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CULTURA
I limoni di
Camilleri
Sono gli agrumi siciliani per
eccellenza. Gialli, come i romanzi del mistero e del delitto.
Aspretti, solleticano e pizzicano come un motto di spirito. Non ci
viene in mente qualcuno?
Il mese scorso, caro Maestro, ci
siamo occupati di filosofia. E Lei, per usare un linguaggio
"scolastico", non si è fatto cogliere impreparato. Vogliamo passare
alla Storia? Per Lei, che è siciliano, cosa rappresenta un episodio
come la Spedizione dei Mille?
«Guardi, lei cade a fagiuolo, come si usa dire, in quanto stiamo
preparando, con il professor Giovanni De Luna, che insegna Storia
contemporanea a Torino, per i 150 anni della Storia d'Italia, dieci
dvd che racchiuderanno tutto il periodo che va dall'unificazione al
2011. Sarà una storia per immagini, e naturalmente saranno
coinvolti l'Istituto Luce, gli archivi della Rai, la Cineteca
Nazionale, eccetera. L'idea di base è far parlare la Storia
attraverso la Letteratura, tracciando un percorso che consideri
tanto gli autori inclusi quanto gli esclusi, e contempli tutti i
punti di vista. Allora, venendo alla domanda, lei sulla Spedizione
dei Mille mi può interrogare "a saltare", come si faceva a scuola.
Perché fra il materiale che ho dovuto esaminare ci sono tutte le
testimonianze degli autori garibaldini, e non solo Giuseppe Cesare
Abba, con le sue notarelle Da Quarto al Volturno. Sono tanti,
almeno sette o otto; in più c'è la secca relazione sulla Spedizione
in Sicilia di Ippolito Nievo, che è stupenda. Anche la pagina di
Abba che riguarda Garibaldi a Calatafimi è un'altra meraviglia
narrativa, in sé. E poi c'è la contro-storia. Luciano Bianciardi,
che è stato un grande scrittore e ai giorni nostri è purtroppo
dimenticato, ha scritto una storia dei Mille intitolata Da Quarto a
Torino, piena di retroscena sulla Spedizione. Andiamo quindi a
toccare, dato che il discorso s'intreccia con la storia della
società siciliana, il nipote del principe Tomasi, che ne Il
Gattopardo dice: va bene, aderiamo al Piemonte, così cambiamo per
non cambiare niente. E I Viceré di De Roberto, che dicono: va bene,
la società cambia, ma noi dobbiamo restare a galla. Tu ti sposi con
quello, io mi metto in politica, così ci sistemiamo tutti. E ancora
Libertà, di Giovanni Verga, la meravigliosa novella che racconta di
quando i contadini di Bronte, credendo che il Regno rappresenti la
fine dei padroni, ne uccidono due o tre. Poi arriva Nino Bixio che
li fucila tutti. È tutta equilibrata in questo modo, la storia che
stiamo scrivendo. Ma ho divagato di nuovo, torniamo alla domanda di
partenza. Certo, la Spedizione dei Mille è stata fondamentale. La
cosa bella della Storia è che in essa tutto è necessario. La
necessità di un gesto, di un atto, non la avverti sul momento. Te
ne accorgi dopo, che era tassativo che un certo episodio avvenisse.
Io, per esempio, nei miei romanzi sono molto critico sui Moti del
Risorgimento. Ma sulla necessità storica assoluta dell'Unità,
ineludibile, senza possibilità di errore, non ci piove. All'interno
dei grandi movimenti storici del tempo, tutto ciò che è stato si
rivela veramente necessario, anche se sul momento non se ne
coglieva la necessità».
Alla luce degli effetti, si potrebbe dire…
«Esattamente. Una volta si diceva, in latino: post hoc, propter
hoc». |
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