|
Se siete affetti da fantasia eccessiva, non preoccupatevi: avete
buone probabilità di cogliere nel segno. Se ritenete che un maniaco
sessuale abiti dall'altra parte del pianerottolo; se pensate che un
serial killer sia appostato al piano di sopra; se la portinaia -
una vecchia zitella tipo "arsenico e vecchi merletti" - si ostina a
prepararvi tisane poco rassicuranti… non incolpate la vostra
fantasia: è molto probabile che abbiate ragione.
La fantasia serve proprio a questo: a vedere ciò che gli occhi non
possono. È un sistema d'indagine, se vogliamo.
Così, mentre il tizio dell'agenzia immobiliare spreca aggettivi
magnificenti per descrivere l'appartamento, io immagino che lui -
tornato a casa, dopo il lavoro - si metta a fabbricare ordigni per
conto di gruppi eversivi.
«L'appartamento non è grande», continua lui, «però il posto è
tranquillo e i vicini sono gente a modo: sono giovani ma
tranquilli, riservati, educati come se ne trovano pochi al giorno
d'oggi».
Bene. Sono proprio quelli i più pericolosi.
«Vedrà, maresciallo, si troverà benissimo».
«Non sono maresciallo», gli faccio io, risentito.
«Ah no?».
Il tizio assume un'espressione di disgusto, manco avessi
pronunciato una bestemmia. Maledetti serial tivvù. Adesso la gente
pensa che tutti i carabinieri siano marescialli. Secondo loro, ci
dovrebbero essere più marescialli in servizio che delinquenti in
galera.
L'appartamento è in realtà un bilocale travestito da mansarda, nel
centro storico del paese.
Del resto, qui a Foiano tutto è ristretto: il paesino, le viuzze,
le casette, gli appartamentini.
Uno come me, di corporatura… robusta (diciamo così), quando è in
casa occupa la metà della medesima. Di ricevere ospiti non se ne
parla proprio. A meno che non si tratti dei nani di
Biancaneve.
«Non si preoccupi», conclude l'agente immobiliare, «se non è
maresciallo, lo diventerà presto. Grande e grosso com'è…».
Grazie tante. Mi mancava, un buon incoraggiamento.
Sotto di me abita Attilio, un giovane ingegnere. È lui a portarmi
in giro per il paese, a farmi conoscere le personalità.
Il Sindaco, vecchio comunista ex Cccp che per ironia della sorte di
nome fa Benito (secondo lui, Carlo Marx era troppo di destra);
Dario, il segretario comunale, che si crede onnipotente solo perché
tiene i registri della nascite e delle morti; Don Felice, il
parroco, un ragazzone di colore appena ordinato sacerdote, che
sembra Cassius Clay da giovane (da quando c'è lui, stranamente, la
chiesetta è gremita di signore di mezza età; pare che vengano anche
dai paesi vicini); Germana, la fornaia, che costringe il marito in
cucina e incrementa gli affari con scollature generose; Evaristo,
titolare del negozio "qui-si-vende-di-tutto", con una faccia che,
al confronto, un beccamorto potrebbe fare l'animatore nei villaggi
turistici. Nel suo negozio c'entri solo se ne hai un bisogno
disperato.
Finito il giro, Attilio m'invita a casa sua.
«Si accomodi, maresciallo».
Eccone un altro.
«Non sono maresciallo, solo brigadiere».
«Mi scusi».
Dalla sua espressione comprendo che non ha la più pallida idea
della differenza che passa tra marescialli e brigadieri (i primi
vanno in televisione, gli altri no).
Al confronto del mio, l'appartamento di Attilio è gigantesco. Non è
giusto. Lui è magro, non ha bisogno di tanto spazio. Invece io,
quando mi chino per raccogliere la cenere di sigaretta dal
pavimento, mi ritrovo con la testa nel bagno e le natiche in
cucina.
Attilio lavora come progettista per una grande industria di Varese.
Grazie al computer e ad Internet, può lavorare tranquillamente da
casa, a centinaia di chilometri di distanza. Potere della
tecnologia. Sarebbe bello addestrare il Carabiniere Virtuale ad
acciuffare i malviventi che di virtuale hanno solo l'alibi.
Mentre Attilio mi parla del suo lavoro, vengo attratto da un grosso
fascicolo pieno di fogli colorati, in bella vista sulla scrivania.
Sulla copertina c'è stampato Mickey Mouse.
