Pasquale interviene sfoggiando la sua cultura.
«Non so se è stato lui. Ma io rivoglio le mie bestie!».
«Lui chi?», Brancato comincia a spazientirsi.
«Abiqualcosa…, quello che ha detto Pasquale».
«Va bene, va bene… Ci pensiamo noi. Adesso puoi andare, e dì a tutti gli altri là fuori di compilare il modulo per la denuncia, se è il caso vi chiameremo».
«Grazie…, grazie. Quando trovate u ladru ce lo date a noi che ci tagghiamo a facci».
Il maresciallo, al solo immaginarsi la scena, inorridisce.
«Tano, lascia perdere, qui la Legge siamo noi!».
Finalmente la caserma si svuota.
«Accidenti, tutto questo traffico proprio oggi che non sono al meglio… Ho passato una notte insonne».
«Potevate contare le pecore…». Pasquale, gongolando per la sua battuta, esce dall'ufficio seguito dallo sguardo, nonostante tutto divertito, del suo superiore.
Il maresciallo, rimasto solo, si concentra sull'accaduto. «Un ladro di pecore?», riflette. «A Braganza tutti si conoscono, nessun estraneo può entrare in paese senza che il tam tam delle varie pettegole si metta in moto… E d'altra parte la sola idea che possa essere stato uno di qui… No, non è possibile! E allora? Mah…, andiamo sul posto e vediamo».
Brancato prende il cappello, chiude l'ufficio…
«Pasquale, io vado su alla masseria di Tano, ti affido la caserma». Il maresciallo sa che quando dà questa responsabilità al suo unico sottoposto, lui si sente estremamente importante!
«Vada pure tranquillo, caro collega, qui ci penso io!».
«Caro collega!!! Vabbè…, lasciamo perdere», pensa Brancato, e si avvia su per il pendio assolato.
«Come si fa a vivere quassù? Solo sassi e sterpi… Oddio, che faticaccia! Tano, sono il maresciallo Brancato…».
Il pastore si affaccia dalla porticina della misera casupola : «Maresciallu…, ce l'avete fatta? Avete capito perché qui non viene mai nessuno… Venite, trasite che in casa c'è più fresco… Ecco qui un bel bicchiere di latte appena munto… Sapete, ho anche una vacca».

Il maresciallo, piuttosto ansimante, ma attento a non darlo troppo a vedere, si siede su una panca che ha visto tempi migliori e accetta da bere.

«Appena munto, eh? Bevi, Corrado… a occhi chiusi!», si dice tra sé alla vista dei non meglio identificabili puntolini neri che galleggiano sulla superficie della bianca bevanda.
«Allora, Tano, raccontami delle pecore, con calma e precisione».
«Sì, sì… Mi sono alzato, sono andato nell'ovile e le pecore non c'erano più!».
Alla faccia del racconto circostanziato!!!
Il maresciallo esce con l'intenzione di ispezionare l'ovile e i dintorni.
Tano lo segue: «Le troverete, vero? Anche solo le mie…».
Ecco il solito individualismo di chi passa la vita da solo e dipende solo da se stesso!
Niente, nessuna traccia. Brancato saluta il pastore e si avvia verso gli ovili delle altre vittime del furto, sperando in salite meno erte e in una calura meno opprimente. Alla fine delle "visite", non essendo emersa nessuna particolarità che possa dare un'identità al ladro, il maresciallo fa ritorno in caserma, dove trova Pasquale intento a parlare con Riccillo, un ragazzo da tutti considerato lo scemo del villaggio.

«Maresciallo, Riccillo mi sta dicendo che questa mattina ha visto una persona molto grande, quasi un gigante…».

