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Il 'nostro' anniversario

Ricorre il 5 giugno la Festa dell'Arma dei Carabinieri. Un'occasione per riflettere sul significato di questa Istituzione, che molti, non solo i militari, sentono vicina

Carabinieri schierati in Piazza di Siena in occasione della Festa dell'Arma Potrebbe mai un "torinese purosangue" come me - non inganni il mio luogo di nascita, Venezia, dove mio padre si era trasferito per la Fiat-Grandi motori navali (altra istituzione torinese) - non amare l'Arma dei Carabinieri? Almeno tre ragioni me lo impongono.

In primo luogo le origini, che più piemontesi non si può. A promuovere l'istituzione di un "Corpo militare per il mantenimento del buon ordine" (secondo il primo Progetto della Segreteria di Guerra, redatto dal capitano reggente di Pinerolo, Luigi Prunotti) è stato Vittorio Emanuele I di Savoia, dopo la caduta di Napoleone e la fine della dominazione francese; successivamente, un "Progetto d'Istruzione Provvisoria per il Corpo dei Carabinieri Reali" sarà controfirmato dal generale d'Armata Giuseppe Thaon di Revel: "Si farà ogni giorno da due carabinieri di ogni Brigata a cavallo un giro di pattuglia sulle strade principali, quelle di traversa, sulle strade vicinali, nei Comuni, casali, cascine e altri luoghi del Distretto di ciascuna Brigata"; infine, ci sarà la promulgazione delle "Regie Patenti" del 13 luglio 1814.

In secondo luogo l'ispirazione, anch'essa che più piemontese e più liberale non si può. Nelle Patenti c'è un'espressione che oltre un secolo e mezzo dopo sarebbe stata la parola d'ordine politica di un grande Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi (un piemontese che, per fedeltà alla tradizione, aveva votato monarchia al referendum!): "Buon Governo". Così era designata la prima Direzione Generale, "specialmente incaricata di vigilare al mantenimento della sicurezza pubblica e privata e di affrontare quei disordini che potrebbero turbarla".

In terzo luogo, il carattere élitario e l'attenzione all'aspetto e al "comportamento" dei militi dell'Arma, che riflettono la tradizionale misura della vecchia borghesia piemontese. Già allora - quando l'ottanta per cento della popolazione era analfabeta - l'aspirante carabiniere doveva saper leggere e scrivere e non avere una statura inferiore al metro e settantacinque centimetri: "Un Corpo di militari distinti per buona condotta e saggezza, chiamati col nome di Corpo dei Carabinieri Reali (…) allo scopo di contribuire sempre più alla maggiore prosperità dello Stato, che non può essere disgiunta dalla protezione e difesa dei buoni e fedeli Sudditi nostri, e dalla punizione dei colpevoli".

A proposito dell'attenzione ai modi - vincolati alle forme e rispettosi del cittadino - propria di ogni carabiniere, quale ne sia il grado, c'è un episodio divertente che mi riguarda. Ai tempi del terrorismo, era arrivata ai carabinieri di una località turistica alla quale ero approdato su una barca di amici la segnalazione che avrei potuto essere oggetto di un attentato. A comunicarmi la notizia era stato un amabile maresciallo con queste semplici e inequivocabili parole: «Direttore, dal Ministero degli Interni ci dicono che qualcuno vi vuole ammazzare». Dopo avermi riaccompagnato alla barca - «da questo momento siete sotto la nostra protezione» - si era, però, scusato d'essere stato un po' troppo brusco ed esplicito e mi aveva confessato d'aver pensato a lungo al modo meno traumatico di dirmelo e di aver cercato (invano) persino le parole più adatte, ma, poi, di aver preferito evitare equivoci. Lo avevo ringraziato della franchezza, ma non avevo potuto trattenere una risata: «Maresciallo, se ci avesse pensato meno che avrebbe fatto? Mi avrebbe sparato lei stesso?». Ci aveva riso anche lui. Era finita con un brindisi fuori ordinanza alla mia e alla sua salute e, dal giorno dopo, un paio di militi aveva tenuto d'occhio, con discrezione, la padrona della barca quando andava a fare la spesa accompagnata dal Comandante; se l'oggetto del possibile attentato era il Direttore del Corriere della Sera, l'armatore dell'imbarcazione non poteva che essere lui e quella elegante e imponente signora non poteva non essere sua moglie...

