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L'OPINIONE
2012: perché
preoccuparsi?
Riflessioni, considerazioni e
conclusioni del noto giornalista sulla più volte annunciata fine
del mondo. Con la filosofia e la religione a segnare la
strada
Che cosa farebbero gli uomini se avessero la certezza
dell'avverarsi dell'antica profezia maya secondo la quale, nel 2012
- e per l'esattezza il 21 dicembre, data in cui si concluderebbe,
secondo il loro calendario, la quinta Età dell'Oro - ci sarà la
fine del mondo? Molti, gli ottimisti, a dispetto di ogni
prospettiva catastrofica, semplicemente non crederebbero alla
"certezza" di quella profezia, e continuerebbero a vivere felici e
contenti, senza porsi il problema. Ma la maggioranza,
probabilmente, il problema se lo porrebbe. Tra questi, i più
giovani eviterebbero quasi sicuramente di mettere al mondo dei
figli, sapendo che la loro vita non sarebbe lunga (non più di tre
anni). Alcuni si farebbero clonare, nella prospettiva
dell'eventuale nascita di un nuovo mondo, nel quale ritornare
esattamente com'erano alla fine del vecchio. Altri si proporrebbero
di leggere almeno una parte dei libri che non hanno mai letto, ma
che hanno sempre desiderato leggere. Altri ancora di scrivere il
racconto, se non proprio il romanzo, che non hanno mai avuto il
coraggio, la voglia o il tempo di scrivere. E così via, ciascuno
secondo le proprie attitudini e le proprie preferenze, per quanti
sono gli uomini oggi sulla Terra. Dopo tutto, non si dice, forse,
che il mondo, anche quello che sta per finire, è bello perché è
vario?
In realtà, pur rispettando tutte le decisioni, comprese quelle più
bizzarre, che potessero affacciarsi alla mente degli uomini
condannati ad assistere alla scomparsa dell'umanità, la scelta più
logica - frutto della Ragione e dell'esperienza - dovrebbe essere
quella di non fare niente, assolutamente niente. La Ragione vuole
che si faccia qualcosa se ha senso comune; detto in altre parole,
se ciò che si fa ha una rilevanza empirica, sopravvive a chi l'ha
fatta. L'esperienza suggerisce, a sua volta, che si faccia solo
qualcosa che resti, diventando patrimonio di quelli che "vengono
dopo".
Ma se un "dopo" non ci sarà, perché la fine del mondo sarà la fine
di tutto ciò che sta su "questo" mondo; se non ci saranno neppure
quelli che, oggi, "vengono dopo", perché anch'essi saranno
scomparsi o non saranno mai venuti alla luce, che senso avrebbe
fare qualcosa che né rimarrà, né erediteranno i posteri?
Il testamento è il miglior esempio della speranza, per non dire
della certezza o, quanto meno, della fiducia, che non ci sarà la
fine del mondo, che ciò che facciamo è destinato a restare anche
dopo la nostra fine, che qualcuno che "viene dopo" ci sarà sempre.
Facciamo testamento perché vogliamo che di noi rimanga, con le
nostre opere, per lo meno il ricordo, e che qualcuno erediti quelle
nostre opere, quale ne sia il valore monetario o sentimentale. Dico
di più. Facciamo testamento perché non ci accontentiamo che di noi
rimanga il ricordo, ma anche e soprattutto perché a ereditare
vogliamo sia qualcuno e non qualcun altro di quelli che "verranno
dopo" di noi. E così, anche se il paragone può, forse, apparire
cinico, non facciamo figli - se sappiamo che non ci sopravvivranno
alla fine del mondo - perché, in fondo, li assimiliamo al denaro,
agli immobili, alle opere dell'intelletto che lasciamo dietro di
noi. Se non sopravvivono i figli, gli eredi, che senso ha fare
testamento a loro favore per denaro, immobili e opere
dell'intelletto condannati anch'essi a non sopravvivere?
Dunque, avendo la certezza che, entro un certo numero di anni alla
portata della nostra previsione di vita, ci sarà la fine del mondo,
non avrebbe alcun senso fare qualsiasi cosa che abbia un senso per
il mondo in cui viviamo, e non ne avrebbe alcuno anche per il mondo
che eventualmente gli succedesse.