«Sì, sì un grandissimo gigante…», Riccillo interviene con enfasi, «che camminava sul pendio con molte pecore grandi… Era grandissimo…».
«Dove l'hai visto?».
«Era grande, grandissimo…».
«Sì, sì ho capito… Ma tu dov'eri con precisione quando l'hai visto?». Forse la domanda, in questi termini, avrà una risposta…
«Andavo a lumache, giù nel campo grande vicino alla fiumara grande».
Uomo grande, pecore grandi, fiumara grande… O Riccillo è in un momento di "grande" follia, o bisogna credergli e cercare di interpretare le sue informazioni.
Il maresciallo, dopo qualche altra domanda da cui, peraltro, non ricava più niente, congeda il ragazzo.
«E, come al solito, anche oggi si torna a casa a sera inoltrata. Non riuscirò mai a capire come sia possibile che in un paese con quattro anime ci sia sempre da fare… Mah! Pasquale, io vado, domattina riprendiamo il discorso "pecore"…».
«Comandimaresciallobuonaserata…». Pasquale conclude la giornata con il saluto invariato da anni, ormai diventato di rito.

«Che succede in piazza? Chi fa tutto questo baccano?».
Brancato si affaccia alla finestra della caserma: un groviglio di pecore e uomini, braccia in aria, salti, urla, belati… Ma che succede?
Berretto, e subito fuori... Ma Pasquale dove si è cacciato? Eccolo, è intento a calmare gli animi, ma le espressioni dei visi sono gioiose… Non stanno litigando e… Cosa fanno? Pacche sulle spalle a chi?... Riccillo!!!
«Allora, si può sapere cosa succede?».
Pasquale si fa largo a fatica e viene verso di lui: «Maresciallo, sono tornate le pecore… Cioè, Riccillo ha riportato le pecore… tutte!».
«Riccillo!!! Come ha fatto, dove le ha trovate?... Fate un po' di silenzio… Riccillo,vieni qui…».
La folla si zittisce, il ragazzo si avvicina seguito dagli sguardi d'approvazione di tutti, e anche sul suo viso si legge un'espressione di estremo compiacimento.
«Maresciallu, era grandissimo, ma io le ho prese, gliele ho portate via tutte!».
I braganzini sono esaltati: «Bravo!... Sei forte, eccezionale… Una ricompensa, dategli una ricompensa… Maresciallo deve diventare…!».
Brancato si gira verso chi ha pronunciato queste parole ma, quasi per magia, si è già mimetizzato tra i compaesani…
«Andiamo in caserma, così chiariamo tutto con tranquillità. E voi portatevi a casa le vostre pecore».
Il maresciallo sa bene che non c'è bisogno della sua presenza per la spartizione delle pecore: a Braganza si ha rispetto per la proprietà altrui… Per questo ne è sempre più convinto: il ladro non deve essere del paese!
«E adesso mi racconti tutto per bene…».
Dopo l'ennesima ripetizione dell'aggettivo "grande", l'attenzione di Brancato si fa sempre più labile e la mente torna indietro fino al tempo in cui, molti anni fa, in una giornata di pioggia, l'allora giovane maresciallo si trovò di fronte al portone della caserma un ragazzino cencioso e macilento che, a fatica, si reggeva in piedi. A nulla valsero le domande, le richieste di una spiegazione del suo stato, del suo essere lì. Il ragazzo non parlava, emetteva solo dei balbettii indistinti e, anche dopo averlo "sistemato", lavato e sfamato - anzi sarebbe meglio dire tentato di sfamare, perché non ne aveva mai abbastanza - non si riuscì a sapere niente di lui.

Fu così che Riccillo fece la sua comparsa nella comunità di Braganza e vi rimase.

