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60.080.000, 60.213.128. Due numeri da mandare a memoria. L'uno, il
primo, per il suo portato storico; l'altro, il secondo, in quanto
suo figlio stretto. Il primo è la cifra citata dai ricercatori
dell'Istat (l'Istituto centrale di statistica italiano) per
annunciare che, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre
2008, tra le Alpi e Lampedusa vivevano, «con molte probabilità»,
oltre 60 milioni di esseri umani. (Con molte probabilità?
L'incertezza, in realtà, è solo formale. Ed è dovuta al momento e
al contesto in cui l'annuncio ha preso corpo: la presentazione,
tenutasi sul finire dello scorso mese di febbraio, delle «stime
anticipatorie» dei più rilevanti indicatori demografici nazionali
relativi all'anno trascorso. «Anticipatorie» perché i dati
troveranno definitiva conferma nel prossimo mese di giugno, e
«stime» in quanto i conteggi non sono in effetti ancora completati.
Ma il margine di errore è di tale inconsistenza, dicono gli
esperti, da non dover essere - quasi - considerato. Cifra sicura,
quindi. Potrà mutare, al massimo, di qualche migliaio di unità). Il
secondo numero indica invece la popolazione "corrente". È cioè il
dato, inevitabilmente oscillante, fornito ora dopo ora, minuto dopo
minuto, dai demografi degli istituti di ricerca, e da tutti ormai
riscontrabile anche su Internet (www.neodemos.it).
Superati dunque, nell'un caso come nell'altro, i 60 milioni di
italiani. Il che significa, a spanne, uno ogni cento abitanti del
globo terracqueo (che ne conta oltre 6,7 miliardi). In altre
parole, che in un pianeta diviso tra circa duecento nazioni, siamo
una delle più popolose. Vero: già lo si sapeva. Ciò non toglie,
però, importanza al dato in quanto tale, anche al di là del glamour
proprio dei numeri tondi (in particolare quando iniziano ad aver
certe consistenze). Perché si tratta comunque di un punto d'arrivo
(magari destinato a trasformarsi in uno di passaggio) per il nostro
Paese, prossimo a festeggiare - accadrà nel 2011 - i
centocinquant'anni di vita unitaria. Di un'occasione, di un
pretesto se volete, per guardare indietro, per un bilancio.
Oltretutto, i quarant'anni sono un'età giusta per stilare un primo
rendiconto dell'esistenza e, guarda caso, al 31 dicembre scorso
(affermano sempre i ricercatori Istat), l'età media degli italiani
era di 43,1 anni.
Ma un bilancio, si sa, è fatto di voci diverse, di capitoli
separati, di tante singole tessere che vanno poi a comporre un
unico mosaico. Troppe forse, nel caso, per venire tutte qui
esaminate. Obbligatorio allora privilegiarne alcune. Giuste,
pensiamo, per stimolare curiosità, interesse e discussioni.
TRAGUARDO? Per la prima volta, dalla sua formazione geologica,
oltre 120 milioni di piedi umani stanno calpestando i 301.338
chilometri quadrati (più o meno 30 milioni di ettari) che
compongono il territorio dell'Italia. È un dato di fatto. Ma si
tratta, come molti affermano, di un traguardo? Perché è chiaro che
da qui dobbiamo partire: da quanto questa cifra a sette zeri possa
significare in termini di impatto sociale ed economico per il Bel
Paese.
Ebbene, la risposta dipende dalle scuole di pensiero, diverse tra i
diversi cultori della scienza demografica. Perciò, aver raggiunto,
e superato, i 60 milioni, sarà un evento positivo per coloro che
ritengono quel numero "potenza": più si è, più si è forti, più
conta il Paese sullo scenario internazionale. La stessa cifra
assumerà contorni preoccupanti, invece, per coloro che sostengono
come vi siano dei limiti di popolazione da rispettare nei vari
territori (e quindi in tutto il pianeta), in rapporto alle risorse
(alimentari ma non solo) che quegli stessi territori possono
assicurare. Lascerà, infine, alla finestra, in attesa degli eventi,
quanti preferiscono la terza opzione disponibile, quella che
ritiene da un lato esserci un'autoregolamentazione della crescita
demografica legata allo sviluppo economico - a sostegno della qual
tesi, va detto che, finora, si è sempre verificato un calo delle
nascite nelle zone in cui è stato registrato un progressivo aumento
del benessere - e dall'altro considera i limiti da rispettare non
dettati dalla Natura ma dalla conoscenza e, quindi, dalle
tecnologie disponibili.
