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«Houston, qui Base della Tranquillità. L'Aquila è atterrata». Così
il 20 luglio 1969, alle 20,17 e 40 secondi, ora di Greenwich, Neil
Armstrong, Comandante della missione "Apollo 11", annunciava
l'allunaggio. Per la prima volta una macchina costruita e pilotata
dall'uomo toccava un altro corpo celeste. Poco più di sei ore dopo,
una telecamera fissata su una delle gambe del modulo lunare
mostrava in diretta al mondo le immagini perlate e tremule di una
figura umana che scendeva la scaletta e poggiava il primo piede, il
sinistro, sulla superficie del nostro satellite.
«Un piccolo passo per un uomo, ma un balzo enorme per l'umanità» lo
definì, compiendolo, lo stesso Armstrong. Quell'impronta, a causa
di assenza di atmosfera e dei relativi venti, è ancora lì, a
380mila chilometri dal nostro pianeta e a quarant'anni di distanza,
e ci resterà indelebile per millenni, insieme alle attrezzature
lasciate da quella e dalle successive missioni lunari.
La corsa verso il nostro satellite era stata lanciata il 25 maggio
1961 dal Presidente statunitense John F. Kennedy, che in un
discorso annunciò il suo obiettivo: raggiungere la Luna con un volo
umano entro il decennio. Una sfida non da poco, se si pensa che
arrivò solo tre settimane dopo il volo di Alan Shepard, il primo
americano nello spazio, che pareggiò i conti con l'allora Unione
Sovietica, che il 12 aprile era riuscita a inviare il primo uomo
nello spazio: Jurij Gagarin.
«Non c'è dubbio che la conquista della Luna fu molto motivata dal
clima di competizione tra le due superpotenze», commenta Gregory
Alegi, storico dell'aviazione e docente di Storia nord-americana
alla Luiss di Roma. «La campagna elettorale presidenziale fu
fortemente caratterizzata dal tema della presunta inferiorità
missilistica statunitense. Rispondere con la sfida lunare era un
modo per compensare quella insicurezza e dare al Paese nuove
tecnologie missilistiche e spaziali. Una sfida che si sposava
perfettamente con la filosofia della nuova frontiera kennediana, di
un nuovo impulso culturale ed economico che rilanciasse,
all'interno e all'esterno, il sogno americano».
Quella sfida e quell'ottimismo galvanizzarono non solo gli Stati
Uniti. «Il clima della nuova frontiera aveva infiammato diversi
Paesi, tra cui l'Italia. Uscivamo dalla guerra ed eravamo in pieno
miracolo economico. Quindi quell'impresa aveva la solidarietà e il
"tifo" di tutto il mondo». A parlare è Tito Stagno, giornalista
della Radiotelevisione italiana, conduttore della storica diretta
dell'allunaggio. «Faccio solo un esempio. Il Papa, Paolo VI, la
sera dell'allunaggio non era in Vaticano, ma all'osservatorio
astronomico romano di Monte Mario. E per sentirsi più vicino agli
astronauti, guardava col telescopio la Luna».
SCIENZA E TECNOLOGIA. Un evento storico e mediatico che raccolse di
fronte alle radio e ai televisori centinaia di milioni di persone,
tutte quasi incredule nel percepire quei suoni e quelle immagini
provenienti da un posto diverso dalla nostra Terra. «L'imbroglio di
quell'evento è stato dichiarare: l'uomo è arrivato sulla Luna. Non
è vero, vi sono arrivati una certa tecnologia, un certo Paese.
Certo, una parte del mondo si è identificata con quell'impresa, ma
non so se ci si sono identificati gli asiatici o gli africani
dell'epoca». Mette in guardia dalla retorica delle celebrazioni,
Umberto Galimberti, docente di Filosofia della Storia
all'Università di Venezia. Un evento, sottolinea, che senza dubbio
ha evidenziato la centralità della tecnica nella società
contemporanea e lo sforzo delle due superpotenze per assicurarsene
il dominio. «Il contributo del programma "Apollo" allo sviluppo di
tecnologie oggi diffuse e quotidiane fu enorme», evidenzia ancora
Alegi. «Gli oltre 20 miliardi di dollari di allora spesi nel
programma lunare sono ritornati gratuitamente all'industria in
termini di decine di migliaia di brevetti e innovazioni».
