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Ultime... ma non ultime

Dai tempi di Linneo ad oggi, la scoperta di nuove specie animali e vegetali non si è mai interrotta. Anche se il comportamento dell'uomo rischia spesso di comprometterla

Scoprirne una ti può anche salvare la vita. Accade - nel film conosciuto in Italia con il titolo 'È ricca, la sposo e l'ammazzo' - ad Enrichetta (al secolo Elaine May), goffa miliardaria ricercatrice di botanica che, dedicandogli una felce da lei stessa individuata, manda in fumo il piano del marito Henry (Walter Matthau), interessato, fino a quel momento, solo a diventare al più presto vedovo... ed erede! In realtà, quante sprovvedute miliardarie (o magari, per par condicio, ingenui miliardari) si siano salvate (o salvati) fra gli scienziati che nel 2007 (ultimo anno di cui si possiedono dati confermati) sono riusciti ad individuare le oltre 18mila nuove specie animali e vegetali - 18.516, ad esser pignoli -, gli enti internazionali preposti non lo hanno precisato. E, da parte nostra, temiamo che il dato difficilmente potrà vedere la luce. Più che altro, per la cronica mancanza di ereditieri che vestano nel contempo, e a prescindere dal sesso, il bianco camice da laboratorio… Di contro, ed è una previsione per la quale non serve alcuna sfera di cristallo, le scoperte di cosiddette "nuove specie" non verranno affatto a mancare. Sorpresi? Sì. Forse... Parecchio. Eh già, perché in effetti sono in molti a pensare che con la dipartita, nel lontano 1778, del grande Linneo, scienziato che nel corso della propria esistenza riuscì a descrivere oltre 13mila specie tra quelle animali e quelle vegetali (vedi box), resti ormai ben poco da scoprire, nel mondo che ci circonda, a chi vorrà seguirne le orme.

NUMERI. Sbagliato. In realtà, per dirla con Shakespeare, ci sono più cose in Cielo e in Terra di quante noi non ne immaginiamo: negli oltre duecento anni trascorsi da quel 1778, le 13.400 presenze vitali registrate sulla Terra sono diventate più di un milione e ottocentomila. E, visto che gli esperti ipotizzano in un numero variabile fra i 2 e i 100 milioni le varietà di piante, animali e microrganismi in circolazione sul globo terracqueo (ma va detto che la gran parte dei biologi prende posizione su cifre più ridotte, fra i 5 e i 10 milioni: accanto a 300mila piante, qualcuno pensa esistano 8 milioni di "tipi" diversi di insetti), non è affatto difficile prevedere il susseguirsi di altre "eclatanti" scoperte. Anche in barba ad alcune discussioni in corso, fra gli addetti ai lavori, su delle classificazioni un po' "sbarazzine": gli autori avrebbero saltato qualche passo del protocollo, non effettuando, ad esempio, un'analisi completa del patrimonio genetico, ormai di prassi (e grazie alla quale, nel 1965, si scoprì che un gatto selvatico giapponese, nero al cento per cento, non apparteneva affatto ad una nuova specie).

Il Furry (o Yeti) Lobster, 'Granchio peloso del Pacifico'Le scoperte, dunque, continueranno. Solo nel nostro Paese - 55mila specie conosciute: il patrimonio più ricco d'Europa - si parla di una decina di new entry, a cominciare dagli insetti, ogni 12 mesi. E tutti continueremo a stupirci leggendo tali notizie. È quel che è accaduto lo scorso agosto, quando siamo stati informati che, attraverso Internet, in Mozambico (sul monte Mabu) hanno individuato «l'ultimo, incontaminato Eden del pianeta». Uno stupore dettato in parte, come dicevamo, dalla convinzione diffusa che ormai «tutto (o quasi) è stato scoperto», ma in parte da quella che potremmo definire l'eccezionalità di alcune "nuove" classificazioni (almeno per la gran parte di noi, abituati ad essere "intimi" di non più di due-tre decine di animali e piante). Come si fa a non restare affascinati da un picchio con una splendida testa rossa, non più alto di 12 centimetri? O di fronte al maxi ragno cacciatore, la cui apertura di zampe di centimetri ne raggiunge 30? Oppure osservando «un cavalluccio marino grande quanto un pisello (13 millimetri)»? Per non parlare, poi, di una africana pianta del caffé priva di… caffeina! O di un "qualcosa" che ci ricorda un millepiedi, ma che ha «un sorprendente colore rosa-shocking e produce cianuro». O, ancora, di una lucertola (genere Bachia) la cui particolarità è di non possedere nemmeno una zampa. Senza per questo dimenticare la palma che, in Madagascar, collassa subito dopo aver prodotto i suoi frutti; o il Chromis Abyssus, pesce che, con la sua "livrea" di uno spettacolare blu vivo, incrocia nel Pacifico; o quel serpente abitante delle Barbados lungo ben… 10 centimetri; o il Bosavi lanoso, nome provvisorio per l'ultimo arrivato tra gli "individuati": un topo - stesso ramo dei ratti delle fogne - che misura quasi un metro e che vive all'interno del cratere di un vulcano spento (il monte Bosavi, appunto) in Papua Nuova Guinea, a 1.000 metri di quota.

