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L'INTERVISTA
Quell'impegno
silenzioso
Incontro con Catherine Spaak: l'attrice
francese, tra i volti più amati della televisione e del cinema
nostrani, racconta la sua esperienza di vittima di stalking e il
suo contributo nel soccorrere, al fianco dei Carabinieri, i
terremotati abruzzesi
Signora davvero affascinante,
Catherine Spaak, francese di origine belga, attrice,
giornalista, scrittrice. Per oltre quindici anni conduttrice di
Harem, fortunata trasmissione televisiva in onda su Rai Tre, è
stata apprezzata interprete di film come La voglia matta, Il
sorpasso, La noia, L'armata Brancaleone, nonché una delle prime
donne dello spettacolo, in Italia, ad aver denunciato un fenomeno,
quello degli "atti persecutori", fino a qualche tempo fa poco
conosciuto nel nostro Paese. Questo reato, noto anche col termine
inglese di "stalking", è oggi nell'art. 612 bis del Codice Penale
con decreto legge 23 febbraio 2009, convertito in legge il 22
aprile.
Signora Spaak, lei è stata vittima di stalking. Quanto tempo fa le
è accaduto?
«Sono passati più di cinque anni».
Che tipo era il suo persecutore, e in quale occasione vi siete
conosciuti?
«Era un uomo che ho incontrato a Roma, in un centro spirituale
diretto da un insegnante di lingua e meditazione orientale».
Per quanto tempo è stata molestata?
«Circa un anno».
Com'è riuscita a liberarsene?
«L'ho fatto arrestare. Mi è stato riferito che ha accettato di
farsi aiutare: è stato in un istituto fuori Roma per un lungo
periodo. Da allora non ne ho saputo più niente».
Chi l'ha arrestato?
«I carabinieri della zona dove vivo, a Roma, che spesso
intervenivano per allontanarlo».
Quali erano i comportamenti adottati dallo stalker nei suoi
confronti?
«Messaggi osceni tutti i giorni. E poi sostava sotto casa mia,
rendendomi la vita impossibile: non sapevo come fare perché
lavoravo e tornavo ad orari molto diversi, a volte anche la sera
tardi. È stato un periodo molto pesante. Alla fine mi sono decisa a
registrare le telefonate, che ho ricevuto tutti i giorni per almeno
un anno, e le ho consegnate ai carabinieri».
Ha fornito tutte le prove ai militari dell'Arma, insomma. Così è
riuscita a liberarsene?
«I carabinieri venivano spesso da me, perché quando il mio
persecutore si avvicinava alla mia casa avevo paura di uscire.
Quindi li chiamavo, loro arrivavano e lo allontanavano. Poi, però,
la cosa ricominciava. L'ultima volta mi ha messo le mani addosso,
ed è stata quella l'occasione che ha reso possibile
l'arresto».
Cosa sentirebbe di consigliare a chi sia vittima di simili
reati?
«Di denunciare il fatto, visto che adesso c'è una legge,
finalmente! Nient'altro che questo: denunciare subito».
L'Arma dei Carabinieri ha istituito un nucleo anti-stalking al fine
di osservare e monitorare il fenomeno per contrastarlo. Che cosa ne
pensa?
«Va bene lo studio del fenomeno, ma la prima cosa è far sì che il
molestatore non possa più nuocere. Ritengo che quando una donna
viene perseguitata, minacciata, il responsabile vada bloccato. Non
si può dare a certa gente la possibilità di perseverare. Si tratta
di persone violente, che possono arrivare a ferire, persino a
uccidere. Il contributo delle Forze dell'Ordine è
fondamentale».
Successivamente all'arresto, lei è stata piuttosto comprensiva con
quell'uomo.
«Non c'è dubbio che tutte le persone che si comportano in questo
modo siano disturbate, malate, e come tali vadano capite. Per
questo non ho voluto infierire contro di lui e sono felice che
abbia accettato di farsi curare; era la soluzione più
intelligente».
La psichiatria definisce il fenomeno come una "patologia della
comunicazione interpersonale".
