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Ottobre
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L'OPINIONE
Tempo di
Vendemmia
Nella romantica Provenza, dove il noto
giornalista trascorre gran parte del suo tempo libero, la raccolta
dell'uva è un appuntamento particolarmente sentito. E lui ce ne
racconta le gioiose atmosfere
Fra i primi di agosto e i primi di settembre - allorché il sole ha
portato al punto giusto la quantità di zuccheri e di acidi presente
nell'uva - può capitare, lungo le strade che conducono da un
villaggio all'altro, qui in Provenza, di finire in una coda di auto
che avanzano lentamente, in processione. In testa, a rallentarne la
corsa, c'è, qualche volta, una macchina mastodontica, alta e
ingombrante - una vendemmiatrice meccanica -, più spesso un
trattorino che traina un traballante rimorchio colmo di grappoli
d'uva. Una volta, i miei giardinieri, Eveline e Lucien, marito e
moglie, di questi tempi scomparivano per qualche settimana: erano
nelle vigne a raccogliere manualmente l'uva; dal 1970 la raccolta
la si fa meccanicamente, prima con una vendemmiatrice di origine
americana (a scuotimento orizzontale), poi con quelle francesi (a
scuotimento laterale). La vendemmiatrice scuote i grappoli, che
vengono raccolti prima che cadano a terra, puliti e messi in una
tramoggia, infine riversati nei rimorchi. Vendemmiatrici e
trattorini sulle strade di casa sono il segnale che è incominciata
la vendemmia.
A poche decine di metri dal confine meridionale della mia proprietà
ci sono le vigne; a qualche centinaio a Nord, sia la strada verso i
Maures - le colline che ci separano dal mare - sia quella che porta
al villaggio più vicino sono circondate da una distesa di vigne.
Così è per le strade verso il villaggio, dove - come ho già
raccontato in un'altra occasione - tutte le mattine vado a comprare
i giornali e, un paio di volte la settimana, in pescheria, dalla
moglie, a comprare il pesce pescato la notte prima dal marito; e
lungo quelle che portano ad un altro villaggio, dov'è la panetteria
che fa il pane più buono della zona, o all'iper-mercato, dove mia
moglie si attarda fra i lunghi scaffali di prodotti per la casa.
Insomma, non posso uscire di casa senza imbattermi nella
vendemmiatrice o nel trattorino di turno e nella coda conseguente
di auto.
Ma i "rallentamenti di stagione" non sono irritanti - quanto quelli
all'entrata o all'uscita di Saint-Tropez nelle ore in cui i
villeggianti vanno alle spiagge o tornano da esse, o in quelle
serali, quando i caffè sul porto si popolano di uomini e donne
eleganti per l'aperitivo prima delle cene nelle ville -, bensì
gioiosi. Annunciano Bacco, che è divinità niente affatto parca e
severa; dicono che, nelle librerie dei villaggi e in quella
dell'iper-mercato, sono comparsi, o stanno per comparire, i libri
dell'anno sui "vini di Francia", les guides preziose per
l'acquisto, con l'indirizzo dei produttori e le pagelle dei vini,
delle quali mi servo come prima indicazione di massima per andare,
poi, sul posto ad assaggiarli e, eventualmente, comprarne qualche
cassa (il passaggio di conoscenti e amici, e le relative colazioni
e cene, da me sono così frequenti che il consumo di vino è quasi
industriale). A loro volta, i singoli produttori - dove l'anno
prima ho fatto i miei acquisti - mi scrivono per darmi notizia che
hanno i bianchi e i rosé dell'anno nuovo (che è poi quello dell'uva
precedente l'anno in corso) e che mi aspettano per la degustation
d'un verre de vin.
Ho già assaggiato, e comprato, due rosé profumati e freschi e,
prima di tornarmene a Milano (o di andare a Parigi, dove non berrò
il beaujolais nouveau, che proprio non mi piace, ma un vero
bourgogne, diciamo del Clos de Vougeot millesimato, che adoro), ne
assaggerò e, probabilmente, ne comprerò altri, sia bianchi sia
rosé, da solo o in compagnia di mio figlio che, come me, ama la
buona cucina e il buon vino e conosce tutti i migliori ristorantini
dei paraggi. Sarà la scorta per la fine dell'anno (lo champagne
verrà dalla regione francese omonima; il rosso, oltre che
bourguignon o bordeaulé, da alcune regioni italiane, comprese il
mio Piemonte, il Veneto e la Toscana: quello di queste parti non è
dei migliori, troppo tanninico): fine dell'anno da trascorrere con
gli amici che hanno casa nei dintorni o che arriveranno
espressamente dall'Italia per rispettare il tradizionale cenone di
casa Ostellino. E, soprattutto, servirà per l'estate successiva,
quando il passaggio degli ospiti sarà più frequente.
