CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2009 > Giugno > L'INTERVISTA

Quel che mi ha detto il DESERTO

Dal Sahara al Kalahari, dal Taklimakan al Simpson, non c'è distesa di sabbia, roccia o sale del mondo che abbia segreti per Carla Perrotti, l'esploratrice solitaria che ci racconta cosa le hanno insegnato le sue avventure

Carla Perrotti e Fabio Pasinetti, in arrivo all'oasi di Dakhla «La vita non ci chiede di essere il migliore o il più forte. Ci chiede solo di provarci». È una massima valida per tutti, che Carla Perrotti sembra però aver scelto davvero come modello di vita. Perché questa affascinante esploratrice è nota nel mondo come "la signora dei deserti". Di distese di dune, roccia e sabbia, infatti, ne ha attraversate cinque. Quasi sempre da sola. A volte senza collegamenti radio, con sulle spalle, anche per tre settimane di seguito, uno zaino di 24 chili. Intorno a lei il nulla, e temperature che in un giorno raggiungono i 45° e di notte i -20°.

Attraversare un deserto per ogni continente: questo era il suo sogno. Toccare anche quelli mai percorsi dall'uomo, come il Salar de Uyuni boliviano, il più vasto lago salato della Terra, a 3.700 metri d'altezza; o il Taklimakan, il cui nome significa "luogo della morte irrevocabile", nel nord-ovest della Cina. Imprese incredibili, se si pensa che ha cominciato nel 1991, a 44 anni, e da allora non ha più smesso.

A spingere Carla Perrotti ad una scelta tanto estrema è stata la voglia di conoscere i deserti. Luoghi dove la natura è di una bellezza primordiale. Quasi metafisica. «Nella solitudine assoluta del deserto, nelle immense distese sabbiose, salate, rocciose, il dialogo con se stessi diventa profondo», ci spiega Carla, che oggi ha anche un visitatissimo sito Internet e un blog (www.carlaperrotti.com) per narrare le sue avventure. «Vengono meno quei condizionamenti, quei formalismi, a cui il nostro quotidiano ci ha abituati. Nel deserto non si può bluffare. Pena la morte. Con mio marito Oscar», racconta ancora la Perrotti, «per vent'anni abbiamo raggiunto come documentaristi i posti più remoti, viaggiando con ogni mezzo e condizione. Un allenamento che mi è servito, anche se il deserto è davvero un'altra cosa».

Interessi condivisi hanno fatto del marito, medico, il maggior sostenitore di Carla, e una presenza costante nel team organizzativo e di supporto alle spedizioni. «Un sostegno morale e pratico vitale», sottolinea Carla, «assieme a quello di mio figlio Max».

Ma che senso hanno, per lei queste sfide con le manifestazioni più estreme della natura? «Non si tratta di sfide», mi spiega. «Sarebbe assurdo pensare di sfidare un'entità forte e assoluta come il deserto. Fin da piccola il mio desiderio è stato viaggiare per terre inesplorate, conoscere e cercare di condividere la vita di popolazioni non contaminate dalla "civiltà". Secondo alcuni ricercatori americani, certi individui hanno nel Dna un gene che li predispone all'avventura. L'hanno battezzato il "fattore Ulisse". Io credo di averlo sempre avuto. Non voglio provare nulla a nessuno, ma scoprire il mio limite, ascoltare la voce del deserto e quello che ha da insegnarci. D'altronde ognuno, nella vita, ha i suoi deserti da attraversare».

A lei i deserti cosa hanno insegnato?
«L'umiltà, innanzi tutto. E la pazienza. Se mente e corpo sono concentrati e in equilibrio, è sorprendente a cosa può arrivare un essere umano. Affrontare temperature ed escursioni termiche inconcepibili, marce di 12-14 ore con ai piedi piaghe e vesciche che bruciano ad ogni passo, mentre gli occhi sanguinano per il riverbero accecante e la schiena sembra cedere sotto i 30 chili di peso dello zaino. Poca alimentazione e, quel che è peggio, poca acqua. Eppure si riesce ad andare avanti. Disciplinando i pensieri, cercando di non badare ai rischi, alle insidie nascoste dietro ad ogni passo. È necessario occuparsi solo del presente. Concentrarsi sul cammino, su cosa fare qui e ora. In condizioni estreme, anche la minima disattenzione - una borraccia che si rovescia bagnando il sacco a pelo poco prima di affrontare una notte gelida; un piede poggiato accanto a un serpente velenoso o su una crosta di sale - può rivelarsi fatale. Condividendo la quotidianità dei Tuareg, gli uomini blu del Sahara, o dei quasi scomparsi boscimani nel deserto del Kalahari, ne ho ammirato la saggezza e la serenità. Il diverso valore dato al tempo. Il piacere di sentirsi uniti senza bisogno di parole. Riscoprire l'importanza del silenzio permette di ascoltare le tante voci del deserto. Mai affrontarlo come un nemico da sfidare. Altrimenti non perdona. A chi ne assecondi la volontà, a chi arrivi a "sentirsi sabbia" e ne segua le leggi, invece, esso può insegnare molto. Persino dimostrarsi amico. Per questo gli parlavo nelle lunghe ore di marcia solitaria e, arrivata alla meta, ogni volta l'ho ringraziato per avermi concesso di attraversarlo».