All'inizio le famiglie facevano a gara per occuparsi di lui, ma rendendosi conto che il ragazzo manifestava un ritardo mentale piuttosto importante, ben presto tutti se ne disinteressarono e lo lasciarono al suo destino. Il paese tollerava la sua presenza perché era mite e tranquillo, ma niente di più. Dove vivesse, dove dormisse, non erano problemi dei braganzini! Il maresciallo provò a portarlo a casa sua cercando anche di inculcargli alcune regole, ma Riccillo (è sempre stato Riccillo per via della massa di capelli ricciuti) non ne voleva sapere e scappava, nascondendosi sulla collina. Alla fine anche Brancato si arrese, ma lo teneva sempre d'occhio, pronto ad intervenire qualora ne avesse avuto bisogno. Riccillo ora è un uomo, ma la mente è ancora quella di un bambino. Lo vedi in paese, in montagna, sparisce, ricompare…
Un battito di mani distoglie il maresciallo dai suoi pensieri, Riccillo sta plaudendo a se stesso, al suo trionfo. Anche il suo cervellino ha capito che, dopo il recupero delle pecore, tutta Braganza è con lui!
«Posso andare? Devo…».
«Va bene, vai, ma se ti viene in mente qualche altra cosa, vieni subito a dirmelo…».
«Sì, sì, se vuole torno anche domani…».
Riccillo esce dalla caserma e si avvia in piazza. Al suo passaggio, la gente lo saluta e gli sorride e lui, non avvezzo a simili attenzioni, passa e ripassa, avanti e indietro, fino a quando gli sembra che tutto il paese si sia congratulato per la sua impresa. Due o tre persone lo prendono sottobraccio (gesto inimmaginabile fino a qualche giorno fa) e lo portano all'osteria.
Brancato, che ha osservato tutto, prende di fretta il berretto ed esce anche lui nella piazza assolata, teme che qualcuno si possa approfittare dell'ingenuità del ragazzo e lo faccia ubriacare per poi ridere di lui.

Entra nel locale pronto a mettere fine al gioco, ma si blocca…

Riccillo è seduto nel mezzo e intorno sta la Braganza che conta, che fa a gara ad offrirgli tutto ciò che vuole. L'espressione del ragazzo è letteralmente beata, mai lo avevano trattato così, sempre pronti solo a deriderlo e a prendersi gioco di lui…
Il maresciallo torna nel suo ufficio, dovrebbe essere contento che finalmente il ragazzo abbia tutta questa considerazione, ma sente una strana inquietudine… Mah, adesso è meglio darsi da fare per trovare il responsabile del furto, dato che le informazioni dell'unico testimone sono piuttosto vaghe.

Dopo qualche settimana, ancora nessun progresso nelle indagini. Nessuno ha visto niente o si è accorto di niente.
Le pecore pascolano sui pendii e Riccillo "pascola" per il paese, ma le pacche sulle spalle sono diminuite, anzi, quasi nessuno più si ferma a parlare con lui, nessuno gli offre più niente, perfino quando mette piede nell'osteria, lo cacciano.
Brancato lo vede sempre più agitato, sempre più inquieto, addirittura sparisce per settimane intere e nessuno sa niente di lui! Il tempo passa, ognuno torna alla propria vita, i pastori forse stanno più attenti alle loro pecore, ma niente di più.

«Meglio vederla morta… La voglio vedere morta…».
Qualcuno sta urlando, non solo, si sta dirigendo a passo spedito verso la caserma, seguito da un codazzo di persone. Ecco Riccillo, c'è anche lui in corteo.
Pasquale entra nell'ufficio del Comandante.
«Maresciallo, c'è don Turi che vuole parlare con lei».
«Don Turi? E che vuole? In vent'anni si sarà degnato di salutarmi due volte! Ma è lui che urla così?».
«Sì, direi che è molto agitato».
«Va bene, fallo accomodare… Don Turi, che posso fare per voi?».
«Maresciallo, la dovete fermare, se no l'ammazzo…».
«Calma, calma…, non si ammazza nessuno. Chi devo fermare?».
«Mia figlia, quella sciagurata, quella disgraziata… Vuole maritarsi con il figlio di don Calogero, quel ladro, ruffiano, impostore…».

Dalla finestra, rimasta socchiusa, spuntano le teste dei curiosi che si spintonano per assistere allo spettacolo.