Allungo la mano per aprirlo, ma lui mi ferma con decisione.
«Mi scusi, ma questo è materiale top secret. Sa, sto progettando il
carro di carnevale».
«Ma… siamo in settembre!».
Lui ride. «Qui a Foiano si lavora tutto l'anno, per preparare il
carnevale. I nostri carri allegorici sono solo quattro, ma non
hanno nulla da invidiare a nessuno. Lo sa che i nostri giganti di
cartapesta finiscono persino al carnevale di Rio de
Janeiro?».
Perbacco. Davanti agli occhi mi passa fulminea l'immagine delle
ballerine Oba-Oba. Molto giovani, molto spogliate e troppo
magre.
Attilio mi spiega che a Foiano ci sono quattro "cantieri": Rustici,
Azzurri, Bombolo e Nottambuli. Funzionano un po' come le contrade
di Siena.
Ogni cantiere allestisce il proprio carro e l'ultima domenica di
carnevale, prima della cremazione di Re Giocondo, la giuria decreta
il vincitore. La passione per la gara e la rivalità sono proprio
identiche a quelle delle contrade di Siena.
«Io sono dei Rustici», afferma Attilio con orgoglio, «e quest'anno
vinciamo di sicuro. Ho in mente un progetto che…», fa un gesto come
per dire: "Lasciamo tutti a bocca aperta".
In quel mentre arriva la sua ragazza. Viso da Madonna fiorentina
del Cinquecento, capelli castani, lunghi, occhi color
nocciola.
«Questa è Angela», mi fa Attilio.
Nel darmi la mano, lei sussurra qualcosa che non capisco, annegato
come sono in quei laghi nocciola. Troppo bella per essere vera,
troppo angelica per non nascondere qualche segreto orribile.
Maledetta questa mia fantasia che non mi dà pace. È solo una
splendida ragazza, come neanche posso osare immaginarne in
sogno.
«Angela è del cantiere dei Nottambuli…, praticamente siamo nemici»,
dice Attilio in tono scherzoso.
«Piantala», risponde lei, dandogli una spintarella. Si vede che tra
i due c'è intesa e ciò mi dà fastidio, anche se non ne capisco il
motivo. La presenza di Angela mi fa sentire goffo, a disagio. Mi
sento un pachiderma al cospetto di una gazzella. Esco
dall'appartamento di Attilio con l'animo mortificato ma la faccia
sorridente.
Come responsabile della locale Stazione dei Carabinieri, devo
anzitutto stringere rapporti cordiali con la gente.
Come dire: il cuore è forte, ma l'uniforme gli mette le briglie… e
a volte pure la museruola. Mentre salgo le scale per tornare alla
mia mansarda lillipuziana, Attilio mi grida: «Se ha bisogno di
qualcosa non faccia complimenti, maresciallo».
Sì, buonanotte.
Foiano è un paesino troppo tranquillo per essere vero. In quattro
mesi, da quando sono arrivato, non è accaduto nulla di serio.
Tuttavia, quando cammino per le viuzze del centro storico, quando
ammiro l'impianto medievale conservato quasi integro, quando scorgo
le grate dei seminterrati, non posso fare a meno di immaginare
cadaveri occultati nelle intercapedini dei muri antichi, scheletri
cementati nelle fondamenta delle cantine, riti sacrileghi e messe
nere celebrate in camere segrete sotterranee.
«Lei ha troppa fantasia», mi dice Cerquetti, l'appuntato che presta
servizio con me.
Cerquetti è del cantiere Rustici, come Attilio. Appena concluso il
turno di servizio, corre al fabbricato dove è in costruzione il
carro di carnevale. Il giorno dopo mi fa una testa così sui
progressi dei lavori e ogni volta è sempre più convinto che
quest'anno, dopo ben quindici di astinenza, i Rustici finalmente
trionferanno.
Ho notato che, con l'avvicinarsi del carnevale, il paese si
trasforma. Anzi, sono le persone a cambiare. Si parla solo di carri
allegorici e corsi mascherati. Si fanno pronostici, serpeggiano
insinuazioni, qua e là strisciano malignità velenose. I progettisti
dei carri vengono quotati come si fa nel calciomercato per i
campioni più in voga. La domenica sera non si parla di Ronaldo,
Kakà o Del Piero, ma di Cecio Magnaccio, di Sandrone Occhiofino, di
Fortebraccio da Farniole, di Giorgione il Fantastico. Non sono
capitani di ventura del Rinascimento, bensì rinomati artisti,
contesi a suon di denari dai quattro cantieri per vincere la gara
dell'ultima domenica di carnevale.