La cronaca di quell'evento ha influenzato non poco l'immaginario di
una generazione. «Io ero studente del liceo scientifico, e
m'impressionò mia nonna, che ricordava Roma percorsa dai cavalli e
che in pochi decenni aveva conosciuto l'aeroplano e l'uomo nello
spazio. Certo, quell'impresa ha segnato le mie scelte, ma non avrei
immaginato che mi sarei ritrovato a sviluppare la mia tesi di
laurea lavorando proprio sui campioni di polvere lunare portati a
terra dagli astronauti». Il ricordo è di Enrico Flamini, Direttore
dell'Unità di Osservazione dell'Universo dell'Agenzia Spaziale
Italiana. «Senza dubbio», continua, «la politica fu un motore
determinante per l'impresa, ma non sono da sottovalutare i
risultati tecnologici e scientifici. Grazie alle missioni "Apollo",
abbiamo dimostrato la possibilità di andare e tornare sani e salvi
su un altro corpo celeste. Grazie ai campioni raccolti, sappiamo
come si è formata la Luna, che è un pezzo della Terra staccatosi
nel corso dell'evoluzione del nostro pianeta. Grazie ai campioni
prelevati, poi, conosciamo l'età della Luna e, tramite essa, col
metodo del conteggio dei crateri, l'età degli altri pianeti».
Protagonisti di quel viaggio furono, oltre al Comandante Neil
Armstrong, il pilota del modulo di servizio Michael Collins e il
pilota del modulo lunare Buzz Aldrin. I tre partirono dalla
piattaforma 39 del Kennedy Space Center, in Florida, il 16 luglio,
a bordo di un Saturn V, un razzo di 110 metri di altezza e tre
milioni di chilogrammi di massa. I tecnici della Nasa avevano
optato per un piano di volo che prevedeva il cosiddetto rendez-vous
in orbita lunare. In pratica, al raggiungimento dell'orbita del
nostro satellite, il Lem, il modulo destinato all'allunaggio, si
sarebbe staccato dal modulo di comando, permettendo ad Armstrong ed
Aldrin di conquistare la Luna, mentre Collins sarebbe rimasto in
orbita in attesa del ritorno dei compagni. Questa soluzione avrebbe
ridotto il peso del veicolo, da frenare al contatto con la Luna e
da far ripartire, con un notevole risparmio sul peso complessivo
del carburante necessario per l'impresa.
L'ALLUNAGGIO. Il 20 luglio, alle 17,44, il Lem con a bordo
Armstrong e Aldrin si staccò dunque dal modulo di servizio.
Iniziava così la discesa verso il nostro satellite, che lentamente
scorreva, con la sua superficie grigia e butterata, lungo i
finestrini della navicella. Nelle fasi di approccio alla superficie
lunare, a Terra e ai media arrivavano solo le voci delle
comunicazioni radio tra il Lem, denominato "Aquila", ed il centro
di controllo missione che si trovava a Houston, nel Texas.
La telecronaca italiana dell'allunaggio consegnò alla storia il
volto meravigliato di Tito Stagno che, concentrato su quanto
sentiva in cuffia, annunciò: «Ha toccato!». Il posarsi sulla Luna
della navicella con i due astronauti fu salutato in studio, e
probabilmente in molte case, da un applauso di partecipazione,
liberatorio. Chi ebbe modo di assistere a quella diretta ricorderà
anche il piccolo colpo di scena dell'inviato al centro di
controllo, Ruggero Orlando, che al telefono obiettò: «No, non ha
toccato», sostenendo che per lui mancavano ancora pochi metri
all'allunaggio.
«Le comunicazioni erano fatte secondo un codice tecnico. Erano
sigle e cifre che esprimevano in metri al secondo la velocità e in
piedi l'altitudine. Io ascoltavo e riportavo al pubblico la mia
telecronaca», ricorda oggi Stagno. «Ho sentito Armstrong
pronunciare la frase "Toccato il suolo" e, immediatamente, ne ho
dato l'annuncio. Orlando al centro di controllo non sentiva le
comunicazioni e vedeva i tecnici ancora compresi e al lavoro di
fronte ai loro monitor». Secondo Stagno, a Houston le reazioni di
felicità dei tecnici si sono viste solo a manovra ultimata e a
motori spenti, e questo spiega la ventina di secondi di differenza
nel racconto dei due. «Nel nostro battibeccare, alla fine, anche io
mi sono perso l'annuncio ufficiale "L'Aquila è atterrata". Tutto
sommato, però, credo che quel litigio abbia dato una dimensione
umana ad un evento che correva il rischio di sfociare nella
leggenda».