ERRORI. Eccezionalità, particolarità, sottolineate con molta enfasi dai media. Sia perché notorietà e visibilità sono fondamentali, di fronte all'eterno problema dei finanziamenti mancanti (lo stesso Linneo ricercò un aiuto, in talleri di rame, per la sua unica spedizione scientifica compiuta in Lapponia), sia per la necessità di attrarre i lettori su questo o quell'articolo. Col rischio, a volte, di compiere errori. Come quello di infilare, tra quelle di "nuovo conio", specie in realtà ignote solo nella zona di osservazione. È quanto sarebbe accaduto (il confronto è in corso) con la Selenochlamys ysbryda, ossia la supercitata - negli scorsi mesi - "Lumaca fantasma" individuata nei giardini del Galles. Alcuni studiosi, infatti, sostengono che questo mollusco, senza occhi, carnivoro a differenza delle "normali" cugine, e che deve il nome ad un aspetto bianchiccio non proprio gradevole, sia comune nelle grotte di altre nazioni e la sua presenza in Gran Bretagna sia dovuta al fatto che si trovava tra le radici di piante ornamentali importate per la passione topiaria dei sudditi di Sua Maestà. Ne consegue che sarebbe solo una specie "aliena", ovvero una minaccia per l'equilibrio ambientale.

Altre volte, poi, abbiamo errori che non sono più di imprecisioni. Le quali, però, portano ad insospettabili "riscoperte": esseri già noti e classificati ma ritenuti estinti (anche in epoche precedenti all'arrivo dell'uomo). Vedi, a tal proposito, la Neoglyphea neocaledonica, ossia il "gamberetto giurassico", data per sparita 50 milioni di anni fa, e frequentatrice attiva, invece, delle profondità marine; o il Philautus travancoricus, anfibio dello Sri Lanka che mancava all'appello da oltre un secolo; o, ancora, il Microcebus myoxinus, alias "Lemure pigmeo topo", il più piccolo fra tutti i primati del mondo (peso intorno ai 30 grammi, lunghezza massima 6 centimetri), che, causa le piccole dimensioni e la passione per la vita notturna, per quasi un secolo nessun ricercatore riuscì più a rinvenire: fu ritrovato solo nel 1993 in Madagascar ed isole circostanti.

BIODIVERSITÀ. Tutti aspetti, comunque, questi, di un unico sforzo: conoscere quanto più è possibile quel mosaico chiamato biodiversità. Un mastodontico contenitore da cui ogni cosa arriva - cibo, farmaci, energia - ma che troppo spesso è messo a dura prova dal passaggio dell'uomo, il quale, soprattutto per ignoranza, ne pone in forse l'essenziale equilibrio.

I numeri, a volte, aiutano a capire più di ogni parola. Così, se sull'altro piatto della bilancia abbiamo 869 specie, fra quelle catalogate, scomparse per sempre nel corso degli ultimi cinque secoli (con un incremento non lieve nei più recenti anni: nel 2004 erano 784), limitandoci al comparto agricolo, secondo dati Fao, nel secolo passato «circa il 75 per cento della diversità genetica mondiale delle colture agricole è andata persa: su 7mila specie vegetali create per alimentarci, oggi, per il 90 per cento del cibo prodotto su scala mondiale ne utilizziamo solo 15, e abbiamo ridotto ad 8 le specie animali».

Intendiamoci: non si tratta di convertire il nostro menu alle larve di farfalla gigante (leccornia messicana) o agli spiedini di coccodrillo australiani (i gusti sono gusti), ma non è neppure accettabile che da mesi nelle reti dei pescatori del Nord Atlantico come di quelli attivi nel Mar del Giappone si ritrovino quasi solo meduse a causa della pesca che, concentrata su alcune varietà ittiche, ha diminuito di molto l'eliminazione delle larve… O che nei nostri mercati non siano più rintracciabili susine verdi, ciliegie bianche, e nemmeno la mela Appio (quella con macchie vitrescenti sulla buccia verde dove la polpa è più dolce) o la pera Mamoi (in sardo "uomo nero"). E se per questi ultimi frutti di recente una banca del seme (nata sulla falsariga di esperienze similari nel mondo) ha provveduto, nel complesso lo stato dell'arte non pare proprio dei migliori, tanto che l'Onu ha sentito il dovere di promuovere (dal 2002 e su stimolo della Iucn, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) un'annuale Giornata mondiale per la biodiversità.

E, allora, ben vengano sia gli studi per capire come abbia fatto il Mus cypriacus (varietà di topo rintracciata di recente ed esclusiva di Cipro da tempi remotissimi) a sopravvivere unico all'arrivo dell'uomo, che ha radicalmente modificato l'habitat nell'isola mediterranea; sia le ricerche sul batterio ritrovato all'interno delle bombolette di lacca per capelli (antropizzazione?, adattamento?). Ma non si trascurino i progetti che mirano a spiegare le ragioni poco chiare per cui certe specie vanno estinguendosi. Ragioni subito individuate invece per il Dodo (Isole Mauritius): grasso uccello incapace di volare che nel Seicento ebbe la sfortuna di incontrare affamati marinai olandesi...

PROBABILITA'. Per l'Iucn sono circa 27mila le varietà di organismi viventi più o meno a rischio. Una cifra da far tremare i polsi di per sé. Ma ancora più spaventevole se solo si riflette che, in realtà, si tratta di una sottovalutazione di quanto sta accadendo sul pianeta. I dati, infatti, sono calcolati solo su una minima quota (poco meno del 3 per cento) di tutte le varietà registrate ufficialmente. Considerazione che spinge molti scienziati a calcolare più probabile che siano fra le 20 e le 30mila le specie che "tolgono il disturbo" ogni dodici mesi. Silenziosamente, spesso a nostra insaputa. Ma magari provocando un'incrinatura in un punto fuori mano del nostro grande mosaico.

Minna Conti