«Quest'anno noi Rustici abbiamo un asso nella manica», insiste
Cerquetti, «una novità assoluta… guardi, brigadiere, a parole non
si può spiegare».
All'inizio la gara mi lasciava indifferente, ma ora, devo
ammetterlo, mi sono lasciato prendere dallo spasimo dell'attesa,
dalla curiosità per questi famigerati carri allegorici di cui tutti
parlano, persino dal gusto del pettegolezzo.
È come un profumo sottile, una droga che circola nell'aria, intride
i vestiti e il cervello della gente, sposta il senso della realtà
su un piano diverso, come se nel carnevale di oggi - come accadeva
in quello antico - tutto sia permesso e la sola legge sia quella di
Re Giocondo, il grande fantoccio di paglia che verrà bruciato in
piazza l'ultima domenica di carnevale. E nel rogo ci dovrebbero
finire anche i pensieri cattivi della gente, secondo la tradizione.
Mah…
Sono costretto a recarmi al negozio "qui-si-vende-di-tutto" per
comprare le lamette da barba. Evaristo ha una faccia che sembra
Lerch, il maggiordomo della famiglia Addams. Solo che Lerch ha
un'espressione più allegra. Mentre sto per pagare, mi afferra il
braccio e mi attira verso di sé.
Mi sussurra all'orecchio: «Qui accadono cose strane, brigadiere. I
Rustici hanno una diavoleria sul loro carro… e noi Nottambuli
pensiamo che bisogna indagare».
Per il solo fatto d'avermi chiamato con il mio grado - anziché
maresciallo, come fanno tutti -, Evaristo mi diventa già più
simpatico. «Hanno commesso un reato?», gli chiedo.
«Per ora no, ma…», si blocca nel veder entrare in negozio Dario, il
segretario comunale. È del cantiere Azzurri ed è notoriamente tra i
più sfegatati. Evaristo mi fa un lieve cenno d'intesa, come a dire:
"Acqua in bocca". Esco in strada con la sensazione di essermi fatto
prendere nell'ingranaggio. Questa faccenda dei cantieri e della
gara di carnevale sta assumendo proporzioni che non avrei
immaginato… nonostante la mia fantasia galoppante.
È come se il paese vivesse in un'altra dimensione, del tutto
impermeabile a quanto accade nel resto del mondo.
Cade il Governo, e qui si parla dei Nottambuli che hanno deciso di
modificare la figura principale del loro carro. Un terremoto scuote
mezza Europa, e qui corre voce che gli Azzurri usino polistirolo al
posto della tradizionale cartapesta. La Nazionale di calcio perde
una partita di qualificazione mondiale contro Malta, e a Foiano si
fanno ridde di ipotesi sulla famigerata arma segreta in possesso
dei Rustici. Il piccolo paese è diventato una specie di "porto
franco" dove può accadere di tutto, purché riguardi il carnevale e
la sfilata dei carri.
Nel passare davanti alla chiesa, trovo Don Felice attorniato da un
gruppo di ragazzini. Lo saluto e lui ricambia sorridendo con i suoi
denti bianchissimi. Anche lui, come me, è in paese da pochi mesi,
ma si è subito accasato con il cantiere Nottambuli, pare per una
forte simpatia con un visetto da Madonna fiorentina. Solo
malignità, ovviamente. Gli altri cantieri, però, l'hanno presa
male: un prete dovrebbe rimanere neutrale, nella contesa. In questo
modo, invece, i Nottambuli potranno godere della benedizione e di
un particolare occhio di riguardo "dall'alto". Don Felice non
sembra disturbato e fa finta di nulla, nonostante le lettere
minatorie che trova ogni giorno nella cassetta delle
elemosine.
Giungo in caserma - un bugigattolo di due stanze con bagno; per
fortuna Cerquetti è magrolino - e vi trovo la signora Adalgisa.
Ottantadue anni, dice lei, ma per me se ne toglie parecchi.
«Cara signora, non può venire ogni giorno a sporgere una denuncia.
Non mi dirà che il solito maniaco le ha rubato la biancheria intima
stesa ad asciugare?».
«No, maresciallo. Sono venuta perché…», guarda a destra e sinistra,
per assicurarsi che siamo soli, «…tira una brutta aria, signor
maresciallo».