UNA NAZIONE POPOLOSA. Ma come siamo arrivati a contare gli odierni
60 milioni di connazionali? L'Italia è sempre stata una terra
popolosa (più al nord che al sud): nel XVII secolo, ad esempio, gli
italici erano il 15 per cento di tutti gli europei (naturalmente
non contando la Russia). Inoltre ha sempre avuto anche tassi di
densità notevoli: nell'Ottocento, con 60 abitanti per chilometro
quadrato, essa da noi era il doppio della media continentale e la
superava del 170 per cento se dai calcoli della superficie
nazionale si toglievano gli ettari all'epoca improduttivi (circa 8
milioni).
La corsa, però, verso il "traguardo" oggi raggiunto, inizia più o
meno a partire dal Settecento. Fino a quel momento, infatti, la
Penisola poteva sopportare un "carico massimo", per così dire, di
13 milioni e mezzo di esseri umani: un picco toccato nella prima
parte del Trecento e poi tre secoli più tardi (in entrambe le
occasioni ci pensarono le carestie, la povertà, la denutrizione ed
epidemie come la peste a "riequilibrare" la situazione). Il limite
era dovuto alla consistente quota di territorio non coltivabile:
dai monti ai fiumi, alle superfici urbanizzate - la nostra, si sa,
è «terra di città»: nel XVI secolo un italico su cinque risiedeva
«dentro le mura», costituendo il 40 per cento di tutta la
popolazione cittadina del continente -, a cui si aggiungeva una
parte consistente di zone paludose (e quindi malariche) la cui
bonifica inizierà, appunto, nel XVIII secolo. Così, già
nell'Ottocento si era giunti a 18 milioni, saliti poi a 26 nel
1861, per continuare, via via, fino agli oltre 33 milioni
dell'inizio del XX secolo e ai 47 di cinquant'anni più tardi.
Una tendenza costante, dunque. Seppure interessata, nel tempo, da
velocità diverse: sufficienti trent'anni, dal 1896 al 1926, per
passare dai 30 ai 40 milioni; già trentatré, dal 1926 al 1959, per
raggiungere i 50; ma da quel momento - che non a caso si identifica
con il cosiddetto "miracolo italiano" - è stato necessario mezzo
secolo per registrare una crescita di un ulteriore quinto. Velocità
demografiche, inoltre, che identificano differenti fasi economiche
e sociali del nostro Paese. Del resto, la storia d'Italia è ricca
di esempi che dimostrano lo stretto legame fra tali eventi e il
successo o l'insuccesso, l'ascesa o il declino della società. Basti
pensare a Roma, l'unica vera metropoli, nel senso odierno, esistita
nell'antichità: nel momento del suo massimo splendore, tra il II e
il III secolo, aveva superato il milione di abitanti e viaggiava
verso il loro raddoppio; quando divenne capitale dello Stato
unitario (1871) contava ormai poche centinaia di migliaia di
cittadini residenti. O allo scatto verso i 13 milioni e mezzo di
italici presenti nella prima metà del Seicento. Che iniziò agli
albori del secolo precedente, quando il Bel Paese era la locomotiva
dell'economia mondiale, grazie alle attività commerciali e alle
industrie laniera e serica (che davano lavoro a mezzo milione di
persone), e il suo prodotto pro capite era il più alto del pianeta,
superando di oltre il 40 per cento la media europea. Poi arrivò
Carlo V e, come ha scritto qualcuno, «la stella d'Italia
tramontò».
UN POPOLO, UNA LINGUA. Va detto, però, che il calcare lo stesso
suolo, se faceva dei nostri antenati una popolazione, non ne
faceva, automaticamente, un popolo. Che è un insieme di individui
usi a condividere valori e sentimenti; in una parola: una stessa
cultura. Un aspetto, questo della separatezza, dovuto solo in parte
al fatto che la nascita dello Stato unitario sia relativamente
recente. Piuttosto, ancora mezzo secolo fa, l'italiano era l'idioma
comune a non più di un quinto degli abitanti della Penisola. Oggi,
invece, la comunanza culturale è simbolicamente rappresentata
proprio da quel 95 per cento di noi tutti che parla, di norma, la
lingua nazionale. E si tratta di un grande risultato, di una
vittoria significativa: non è mai accaduto, infatti, nella
trimillenaria storia di questo Paese, che così tante persone
abbiano optato per la stessa lingua.
Una vittoria che è stata ottenuta al termine di un lungo percorso.
Iniziato dopo l'Unità d'Italia, appunto. Quando fu approvata la
legge Casati per una politica dell'istruzione pubblica che
consentisse di affrontare il rilevante problema - vero e proprio
freno allo sviluppo - rappresentato dal 78 per cento degli abitanti
del nuovo Stato incapaci di leggere, scrivere e far di conto. Un
percorso che, per certi versi, si concluderà solo nel 1954, con
l'ingresso nelle nostre case della televisione, che, con
trasmissioni come "Non è mai troppo tardi", a cura
dell'indimenticato maestro Manzi, permetterà a molti dei nostri
connazionali, in particolare anziani, di compiere gli studi
elementari, avvicinandosi a quell'idioma comune.
