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Felpe, stivaletti comodi, sottotuta termici, guanti e… sorriso!
Questi sono i principali elementi del corredo da mettere in valigia
quando si decide di tornare nei Balcani per far visita ai
carabinieri della Msu (Multinational Specialized Unit) e della Mp
(Military Police). I contesti appaiono complessi, data
l'instabilità degli equilibri politici causati dalla dichiarazione
unilaterale d'indipendenza del Kosovo (17 febbraio 2008), a dieci
anni dai bombardamenti della Nato. Sullo sfondo, l'avvio della
nuova missione internazionale Eulex (European Union Rule of Law
Mission in Kosovo). Alle 6.30 siamo già in aeroporto e ci guardiamo
intorno cercando di interpretare la scritta sul distintivo posto
sulle uniformi: "Kfor". Si tratta della missione Nato in atto nel
territorio, la Kosovo Force, Operazione "Joint Enterprise", che
vede impegnate 33 nazioni (25 Nato e 8 non Nato) per un totale di
16mila militari (circa 2.200 italiani) accanto a mandati come:
Eulex, Osce e Unmik (United Nations Mission in Kosovo). La Kfor è
articolata in cinque Multinational Task Force (Mntf) per aree di
responsabilità informativa, coincidenti con le subregioni
amministrative, più le unità di supporto e un Comando sito a
Pristina. Il nostro arrivo è atteso presso la Mntf- West (Mntf-W),
che ha sede a Villaggio Italia, a 2 km dall'abitato di Belo Polje,
un sito militare sviluppato in un ex poligono di tiro serbo. La
base, inaugurata nel 2003, ospita circa 3mila unità provenienti da
Italia (nazione leader), Romania, Slovenia, Spagna e
Ungheria.
Da Roma a Dakovica. In aeroporto qualcuno ci chiama per nome. È
Salvatore, un vecchio amico che ci ha riconosciuti e che ci viene
incontro sorridente e cordiale. Mentre ci offre un buon caffè,
racconta che è inquadrato all'interno della Mp di Villaggio Italia
e che l'area assegnata alla Mntf-W comprende sei municipalità e 411
villaggi, per un totale di 400mila abitanti, circa il 95% di etnia
kosovaro-albanese e il 5% distribuita tra etnia kosovaro-serba,
egizia, rom e ascari. L'etnia kosovaro-serba è concentrata in
piccoli villaggi o aree tipo l'enclave di Gorazdevac, che è la
maggiore presente in Kosovo (circa 800 unità).
Un'ora di volo, un'altra di viaggio in auto, e arriviamo a Kosovo
Polje, "campo dei merli". All'ingresso di Villaggio Italia, le
bandiere delle nazioni partecipanti alla missione sventolano sullo
sfondo delle cime innevate del monte Bjeshkët e Nemuna. Sotto
campeggia la scritta "Uniti per la pace". La base è dotata di
sistemi di comunicazione, una Zona Atterraggio Elicotteri, un
impianto di stoccaggio dell'acqua, 5 stazioni di energia elettrica
con 25 generatori, depuratori, due mense, moduli abitativi
prefabbricati, un ospedale da campo con gabinetto odontoiatrico,
una struttura di Telemedicina, ma anche pizzerie e bar che
garantiscono un minimo di socialità: non c'è "libera uscita" al di
fuori del compound. Fiore all'occhiello è "Radio West" (vedi
box).
La MP e i piccoli cantori di Banje. Entrando nella sede della
Military Police, ritroviamo Salvatore, il maresciallo che ci aveva
offerto il caffè a Fiumicino. Si tratta di uno dei più stretti
collaboratori del Provost Marshal, il coordinatore delle attività
mirate alla consulenza nell'ambito della Mp, secondo gli
intendimenti del Comandante della Multinational Task Force West e
le indicazioni del "Legad", il consulente giuridico del Comandante
del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. In ufficio, il
tenente Del Gigante, Comandante del plotone Mp, è impegnato con uno
dei soliti casi. Una coppia kosovara residente a Brescia è in
difficoltà: lui è stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti.
Il marito l'ha ripudiata "verbalmente" (secondo la norma islamica)
portandosi via i due bambini di quattro anni e 11 mesi e andando a
convivere in Kosovo con un'altra donna (la loro legge consente fino
a sette unioni contemporaneamente). In Italia la moglie è assistita
dalla Caritas, dopo aver perso un terzo figlio per percosse. A
seguito di complesse attività d'indagine, si è accertato che la
separazione non è stata consensuale e che i bimbi soffrono di
carenze affettive. «Con la magistratura italiana e kosovara stiamo
lavorando per il rimpatrio dei piccoli», spiega Del Gigante. «È
fondamentale l'ordinanza di affidamento provvisoria, alla quale
segue il processo ordinario per le percosse».