La permanenza complessiva del Lem nella regione lunare del Mare
della Tranquillità fu di poco più di 21 ore, con una "passeggiata"
di due ore e mezza durante la quale Armstrong ed Aldrin impararono
a camminare, anzi, a saltellare sulla polvere e le rocce di quel
corpo celeste dalla gravità pari a un sesto di quella terrestre.
Durante la loro escursione, i due astronauti scattarono foto,
raccolsero 22 chili di campioni lunari, installarono strumenti
scientifici, piantarono la bandiera a stelle e strisce e lasciarono
una targa. «Qui», c'era scritto, «uomini dal pianeta Terra fecero
il primo passo sulla Luna. Luglio, 1969 d.C. Siamo venuti in pace
per tutta l'umanità».
Mentre Armstrong ed Aldrin conquistavano la Luna, Collins, che tra
l'altro è nato a Roma, figlio di un addetto militare
dell'ambasciata Usa, la circumnavigava. I giornali dell'epoca lo
ritrassero come l'uomo più solo nell'universo, lontano dalla Terra
e dai suoi compagni, incapace anche di comunicare via radio nelle
fasi in cui la sua navicella orbitava sulla faccia opposta della
Luna. «Era una domenica caldissima», ricorda Stagno, «e quello che
mi colpì era l'atmosfera da vigilia che si respirava. In studio,
per la diretta, i cameramen, i tecnici, i giornalisti, tutti
lavoravano al meglio delle proprie possibilità e al di là dei loro
compiti. E questo era, probabilmente, lo spirito di "Apollo 11". Io
ho avuto modo di conoscerli, gli astronauti. Tutti li immaginiamo
come degli atleti o dei piloti. L'astronauta in genere è anche un
signor chimico, un signor ingegnere, un signor fotografo. Sanno
fare di tutto. Dei tre di "Apollo 11", Armstrong era molto
riservato, Collins anche. Aldrin era quello che mi faceva più
tenerezza e che aveva il carattere più umano. Dopo la missione
sulla Luna ha avuto dei problemi personali, di natura psicologica.
Forse ha anche sofferto di essere stato il secondo. Tutti ricordano
Armstrong, ma sulla Luna, la prima volta, c'era anche lui. Anzi, il
primo passo di Armstrong è stato timido. Aldrin, scendendo la
scaletta, ha fatto un balzo».
ESPERIENZA IRRIPETIBILE. Dopo i due primi conquistatori del nostro
satellite, altri dieci uomini avrebbero calcato il suolo lunare in
altre cinque missioni che si conclusero, nell'agosto 1971, con
"Apollo 17". Originariamente erano state programmate ancora tre
missioni lunari, ma tagli al budget Nasa suggerirono di destinare
quei fondi allo sviluppo dello Space Shuttle e al programma Skylab.
D'altra parte, l'obiettivo era stato centrato e l'eco mediatica di
quei voli andava via via scemando. Da questo punto di vista,
"Apollo 11" ebbe uno smalto straordinario, irripetibile.
Un'analoga partecipazione della gente comune la ebbe, forse, solo
la sfortunata missione "Apollo 13" che, destinata anch'essa alla
Luna, rischiò il naufragio nel freddo dello spazio per un guasto ad
un sistema di bordo. Mentre a Houston si aiutavano i tre astronauti
a trovare una soluzione per il rientro, ovunque si organizzavano
veglie di preghiera e la gente si muoveva con la radio all'orecchio
o si accalcava di fronte alle vetrine dei negozi di
elettrodomestici per avere le ultime notizie. Una partecipazione
che, probabilmente, non avrà neanche un futuro ritorno sul
satellite, o la lunga e lontana missione su Marte. «A meno che
durante la diretta da Marte non salti fuori l'extraterrestre, la
gente cambierà canale», ironizza Stagno. «La missione "Apollo",
invece, aveva il fascino della prima volta. Un altro pianeta potrà
avere un colore diverso, ma il fascino della Luna è
ineguagliabile». «Allora la gente, incredula, si chiedeva se fosse
vero quanto stava vedendo; oggi si chiede come mai non siamo
tornati più sulla Luna o andati su Marte», aggiunge Flamini.
