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Tempo di Vendemmia

Nella romantica Provenza, dove il noto giornalista trascorre gran parte del suo tempo libero, la raccolta dell'uva è un appuntamento particolarmente sentito. E lui ce ne racconta le gioiose atmosfere

Un momento della vendemmia Fra i primi di agosto e i primi di settembre - allorché il sole ha portato al punto giusto la quantità di zuccheri e di acidi presente nell'uva - può capitare, lungo le strade che conducono da un villaggio all'altro, qui in Provenza, di finire in una coda di auto che avanzano lentamente, in processione. In testa, a rallentarne la corsa, c'è, qualche volta, una macchina mastodontica, alta e ingombrante - una vendemmiatrice meccanica -, più spesso un trattorino che traina un traballante rimorchio colmo di grappoli d'uva. Una volta, i miei giardinieri, Eveline e Lucien, marito e moglie, di questi tempi scomparivano per qualche settimana: erano nelle vigne a raccogliere manualmente l'uva; dal 1970 la raccolta la si fa meccanicamente, prima con una vendemmiatrice di origine americana (a scuotimento orizzontale), poi con quelle francesi (a scuotimento laterale). La vendemmiatrice scuote i grappoli, che vengono raccolti prima che cadano a terra, puliti e messi in una tramoggia, infine riversati nei rimorchi. Vendemmiatrici e trattorini sulle strade di casa sono il segnale che è incominciata la vendemmia.

A poche decine di metri dal confine meridionale della mia proprietà ci sono le vigne; a qualche centinaio a Nord, sia la strada verso i Maures - le colline che ci separano dal mare - sia quella che porta al villaggio più vicino sono circondate da una distesa di vigne. Così è per le strade verso il villaggio, dove - come ho già raccontato in un'altra occasione - tutte le mattine vado a comprare i giornali e, un paio di volte la settimana, in pescheria, dalla moglie, a comprare il pesce pescato la notte prima dal marito; e lungo quelle che portano ad un altro villaggio, dov'è la panetteria che fa il pane più buono della zona, o all'iper-mercato, dove mia moglie si attarda fra i lunghi scaffali di prodotti per la casa. Insomma, non posso uscire di casa senza imbattermi nella vendemmiatrice o nel trattorino di turno e nella coda conseguente di auto.

Ma i "rallentamenti di stagione" non sono irritanti - quanto quelli all'entrata o all'uscita di Saint-Tropez nelle ore in cui i villeggianti vanno alle spiagge o tornano da esse, o in quelle serali, quando i caffè sul porto si popolano di uomini e donne eleganti per l'aperitivo prima delle cene nelle ville -, bensì gioiosi. Annunciano Bacco, che è divinità niente affatto parca e severa; dicono che, nelle librerie dei villaggi e in quella dell'iper-mercato, sono comparsi, o stanno per comparire, i libri dell'anno sui "vini di Francia", les guides preziose per l'acquisto, con l'indirizzo dei produttori e le pagelle dei vini, delle quali mi servo come prima indicazione di massima per andare, poi, sul posto ad assaggiarli e, eventualmente, comprarne qualche cassa (il passaggio di conoscenti e amici, e le relative colazioni e cene, da me sono così frequenti che il consumo di vino è quasi industriale). A loro volta, i singoli produttori - dove l'anno prima ho fatto i miei acquisti - mi scrivono per darmi notizia che hanno i bianchi e i rosé dell'anno nuovo (che è poi quello dell'uva precedente l'anno in corso) e che mi aspettano per la degustation d'un verre de vin.

Ho già assaggiato, e comprato, due rosé profumati e freschi e, prima di tornarmene a Milano (o di andare a Parigi, dove non berrò il beaujolais nouveau, che proprio non mi piace, ma un vero bourgogne, diciamo del Clos de Vougeot millesimato, che adoro), ne assaggerò e, probabilmente, ne comprerò altri, sia bianchi sia rosé, da solo o in compagnia di mio figlio che, come me, ama la buona cucina e il buon vino e conosce tutti i migliori ristorantini dei paraggi. Sarà la scorta per la fine dell'anno (lo champagne verrà dalla regione francese omonima; il rosso, oltre che bourguignon o bordeaulé, da alcune regioni italiane, comprese il mio Piemonte, il Veneto e la Toscana: quello di queste parti non è dei migliori, troppo tanninico): fine dell'anno da trascorrere con gli amici che hanno casa nei dintorni o che arriveranno espressamente dall'Italia per rispettare il tradizionale cenone di casa Ostellino. E, soprattutto, servirà per l'estate successiva, quando il passaggio degli ospiti sarà più frequente.

