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2012: perché preoccuparsi?

Riflessioni, considerazioni e conclusioni del noto giornalista sulla più volte annunciata fine del mondo. Con la filosofia e la religione a segnare la strada

Maremoto a Manhattan in 'The Day After Tomorrow' (2004) Che cosa farebbero gli uomini se avessero la certezza dell'avverarsi dell'antica profezia maya secondo la quale, nel 2012 - e per l'esattezza il 21 dicembre, data in cui si concluderebbe, secondo il loro calendario, la quinta Età dell'Oro - ci sarà la fine del mondo? Molti, gli ottimisti, a dispetto di ogni prospettiva catastrofica, semplicemente non crederebbero alla "certezza" di quella profezia, e continuerebbero a vivere felici e contenti, senza porsi il problema. Ma la maggioranza, probabilmente, il problema se lo porrebbe. Tra questi, i più giovani eviterebbero quasi sicuramente di mettere al mondo dei figli, sapendo che la loro vita non sarebbe lunga (non più di tre anni). Alcuni si farebbero clonare, nella prospettiva dell'eventuale nascita di un nuovo mondo, nel quale ritornare esattamente com'erano alla fine del vecchio. Altri si proporrebbero di leggere almeno una parte dei libri che non hanno mai letto, ma che hanno sempre desiderato leggere. Altri ancora di scrivere il racconto, se non proprio il romanzo, che non hanno mai avuto il coraggio, la voglia o il tempo di scrivere. E così via, ciascuno secondo le proprie attitudini e le proprie preferenze, per quanti sono gli uomini oggi sulla Terra. Dopo tutto, non si dice, forse, che il mondo, anche quello che sta per finire, è bello perché è vario?

In realtà, pur rispettando tutte le decisioni, comprese quelle più bizzarre, che potessero affacciarsi alla mente degli uomini condannati ad assistere alla scomparsa dell'umanità, la scelta più logica - frutto della Ragione e dell'esperienza - dovrebbe essere quella di non fare niente, assolutamente niente. La Ragione vuole che si faccia qualcosa se ha senso comune; detto in altre parole, se ciò che si fa ha una rilevanza empirica, sopravvive a chi l'ha fatta. L'esperienza suggerisce, a sua volta, che si faccia solo qualcosa che resti, diventando patrimonio di quelli che "vengono dopo".
Ma se un "dopo" non ci sarà, perché la fine del mondo sarà la fine di tutto ciò che sta su "questo" mondo; se non ci saranno neppure quelli che, oggi, "vengono dopo", perché anch'essi saranno scomparsi o non saranno mai venuti alla luce, che senso avrebbe fare qualcosa che né rimarrà, né erediteranno i posteri?

Il testamento è il miglior esempio della speranza, per non dire della certezza o, quanto meno, della fiducia, che non ci sarà la fine del mondo, che ciò che facciamo è destinato a restare anche dopo la nostra fine, che qualcuno che "viene dopo" ci sarà sempre. Facciamo testamento perché vogliamo che di noi rimanga, con le nostre opere, per lo meno il ricordo, e che qualcuno erediti quelle nostre opere, quale ne sia il valore monetario o sentimentale. Dico di più. Facciamo testamento perché non ci accontentiamo che di noi rimanga il ricordo, ma anche e soprattutto perché a ereditare vogliamo sia qualcuno e non qualcun altro di quelli che "verranno dopo" di noi. E così, anche se il paragone può, forse, apparire cinico, non facciamo figli - se sappiamo che non ci sopravvivranno alla fine del mondo - perché, in fondo, li assimiliamo al denaro, agli immobili, alle opere dell'intelletto che lasciamo dietro di noi. Se non sopravvivono i figli, gli eredi, che senso ha fare testamento a loro favore per denaro, immobili e opere dell'intelletto condannati anch'essi a non sopravvivere?

