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Ogni stagione ha la propria bellezza. Non è un nuovo detto
popolare, ma poco ci manca. Dopo il vacanziero e sempre impetuoso
intervallo estivo, riprendiamo il nostro "Viaggio nei proverbi
d'Italia", salutando l'autunno, che puntuale arriva, generoso di
profumi e di frutti, con i suoi colori entusiasmanti e le sue
attraenti e romantiche atmosfere, che sempre invitano a salutari
pause riflessive.
Diciamoci la verità: chi, in questo periodo dell'anno, non desidera
trascorrere una giornata nella quiete rigenerante delle campagne
odorose di vendemmie, o dei boschi in collina e fra i monti, a
caccia di silenzi e perfino di solitudine, affrancandosi per un
momento dal turbinio della città, ma anche dal frenetico e pur
festoso ritmo delle affollate località balneari dell'estate appena
passata?
È questa la seduzione, e l'armonia, delle stagioni che si
avvicendano, il richiamo irresistibile della natura, nostra
meravigliosa "madre" comune, alla quale, con la solita sagacia e
l'immancabile senso dell'umorismo, i nostri antichi progenitori
hanno dedicato alcune fra le più suggestive e poetiche massime di
saggezza.
Non è forse poesia, infatti, questo bellissimo proverbio
napoletano, che riesce splendidamente a cogliere il fascino del
tempo, rivelandosi altresì come l'elogio sapiente dei minimi (o non
piuttosto massimi?) piaceri della vita di tutti i giorni, l'essenza
stessa del Carpe diem dei nostri avi latini? Il proverbio - che
rientra più propriamente nei "modi di dire" - è: Farse 'a passïata
d'orraù. Che, letteralmente, si traduce in: "Farsi la passeggiata
del ragù". Una passeggiata, cioè, collegata al rito (tutto
partenopeo, per quanto diffuso nel resto dell'Italia meridionale)
del ragù dei giorni di festa. Ma anche, figurativamente, una
passeggiata svolta in totale relax, senza pensieri e senza una meta
particolare, per il solo impagabile piacere di "andare a zonzo" con
se stessi.
Per tutto il tempo che ci sta. E che ci va... Come per il ragù,
appunto, che a Napoli ha bisogno (le sempre più rare volte che si
riesce a fare come tradizione comanda) di una lunghissima e
sorvegliata cottura, e quindi di tempi "extra-large". Tanto che
fino a pochi anni fa, quando le famiglie erano molto più numerose
di adesso e le donne erano tutte ottime e pazienti massaie, la
preparazione del ragù cominciava normalmente il sabato sera per
giungere a compimento nella mattinata della domenica. Sicché, nel
giorno festivo, durante il tempo necessario alla bisogna, i "maschi
di casa" (sia adulti che bambini, anche e soprattutto per non
essere d'intralcio ai lavori domestici, di esclusiva pertinenza
muliebre), uscivano di buon'ora a fare 'a passïata, mentre le donne
accudivano appunto alla cottura della salsa di pomodoro fresco,
destinata di lì a non molto a profumare (…e a benedire) gli
insuperabili "maccheroni" del festoso e chiassoso pranzo di
mezzogiorno. Un autentico spettacolo per tutti e cinque i
sensi!
E quest'altro detto, di origine pugliese, non è altresì la simbiosi
metaforica e il perfetto sodalizio filosofico della natura della
terra con la nostra specifica natura umana? L'omu - dicono in
Puglia - ede comu l'alburu de vulìa: bruttu, nudusu, stortu. Ma tie
nu te nna futtire: basta ca è fruttifuru (L'uomo è come l'albero
dell'ulivo: può essere brutto, nodoso, storto. Ma a te non deve
importare: purché sia fruttifero).
Non credo che ci sia bisogno di particolari commenti, per questo
mirabile accostamento di vitale e reciproca utilità tra uomo e
albero, tanto arcaico quanto splendidamente moderno e penetrante.
Se mi permettete una citazione personale, l'argomento mi fa
ricordare molti contadini delle mie originarie contrade del
Salento, dove un tempo, quando nasceva un figlio (specialmente se
maschio), piantavano in suo onore venti, trenta, cinquanta piante
di ulivo... Una sorta di vincolo di fratellanza con la terra, segno
(peraltro solidissimo) di grande amore e suggestione.
L'albero è l'emblema stesso della vita: una metafora esistenziale
che ricorre spesso nella tradizione dei detti popolari di tutta la
Penisola, dedicati in particolare alla natura.