«Non sono maresciallo, gliel'ho già detto cento volte».
«I Rustici sono troppo forti, quest'anno», continua lei,
imperterrita, «e i Nottambuli farebbero qualsiasi cosa per non
farli vincere. Qualsiasi cosa…», e mi dà di gomito, con aria
complice.
«Lei ha troppa fantasia, signora Adalgisa», le rispondo. Ma subito
mi mordo le labbra.
Una notte insonne. Saranno le insinuazioni della signora Adalgisa…
o magari la peperonata. Voci al piano di sotto. Il mio lettuccio -
sul quale devo stare attento a rigirarmi, altrimenti rischio di
cadere, tant'è piccolo - è in corrispondenza della camera da letto
di Attilio, al piano inferiore. Nel silenzio della notte riconosco
anche la voce di Angela. I due parlano con tono abbastanza alto da
poter distinguere ogni parola.
«Ti prego, cara. Non posso farlo».
«Ma sì, che puoi».
«Sei pazza, non sai cosa significa».
«Lo so benissimo, per questo te lo chiedo».
«Ma…».
«Allora non mi ami».
«Sì che ti amo… farei qualunque cosa per te».
«Non voglio qualunque cosa… voglio questo».
«Se mi scoprono, corro il rischio di farmi…».
«Dài, non esagerare».
«Esiste un codice d'onore».
«Al diavolo. Negli anni passati, ne sono successe di tutti i
colori. E poi, perché non passi dalla nostra parte, una buona
volta? C'è già tuo fratello, con noi».
«Non sai quello che dici, Angela. Sono dei Rustici fin da bambino,
non posso, all'improvviso…».
«Se non mi prometti che lo farai, mi rivesto subito e me ne vado. È
finita, Attilio».
«No, ti prego. Lo sai che non posso fare a meno di te… Vieni qui,
piccolina…».
Le voci tacciono. In compenso, parlano le molle del letto. La
ragazza usa argomenti convincenti. Mi ricorda una tipa che ho
conosciuto anni fa. Pretendeva che io… ma no, niente fantasie,
stanotte.
Colpi alla porta mi destano di soprassalto. Non è ancora l'alba.
Apro e mi trovo davanti Attilio, l'espressione stralunata.
«Venga con me, devo mostrarle una cosa».
Mi vesto in fretta. Mi chiedo come mai Attilio sia in piedi così
presto, dopo la notte parecchio movimentata con Angela. Usciamo.
Le stradine sono deserte. È domenica mattina e la gente dorme…
beata lei. A piedi, usciamo dal centro storico e ci dirigiamo verso
lo spiazzo dove sorgono i fabbricati dei quattro cantieri.
Attilio non parla e io non gli faccio domande. Il fiato si condensa
nell'aria gelida del mattino. Si arresta davanti al fabbricato dei
Rustici.
Apre il grosso lucchetto con una chiave che tiene appesa al collo.
Entriamo.
«Dobbiamo sbrigarci, prima che arrivi qualcuno», Attilio afferra
una torcia dal banco di lavoro. «Meglio non accendere le luci, per
precauzione».
Il fascio della torcia squarcia il buio, lasciando intravedere
l'opera ormai compiuta.
Rimango attonito di fronte al carro allegorico. È gigantesco. Il
fabbricato sarà alto dieci metri e purtuttavia la figura centrale è
ripiegata su se stessa. Sembra una specie di serpente
aggrovigliato… oppure un drago. Altri personaggi mostruosi - forse
cariatidi o diavoli: in ogni caso, piuttosto impressionanti - si
protendono dal carro e sembrano assumere vita ai lampi irregolari
della torcia.
«Mi segua».
Attilio mi conduce verso la parte posteriore del carro. Per lui è
facile, il suo giro-vita sarà appena un terzo del mio.
Il carro e le figure di cartapesta occupano quasi tutto lo spazio,
mi costringono a trattenere il fiato e ad appiattirmi come un
gatto, radendo la parete di cemento del fabbricato.
Attilio apre una porticina di metallo sul lato posteriore del
carro. Vi entra dentro ed io lo seguo. All'interno: interruttori,
display e comandi di vario genere. Assomiglia al quadro di comando
di un aereo da turismo.
«Guardi», mi fa Attilio. «I movimenti di questo carro e delle
figure di cartapesta sono tutti di tipo oleodinamico e sono gestiti
elettronicamente. Sa cosa significa?».
