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Elogio del Copricapo

Militare o civile, maschile o femminile, sportivo o da cerimonia, il copricapo è sempre stato qualcosa di più di un semplice accessorio d'abbigliamento: è un simbolo di potere, di posizione sociale, di autorità riconosciuta

Cappello con pennacchio da Grande Uniforme Speciale dei Carabinieri Per "cappello", nell'accezione rigorosa del vocabolo, s'intende un copricapo di varia foggia e materiale che abbia la funzione di proteggere la testa dal sole o dalle intemperie. Con tale funzione fu usato, in origine, dai popoli che si dedicavano a lavori da svolgere en plein air, come l'agricoltura e la pastorizia. Ma la funzione naturale si accompagnò presto a un diverso significato conferito al copricapo: quello di mettere in risalto l'autorità o il prestigio di una persona ritenuta superiore, di distinguere i "capi" o gli appartenenti a una stessa comunità, di identificare fasce sociali, professioni, mestieri. Un significato simbolico riservato in primo luogo ai re, agli eroi e agli dèi; questi ultimi rappresentati, a cominciare da Mercurio, con la testa cinta da un vistoso pètaso, cappello già in uso presso gli Egizi, gli Etruschi, i Greci. E mentre i duces romani vittoriosi erano premiati con un ambìto serto di alloro, agli schiavi affrancati veniva donato il pileum, sorta di cappelletto conico espressione di libertà personale.

Il Medioevo fu un'era di teste coperte: nell'età di mezzo erano in uso berretti o zucchetti in panno leggero, mentre per la caccia, il lavoro o il viaggio venivano indossati cappellacci più ampi. In Piemonte, fin dal Trecento, cappelli a tesa larga facevano praticamente le veci dell'ombrello; a Venezia il doge era privilegiato da un bel copricapo in velluto rosso. Il Rinascimento arricchisce con rubini e perle i cappelli nobiliari; nelle feste sontuose, in particolare, vennero di moda turbanti intrecciati con cordoni dorati o d'argento. Va ricordato che nel ballo il cappello si teneva quasi sempre in testa, a dimostrazione della propria eleganza; ma quando, in seguito, furono adottati i parrucconi bianchi, esso venne appoggiato sul braccio per poi accompagnare l'obbligatorio inchino di saluto. L'uso per gli uomini di togliersi il cappello in segno di saluto diverrà comune soprattutto nel secolo XVIII, dopo la comparsa del tricorno in era napoleonica e del cilindro, tipico copricapo delle epoche Impero e Biedermeier, forse derivato da quello in ferro portato dai crociati.

Per quanto riguarda il cappello femminile, questo cominciò a essere considerato accessorio di moda dopo la Rivoluzione francese e per tutto l'Ottocento, sbizzarrendosi nelle forme più graziose e civettuole. Anche ai nostri giorni, pur se poco usato, esso assume varie fogge e soluzioni; mentre quello maschile si è stabilizzato nella forma a cupola ovale con ala leggermente rialzata. Forme particolari presentano il cappello goliardico, in feltro, con cupola stretta e tesa allungata a punta sul davanti, corredato da un cordoncino e ammennicoli vari a scelta dello studente, di colore diverso secondo la facoltà universitaria frequentata; quello da cow-boy, a tesa larga e cupola rotonda con sottogola, portato ancora oggi dai mandriani nel Far West; il sombrero dei peones messicani, a falda smisurata; il colbacco a pelo di astrakan; l'arcinota toque, candido copricapo da lavoro per cuochi e pasticcieri; il casco coloniale indossato da soldati e legionari nelle torride regioni africane.

Ma un copricapo fu sempre portato anche in guerra, per protezione della testa o per incutere paura all'avversario: si trattava, in genere, di elmi metallici molto pesanti, talora istoriati, che ispirarono poi quelli ornati di piume e nastri sfoggiati nelle giostre cavalleresche e nei tornei. Il cappello militare ha subìto nel tempo molte trasformazioni, sino ad arrivare alle odierne tipologie; tra le quali si ricordano, naturalmente, il berretto dei nostri Carabinieri, che calzano la caratteristica "lucerna" a due punte con pennacchio rosso-blu al centro; quello dei Bersaglieri, che portano un copricapo tondo e rigido, ornato sul lato destro da lunghe piume ricadenti; e ancora quello degli Alpini, che conservano il cappello grigio-verde con penna nera sulla tesa, e della Guardia di Finanza, che ne usa uno simile. In ambito ecclesiastico, oltre la prestigiosa tiara portata dal Pontefice nelle cerimonie più solenni, si distinguono il cappello cardinalizio, in feltro rosso e ala rigida, guarnito da un cordone in seta con fiocchi a forma di nodi, e i più semplici cappelli da prete in feltro nero.