E allora, diciamolo: per chi passa tutto l'anno in città - dove i rapporti con il prossimo sono formali, o del tutto inesistenti, e nel chiuso di un ufficio - ci potrebbe essere gioia maggiore di andare in giro per la bella campagna provenzale, fermarsi a qualche château, chiacchierare col proprietario e berne il vino, discutendone profumo e gusto (!), magari accompagnato da una calda e croccante baguette di pane sul quale è stata spalmata l'anchoiade, la crema di acciughe e aglio, o la non meno gustosa tapenade di olive? No, non c'è. A condizione, però, che, come me, abbiate casa qui in Provenza, ci viviate almeno sei mesi l'anno, conosciate i produttori e ne gustiate i vini, non vi spiacciano le acciughe e l'aglio (entrambi specialità locali), siate, ahimè, sufficientemente vecchi per essere in pensione, facciate il mio mestiere e - grazie all'elettronica - possiate scrivere, e spedire, comodamente, articoli come questo a Il Carabiniere, da far invidia a chi, in città, li leggerà…

Qui, all'ingresso di molti villaggi si incontrano cartelli pubblicitari che dicono orgogliosamente "Facciamo il rosé da duemilaseicento (2600!) anni". Forse è un'esagerazione di quelle di cui sono capaci solo i francesi, che sanno vendere i loro prodotti (vino e formaggi, soprattutto) come nessun altro al mondo. Noi che, in quanto a buoni vini e a qualità dei formaggi non siamo secondi a nessuno, non abbiamo ancora imparato a vendere sui mercati mondiali i nostri, di prodotti, che sono straordinari, e persino le nostre bellezze naturali e artistiche, come sanno fare loro. È un ritardo che dovremmo colmare, prima che - dopo la Francia, la Spagna e il Portogallo - anche la Grecia metta seriamente in discussione, se non in pericolo, lo storico primato che abbiamo in campo turistico e gastronomico (dopo tutto, è stata Caterina de' Medici a introdurre in Francia la virtù della buona cucina). Forse, dicevo, è un'esagerazione che in Provenza facciano il rosé da oltre due millenni e mezzo. Ma resta il fatto che la vendemmia - ovunque si svolga - è, da sempre, un momento del tutto particolare nella vita dell'uomo, una festa campestre che segna, in allegria invece che nella malinconia, l'annuncio della fine dell'estate e l'approssimarsi dell'autunno.

La viticoltura ha origine antichissime - risale a 10mila anni avanti Cristo - nell'attuale Medio Oriente, probabilmente, per ragioni climatiche. Raggiunge tardi l'Italia e il resto d'Europa. In un vaso di terracotta del VI secolo avanti Cristo, rinvenuto a Cerveteri, si vedono alcuni satiri che raccolgono e pigiano l'uva alla presenza di Dionisio; della pigiatura parla anche il profeta Geremia nel 600 avanti Cristo. La prima testimonianza di vendemmia è del profeta Isaia, che ricorda la "Festa delle capanne", dove i vendemmiatori soggiornavano durante i lavori. Nell'antica Roma, la vendemmia incominciava il 19 agosto con una festa pubblica; è nell'VIII secolo dopo Cristo che i Benedettini diffondono la viticoltura anche nell'Italia del Nord. In un trattatello del 1303 si dice che un atto ufficiale del Comune dava avvio alla vendemmia non prima dell'8 settembre, Festa di Santa Maria di Vendimia. Ed è del XVII secolo, ancora, il Tractatus de vinea, vindimia et vino di Prospero Rendella; nel 1786, anche Goethe parla di vigne e di vini in una lettera da Vicenza.

La storia della viticoltura percorre poi quella della progressiva costruzione di nuove vendemmiatrici meccaniche per la raccolta dell'uva e della scoperta di modi sempre più sofisticati e scientifici di produzione del vino: le attuali aziende vinicole sembrano più avveniristici laboratori chimici che antiche fattorie. Così, la qualità del vino è sempre migliore; persino quello americano (californiano) ha poco da invidiare a quelli italiani e francesi.

Prosit, allora: alla nostra salute.
Piero Ostellino