A Milano, ho casa a una cinquantina di metri dalla sede del Comando Regionale, che avverto come una protezione quasi personale. Del resto, della stessa mia opinione è uno dei miei nipotini, Andrea. Sua madre, mia figlia, quando lo accompagnava all'asilo, aveva notato che il piccolo, tutte le mattine, salutava con deferenza il piantone che, ovviamente, contraccambiava, divertito, il saluto. «Perché lo saluti sempre?», aveva chiesto a suo figlio. «Perché, con lui, non si sa mai», era stata la risposta. Gli era stata raccontata la favola di Pinocchio - il primo romanzo nel quale compaiono i carabinieri e che all'epoca aveva fatto scandalo proprio per quella che era stata ritenuta un'inopportuna intrusione nella riservatezza dell'Arma - e aveva associato la figura del carabiniere alla Legge e all'Ordine, che lui, nel suo piccolo, aveva evidentemente violato con qualche disubbidienza e qualche capriccio. Meglio tenersi buoni i carabinieri, allora…

All'atto della sua nascita, l'Arma contava su 27 ufficiali (un colonnello col suo aiutante maggiore, quattro capitani, dieci luogotenenti, gli attuali tenenti, dieci sottotenenti e un quartiermastro con funzioni amministrative); e su 776 fra sottoufficiali (quattro marescialli d'alloggio a piedi e tredici a cavallo, cinquantuno brigadieri a piedi e sessantanove a cavallo) e truppa (277 a piedi, 367 a cavallo). Alcuni di loro provenivano dalla vecchia Gendarmeria, ed erano stati esonerati dai francesi perché ritenuti fedeli ai Savoia o sospetti di tendenze liberali. Gli alamari d'argento li avevano anche i granatieri; la parola carabiniere veniva da carabina, l'arma della fanteria leggera. La divisa era di colore turchino. L'armamento consisteva in una carabina di modello corto e una sciabola lunga per quelli a cavallo, più due pistole per gli ufficiali; un fucile corto, la baionetta e la sciabola corta (la daga) per quelli a piedi. Il caricamento di carabina, fucile e pistole era quanto mai complicato; la precisione di tiro, approssimativa, consigliava di sparare quasi a bruciapelo (così detto perché il colpo faceva una gran fiammata). Le Divisioni territoriali avrebbero dovuto essere dodici, ma erano soltanto sei: Torino, Savona, Cuneo, Alessandria, Nizza e Novara.

Il motto dell'Arma era, originariamente, "Usi obbedir tacendo e tacendo morir" (da un poema di Costantino Nigra). Verrà mutato, il 10 novembre 1933, da Vittorio Emanuele III, nell'ancora attuale "Nei secoli fedele", creato nel 1914 per il primo centenario della nascita del Corpo. Il battesimo del fuoco l'Arma lo aveva avuto a Grenoble, il 6 luglio 1815; la prima Medaglia (d'argento) al Valor Militare alla battaglia di Pastrengo, il 30 aprile 1848. La Festa dell'Arma cade nella ricorrenza del conferimento della Medaglia d'Oro, conseguita per la partecipazione alla Prima guerra mondiale, con circolare del Comando Generale del 7 aprile 1921. "Avendo le aspre vicende della passata guerra rese, nella storia di ogni Arma e Corpo, alcune date particolarmente memorabili per sacrifici eroici compiuti o per il conferimento di alte ricompense (…) la festa anniversaria dell'Arma (…) sarà fissata al 5 giugno di ogni anno".

Scrivo da così tanto tempo per Il Carabiniere che la sento un po' anche come la mia festa. Quando qualcuno ricorda la mia popolarità di giornalista del Corriere della Sera - sul quale ho pubblicato il mio primo articolo 42 anni orsono e nel quale ho fatto tutta la carriera, da soldato a Comandante Generale (Direttore) - io rispondo che, in realtà, sono popolare perché scrivo sul Carabiniere. È un paradosso. Ma scherzare su se stessi - che, ahimé, non è propriamente una caratteristica dei piemontesi - non è, forse, una buona e felice inclinazione dei carabinieri? Dunque, auguri. Auguri di cuore a tutti "noi" carabinieri. Dell'Arma e nel Cuore.
Piero Ostellino
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