Restando ancora per un momento nella Puglia salentina, scopriremo
quest'altra massima che ci invita ad osservare e seguire le leggi
dell'esperienza: Ndrizza l'arberieddhu quandu è tennerieddhu.
Ossia: "Raddrizza l'alberello quando è tenerello", volendo appunto
significare che i principi educativi e morali vanno insegnati ai
nostri figli quando questi sono ancora in giovanissima età. A Roma,
analogamente, si dice: L'arbero s'addrizza de piccolo, e in Abruzzo
sono perfino più precisi: La piant de la fiquere (del fico)
s'addirrizz quand je' piccirill, no quand je' gross. Infine, in
Piemonte e in Liguria - ma anche in varie altre regioni - si
evidenzia che Dall'erboo se conosce i frûti (Dall'albero si
conoscono i frutti). Ovverosia: tale padre, tale figlio. Come
appunto rimarca quest'altro detto marchigiano (più articolato, e
tuttavia filosoficamente identico), che recita: Lo 'mparà è 'na
radica amara, ma tanti frutti ce prepara (L'imparare è una radice
amara, ma molti frutti ci prepara).
Ce n'è, insomma, per tutti i gusti. Dalle valli alpine alle coste
mediterranee, le voci dell'italica saggezza popolare, pur
differenti e variegate nelle loro tipiche espressioni regionali,
convergono tutte in un unico assioma etico-esistenziale, che
associa appunto la nostra natura di uomini a quella di ogni altro
essere dell'universo. Con evidente elogio e predilezione per quella
forma molto speciale di conoscenza che è l'esperienza umana. I
nostri veci - dicono nel Veneto, proprio a evidenziare il gravido
impegno nell'osservazione delle cose del mondo (e quindi i frutti
di una sapienza secolare) - stava sento ani col cul a la piova
prima de far un proverbio (I nostri vecchi restavano cento anni con
il sedere sotto la pioggia prima di fare un proverbio, cioè prima
di determinare, sancire e consacrare una massima di valore
universale).
Non da meno è quest'altro adagio ligure: Beata quella ca' che de
vëgi a ne fa (Beata quella casa in cui vivono anche persone
anziane), col quale si esalta la virtù della sapienza dei vecchi,
derivata appunto dall'esperienza. Un teorema, peraltro, che in
Piemonte è risolto con questo ben noto e laconico pensiero: A val
pì la pratica che la grammatica (Vale più la pratica che la
grammatica); mentre in Sicilia, con quest'altra locuzione, si
esalta al massimo l'importanza dell'acquisizione diretta della
conoscenza: Filici cu 'mpara a spisi ri l'autri (Felice chi impara
a spese d'altri, che sa fare, cioè, buon uso dell'altrui
esperienza).
In tutte le geografie e culture del mondo si possono d'altronde
riscontrare analoghe pillole di saggezza, che rilevano e
magnificano il valore dell'esperienza. Il grande filosofo cinese
Confucio (551-479 a.C.) rimane in questo un indiscusso Maestro, e
le sue celebri massime, nonostante siano trascorsi venticinque
secoli dalla loro stesura nei famosi Cinque Classici, restano
ancora di un'attualità sbalorditiva. In un sano confronto con le
nostre tradizioni, e per il diletto nei nostri lettori, ne forniamo
qui qualche esempio, evidenziando che in molti di essi si cela quel
fascinoso lirismo poetico, con il quale abbiamo appunto cominciato
questa puntata, e ci piace concluderla.
Ecco quindi alcune fra le più belle riflessioni del Maestro
d'Oriente: In qualsiasi direzione vai, vacci con tutto il cuore. E
ancora: Un uomo che ha commesso un errore e non lo ha riparato, ha
commesso un altro errore. O queste altre, che invitano a reagire
alle piccole e grandi traversie della vita: Meglio accendere una
piccola candela che maledire l'oscurità. E poi: La nostra felicità
più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre
dopo una caduta. Della tradizione cinese è infine quest'ultima
regola preziosa: Ascolti e dimentichi, vedi e ricordi, fai e sai. A
pensarci bene, è proprio questo il formidabile segreto
nell'acquisizione della conoscenza e dell'esperienza: ascoltare va
bene; vedere e osservare, è ancora meglio; ma soprattutto, per
conoscere ed essere padroni delle cose, bisogna farle! Ma: «Saper
fare non basta: bisogna anche far sapere», aggiungeva a tale
proposito un mio amico siciliano... Che fosse anche lui un piccolo
Confucio? Meditiamo, gente. Meditiamo...
(6. Continua)
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