Cerco di assumere un'espressione da ingegnere elettronico, ma non
devo essere molto convincente, perché lui prosegue senza attendere
risposta.
«Le figure sono costruite su bracci meccanici e i movimenti vengono
guidati dal quadro comandi; ogni leva o interruttore muove un
braccio, una gamba oppure la testa delle figure. Ho progettato
tutto io».
«Complimenti».
«I carri degli altri cantieri funzionano ancora a contrappesi e
sono azionati a mano. Roba da preistoria, al confronto del
nostro».
«Allora quest'anno vincerete facilmente».
«No, perché qualcuno ci sta sabotando».
Attilio apre il pannello anteriore del quadro comandi. Appare una
selva di fili elettrici. Concentra il raggio della torcia su due
fili: uno rosso e uno nero.
«Qualcuno ha scambiato le connessioni, ha invertito i fili. In
questo modo, s'invertono anche i movimenti delle figure sul
carro».
«Per farvi perdere la gara?».
«Non solo. Qualcuno potrebbe farsi male, e seriamente: le figure
devono compiere solo alcuni movimenti precisi, altrimenti finiscono
addosso alla gente che gremisce le strade durante la sfilata.
Capisce?».
Faccio un cenno d'assenso. Tentato omicidio plurimo volontario…
forse tentata strage. Va anche oltre le mie più sfrenate
fantasie.
«Ha dei sospetti?», gli chiedo. «Magari qualcuno di un altro
cantiere?».
«Impossibile. Il sabotatore dev'essere uno dei Rustici, nessun
altro conosce i comandi che ho progettato per il carro, né sarebbe
in grado di scambiare i fili con questa precisione. Un sabotatore
esterno si limiterebbe a fare danni. Invece abbiamo un traditore,
tra di noi».
«Scusi, ma il generatore dove si trova?».
Attilio punta l'indice verso il basso. «Qua sotto c'è un gioiellino
di generatore diesel da quarantamila watt. Modestamente, anche
questa è una mia idea».
«È pericoloso?».
«No, a meno che non venga manomesso. Una persona pratica del
mestiere potrebbe trasformare il carro in una graticola gigantesca.
Tipo sedia elettrica, per intenderci».
Sarebbe proprio un piano geniale. Lo penso ma mi guardo bene dal
dirglielo.
«Cosa intende fare, Attilio?».
«Controllerò il carro da cima a fondo, prima della sfilata di
domenica prossima. Non mi fido più di nessuno, quindi farò da solo,
a costo di passare la nottata qua dentro».
Mi sembra una buona soluzione. Per una singolare quanto improvvisa
associazione d'idee, mi viene l'impulso di chiedergli: «Lei ha
fratelli?».
Attilio mi guarda di sottecchi, poi spegne la torcia mentre usciamo
dal fabbricato.
«Ho un fratello e lei lo conosce già: Evaristo. Fratellastro, per
la precisione».
«Evaristo è dei Nottambuli, giusto?».
«E con ciò?».
Per la prima volta, trovo una nota di fastidio nella sua
voce.
«Niente… facevo tanto per dire», gli rispondo, cercando di non dare
peso all'argomento. In silenzio torniamo verso il centro, mentre
l'alba scura di febbraio emerge dai tetti del paese.
L'appuntato Cerquetti è uscito per il solito giro, lasciando sulla
scrivania la sua rivista preferita: Caccia e pesca. Sembra più
corposa del solito. Forse c'è un supplemento, oppure… il buon
Cerquetti vi ha nascosto l'ultimo numero di Playboy. Sarebbe un
classico. Non posso resistere alla tentazione di aprire la rivista.
Anziché ragazze vestite di sola pelle, trovo computer e microchip:
è una pubblicazione di elettronica. La rimetto a posto appena in
tempo. Cerquetti entra in ufficio un po' trafelato, afferra la
rivista e se ne esce salutandomi in fretta. Rimango perplesso. Dove
andrà a finire il nerbo dell'Arma se i giovani carabinieri
preferiscono l'elettronica alle ragazze? Mah… E comunque: perché
nascondere una rivista di elettronica?
Quando la signora Adalgisa m'ha telefonato, pareva fosse accaduta
una disgrazia.