Dunque, avendo la certezza che, entro un certo numero di anni alla portata della nostra previsione di vita, ci sarà la fine del mondo, non avrebbe alcun senso fare qualsiasi cosa che abbia un senso per il mondo in cui viviamo, e non ne avrebbe alcuno anche per il mondo che eventualmente gli succedesse.
"Che cosa hanno fatto i miei posteri per me?", si chiedono lo scettico e il cinico, che non credono al culto degli antenati da parte di coloro i quali sono destinati a succedere loro sulla Terra; e l'avaro, che è legato ai propri averi in modo così ossessivo da non poter neppure immaginare, e accettare, che finiscano ad altri, neppure se si tratta dei propri figli. Nel caso della prospettiva della fine del mondo, la domanda dello scettico e del cinico, nonché quella dell'avaro - che cosa hanno fatto i posteri per me - ha ancora più senso, dal momento che i posteri non ci sarebbero affatto, perché la fine del mondo vorrebbe dire "la fine di tutti e di tutto". Viene in mente il saggio proverbio spagnolo: Se c'è rimedio, perché preoccuparsi? Se non c'è, perché preoccuparsi?

Che piaccia o no, l'ipotesi della fine del mondo è la metafora della nostra fine. Ci rifiutiamo fortemente di credere che ci sarà la fine del mondo perché vogliamo altrettanto fortemente credere che qualcosa di noi resterà per sempre. Ciò che vogliamo che resti in eterno, ben sapendo che non sarà il corpo, si chiama anima. Crediamo all'immortalità dell'anima perché è un modo, per quanto non dimostrabile razionalmente e tanto meno empiricamente, di credere che le nostre facoltà mentali, la nostra capacità di sentire, di vedere, di vivere, sia pure in un'altra dimensione che non sia quella terrena, non si estingueranno mai. D'altra parte, sostiene il filosofo razionalista, l'immortalità dell'anima è il presupposto del credere nell'esistenza di un Dio. Se l'anima non fosse immortale, non avrebbe senso l'esistenza di un Essere superiore, un giudice giusto che ci assicuri, domani, la vita eterna in Paradiso, se siamo stati buoni, ovvero la dannazione eterna all'Inferno, se siamo stati cattivi, a compensazione della nostra caducità e delle ingiustizie che abbiamo vissuto in vita ad opera degli altri uomini. A sua volta, l'esistenza di Dio è il presupposto di quella storica delle Chiese, che fondano la propria presenza su quella di un Aldilà senza il quale non ci sarebbe speranza per gli uomini.

Ecco, dunque, perché la Fede - come diceva Sant'Agostino, a differenza di San Tommaso - non è un atto della Ragione, ma una manifestazione della Grazia divina. Chi ne è toccato, e quindi ha Fede, è predestinato alla "Città di Dio", a una vita eterna nella beatitudine; chi non ne è toccato è condannato alla "Città dell'uomo", a una vita nella dannazione di quella terrena. Personalmente, temo di non essere stato (ancora) toccato dalla Grazia, ma da buon agnostico - che è ben diverso dall'ateo - confido, o quanto meno non escludo, di esserlo prima o poi. Quindi, non mi definisco "non credente", bensì "aspirante credente". E, di fronte alla prospettiva della prossima fine del mondo, continuo a comportarmi come ho fatto finora. Non faccio nulla di diverso perché "se non c'è rimedio - se col mio corpo se ne andrà anche ciò che chiamiamo anima -, non c'è ragione che mi preoccupi; se c'è rimedio - se la mia anima è destinata all'immortalità -, non c'è ugualmente ragione che mi preoccupi". In entrambi i casi, si tratta solamente di lasciare ai miei figli, e ai miei nipoti, i miei pochi averi e le opere del mio modesto intelletto; salvo, nel secondo caso, sapendo di poterli continuare a tenere d'occhio da un Aldilà dove - reputandomi un uomo probo - non penso mi dovrei poi trovare tanto male.

In conclusione. Le speculazioni sulla fine del mondo sono destinate a lasciare il tempo che trovano semplicemente perché, a differenza delle esperienze di vita "nel mondo", non hanno precedenti su cui fondarsi. Tanto vale, dunque, pensare che la fine del mondo non ci sarà. E prendere la vita come viene. Le speculazioni sull'Aldilà - che di quelle sono il riflesso ugualmente privo di fondamento empirico - sono "sostenibili" solo come un atto di Fede. E qui le cose si complicano. È per questo che - per dirla con la saggezza del proverbio popolare - "siamo tutti nelle mani di Dio", indipendentemente che ci crediamo o no, perché di Dio abbiamo tutti bisogno.

Che ci sia o non ci sia, nel 2012, questa benedetta fine del mondo.
Piero Ostellino