Nei libri Deserti e Silenzi di sabbia, editi da Corbaccio, lei narra di essersi accorta di come pochi oggetti siano davvero indispensabili.
«Le condizioni estreme impongono l'essenzialità, e ne fanno comprendere il valore. A parte la tenda, l'abbigliamento per proteggersi dal freddo, le mappe e l'indicatore per controllare la rotta e, nel Simpson Desert in Australia, il telefono satellitare per comunicare dove è possibile, a volte anche il poco che portavo si rivelava un di più. Indispensabili si sono dimostrati gli occhiali da sole e lo cheche, la sciarpa lunga sei metri che i Tuareg avvolgono attorno al capo. Un pezzo di stoffa che può salvarti la vita. Protegge dal sole, dalla sabbia e dagli insetti. Le scarpe, invece, si sono subito rivelate motivo di sofferenza. Ho invidiato i boscimani che procedono a piedi nudi o con leggeri sandali di cammello o antilope».

Nel deserto africano del Kalahari, tra Namibia e Botswana, lei si è alimentata quasi esclusivamente con quello che vi trovava, come il cacciatore boscimano che l'ha accompagnata. Ha avuto problemi alimentari nei suoi viaggi?
«Per fortuna quasi mai. Nel Kalahari, per stabilire una più profonda identificazione con i boscimani, popolo che studio e amo da sempre, ho eliminato anche gli integratori. Per due settimane io e Kase, la mia guida, ci siamo nutriti con il bitong, carne di gazzella o antilope seccata al sole, e di bacche, resine, nocciole trovate lungo il cammino. Nel Taklimakan cinese e nel Simpson Desert australiano, privi di acqua e percorribili solo a piedi, l'unico alimento disponibile erano polveri energetiche e pillole. Solo ogni tanto riuscivo a farmi una minestrina con il dado e tanto aglio e peperoncino, due antibiotici naturali. In ogni modo ci si abitua a tutto, salvo che alla mancanza d'acqua.
Proprio nel Kalahari, dove non esistono pozzi od oasi e l'asperità del terreno impedisce di trascinarsi un carrello con le scorte, la ricerca dell'acqua, spesso infruttuosa, mi ha portato al limite della resistenza. Ricordo di aver perfino leccato le gocce di condensa formatesi durante la notte nella mia tenda. La disidratazione porta all'annebbiamento della mente e si rischia di non valutare la gravità della situazione e la propria possibilità di resistere. A un certo punto stavo per chiamare via radio perché ci venissero a soccorrere. Per fortuna, però, i miracoli avvengono: Kase, la mia guida, all'improvviso cambiò percorso, e dopo poco trovammo una capanna con una famiglia di boscimani che ci offrì una ciotola colma d'acqua. Evidentemente era scritto che continuassi».

Quali i momenti più duri di ogni impresa?
«I primi giorni sono sempre i più difficili. Si è assaliti dall'angoscia, si teme di non farcela. Poi si entra in sintonia con il deserto, con i suoi ritmi, e si va avanti».

Ha mai avuto paura, sofferto la solitudine?
«Trovandosi soli, con alle spalle centinaia di chilometri e altrettanti di fronte, lontani da ogni contatto umano, di pensieri neri ne vengono tanti. Meglio metterli da parte, però, e concentrarsi. Essere soli può rivelarsi una ricchezza. Si ha la possibilità di ascoltarsi. Dicono i Tuareg, da secoli abitatori del nulla: "Dio ha creato il deserto perché l'uomo vi trovasse la sua anima". E poi c'è la bellezza assoluta della natura. L'alba e il tramonto sulle distese di sale in Bolivia, con il riflettersi caleidoscopico dei colori, le dune di sabbia ricoperte per qualche ora di fioriture dopo una breve pioggia, sono immagini che restano dentro. E la solitudine è un fatto mentale. Si può essere molto soli in una grande città, fra gente che sembra non vederti. Nel deserto, invece, non mi sento mai sola. È come se ci fosse una presenza costante ad accompagnarmi. Un'entità superiore che mi tiene la mano sulla spalla e mi guida».

La sua età biologica, secondo l'équipe medica che la segue, è assai inferiore a quella anagrafica. Carla Perrotti è una donna eccezionale?
«Per carità! Sono solo una persona abituata da sempre a praticare sport. Atletica e sci agonistico da ragazza, e poi camminate, immersioni, ginnastica. Mantenere il corpo in forma ha riflessi positivi anche sulla mente. Sull'umore. Guai a lasciarsi andare. Ad impigrirsi».

È per questo che lei promuove anche la Desert Therapy?
«Il primo, recente esperimento è stato un successo. Eravamo in otto, per una settimana, a camminare nel deserto del Sahara. Lo scopo non era raggiungere una certa forma fisica, ma riscoprire se stessi. Nulla da dimostrare, se non che per vivere quest'esperienza non è necessario essere atleti. Ancor più esaltante l'avventura vissuta lo scorso novembre con Fabio Pasinetti, non vedente. Abbiamo attraversato a piedi, in totale autonomia, il Deserto Bianco egiziano: 250 chilometri in due settimane. Temperature estreme, dune altissime, infide pietraie non ci hanno sconfitto. Provati, ma con una gioia immensa, abbiamo tagliato il traguardo. Per me era la settima impresa nel deserto, per Fabio la dimostrazione di potercela fare. Per entrambi, l'avverarsi di un sogno condiviso e la conferma che con costanza, sacrificio e tanta forza di volontà, è possibile abbattere le barriere più alte».
Picci Manzari
Copertina del mese

La copertina del mese