È opportuno evidenziare come la parola "cappello" abbia dato luogo, per traslato, a significati diversi da quello originario. Ad esempio, si suole indicare per cappello qualsiasi oggetto o elemento che abbia funzione di copertura, come la capocchia dei chiodi; oppure uno strato di nuvole o nebbia che copra la cima di un monte; o la porzione terminale di un fungo; o la breve notazione introduttiva all'argomento di cui si parla o scrive. In senso più appropriato, lo stesso termine giustifica alcune espressioni entrate ormai nel comune linguaggio, come "togliersi o levarsi il cappello" (per indicare l'atto di scoprirsi il capo in segno di rispetto o di ossequio), "fare tanto di cappello" (per riconoscere il valore o i meriti di qualcuno), "appendere al chiodo il cappello" (sistemarsi sposando una donna agiata), "prendere cappello" (impermalirsi, offendersi, facendo atto di andarsene), "tenere il cappello sulle ventitré" (cioè inclinato su un orecchio).

E così il cappello, complemento di non secondaria importanza nell'abbigliamento maschile e femminile, ha seguito i piccoli e grandi mutamenti della storia, divenendo parte integrante del costume e del senso estetico della collettività, espressione fedele di una personale ricercatezza o eccentricità, emblema di distinzione sociale o corporativa. Il più delle volte, una concessione alla vanità o soltanto un utile aiuto per riparare il capo. Un mezzo pratico che assume le caratteristiche più diverse; come il cappello di paglia, vanto italiano di antica data, che segnava - e tuttora segna - il gradito trascorrere della stagione estiva proteggendo le nostre teste dai raggi del sole. Un tipo di cappello che trova celebrazione autorevole a Montappone, piccolo ma delizioso centro dell'entroterra marchigiano, dove la lavorazione artigianale del cappello di paglia, esportato in tutto il mondo, rappresenta la principale risorsa locale. Il borgo, di appena 1.800 abitanti, adagiato sui colli fermani a quasi pari distanza dal mare e dai monti Sibillini, ha così guadagnato fama in ambito internazionale, generando interesse persino nel più popolare quotidiano statunitense, il New York Times, che due anni or sono gli ha dedicato un ampio servizio giornalistico. Una località, Montappone, che ha dimostrato di saper armonizzare l'eccellenza di un prodotto di qualità alle attrattive di una zona d'indiscutibile bellezza. E lo ha fatto anche con un'annuale manifestazione estiva intesa a porre in evidenza quelle cognizioni che, passando di padre in figlio, danno oggi vita a ben 45 aziende specializzate, sparse nel territorio dei sei Comuni limitrofi, e alle quali si deve il 70 per cento della produzione italiana di cappelli di paglia e metà di quella europea. E se nell'edizione dello scorso anno la festa è stata occasione per ammirare in un'apposita mostra esemplari di copricapo conservati a Roma nel Museo Storico dell'Arma dei Carabinieri - pezzi raramente esposti fuori dalla sede istituzionale -, quest'anno la mostra tematica a latere ha voluto privilegiare lo sport più popolare in Italia dopo il calcio, il ciclismo. Berretti da corsa di grandi campioni, quali Binda, Coppi, Bartali, Gimondi e Pantani, hanno rievocato le imprese di quegli eroi del pedale, risvegliando nel pubblico indimenticabili ricordi.

Ma Montappone si segnala anche per un ben assortito Museo del Cappello: un museo che, oltre a illustrare con fotografie, proiezioni, pannelli, le varie fasi della lavorazione della paglia di grano - dalla raccolta alla selezione, dall'intrecciatura alla cucitura, sino all'impiego della pressa utilizzata per dare forma al cappello - presenta macchinari d'epoca ancora funzionanti, nonché una collezione di pezzi rari, come l'ultimo cappello indossato da Federico Fellini o l'ormai introvabile "paglietta" d'inizio Novecento. Completa l'esposizione un campionario di cappelli di vario tipo (da lavoro, da cerimonia, feluche, chepì). Immagini d'un passato che si rinnova nel presente, perché questo capo d'abbigliamento diffuso ovunque si dimostra utile in ogni stagione dell'anno.

Semplice o lavorato, segno distintivo di posizione sociale o ideologica, complemento essenziale o secondario del vestire presente in ampia varietà di modelli e colori nei negozi specializzati come nei più popolari grandi magazzini, esso piace a tutti, giovani e meno giovani. E se è vero che l'uomo del Duemila è il risultato involontario delle generazioni precedenti, alle quali resta comunque legato, sarà inevitabile concludere che il cappello, al di là di momenti di minore o maggiore fortuna, solleciterà sempre la creatività di quanti vorranno dedicare impegno e passione per inventare nuovi, originali copricapi. Finché ci saranno, sulla Terra, teste per ospitarli.
Franco Dattilo