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Un ottobre triste per la famiglia dell'Arma

Il volto sorridente, gioviale e florido proprio di un giovane che ama le cose belle e buone della vita. Radioso nella sua Grande Uniforme Speciale, quella che si indossa nelle grandi occasioni, tra le mani il "cappellone" con pennacchio rosso-blu, mostrato orgogliosamente come simbolo di una scelta di vita, più che professionale. Così è ritratto il maresciallo capo Andrea Angelucci, trentasei anni, un padre ferroviere a Spello (Perugia) e un matrimonio alle porte con la fidanzata Sara, di Assisi, nella foto pubblicata dai giornali alla notizia della sua morte. Andrea si è spento nella notte tra il 1° e il 2 ottobre, dopo che i medici dell'Ospedale di Foligno avevano tentato tutto per salvarlo. Un impegno profuso con professionalità, ma anche con la partecipazione emotiva di chi sapeva che in gioco era la sorte di un giovane benvoluto da tutti, impegnato a difendere la sicurezza di ognuno, a tutelare il rispetto della legalità. L'operazione era andata bene, ma troppo profonde erano le ferite infertegli dal pirata della strada che l'aveva investito in un posto di blocco nei pressi di Colfiorito, dove il maresciallo aveva tentato di fermarlo.

È stato un ottobre davvero triste, dunque, per l'Arma, quello iniziato nel pomeriggio del 1° ottobre nei pressi di Foligno, dove Andrea lavorava presso il Nucleo Operativo. Da qui è partita la folle corsa del suo assassino, che al volante di una Ford appena rubata era incappato in una pattuglia dei carabinieri ma, al loro alt, aveva proseguito imperterrito, ferendo i due militari del posto di blocco, il brigadiere Carmelo Infuso e il vice brigadiere Luigi Beltempo. Qualche ora dopo, ecco che un elicottero dell'Arma individua il fuggiasco: ma atterrare in quel punto è difficile, e il malvivente riesce a fuggire, abbandonando la macchina. Ne ruba un'altra e si allontana. È al secondo posto di blocco che trova Andrea: il pirata non ci pensa nemmeno a fermarsi, né esita a travolgere il giovane maresciallo, ferendolo a morte. È la mattina successiva quando l'omicida, quarantunenne nato in Germania ma di origini meridionali, vecchia conoscenza per le Forze dell'Ordine umbre, con la fedina penale già macchiata, viene infine arrestato dalla Polizia di Modena, non senza aver tentato ancora una volta di resistere, con il risultato di provocare una sparatoria nella quale sono stati feriti diversi agenti.

A tradire il quarantunenne pregiudicato, alcuni abiti e un cellulare ritrovati nella prima auto rubata. Prove sufficienti perché su di lui gravi ora un quadro accusatorio pesante, che comprende i reati di omicidio volontario, resistenza aggravata, lesioni e ricettazione.

Grande è stata la solidarietà mostrata alla famiglia del maresciallo Angelucci da parte non solo dei colleghi che con Andrea hanno avuto modo di lavorare, apprezzandone la serietà, ma anche delle massime cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a quello del Consiglio Silvio Berlusconi, dal Presidente del Senato Renato Schifani a quello della Camera Gianfranco Fini, fino al Ministro della Difesa Ignazio La Russa e al responsabile del Dicastero dell'Interno Roberto Maroni. Da ognuno di loro le stesse parole di vicinanza, ammirazione e affetto per chi non ha pensato ad altro che a fare il proprio dovere, fino al sacrificio di sé.

Vicino alla famiglia Angelucci, naturalmente, anche il Comandante Generale dell'Arma, il generale C.A. Leonardo Gallitelli, che non solo ha preso parte ai funerali solenni, celebrati il 3 ottobre nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Spello, alla presenza di una nutrita folla di familiari, amici, concittadini e rappresentanti dell'Arma e delle altre Forze dell'Ordine, ma già nel giorno della tragedia ha fatto visita all'Ospedale di Foligno, dove si trovava la salma del giovane, e quindi ai genitori e al fratello del maresciallo, a Spello, ai quali ha portato «il partecipe cordoglio e la solidale vicinanza delle più alte cariche dello Stato, testimoniando, oltre al proprio, anche il dolore e la commozione di tutta l'Arma».

Un'Arma che oggi si trova per l'ennesima volta «mutilata», come ha detto il vescovo di Foligno, monsignor Gualtiero Sigismondi, durante il funerale. Come un corpo grande e forte cui venga sottratto improvvisamente un organo vitale.

M.M.