Oggi che l'italiano è davvero la lingua di tutti (e l'analfabetismo
non esiste se non nella sua forma "di ritorno"), accanto ad esso
sei nostri connazionali su dieci hanno però "conservato" anche
l'idioma legato al proprio territorio d'origine o d'elezione (che
sia un dialetto o altra espressione linguistica quale il sardo, il
ladino, il friulano o il griko salentino), quasi a "salvaguardare"
quelle antiche tradizioni e a mantenere vivo il ricordo di quel
difficile passato.
L'IMMIGRAZIONE. Qualunque valore si voglia dare all'evento
demografico del 2008, è giusto in ogni caso osservarlo con
attenzione. Per accorgersi che, in realtà, pur se il desiderio di
aver figli è tornato agli italiani, al punto che sono nati 12mila
bambini in più rispetto al 2007, il saldo naturale (dato dalla
differenza fra nascite e morti) sarebbe stato ugualmente negativo
(3.700 persone decedute in più). Il superamento dei 60 milioni,
allora, è tutto da ascrivere alla cosiddetta "dinamica migratoria".
Infatti nel nostro Paese, nel corso del 2008, si sono contate ben
438mila presenze aggiuntive, che hanno portato il totale degli
italiani d'origine straniera a quasi 4 milioni. E sempre agli
immigrati - che oggi sono il 6,5 per cento di noi tutti (contro il
5,8 di 12 mesi orsono) e che hanno fatto saltare completamente ogni
previsione demografica relativa al Bel Paese redatta negli ultimi
dieci o vent'anni - dobbiamo anche un forte contributo alla
crescente natalità: un nuovo nato su sei dello scorso anno ha,
infatti, entrambi i genitori non autoctoni.
Una realtà, questa dell'avvenuto mutamento dell'Italia da terra
d'emigrazione - nel corso di un secolo, a partire dal 1861, si sono
contati almeno 20 milioni di emigranti - in terra d'immigrazione,
con la quale dovremmo convivere sempre più intensamente. Due almeno
le ragioni. Una planetaria: la popolazione mondiale crescerà. Fino
a raggiungere il massimo, tra il 2050 e il 2075, con oltre 9
miliardi di esseri umani, che nasceranno soprattutto in Africa, ma
anche in Sud America. Da dove, quindi, è logico attendersi una
notevole pressione migratoria, alla cui base ci sarà il motivo di
sempre: tentare di migliorare la propria condizione. La seconda è
invece nazionale, legata alla inesorabilità dei cicli demografici,
una volta avviati. Nel secondo dopoguerra le nostre città hanno
assistito ad un'ondata di nascite unica ed eccezionale, più nota
come baby boom. I bambini di allora sono prossimi ormai all'entrata
in quiescenza e, tenuto conto che il tasso di fecondità delle
italiane è al momento ben lontano dal valore ritenuto essenziale
per evitare vuoti generazionali nella nostra popolazione (due figli
per donna), avremo sempre più necessità di arrivi da altri Paesi.
Soprattutto per dare una risposta alle nuove incombenze legate alla
crescente presenza degli anziani nel tessuto sociale (oggi ce n'è
uno ogni cinque residenti) e ad una aspettativa di vita sempre
maggiore (nel 2008 oltre 84 anni per le donne e quasi 79 per gli
uomini). Già ora è stato calcolato che, a fronte di 650mila
sanitari in servizio, tra medici ed infermieri operano almeno
altrettante persone, in prevalenza di origine straniera, nel ruolo
di assistenti familiari.
Un prezioso apporto, quello di coloro che raggiungono il nostro
Paese dai quattro angoli della Terra, di cui del resto abbiamo da
tempo tangibili dimostrazioni. In settori a noi molto cari, come ad
esempio «le nicchie dell'enogastronomia italiana di qualità» (dove
non si può sempre giocare la carta della automatizzazione e mai
quella della delocalizzazione): la mungitura del latte da cui
ricavare il parmigiano è affidata agli indiani, così come i
macedoni sono apprezzatissimi curatori delle vigne delle Langhe e
gli albanesi sono dediti alla raccolta delle olive
taggiasche.
NUMERI. 60.080.000, 60.213.142: due numeri da mandare a memoria,
abbiamo detto. Ma almeno uno di questi è diverso rispetto a quello
d'apertura. Sì, perché mentre voi leggevate questo articolo, la
situazione si è ulteriormente evoluta e, come potete vedere, il
popolo italiano è cresciuto ancora un po'... Un traguardo, comunque
la pensiate!
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