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Conan Doyle: elementare, ma non troppo

Ricorrono i 150 anni dalla nascita del creatore di Sherlock Holmes, l'infallibile detective che adottò per le sue indagini il metodo scientifico. Conquistando lettori e fama universali

Immagine dello scrittore scozzese Conan Doyle Durante gli ultimi mesi di vita, Sir Arthur Conan Doyle, il creatore dello straordinario detective Sherlock Holmes, ricordandosi forse di essere figlio e nipote di celebri cartoonists, volle raccogliere in una vignetta i fatti salienti della sua esistenza: una culla posta sotto il nome di Edimburgo, la città che gli aveva dato i natali, le insegne degli sport più amati - la boxe, lo sci, il golf -, l'evocazione dei suoi viaggi, i lavori storici e quelli scientifici, le esperienze di guerra e quelle di difensore civico di persone ingiustamente condannate, le conferenze sugli argomenti più disparati, i libri sullo spiritismo. Tutto ammucchiato alla rinfusa su un carro e, in un angolino, un piccolo Sherlock Holmes. La didascalia diceva, tra l'altro: «Il vecchio cavallo ha trascinato un pesante carico in questa lunga strada, ma è ancora capace di lavorare, e con sei settimane di riposo e sei mesi di biada sarà in grado di riprendere la strada».

Di lì a poco, invece, e precisamente il 7 luglio 1930, il "vecchio cavallo" se ne andò, in seguito a un attacco cardiaco. È singolare però che, ancora sul letto di morte, Conan Doyle conducesse una serrata battaglia contro quello Sherlock Holmes che gli aveva dato fama e ricchezza ma che aveva confinato nell'ombra tutte le altre sue opere, offuscando il nome stesso dell'autore. Lo scrittore aveva sempre pensato che i suoi capolavori fossero i romanzi storici, come La compagnia bianca (1891) e Le avventure del brigadiere Gérard (1896). E, inseguendo il sogno di una letteratura "alta", a un certo punto mise in atto l'idea di liquidare il suo ingombrante detective, facendolo sparire nelle cascate svizzere del Reichenbach, avvinghiato al mortale nemico, Moriarty. Ma poi, sollecitato dagli editori, e da quanti avevano influenza su di lui - fra gli altri, la madre -, fu costretto a "resuscitarlo".

Conan Doyle era nato a Edimburgo il 22 maggio 1859 - esattamente 150 anni fa - da una famiglia di irlandesi, di antico lignaggio, ma povera. Il padre, Charles, architetto con la passione per la pittura, era impiegato negli uffici dei Lavori pubblici della città. Il nonno, John, e lo zio, Richard, erano caricaturisti, mentre il prozio Michael era critico d'arte. Solo la madre, Mary Foley, non aveva ambizioni artistiche. Tutta la famiglia riponeva grandi speranze sull'avvenire di Arthur. Il padre pensava di farne un uomo d'affari o un matematico, ma lui fin da ragazzino dimostrò tutt'altri interessi. Amava leggere, perdersi nelle avventure e nel mistero. I suoi autori preferiti erano Walter Scott e Edgard Allan Poe, maestri indiscussi del romanzo storico e del giallo.

Dopo aver frequentato il collegio dei Gesuiti di Stonyhurst, nel Lancashire, si iscrisse alla facoltà di Medicina dell'Università di Edimburgo. Sono di questo periodo la sua prima opera letteraria, Il mistero di Sasassa Valley (1879), racconto del terrore venduto al Chambers Journal, e il suo primo articolo medico, su un sedativo sperimentato su di sé. L'anno successivo vende a The London Society la storia Il racconto dell'americano, su una mostruosa pianta originaria del Madagascar che si ciba di carne umana. Conseguirà la Laurea in Medicina nel 1885. Poi, un po' per spirito di avventura, un po' per guadagnare, accetterà di imbarcarsi su una baleniera come medico di bordo, solcando per sette mesi i mari dell'Artico. E ripeterà l'esperienza, per quattro mesi, imbarcandosi su un piroscafo diretto in Africa. Al ritorno, aprì uno studio medico a Southsea, quartiere elegante di Portsmouth, ma senza troppa fortuna.

Per arrotondare le entrate, cominciò allora a scrivere racconti. Si rese conto che il genere "giallo", inaugurato da Edgar Allan Poe, aveva conquistato il favore dei lettori; ed era perfettamente in sintonia con la società inglese - ed europea - del suo tempo, imbevuta di filosofia positivista, che guardava con ottimismo allo sviluppo della conoscenza scientifica come strumento di crescita civile e sociale. Il giallo come romanzo della scienza, e la scienza come strumento per intendere il mondo, dunque. Secondo questa filosofia, i fatti empirici sono la base di ogni autentica conoscenza; lo strumento di questa conoscenza è la logica deduttiva; il vero sapere, infine, deve essere svincolato da qualsiasi concezione metafisica e deve risultare utile all'umanità.