Pasquale si affretta ad accostare i vetri, ma è troppo tardi: ormai l'eco della notizia è per il paese. Cettina, la ragazza più ricca di Braganza, si è innamorata di Franco, il ragazzo più fannullone e ozioso dell'intera Sicilia!
Brancato riesce, non senza fatica, a calmare don Turi promettendogli di parlare con la ragazza al fine di farla ragionare e di farle capire che dovrebbe interessarsi ad un ragazzo onesto e lavoratore. La parte del sensale non è mai piaciuta al maresciallo, ma, sorridendo, pensa tra sé e sé che magari potrebbe perorare la causa di Pasquale: bravo carabiniere, bravo ragazzo… Così prenderebbe i classici "due piccioni con una fava": l'appuntato si accaserebbe, e lui si libererebbe della sua "balia"…
Ma non fa in tempo ad intervenire. Due giorni dopo, don Turi si ripresenta in caserma, questa volta però con un'espressione mista tra l'arrabbiato e il preoccupato.
«Se n'è andata, è scappata con quel delinquente…».
«Ne siete sicuro?».
«Sono due giorni che manca da casa. Me l'ha portata via…, ma io lo ammazzo…!».
«Avete verificato se è scomparso anche Franco?».
«Certo che sarà scomparso anche lui, il suo grande amore… Ma quale amore! Quello è un disgraziato».
«Va bene, andiamo da don Calogero… No, lei no! Ora se ne va a casa e aspetta che la chiamiamo noi, senza fare sciocchezze!».
Don Turi adesso è un padre in ansia, ha smesso i panni del padre tradito e se ne va a capo chino, senza protestare.
La casa di Calogero è piuttosto malmessa, i muri scrostati, gli infissi divelti, qualche vetro rotto…
«Come si fa a vivere qui? Certo che, se avessi una figlia, anch'io cercherei di tenerla lontano da gente come questa!».
Il maresciallo cerca un campanello, poi, rassegnato chiama a gran voce: «Don Calogero!».
Si affaccia proprio Franco: «Oh, maresciallo… Che c'è?... Mio padre è a Catania per certi affari…».
Brancato evita di farsi precisare la natura degli affari di cui possa occuparsi un poveraccio simile…
«Non cercavo tuo padre, ma te… Sai niente di Cettina?».
«Cettina? No, perché, che ha fatto?».
«Da quando non la vedi?».
«L'ho vista due giorni fa… Ma perché?».
«Pare sia scomparsa da casa proprio da due giorni…».
«Vi giuro: io non ne so niente… Beh, veramente quando l'ho vista le ho detto che non potevamo più andare avanti così, con suo padre che mi minacciava ogni volta che mi avvicinavo a lei, per cui l'ho lasciata…».
«E lei, come ha reagito?».
«Meglio di quanto avessi previsto. È stata d'accordo, anche a lei pesava la situazione, e forse non era mai stata molto innamorata! Ci siamo salutati e se n'è andata».
«Va bene, Franco. In ogni modo, avvisaci se si mette in contatto con te».

«Certo, maresciallo, anzi, se avete bisogno di me, chiamatemi. Se posso esservi utile…».

Dopotutto Franco non si è mostrato all'altezza delle sua cattiva fama, a Brancato ha fatto una buona impressione, a dimostrazione di quanto le dicerie possano influenzare il giudizio umano!
Sulla strada del ritorno, il militare incontra Riccillo, lo saluta, ma lui sembra non notarlo, tanto è perso nei suoi pensieri. Sta sorridendo, segno che sono bei pensieri!
A volte, ma solo a volte, il maresciallo invidia le persone come lui, una vita senza preoccupazioni, senza angosce… Ma no… Meglio le ansie, i problemi di tutti i giorni e un cervello funzionante!
La giornata è finita, il paese è tranquillo, tutti sono rientrati nelle loro case per la cena, il riposo, le chiacchiere…
Brancato pensa a don Turi, alla sua pena, a Cettina… Dove sarà? Sola o con qualcuno? E chi è quel "qualcuno"?
«Speriamo, per domani, qualche buona nuova che ci eviti l'inizio delle ricerche…».
Il maresciallo sa, per esperienza, che quando si arriva a doversi "muovere", si va quasi sempre incontro a brutte sorprese.