Giunto sul posto - appartamento al terzo e ultimo piano, nel centro
storico -, constato il fatto… anzi, il gatto. Il micio dell'anziana
signora - sempre costretto in casa, povera bestia - è evaso dalla
finestra del bagno, ha attraversato la tettoia che protegge il
balcone sottostante, si è arrampicato sulla grondaia fino al tetto
della mansarda a fianco. Il felino, incapace di ridiscendere,
miagola disperato, come se lo stessero squartando. Oltretutto è
piuttosto grasso - più o meno quanto me, fatte le debite
proporzioni - e di spiccare un balzo non se ne parla nemmeno.
Esco dalla finestra e mi metto carponi sulla tettoia, pregando il
Signore che mi sostenga. Alla peggio, c'è il balcone, due metri
sotto.
«Vieni, micio bello… vieni».
«Si chiama Mustafà», mi suggerisce alle spalle la signora Adalgisa,
affacciata alla finestra.
«Vieni, Mustafà… vieni, bello».
Il felino non è stupido, capisce che sono lì per aiutarlo. Infatti
si sporge dal tetto della mansarda, mi guarda e miagola, come a
dire: "Cosa aspetti a salvarmi?".
Sto seriamente considerando l'eventualità di tornare indietro e
chiamare i Vigili del Fuoco, quando l'occhio mi cade verso il
basso.
Dall'altra parte del vicolo c'è la chiesetta del paese e dalla mia
scomoda posizione inquadro molto bene la grande finestra della
canonica. Dentro, vedo Don Felice, Angela ed Evaristo. Stanno
parlando e la discussione sembra animata. Evaristo apre una
valigetta ventiquattrore e n'estrae un fascicolo con la copertina
gialla. Stampato sopra, inconfondibile, c'è Mickey Mouse. Lo passa
a Don Felice, il quale lo fa sparire velocemente in una cartella di
cuoio che tiene sotto il braccio sinistro. Evaristo se ne va. Sul
suo viso, mi sembra di scorgere addirittura un abbozzo di sorriso.
Ma forse dipende solo dalla mia fantasia. Il felino ciccione
continua a miagolare a squarciagola, ma io sono troppo preso dalla
scena nella canonica. Angela è con Don Felice. Vorrà confessarsi,
penso. Invece… Stento a credere a ciò che vedo. Allora non erano
solo voci…
«Brigadiere, perché non si muove?». La signora Adalgisa mi richiama
al dovere.
Avanzo carponi fino alla mansarda, mi alzo in piedi tenendomi alla
grondaia, afferro il gatto per la collottola - accidenti quanto
pesa, sembra di piombo -, quindi rifaccio il percorso all'inverso.
Il micio non muove un muscolo, sembra consapevole del nostro
equilibrio precario. Mi guarda con gli occhi socchiusi, come per
dirmi: "Se scivoli, siamo entrambi fottuti". Raggiungo la finestra
del bagno e allungo il gatto alla signora Adalgisa, che lo accoglie
amorevolmente in braccio e non si sogna nemmeno di aiutarmi a
scavalcare il davanzale.
«Grazie brigadiere, lei è un angelo».
«Si figuri, ho fatto solo il mio dovere», e intanto maledico
Mustafà.
Esco dall'appartamento della signora Adalgisa chiedendomi quante
cartelle ci potranno essere, qui a Foiano, con Mickey Mouse
stampato sopra.
Non avrei mai immaginato una bolgia simile. La gente gremisce le
strade, molti sono venuti da fuori, e in terra si è formato uno
strato di coriandoli alto un palmo - finiscono dappertutto, anche
nelle mutande -, mentre le bombolette che spruzzano stelle filanti
vanno a ruba. I carri allegorici sfilano per le vie compiendo
manovre ardite nell'attraversare le strettoie: la folla si accalca
intorno ed è un miracolo se nessuno rimane schiacciato. Questo è il
paese di Bengodi per i borseggiatori. Appena finita la sfilata,
fioccheranno le denunce: portafogli, borsette, orologi. E alla fine
la solita, stupida domanda: «C'è speranza di riavere la mia roba?».
Come no. Basta credere intensamente ai miracoli.
I carri allegorici sono davvero formidabili: le figure centrali
arrivano al terzo piano delle case. La cura dei dettagli, l'arte
della cartapesta, le sfumature dei colori...
Ora capisco perché ci lavorano tanto sopra, perché la gente dei
cantieri ne è tanto orgogliosa.
