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In taxi per amore

Incontro con Caterina Bellandi, che, diventata tassista a Firenze dopo la morte del suo compagno, ha scoperto una nuova vita come chauffeur dei bambini gravemente ammalati con la sua auto tutta colori e pupazzi

Immagine di Caterina con il suo taxi Caterina Bellandi parla concitata, con l'urgenza nella voce, come se fosse scoppiato un incendio e lei dovesse convincermi a intervenire subito, ma proprio subito, senza perdere quel minuto che potrebbe rivelarsi fatale. Qualcosa, in effetti, sta andando a fuoco: il suo cuore. Un cuore colmo di un amore che nessuna diga potrebbe arginare, e che l'ha spinta a mettersi al servizio del prossimo, soprattutto dei bambini affetti da gravi malattie.

«Tutta la mia vita, la mia nuova vita, è amore. In questo mondo i soldi sono la misura di ogni cosa. Io vengo da Prato, città industriale, dove tutti hanno il telaio nel garage e pensano a far quattrini. Ma col denaro non si compra la vita, lo stupore. Quello che conta veramente è costruire esperienze aprendosi agli altri, anche semplicemente ascoltandoli, perché è una cosa straordinaria mettersi al servizio di qualcun altro...».

Mi dà del tu, Caterina. Mi ha accolta con un «Come stai, cara?», grata che con la mia intervista possa contribuire ad allargare il cerchio di ascolto, affetto, solidarietà - «Vedi, io non so cosa sto facendo, ma siamo in tanti a non saperlo, e se ne parliamo ci sentiamo uniti» - che da qualche anno va tessendo intorno a sé e ai "suoi" bambini.

E tutto per merito di un taxi. Sì, un'automobile allegramente dipinta e pavesata che gira per le strade di Firenze svolgendo, almeno in una parte del giorno, normale servizio pubblico. Solo che, quando ti appresti a salirci, ti accorgi che nulla è "normale", lì dentro. Non lo è lo chauffeur, questa bionda, bella, solare signora sui quarant'anni, con un sorriso che distilla vitalità e incantesimi, cappello fiorito, mantello da maga e stivali stravaganti; non lo sono i sedili colorati, e le decorazioni con caramelle e pupazzetti; non lo sono i tre schermi, sui quali scorrono immagini di bambini, allegri o con i segni della sofferenza sul corpo, quelli che Caterina ha accompagnato gratuitamente su e giù per Firenze con i loro genitori, spesso al Meyer, l'Ospedale pediatrico dove i piccoli malati affluiscono da tutt'Italia e dall'estero. Bambini che poi lei talvolta va a trovare nei loro Paesi, e molti dei quali se ne sono andati...

Ma chi debba semplicemente correre a un appuntamento, al lavoro o alla Stazione, non sa niente di tutto questo e, sconcertato da quell'automobile-clown, spesso obietta diffidente: «Ma il suo è un taxi per bambini!». «Io allora», mi dice Caterina, «spiego: "No, questo è un taxi per persone che vogliono ristabilire un contatto con i bambini, con la natura, con la verità. Ditemi pure dove volete andare!". Se qualche volta non conosco bene la strada e li invito a guidarmi, si stupiscono: "Ma come, che tassista è, lei?"; "Vi chiedo aiuto", rispondo. "Ci sono capitata per caso su questo taxi, ho imparato a fare la tassista per amore: facciamola insieme, questa strada...". E il miracolo avviene, pian piano si sciolgono. Io racconto, anche loro mi raccontano. Perché vedi, del nostro dolore non parliamo con nessuno, lo chiudiamo in una scatolina... Parliamone, invece: nel dolore ci possiamo incontrare! Così le persone salgono e scendono dal mio taxi e qualcuno, con la sua storia, mi lascia un'emozione talmente grande che non lo faccio pagare: "Dài i soldi a qualcun altro", gli dico. Non si possono chiedere soldi a chi ti offre la sua esperienza».

Del dolore Caterina ha una buona conoscenza. Un matrimonio conclusosi con una ferita, poi un compagno, Stefano, tassista, con cui è felice. Lei vorrebbe tanto un bambino. Ma Stefano ha un cancro ai polmoni, è condannato. Prima di morire, sette anni fa, le lascia la sua licenza e le dice: «Tu sarai Milano 25». Lei obbedisce, e nel 2004 sul suo taxi salgono due genitori che dopo aver perso un figlioletto stroncato da un cancro al cervello hanno creato una fondazione per lo studio dei tumori infantili e l'assistenza ai piccoli malati. È un richiamo a cui non resiste, e da lì ha inizio la sua nuova vita: «Fino a quel momento», mi racconta, «avevo sbagliato tutto, vivendo razionalmente, guardando le cose da fuori. Io sono nata da quattro anni».

Conosce don Zelio, fondatore della Comunità della Resurrezione, a Piancastagnaio, un eremo di pace che ospita i malati: «È stato lui a insegnarmi a mettere gioia e amore nella morte e nel dolore». Due anni fa incontra Patch Adams, il medico americano ideatore della "clownterapia", reso famoso da un film con Robin Williams, e lo segue nella sua "campagna" annuale in Russia, naturalmente col suo taxi. Il suo slancio altruistico - che nel 2008 le ha fatto ottenere il Premio Mimosa ad Aosta - è contagioso: intorno a lei si radunano amici come Cecilia, Mario e Karin; e oggi tutti i tassisti di Firenze offrono trasporti gratuiti a bambini e anziani.
Nei sogni di Caterina non c'era mai stato quello di fare la tassista. «Ma me l'ha detto Stefano... Ho seguito la sua volontà e dopo un po' ho capito che, benché mi mancasse immensamente, non mi aveva lasciata sola. Se metti l'amore nella morte, la persona che se n'è andata non muore mai. Credimi, lui mi manca eccome; però non mi manca il suo amore. E non mi manca più un figlio: ne ho tanti, di bambini!».

Bambini come il piccolo albanese che andò a trovare al di là dell'Adriatico e che «ora è un angelo», la cui famiglia le è rimasta nel cuore. O come Luca, un adolescente di Latina al quale dopo un'operazione e tre anni di chemioterapia viene tagliata una gamba; Caterina lo ospita insieme ai genitori nella sua casina di campagna e gli dice: «Se in un anno impari di nuovo a camminare, ti porto in Inghilterra». Così è stato: Luca è partito da solo e se l'è cavata benissimo, lei l'ha raggiunto. Ma ora che ha 19 anni gli è stato scoperto un tumore ai polmoni. «Cosa posso fare per lui, adesso?», si chiede angosciata Caterina.

L'amica Karin Egman, la cui figlia da un tumore è guarita, ritrae i bambini di Caterina come supereroi, trasfigurando il dolore in gioia: l'introverso Luca è un porcospino con la gamba di legno e al braccio un fazzoletto con i colori della bandiera inglese. «Sono davvero supereroi, i bambini malati», dice Caterina. «C'insegnano ad affrontare il dolore con gioia. Noi adulti non sappiamo farlo, perché non riusciamo a scindere il dolore dalla morte».

Lei non si sente affatto un'eroina, invece. «Non ho fede in una religione particolare, ma credo profondamente in un'altra vita, nell'esistenza di un Dio. Io sono solo un taxi, un veicolo di un Signore più grande di me».
Maria Pia Forte