Riccillo entra circospetto in una spelonca sulla montagna. Cettina è lì, prigioniera, con i polsi legati, spaventata, non sa spiegarsi il motivo di questo rapimento… Da parte di Riccillo, poi! Lo ha sempre salutato, è sempre stata gentile, un Natale lo ha persino invitato a cena a casa… Perché, allora? Suo padre ha qualche pecora in più degli altri, ma non è ricco, o almeno non tanto da poter far fronte a un riscatto. E se a Riccillo bastassero solo poche lire? O se fosse stato spinto da altri? I pensieri della ragazza sono interrotti dal suo carceriere che le porge del cibo, lo fa con amabilità, sorridendo.
«Mangia, guarda cosa ti ho portato…».
«Lasciami andare, perché mi tieni qui? Cosa vuoi? Soldi?».
«Mangia, è buono…». Il ragazzo le slega una mano. In una ciotola una brodaglia grigia, due pagnotte in un piatto e… un fiore in un bicchiere sbrecciato.

«Guarda che bello! Era nel prato tutto solo, ti farà compagnia, è bello come te!».

Cettina pensa che, se reciterà bene la sua parte, lo convincerà a liberarla, del resto è talmente stupido!
«Riccillo, perché non mi sciogli, così possiamo andare insieme a cogliere fiori…».
«Domani, domani…». E se ne va!

Don Turi è sempre più disperato, è tornato in caserma dove tutto è predisposto per le ricerche, dai paesi vicini sono arrivati dei rinforzi: dieci uomini e due macchine!
Braganza intera si è riversata in piazza, si intrecciano i commenti, le supposizioni, ma su tutti uno: «Oddio! Non si potrà più stare tranquilli! I rapitori sono arrivati fin qui!».
Brancato coordina le ricerche, si parte… La morfologia del territorio non facilita certo il lavoro dei militari… Su e giù per pendii, per vallate, ogni caverna viene esplorata, ogni macchia frugata…
La fine della giornata trova tutti gli uomini, spossati, riuniti nell'ufficio del Comandante. Si fa il punto della situazione: dopo ore di ricerche, nessun risultato, o meglio si sa solo dove Cettina non è!

Riccillo è sempre più combattuto, vuole far contento don Turi, vuole ancora essere circondato dall'attenzione dei braganzini… Che bello quando tutti lo salutavano, quando tutti facevano a gara ad offrirgli da bere! Per un po' non è stato più "Riccillo lo scemo", ma l'eroe che ha riportato le pecore negli ovili.
A volte è tentato di raccontare tutto, di far sapere come li avesse imbrogliati, quanta fatica avesse fatto a tenere nascoste le loro maledette bestie… E adesso ha ancora l'occasione di tornare al centro dell'attenzione: compiacere don Turi sarebbe garanzia di trionfo duraturo! Ma Cettina… Cettina con lui è tanto buona, gentile…
Quel giorno, quando don Turi ha detto di volerla morta, lui era lì, ha sentito e ha deciso di soddisfare quel desiderio per tornare ad essere l'eroe di Braganza, accontentare il paesano più importante significava avere attenzione e birra gratis!

Bisogna muoversi, fare in fretta, così si evitano ripensamenti… E poi, ha visto un certo movimento sulla montagna.

Non che abbia paura che qualcuno trovi Cettina: la caverna dove l'ha nascosta è veramente irraggiungibile, ma in ogni modo non vuole correre il rischio che un altro possa accontentare don Turi.
«Alzati, che dobbiamo andare!».
«Finalmente mi lasci libera… Grazie, grazie!». Il sollievo nel credersi libera rende la ragazza quasi riconoscente al suo carceriere e il suo carceriere ancora più incerto sul da farsi.
«Andiamo, cammina!».