Se si pensa che dall'ultima missione "Apollo" ad oggi è trascorso
più del doppio del tempo che corre dal volo di Gagarin alla
conquista della Luna, s'intuisce che la corsa umana allo spazio ha
sì consolidato con le stazioni orbitanti i risultati acquisiti, ma
ora batte il passo. «Al di là delle diverse motivazioni politiche e
culturali, ci sono altri due aspetti che pesano su nuove imprese
umane nello spazio», spiega Flamini. «Allora si era disposti ad
accettare rischi maggiori. La prima missione "Apollo" ebbe un
incidente in addestramento e i tre astronauti morirono bruciati
sulla rampa di lancio. Si corse ai ripari, ma non si fermò tutto
per anni, come è capitato per gli incidenti dello Shuttle. Inoltre,
le attività spaziali si sono industrializzate. Prima la Nasa
operava molto di più come ente di ricerca, con tempi e costi
ridotti».
Nessuno azzarda i tempi di un eventuale ritorno sulla Luna, per
missioni di lunga permanenza o per una qualche forma di
sfruttamento del suolo. Ancora più lontana, nello spazio e nella
tecnologia, la missione su Marte. E in questo il peso di un mondo e
di un'economia che non godono di ottimismo è rilevante. «Allora si
visse una sorta di epopea, in un clima di iperottimismo. Adesso
siamo, invece, terrorizzati dalle sorti del Pianeta e della nostra
biosfera, che stiamo distruggendo», spiega Galimberti. «La
conquista della Luna è stato un gesto, un gioco, un'illusione.
Tant'è che dopo non lo hanno neanche più ripetuto. Adesso ci
preoccupa più la nostra abitazione sulla Terra che andare nel
cosmo». «Ma se davvero i cinesi punteranno, come annunciano, a
mandare un uomo sulla Luna, allora gli altri non possono stare a
guardare», conclude Flamini. «Dal punto di vista tecnologico, la
cosa è fattibile in tempi brevi, e le condizioni politiche
potrebbero crearsi proprio nella logica della competizione». Le
motivazioni che ci fanno proiettare verso lo spazio, insomma, sono
spesso terrestri. D'altra parte, che senso avrebbe avuto calpestare
la Luna se non ci fosse stata una Terra dove far ritorno?
MAGNIFICA DESOLAZIONE. Il Lem con Armstrong e Aldrin lasciò la
Luna, usando il proprio carrello come piattaforma di lancio, e si
ricongiunse al modulo di comando con Collins alle 21,35 del 21
luglio. Agli astronauti non restavano che i quasi tre giorni di
viaggio per tornare a casa. Alle 16,50 del 24 luglio la piccola
capsula del modulo di comando, mezza bruciacchiata dal calore
prodotto dall'attrito con l'atmosfera, toccava le acque dell'Oceano
Pacifico attaccata a tre paracadute.
Forse in quel viaggio "l'umano" Aldrin pensava proprio al
ricongiungimento con la Terra. Magnifica desolazione. Il lungo
ritorno a casa dalla Luna è il titolo di un suo memoriale dato
alle stampe negli Usa in occasione del quarantennale
dell'allunaggio. «Dall'apice dell'Apollo, la mia più grande sfida è
diventata quella umana. Ho attraversato l'alcolismo e vissuto a
fianco con la depressione. Una sfida che ha chiesto molto più
coraggio e determinazione che andare sulla Luna». Oggi 78enne,
Aldrin si ricorda, giovane, nel momento del raggiungimento del suo
obiettivo lunare: «Non c'erano rotte o punti di riferimenti lungo
la strada che mi avrebbe portato fuori dal pantano nel quale mi ero
ritrovato. Per dieci anni io sono sprofondato».
Una confessione di debolezza che ci rende vicino un uomo che
ricordiamo vestito di abiti tecnologici che lo facevano somigliare
ad un robot. Se vogliamo, è l'alone azzurro della Terra che
riaffiora nel buio dello spazio, sul grigio dello sterile scoglio
lunare. Una foto scattata dalla stessa "Apollo 11" nel corso della
missione. Forse, l'eredità più delicata di quell'evento: l'immagine
relativa della nostra posizione nel cosmo. Un profondo senso di
appartenenza a questo pianeta vivo, analogo alla nostalgia di casa
che prende ogni viaggiatore.
Senza di questo, ogni andare non sarebbe un viaggio, ma una
fuga.
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