Si chiudono i fascicoli e si parte per fare visita ad alcuni
amici della Mp. Lungo il percorso fino a Visoki Deçani assistiamo
alle attività di pattugliamento e controllo del territorio, ma la
nostra meta è un piccolo villaggio serbo, Banje. Prima, però,
passiamo a prendere le nostre guide, padre Ilarion e Peter, i
monaci ortodossi che vivono nello storico monastero serbo di Visoki
Deçani, patriarcato di Peç. Lungo il tragitto notiamo molte
attività di lavaggio auto e sostituzione gomme. I carabinieri ci
spiegano che Tito faceva pagare una multa di cinque euro a quanti
avessero l'auto infangata. Da allora, la forma mentis è rimasta
invariata: i mezzi si lavano a uno o due euro, così ci si ritrova
in mezzo a gente dall'aspetto dimesso, ma a bordo di auto
rigorosamente linde!
All'arrivo a Banje i bimbi ci vengono incontro. Sono molto poveri
e i carabinieri della Mp hanno preso spontaneamente l'abitudine di
fare delle collette per acquistare latte, riso e frutta. Il clima
rigido non consente la coltivazione di vegetali od ortaggi e le 50
famiglie non escono dal villaggio serbo per paura delle possibili
violenze. I bambini accettano timidamente le mele, che stringono a
sé come fossero caramelle. Il resto sarà depositato in una scuola,
in modo che venga poi suddiviso tra le famiglie che ne hanno
bisogno. Nonostante il freddo gelido c'è entusiasmo e, con l'aiuto
di padre Ilarion, che ci fa da interprete, chiediamo ai bambini
cosa vorrebbero fare da grandi. In molti rispondono la maestra o il
militare, il più piccolo, con fare serioso, dichiara: «Io voglio
fare il banchiere!». Risata generale. Ilarion richiama a sé
l'attenzione e intona un piacevole canto con il suo piccolo coretto
per ringraziare i carabinieri prima di rientrare. Ci salutano,
eccoli: sono i piccoli cantori di Banje!
Msu ed Eulex. Dopo l'alzabandiera delle 8, nonostante le
temperature sotto lo zero e la neve lungo i viali di Villaggio
Italia, incontriamo tanti sorrisi, prima di partire per Pristina.
In due ore di viaggio il paesaggio rivela tutta la sua crudezza,
tra edifici che portano i segni dei bombardamenti Nato di dieci
anni fa e molti cimiteri dell'Uçk, l'esercito di liberazione del
Kosovo al tempo della lotta armata contro i serbi. La ricostruzione
ha fatto molto, ma ci sono ancora aree dove la drammaticità del
conflitto rivela tracce indelebili. Con la risoluzione 1244,
adottata il 10 giugno 1999, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite ha autorizzato l'istituzione in Kosovo di due presenze
internazionali: una civile per l'amministrazione temporanea,
denominata Unmik (United Nations Interim Mission in Kosovo), e
l'altra di sicurezza, la Kfor (Kosovo Force), entrambe sotto gli
auspici delle Nazioni Unite. Attualmente la situazione è stabile,
pur con alcune aree considerate "sensibili", come il distretto di
Mitrovica.
Dopo un rapido passaggio presso la sede di Kfor (denominata Film
City per via dei nomi dei viali della base), arriviamo davanti
all'ingresso della base di Msu. L'accoglienza è calorosa e
trascorrere una giornata con i nostri militari impegnati in una
zona come quella di Pristina completa l'idea delle difficoltà e
dell'importanza del contributo italiano in Kosovo. In queste
missioni non è prevista la "libera uscita" e i ritmi lavorativi
sono incalzanti. Perfino affiancare una pattuglia di Msu può
rappresentare uno spunto per comprendere come la popolazione guardi
ai nostri carabinieri con fiducia. Li riconoscono subito ed
esprimono gratitudine per il contributo che l'Arma ha garantito a
tutti. Ringraziano perfino noi, per il solo fatto di essere
italiani!
La Multinational Specialized Unit è la forza di polizia con
status militare di cui dispone Kfor. A Pristina è inquadrata
logisticamente anche Eulex (European Union Rule of Law Mission in
Kosovo), la missione civile (Pesd) approvata dalla Ue il 16
febbraio 2008, con un mandato che prevede compiti di supporto delle
autorità locali e di alcuni poteri esecutivi. Ultimamente si è
parlato di un "avvicendamento" di Eulex con la missione civile per
l'amministrazione temporanea, Unmik. In realtà, Eulex assorbe solo
alcuni aspetti di quest'ultima, con margini che saranno meglio
definiti una volta raggiunta la Foc (Full Operational Capability),
ossia la piena capacità operativa.
Eulex si sviluppa tra attività di controinsurrezione, operazioni
di polizia ad alto rischio, sicurezza dei testimoni, ricerca e
neutralizzazione di ordigni esplosivi. Per le missioni più
complesse dispone anche di un gruppo d'intervento, nel quale sono
inseriti assetti speciali come il Gis dei Carabinieri. Nel
complesso delle funzioni di Eulex la presenza dell'Arma è di 125
unità, molte delle quali inquadrate in uno dei due Crc Groups
(unità specializzate in operazioni antisommossa). Si tratta del Crc
di Pristina, a comando italiano, composto da Carabinieri e Polizia
civile polacca.
La visita è finita. Rientriamo a casa con qualcosa che "pesa" nel
bagaglio: l'orgoglio di essere italiani, che proviene dall'impegno
infaticabile dei nostri
militari.
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