Il maresciallo è seriamente preoccupato, non solo perché il tempo passa e non si hanno ancora notizie della ragazza, ma soprattutto perché questa sparizione, o rapimento che sia, è strana: non una richiesta di riscatto, e se Cettina fosse scappata volontariamente, a quest'ora avrebbe dovuto farsi viva col padre per convincerlo a farle frequentare Franco!
«No, c'è qualcosa che mi sfugge…».
Brancato non vuole pensare ad un altro movente di questa scomparsa: un incidente, una fatalità… Del resto la montagna è impervia, pericolosa!
«Domani riprenderemo le ricerche, anche se abbiamo setacciato tutta la zona; forse devo cominciare a dirigere la mia attenzione verso qualcuno! Sì, ma chi? Chi può essere coinvolto in questa vicenda?».
Un bussare imperioso distoglie il maresciallo dalle sue riflessioni.
«Chi sarà a quest'ora? Le undici: un orario inconsueto per Braganza, di solito i braganzini vanno a letto presto…».
Il pesante portone della caserma si apre sotto la spinta di Brancato e… chi entra?
«Riccillo, cosa fai qui?».
Il ragazzo è molto scosso, fatica a parlare: «Io… Io non posso... Sì, ma non mi guarda più nessuno. Io sono bravo, tanto bravo, però tutti mi vorranno bene… Lei mi vuole bene, maresciallo?».
«Certo, ma cosa stai dicendo? È successo qualcosa, ti hanno fatto del male?».
«Poi tutti mi daranno ancora da bere, mi saluteranno, mi…».
«Riccillo, dimmi cosa c'è: perché sei così agitato?».
«Domani mi vorranno ancora bene, mi vorranno bene sempre…».
Brancato cerca di rassicurare il ragazzo, lo invita a sedersi, a raccontargli tutto con calma, ma Riccillo se ne va così come era venuto, scombussolato, ripetendo la stessa frase: «Mi vorranno bene ancora».
Chissà cosa gli sarà capitato, non l'aveva mai visto così turbato. Mah…, domani cercherà di saperne di più.

Il maresciallo ha passato una notte popolata da sogni strani, confusi eppure chiari… Riccillo che rideva, Riccillo che cantava, Riccillo che, all'improvviso, si metteva a piangere e spariva…

Un pensiero lo tormenta, un pensiero assillante, non uno di quei pensieri che vanno e vengono…
In caserma Brancato non riesce a concentrarsi, ha in mente sempre Riccillo, la sua ossessione per gli altri, il suo voler essere accettato, amato; si ricorda di quando, tempo fa, lo aveva trovato sulla spiaggia intento a riempire una buca con l'acqua di mare. L'aveva bonariamente preso in giro: «Ma che fai, vuoi far sparire il mare…?».
«Sì, sì… Don Calogero mi ha detto che c'è troppa acqua e lui non riesce ad andare in continente a piedi. Se ne tolgo un po', mi porta con lui…».
Oppure di quella volta in cui Riccillo è stato tutta la notte davanti alla caserma perché i soliti buontemponi gli avevano detto che bisognava stare all'erta…
Brancato non tollera la poca sensibilità di alcuni paesani, si infuria se qualcuno approfitta dell'ingenuità altrui!
Ma questa fissazione di Riccillo per la considerazione degli altri non lo abbandona: deve parlare con lui.
Non riesce a trovarlo, percorre in lungo e in largo i sentieri preferiti dal ragazzo, esamina ogni anfratto, ogni grotta… Dopo ore di su e giù per le colline, il maresciallo è distrutto, ma non demorde: «Forza, Corrado, ancora qualche passo…!».
Ed eccolo là, di spalle… Cosa sta facendo? Piange? Brancato si avvicina, lo chiama, Riccillo si gira, lo fissa con gli occhi lacrimosi, gli sorride e poi torna a fissare un punto lontano.
«Ciao, Riccillo, che fai?».
Niente, nessuna risposta…
«Riccillo, ti va di aiutarmi?».
Brancato sa su cosa far leva; il ragazzo sembra ridestarsi.
«A far cosa?».

«Devo risolvere una situazione un po' complicata…».