Bisognava perciò creare la figura di un detective che impersonasse questa razionalità, che facesse della logica l'arma per risolvere i casi più complessi. Si ricordò allora di un suo insegnante, Joseph Bell, uomo intelligentissimo che, dall'esame di alcuni dettagli, talvolta anche minimi, era in grado di definire i caratteri psico-fisiologici dei suoi pazienti. Fu questo il modello reale di Sherlock Holmes, mentre il modello letterario fu il cavalier Auguste Dupin creato da Poe, un detective dilettante che, scartate le vie ordinarie dell'investigazione, sottopone a verifica logica l'intera matassa dei misteri e degli indizi, arrivando alla soluzione. Anche Holmes, come Dupin, si risolve nella propria razionalità e concepisce il conoscibile entro l'orizzonte della ragione. Ne esce fuori un personaggio forse poco simpatico, arrogante, ironico. E proprio per questo, oltre che per esigenze narrative, l'autore creò un secondo personaggio, da affiancare al detective, un uomo comune, con tutti i dubbi e le inadeguatezze della gente normale: John Watson. Limitato ma positivo, buono e generoso, sarà il testimone delle imprese di Holmes, in grado di rilevare i vari aspetti della sua personalità senza evidenziarne le crisi depressive, spesso accompagnate dalla cocaina.

Il primo romanzo che ha per protagonista Sherlock Holmes - l'intero ciclo si articola in quattro romanzi e cinquantasei racconti - scritto nel 1886 e pubblicato l'anno seguente sul Beeton's Christmas Annual, fu Uno studio in rosso. L'accoglienza del pubblico fu tiepida, e così Conan Doyle si dedicò al romanzo storico. Ma per breve tempo. Un editore americano, J.B. Lippincott, che pubblicava una rivista simultaneamente a Philadelphia e a Londra, invaghitosi dell'infallibile investigatore, propose a Conan Doyle di scrivere un secondo romanzo con al centro la figura di Holmes. Nacque così Il segno dei quattro (1890), che ottenne un clamoroso successo tanto in America quanto in Inghilterra. Era la consacrazione di Conan Doyle fra i grandi del giallo e l'inizio di un mito che non si è mai appannato. Ma lo scrittore, con flemma tutta britannica, continuò a dedicarsi al romanzo storico. Tuttavia non poté abbandonare il personaggio che gli garantiva il successo e il benessere personale. Per cui, nel 1892, apparvero le raccolte di racconti Le avventure di Sherlock Holmes e Le memorie di Sherlock Holmes (1894).

A questo punto Conan Doyle prese la decisione di eliminare la sua ingombrante creatura perché, come aveva comunicato in una lettera alla madre, lo distoglieva «da cose assai più importanti». Mantenne tale decisione per quasi nove anni, fin quando dovette arrendersi alle sollecitazioni che gli venivano da più parti. Nel 1902 Holmes fece la sua ricomparsa nel romanzo considerato il capolavoro di Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, storia gialla venata di fantastico in cui si narra di un cane demoniaco che si aggira per le brughiere, sospettato di essere l'autore di una serie di efferati delitti. Un caso che il detective risolverà con le consuete armi della logica scientifica. Conan Doyle sarà condannato a vivere fino alla fine in simbiosi con Holmes: nel 1905 pubblicherà la raccolta di racconti Il ritorno di Sherlock Holmes, nel 1915 il romanzo La valle della paura, nel 1917 i racconti L'ultimo saluto di Sherlock Holmes, infine, nel 1927, ancora le novelle de Il taccuino di Sherlock Holmes.

La vita di Conan Doyle fu riempita da mille interessi ed avventure. Come inviato, seguì tre guerre e ne scrisse coinvolgenti resoconti, tra cui La guerra boera del 1900 e Le campagne britanniche in Europa, 1914-1918. Assunse il ruolo di difensore civico, facendo riaprire due controversi casi giudiziari (Ederlji e Slater), dimostrando che gli accusati erano stati ingiustamente condannati. Fu cronista di avvenimenti sportivi come le Olimpiadi di Londra del 1908, dove perorò le ragioni dell'italiano Dorando Pietri, vincitore della maratona ma poi squalificato per essere stato sostenuto prima che tagliasse il traguardo. Negli ultimi anni della sua vita fu affascinato persino dallo spiritismo, e scrisse un saggio, Storia dello spiritismo (1926), appunto, da cui si attendeva larghi consensi e che gli fruttò invece solo critiche. L'ultima sua produzione narrativa, a parte le storie di Sherlock Holmes, fu dedicata invece alla fantascienza, genere di cui fu maestro. Ricordiamo almeno Il mondo perduto (1912), il suo capolavoro, e La nube avvelenata (1913).

Ma Conan Doyle resta essenzialmente il creatore di Sherlock Holmes. La critica, con atteggiamento snob, ha giudicato queste opere con sufficienza. La storia è sempre la stessa: chi conquista il favore del pubblico, viene dichiarato popolare, commerciale, autore di una letteratura "bassa". Ma non è questo il caso di Conan Doyle. Al contrario, egli inventa un personaggio che possiede la stessa «sovrabbondanza di vita» che Thomas Stearns Eliot attribuiva ai personaggi di Dickens. Holmes non è solo un investigatore infallibile, ma anche l'interprete di una civiltà che volge al termine.

Nelle narrazioni di Conan Doyle c'è insomma, come scrive Ernesto G. Laura nella sua Storia del giallo, «il profumo di un'epoca, d'una Londra ormai perduta con i suoi fanali a gas nella nebbia». In un racconto del 1914, quando la guerra mondiale lascia intravedere alle persone più acute la fine di un mondo e l'avvento di una nuova, più inquietante realtà, Holmes esclama amaramente: «Caro, vecchio Watson! Lei è l'unico punto immutabile in un'era che si chiude. Comunque, si sta levando un vento di est, un vento che l'Inghilterra sinora non conosce. Sarà un vento gelido e pungente, Watson, e molti di noi ne saranno falciati».
Paolo Pinto