"Che cosa hanno fatto i miei posteri per me?", si chiedono lo
scettico e il cinico, che non credono al culto degli antenati da
parte di coloro i quali sono destinati a succedere loro sulla
Terra; e l'avaro, che è legato ai propri averi in modo così
ossessivo da non poter neppure immaginare, e accettare, che
finiscano ad altri, neppure se si tratta dei propri figli. Nel caso
della prospettiva della fine del mondo, la domanda dello scettico e
del cinico, nonché quella dell'avaro - che cosa hanno fatto i
posteri per me - ha ancora più senso, dal momento che i posteri non
ci sarebbero affatto, perché la fine del mondo vorrebbe dire "la
fine di tutti e di tutto". Viene in mente il saggio proverbio
spagnolo: Se c'è rimedio, perché preoccuparsi? Se non c'è, perché
preoccuparsi?
Che piaccia o no, l'ipotesi della fine del mondo è la metafora
della nostra fine. Ci rifiutiamo fortemente di credere che ci sarà
la fine del mondo perché vogliamo altrettanto fortemente credere
che qualcosa di noi resterà per sempre. Ciò che vogliamo che resti
in eterno, ben sapendo che non sarà il corpo, si chiama anima.
Crediamo all'immortalità dell'anima perché è un modo, per quanto
non dimostrabile razionalmente e tanto meno empiricamente, di
credere che le nostre facoltà mentali, la nostra capacità di
sentire, di vedere, di vivere, sia pure in un'altra dimensione che
non sia quella terrena, non si estingueranno mai. D'altra parte,
sostiene il filosofo razionalista, l'immortalità dell'anima è il
presupposto del credere nell'esistenza di un Dio. Se l'anima non
fosse immortale, non avrebbe senso l'esistenza di un Essere
superiore, un giudice giusto che ci assicuri, domani, la vita
eterna in Paradiso, se siamo stati buoni, ovvero la dannazione
eterna all'Inferno, se siamo stati cattivi, a compensazione della
nostra caducità e delle ingiustizie che abbiamo vissuto in vita ad
opera degli altri uomini. A sua volta, l'esistenza di Dio è il
presupposto di quella storica delle Chiese, che fondano la propria
presenza su quella di un Aldilà senza il quale non ci sarebbe
speranza per gli uomini.
Ecco, dunque, perché la Fede - come diceva Sant'Agostino, a
differenza di San Tommaso - non è un atto della Ragione, ma una
manifestazione della Grazia divina. Chi ne è toccato, e quindi ha
Fede, è predestinato alla "Città di Dio", a una vita eterna nella
beatitudine; chi non ne è toccato è condannato alla "Città
dell'uomo", a una vita nella dannazione di quella terrena.
Personalmente, temo di non essere stato (ancora) toccato dalla
Grazia, ma da buon agnostico - che è ben diverso dall'ateo -
confido, o quanto meno non escludo, di esserlo prima o poi. Quindi,
non mi definisco "non credente", bensì "aspirante credente". E, di
fronte alla prospettiva della prossima fine del mondo, continuo a
comportarmi come ho fatto finora. Non faccio nulla di diverso
perché "se non c'è rimedio - se col mio corpo se ne andrà anche ciò
che chiamiamo anima -, non c'è ragione che mi preoccupi; se c'è
rimedio - se la mia anima è destinata all'immortalità -, non c'è
ugualmente ragione che mi preoccupi". In entrambi i casi, si tratta
solamente di lasciare ai miei figli, e ai miei nipoti, i miei pochi
averi e le opere del mio modesto intelletto; salvo, nel secondo
caso, sapendo di poterli continuare a tenere d'occhio da un Aldilà
dove - reputandomi un uomo probo - non penso mi dovrei poi trovare
tanto male.
In conclusione. Le speculazioni sulla fine del mondo sono destinate
a lasciare il tempo che trovano semplicemente perché, a differenza
delle esperienze di vita "nel mondo", non hanno precedenti su cui
fondarsi. Tanto vale, dunque, pensare che la fine del mondo non ci
sarà. E prendere la vita come viene. Le speculazioni sull'Aldilà -
che di quelle sono il riflesso ugualmente privo di fondamento
empirico - sono "sostenibili" solo come un atto di Fede. E qui le
cose si complicano. È per questo che - per dirla con la saggezza
del proverbio popolare - "siamo tutti nelle mani di Dio",
indipendentemente che ci crediamo o no, perché di Dio abbiamo tutti
bisogno.
Che ci sia o non ci sia, nel 2012, questa benedetta fine del
mondo. |
Piero Ostellino
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