E allora, diciamolo: per chi passa tutto l'anno in città - dove i
rapporti con il prossimo sono formali, o del tutto inesistenti, e
nel chiuso di un ufficio - ci potrebbe essere gioia maggiore di
andare in giro per la bella campagna provenzale, fermarsi a qualche
château, chiacchierare col proprietario e berne il vino,
discutendone profumo e gusto (!), magari accompagnato da una calda
e croccante baguette di pane sul quale è stata spalmata
l'anchoiade, la crema di acciughe e aglio, o la non meno gustosa
tapenade di olive? No, non c'è. A condizione, però, che, come me,
abbiate casa qui in Provenza, ci viviate almeno sei mesi l'anno,
conosciate i produttori e ne gustiate i vini, non vi spiacciano le
acciughe e l'aglio (entrambi specialità locali), siate, ahimè,
sufficientemente vecchi per essere in pensione, facciate il mio
mestiere e - grazie all'elettronica - possiate scrivere, e spedire,
comodamente, articoli come questo a Il Carabiniere, da far invidia
a chi, in città, li leggerà…
Qui, all'ingresso di molti villaggi si incontrano cartelli
pubblicitari che dicono orgogliosamente "Facciamo il rosé da
duemilaseicento (2600!) anni". Forse è un'esagerazione di quelle di
cui sono capaci solo i francesi, che sanno vendere i loro prodotti
(vino e formaggi, soprattutto) come nessun altro al mondo. Noi che,
in quanto a buoni vini e a qualità dei formaggi non siamo secondi a
nessuno, non abbiamo ancora imparato a vendere sui mercati mondiali
i nostri, di prodotti, che sono straordinari, e persino le nostre
bellezze naturali e artistiche, come sanno fare loro. È un ritardo
che dovremmo colmare, prima che - dopo la Francia, la Spagna e il
Portogallo - anche la Grecia metta seriamente in discussione, se
non in pericolo, lo storico primato che abbiamo in campo turistico
e gastronomico (dopo tutto, è stata Caterina de' Medici a
introdurre in Francia la virtù della buona cucina). Forse, dicevo,
è un'esagerazione che in Provenza facciano il rosé da oltre due
millenni e mezzo. Ma resta il fatto che la vendemmia - ovunque si
svolga - è, da sempre, un momento del tutto particolare nella vita
dell'uomo, una festa campestre che segna, in allegria invece che
nella malinconia, l'annuncio della fine dell'estate e
l'approssimarsi dell'autunno.
La viticoltura ha origine antichissime - risale a 10mila anni
avanti Cristo - nell'attuale Medio Oriente, probabilmente, per
ragioni climatiche. Raggiunge tardi l'Italia e il resto d'Europa.
In un vaso di terracotta del VI secolo avanti Cristo, rinvenuto a
Cerveteri, si vedono alcuni satiri che raccolgono e pigiano l'uva
alla presenza di Dionisio; della pigiatura parla anche il profeta
Geremia nel 600 avanti Cristo. La prima testimonianza di vendemmia
è del profeta Isaia, che ricorda la "Festa delle capanne", dove i
vendemmiatori soggiornavano durante i lavori. Nell'antica Roma, la
vendemmia incominciava il 19 agosto con una festa pubblica; è
nell'VIII secolo dopo Cristo che i Benedettini diffondono la
viticoltura anche nell'Italia del Nord. In un trattatello del 1303
si dice che un atto ufficiale del Comune dava avvio alla vendemmia
non prima dell'8 settembre, Festa di Santa Maria di Vendimia. Ed è
del XVII secolo, ancora, il Tractatus de vinea, vindimia et vino di
Prospero Rendella; nel 1786, anche Goethe parla di vigne e di vini
in una lettera da Vicenza.
La storia della viticoltura percorre poi quella della progressiva
costruzione di nuove vendemmiatrici meccaniche per la raccolta
dell'uva e della scoperta di modi sempre più sofisticati e
scientifici di produzione del vino: le attuali aziende vinicole
sembrano più avveniristici laboratori chimici che antiche fattorie.
Così, la qualità del vino è sempre migliore; persino quello
americano (californiano) ha poco da invidiare a quelli italiani e
francesi.
Prosit, allora: alla nostra salute. |
Piero Ostellino
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