«Io non sono capace di fare niente, sono stupido…».
«Ma che dici? Se mi hai aiutato tante volte! Ti ricordi quando solo a te è venuto in mente il nome di quel tizio che cercavamo? O quando hai risolto il caso delle pecore rubate…?».
Ricordando il periodo vissuto da eroe, Riccillo sorride, guarda il maresciallo.
«Adesso non ho tempo, devo fare una cosa… Tu mi vuoi bene, vero?».
«Certo, sempre. Ma dove vai? Aspettami…».
Riccillo corre via, verso la montagna.
Brancato sente che c'è qualcosa che non va, il ragazzo è più strano del solito, più agitato. Lo rincorre, cerca di raggiungerlo.
«Aspetta, fermati… Non scappare…».
E poi le parole magiche: «Ti voglio bene!». Riccillo si ferma, si gira, sorride e riprende a correre.
Brancato non ce la fa più, si blocca, riprende fiato e quando è pronto a continuare l'inseguimento, il ragazzo è scomparso!
«Pazienza… Senz'altro si farà vivo domani, in paese».
E prende la via del ritorno.
Cettina si risveglia in una radura a lei famigliare, si guarda intorno: è sola.
«Ma… Sono libera? Riccillo dov'è?».
Da un momento all'altro si aspetta di vedere comparire il suo carceriere. Oddio... Anche se per lei lo è stato veramente, Cettina non riesce a definirlo così. Sembra talmente spaurito, indifeso… La sua parte razionale, però, le fa notare che, di fatto, l'ha tenuta prigioniera! Non compare nessuno, la ragazza si avvia arrancando per il sentiero che porta al paese.
«Forse si è deciso a liberarmi e si è allontanato per non rischiare di essere preso! Che mi succede, mi sono ammattita? Quasi sento una certa nostalgia… Ma no, adesso via di corsa a casa…».

«Maresciallo, maresciallo… Cettina è tornata, mia figlia è a casa… È tornata!».
Don Turi arriva affannato alla caserma, Brancato gli fa riprendere fiato e poi lo ascolta.
«Maresciallo, un'ora fa Cettina è arrivata a casa, sana e salva, venite. Venite, che magari a vossia vi parla, cun niatri nu' parra!».

Brancato lo segue; attraversando il paese, si guarda intorno cercando con gli occhi una figura esile e ricciuta…

Cettina è sul divano, intorno tutta la famiglia fa a gara per assecondare ogni sua richiesta. All'entrata del maresciallo la ragazza si alza, lo saluta e gli fa capire che deve parlargli senza tutta quella gente fra i piedi. Brancato assume un tono professionale e invita tutti ad uscire per poter fare alcune domande alla ragazza senza interferenze. Dopo averla ascoltata, si rende conto di non provare alcuna sorpresa nel sentire pronunciare il nome di Riccillo: già da qualche giorno aveva in testa una sua teoria circa il rapimento!
«Maresciallo, io non voglio che lo arrestiate. Non mi ha fatto niente, è stato sempre gentile… Forse si sentiva solo, nessuno parlava mai con lui e nella sua mente malata ha pensato di trovarsi compagnia in questo modo…».
Brancato evita, per ora, di dirle che forse il ragazzo non voleva solo compagnia, che con la sua fissazione di elemosinare l'attenzione degli altri compiacendoli, voleva accontentare don Turi quando aveva detto di volerla morta!
«Probabilmente siamo tutti colpevoli: chi lo ha abbandonato, chi lo ha deriso, chi lo ha insultato…».
«Ma non lo aiuteremmo se ancora una volta lo lasciassimo solo! Dobbiamo dargli la possibilità di difendersi, di proteggersi, fargli capire che c'è un grande solco tra il bene e il male!».

Il tempo è passato, in caserma la solita routine…
«Pasquale, io vado. Se hai bisogno, sai dove trovarmi».
«Tranquillo, maresciallo: qui ci penso io!».
La strada è lunga, ma Brancato oramai non ci fa più caso. Come ogni settimana, la sua macchina si dirige in città, verso la "Villa", come tutti chiamano quell'edificio che accoglie chi ancora pare non abbia imparato a vivere… o forse non vuole vivere come ormai fanno tutti!
«Ciao…».
«Ciao…, tu mi vuoi bene, vero?».

Clara Colombo