Il carro dei Rustici, poi, supera tutti gli altri. La figura
centrale è un drago, quello che vidi nella penombra del fabbricato
quando fui chiamato da Attilio. Il drago ha un lungo collo e una
coda biforcuta: si muovono con naturalezza, ondeggiando a destra e
sinistra, in alto e in basso. Sembra letteralmente vivo. Ma non
basta. Il drago cavalca un grosso ragno che occupa la parte
inferiore del carro. Muove le zampe - gigantesche e pelose -
contraendole e allungandole all'esterno, verso la folla, con tale
naturalezza che la gente, per istinto, si scansa temendo di
rimanere ghermita.
Ora comprendo cosa intendeva Attilio quando mi parlava dei congegni
che aveva progettato. Gli altri due carri - Azzurri e Bombolo - non
possono proprio reggere il confronto con i Rustici. Il quarto -
quello dei Nottambuli, i nemici storici dei Rustici - chiude la
sfilata.
Lo vedo immettersi sul corso principale e rimango a bocca
aperta:
Un cigno enorme, con il lungo collo sinuoso e le ali spiegate. Lo
cavalca una gigantesca fanciulla vestita da fata.
I movimenti del cigno sono impressionanti: il collo si muove
ritmicamente seguendo il battito delle ali, leggiadre e maestose,
come se dovesse spiccare il volo da un momento all'altro. Anche ad
un profano come me risulta chiaro che i congegni del cigno sono
simili a quelli del drago. Qualcuno dei Nottambuli avrà avuto la
stessa idea di Attilio, oppure… preferisco non pensarci. Non posso
farmi trascinare sempre dalla mia fantasia.
Me ne torno in caserma. Con tutta questa confusione, ci sarà di
sicuro un genitore che ha smarrito il figlio, oppure un ragazzino
accortosi tutto ad un tratto di stare con una famiglia di estranei.
La gente è tanto fitta che devo farmi largo a gomitate. Mi
riempiono di coriandoli e stelle filanti appiccicose. Pazienza,
carnevale viene una volta l'anno, bisogna capirli, soprattutto quei
cari pargoletti che ti piantano le bacchette dei palloncini nelle
parti basse...
Passo di fianco al carro dei Rustici, proprio vicino alle zampe del
ragno. Mi accorgo che una di queste non funziona. È completamente
ritratta sul corpo e non si muove, mentre le altre continuano ad
allungarsi e richiudersi ritmicamente. La zampa trattiene un
fantoccio, come se il ragno avesse catturato una preda.Caspita, i
Rustici hanno curato proprio ogni dettaglio. Sto per avviarmi in
caserma quando la mia fantasia mi parla all'orecchio e mi costringe
a guardare meglio il fantoccio: non è vestito alla carnevalesca. Ha
solo una maschera nera sul viso ma, per il resto, indossa blue
jeans e giaccone color pastello. Abbigliamento un po' strano, per
un fantoccio di carnevale. Mi avvicino. Le braccia del fantoccio
penzolano in avanti e dondolano ai movimenti del carro. Porta un
anello all'anulare destro. Allungo la mano e sollevo la maschera:
il fantoccio ha il volto di Attilio. Vi sono impressi i segni
inconfondibili dell'asfissia. La zampa del ragno gli ha stritolato
la gabbia toracica. La morte sarà sopraggiunta in tre-quattro
minuti, non di più. Se anche ha gridato, nel gran baccano della
folla nessuno ci ha fatto caso. Era solo un manichino su un carro
di carnevale. Gli riaggiusto la maschera sul viso.
Attorno a me nessuno si è accorto di nulla. I bambini gridano e
lanciano coriandoli, le madri si disperano per tenerli a bada, i
padri scattano foto al drago e all'infido ragno. Il carro dei
Rustici riprende la marcia. Lo lascio andare con il suo fardello
macabro… tanto per Attilio non c'è più nulla da fare e non voglio
impressionare i bambini.
In caserma trovo Cerquetti intento a leggere la sua rivista di
caccia e pesca.
«Tutto in ordine?», gli chiedo, fingendo indifferenza.
«Sì, brigadiere. Ha visto il carro dei Rustici? Quest'anno vinciamo
di sicuro».
«Però anche i Nottambuli hanno fatto un buon lavoro».
«Quei bastardi ci hanno copiato», mormora Cerquetti digrignando i
denti.
«Copiato? Ma se sul loro carro c'è il cigno e la fanciulla, mentre
voi avete il drago e il ragno!».
L'appuntato sembra preso in contropiede. Balbetta.
«Dicevo così… per dire».
«O piuttosto ti riferivi al movimento delle figure? Sistemi
oleodinamici, comandi elettronici…».