«Non sono del tutto d'accordo con questa definizione. Penso sia una
patologia molto più profonda. Sono senz'altro persone molto
insicure, sole, che hanno difficoltà nella comunicazione. Ma questo
è soltanto uno dei motivi. Credo che gli stalkers siano uomini
immaturi, incapaci di accettare un rifiuto: non solo da parte di
una donna, ma in tutti i campi della vita. Conta anche l'ambiente
socio-culturale: ci sono Paesi in cui il rifiuto di una donna può
suscitare addirittura l'omicidio o la deturpazione del viso. Lì è
un fatto culturale, oltre che psicologico, un modo di concepire il
potere, la violenza, l'arbitrio da parte dell'uomo, che non accetta
che venga negato, che non può vedersi respinto».
Passando ad un altro argomento… Sappiamo che attualmente sta
prestando soccorso ai terremotati in Abruzzo in collaborazione con
i carabinieri del paese in cui vive, Collevecchio, in provincia di
Rieti.
«Conosco bene l'Associazione della Croce Verde. Grazie ad essa sono
arrivata a conoscere meglio i carabinieri del mio paese e insieme
abbiamo iniziato ad andare all'Aquila, precisamente a Colle di
Roio, per seguire una tendopoli di trecentocinquanta persone, in
maggioranza anziane. È un campo che, come altri, ha ancora bisogno
di aiuti. Sono in contatto con i responsabili e ci rechiamo spesso
sul posto portando medicinali e altri generi di prima necessità. È
un importante contributo, da parte dei carabinieri e della Croce
Verde».
Qual è il suo rapporto con gli uomini dell'Arma? Alcuni di loro li
avrà conosciuti direttamente.
«Beh, qualcuno lo conoscevo già. Questo è un paese molto piccolo,
dove ci si conosce un po' tutti. La collaborazione, però, nata già
da tempo, si è cementata dopo l'emergenza del terremoto. Loro sono
veramente molto bravi e devo dire che tutti, a Collevecchio, stanno
facendo un grandissimo lavoro per raccogliere donazioni, cibo,
eccetera. Ci siamo messi tutti insieme e abbiamo anche un progetto,
sia con la Croce Verde sia con i carabinieri, di raccogliere fondi
alla fine dell'estate attraverso spettacoli e manifestazioni. Una
somma importante, per poter ricostruire qualcosa: un centro medico,
un ambulatorio, un asilo nido o un ricovero per anziani. Un nostro
contributo non solo per l'emergenza, ma anche per il futuro».
Personalmente, come vive questo momento?
«Molto bene. È un bellissimo rapporto, quello che si instaura con
queste persone. Provo una grande tristezza nel vedere, però, che
lassù non funziona sempre tutto: manca talvolta
l'essenziale».
Ha raccolto le testimonianze dei terremotati. Qualche esperienza
l'ha colpita in maniera particolare?
«Ho sentito molte storie, ma non vorrei riferire confidenze fatte a
me e che io rispetto. Invece mi hanno colpito i sorrisi in mezzo a
una situazione che non so come riuscirei ad affrontare. E quegli
sguardi... Ogni volta che andiamo via, dicono: "Non ci
abbandonate!". Se ci si assume la responsabilità di aiutarli, non
bisogna tradirli. A volte aspettiamo a tornare perché non c'è
ancora tutto il materiale, ma loro dicono: "Non fa niente, venite
lo stesso, anche se non portate niente"».
Pensa che racconterà questa esperienza in un suo libro?
«Non ci sto pensando proprio. Adesso pensiamo alle cose
urgenti».
Il suo ultimo libro è Lui. I suoi nuovi progetti?
«Questa estate ho fatto un nuovo spettacolo in cui ero la voce
recitante de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, con
un gruppo musicale composto da artisti italiani e stranieri. Quindi
riprenderò Vivien Leigh, un monologo in cui racconto la vita
dell'attrice».
Non ci resta che ringraziarla, madame Spaak, con un grosso in bocca
al lupo per la sua attività umanitaria.
«Grazie a voi carabinieri, per tutto quello che fate, anche se a
volte non viene raccontato. I grandi scoop che vediamo in
televisione nascondono centinaia e centinaia di anime belle come
quelle dei tanti militari dell'Arma che si impegnano per prestare
soccorso alla gente. Nomi e volti che quasi mai vengono citati o
inquadrati. La vostra discrezione vi rende
onore». |
Marcello D'Auria
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