Lui sbianca in viso. Poi, con un filo di voce: «Non lo so, non
m'intendo di queste cose».
«Ah no?», gli strappo la rivista dalle mani, convinto di trovarci
dentro la pubblicazione di elettronica. Invece salta fuori l'ultimo
numero di Playboy. Cadendo a terra, si apre proprio sul paginone
centrale.
«Scusi, brigadiere, qui da solo mi annoiavo e allora…».
«Lascia perdere!», gli grido in faccia. «Dimmi piuttosto di
Attilio: avete scoperto che vi tradiva, che aveva passato i
progetti ai Nottambuli…, così gliel'avete fatta pagare,
giusto?».
Cerquetti rimane basito, credo di scorgere nei suoi occhi lo
sgomento della colpevolezza.
«Cosa dice, brigadiere? C'era un sabotatore tra i Rustici, ma non
era Attilio. È stato proprio lui a scoprire i contatti invertiti
sul quadro comandi».
«Era solo una manovra per sviare i sospetti, ci sono cascato
anch'io. Voi invece l'avete scoperto e avete messo in scena un
incidente, proprio nel bel mezzo della sfilata».
Cerquetti assume un'espressione d'incredulità, ma vedo bene la
colpa scolpita sulla sua fronte. Almeno così mi pare. Lo afferro
per la divisa e lo costringo ad alzarsi.
«Adesso mi racconti per filo e per segno…».
Benito, il Sindaco, irrompe di corsa nell'ufficio.
«Maresciallo, è successa una disgrazia!».
Ha il fiato corto, il viso paonazzo. Recita bene, per essere un
Sindaco. Si sa, gli uomini politici… Mollo la presa su Cerquetti e
mi rivolgo a lui.
«Se non sbaglio, anche lei è dei Rustici».
«Cosa c'entra?».
«C'entra, c'entra».
«Lasciamo perdere!», grida lui. «Il povero Attilio è rimasto
schiacciato tra le zampe del…».
«So già tutto», lo interrompo. «A me non sfugge nulla».
Il Sindaco e Cerquetti si scambiano occhiate fugaci, sembrano
disorientati, e ciò rafforza le mie convinzioni.
«Siete in arresto, tutti voi Rustici!».
«Ma… siamo in centosessanta!», protesta il Sindaco.
«Benissimo, voglio subito la lista».
«Guardi, maresciallo, la faccenda è seria, non c'è niente da
scherzare».
Mi avvicino, sovrastandolo con l'imponenza della mia mole.
«Lo avete assassinato facendolo passare per un incidente. Povero
Attilio: stritolato dalla sua stessa creazione. Ma io non la bevo.
Chi di voi è l'esecutore materiale?».
«Lei è pazzo, maresciallo».
«Non sono maresciallo, maledizione!».
L'inchiesta è stata molto più breve di quanto avessi previsto.
Nessuna prova, nessun testimone oculare.
Il fascicolo con Mickey Mouse, scomparso. Ho suggerito di
perquisire la chiesa e la canonica, ma non mi hanno dato ascolto.
Quelli del cantiere Rustici hanno fatto quadrato, trincerandosi
dietro una barricata di "non so". Il Sindaco mi ha accusato di
essere un visionario. Se avessi condotto io gli interrogatori, le
cose sarebbero andate diversamente. I tecnici dell'Arma hanno
sottoposto a verifica il carro dei Rustici, senza riscontrare
anomalie. Il povero Attilio si era preoccupato di ottenerne
l'omologazione, così tutto risulta in perfetta regola. Le mie
proteste non sono valse a nulla. Sono dimagrito undici chili. Più
parlavo dei miei sospetti, più mi guardavano con diffidenza. E non
avevo nulla di concreto in mano… Assieme alla conclusione
dell'inchiesta è giunta anche la disposizione del mio
trasferimento.
«Lei ha troppa fantasia, brigadiere», mi dice Cerquetti. Mi dà una
pacca sulla spalla, sembra commosso.
Forse gli dispiace sul serio che me ne vada. Forse Cerquetti ha
ragione. Forse mi sono lasciato trasportare, ho tratto conclusioni
affrettate. Forse è stato davvero uno sciagurato incidente.
O forse no.
Nel passare con la mia utilitaria davanti alla chiesetta, vedo
Angela entrare. Forse ha un appuntamento con Mickey Mouse…, forse è
pentita di ciò che ha fatto. O forse
no. |