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Marzo >
L'INTERVISTA
Artigiano della
musica
Insolita intervista a Paolo Conte. Dove
si parla di canzoni, di note, di disegni, ma soprattutto del suo
modo, tutto particolare, di rapportarsi a questo affascinante
mondo
Attorno a un pianoforte, quattro musicisti. Provano un brano del
concerto, e la polvere di palcoscenico lentamente si scalda sotto i
piedi che battono il tempo. Tra poco il sipario e le luci di scena
sveleranno Paolo Conte e la sua musica che vibra e si arrotola,
elegante e ritmata come una pedalata. Ma per ora quei suoni
sembrano rumori di officina, di un segreto retrobottega fatto di
sottili variazioni, d'impercettibili aggiustamenti. Schegge tolte
via che fanno di un sasso il tassello di un mosaico.
E proprio un mosaico appare tra le quinte. Un ritratto sornione
dell'autore-cantante che un artigiano gli mostra in una pausa delle
prove. Sarà il «vizio capitale» di Paolo Conte per la pittura che,
con la musica, lo infiamma fin da ragazzo, oppure l'effetto
plastico delle pietre lucide messe una affianco all'altra, fatto è
che lo sguardo del musicista si illumina e i suoi baffi si
appuntiscono curiosi. Così la nostra chiacchierata non può più
prescindere da quell'evidente entusiasmo.
«A parte la bravura di questa persona», confessa Conte, «c'è una
sorta di mio omaggio verso l'artigiano, perché il confine tra la
cosiddetta arte e l'alto artigianato è labile. La passione la
coltivi anche con la manualità. Lavorando sodo, lavorando
tanto».
In questo senso la pittura è una sfida maggiore della musica, che è
un'arte immateriale?
«Anche la musica, in verità, non scherza. Ti fa stare lì ore ed ore
a lavorare davanti a due accordi…».
"Mentre fai dannare le mie dita...", "Non si guadagna con le note
blue...", in effetti in versi come questi traspare un rapporto
sofferente, passionale con la musica...
«Sì. Di passione ce ne è davvero tanta dentro di me, altrimenti a
quest'età me ne starei tranquillamente a fare il pensionato. E
altrettanto grande è la mia passione per la pittura, cui lei
accennava. Mentre però dipingere mi rilassa, mi rasserena, mi
lascia tranquillo, la musica mi tiene agitato. Quando compongo un
brano, rimango due o tre giorni indubbiamente in tensione, in
frenesia…».
Parliamo, allora, della musica. Ascoltando uno dopo l'altro alcuni
brani sparsi della sua lunga carriera, si ha l'impressione che lei
abbia lavorato molto sulla sua voce e sulle parole. Da una parte
cercare di capire e di sfruttare il suono del suo "strumento"
vocale, dall'altra usare le parole, oltre che per il loro
significato, sempre più per il loro suono, per il loro
colore…
«Partiamo dal fatto che io da sempre canto semplicemente per
testimoniare con la mia identità quello che ho scritto. Non sono,
però, un cantante. Questo significa che scrivo in tutta libertà
delle musiche non facili dal punto di vista dell'interpretazione, e
poi mi arrangio come posso, con la mia voce che è uno strumento
limitato. Naturalmente, però, calandomi nel personaggio che
interpreto, faccio di tutto per dare un certo significato a quel
che dico, in alcuni casi anche per evitare di darglielo, un senso.
Mi verrebbe molto più comodo, da un punto di vista musicale,
cantare in una lingua che non è la mia, perché allora potrei
immaginare qualunque cosa. Il "troppo" significato che attribuiamo
alla parola italiana, alla nostra lingua, invece, può essere motivo
d'imbarazzo: c'è troppa precisione».
È per questo che lei, quando si esibisce all'estero, ha
l'impressione di giocare in casa?
«Sì, perché gli stranieri non capiscono assolutamente nulla di quel
che canto. Fanno viaggiare liberamente la loro fantasia, ed io mi
sento tranquillo. Quella sera posso anche dimenticarmi una parola,
cambiare una frase, e nessuno si accorge di nulla».
Un po' come quando suona il kazoo, uno strumento molto vicino alla
voce, ma che non pronuncia parole...
«Certo, questo era e continua ad essere il senso del kazoo, al
quale a volte mi affido».
Avvocato e autore, paroliere e cantante, musicista e pittore,
scrive canzoni e realizza il musical Razmataz, nel quale mette
insieme musica e disegni, prova uno spettacolo e si entusiasma di
fronte a un mosaico. Insomma, mi sembra uno che cerca sempre
dell'altro, che mentre fa una cosa, insegue ulteriori
suggestioni...
«Chiami pure la mia "confusione mentale fine secolo". È un vizio
del Novecento, infatti, quello di cercare alleanze tra le arti, di
perseguire l'espressività a tutti i costi. La parola d'ordine,
insomma, è dare la caccia alla bellezza, ovunque si trovi».
Il secolo scorso aveva un'immensa ricchezza: la varietà. Arti,
stili e culture che s'incontravano e si mescolavano. Il suo musical
Razmataz è, in tal senso, un manifesto, mettendo in scena musicisti
americani, e neri, che arrivavano nella Parigi degli anni Venti.
Ora si parla di globalizzazione, ma non è detto che ci sia la
stessa genuina e vitale fusione di allora...
«È così. Ecco perché io mi definisco, dal punto di vista dei miei
gusti musicali, "turistico". Se vado a sentire la musica, ad
esempio, a Cuba o nelle altre capitali delle sette note, Napoli,
New York, Parigi o Chicago, vado alla ricerca di quello che è
tipico di quei posti. Non cerco la cosiddetta patchanka (tendenza
musicale di fine anni Novanta che mescola lingue, musiche e
tradizioni diverse, n.d.r.), quella commistione di stili che priva
una musica o una qualsiasi altra produzione artistica della sua
identità geografica e culturale, della sua origine etnica».
Mi parla di identità di una musica e io penso ad un suo disegno di
Razmataz, con la tigre che assiste alle prove dell'orchestra, tanto
per dichiarare le radici profonde della sua musica...
«Io sono nato soprattutto musicista. Successivamente mi sono messo
a scrivere anche testi e a interpretarli. Diciamo che cerco di
cullare il pubblico con tutti gli elementi dell'orchestra. Di
trattarlo bene, come meglio son capace di fare...»
Un'orchestra che si arricchisce sempre più: nell'ultimo album,
Psiche, lei ricorre anche ad un certo numero di strumenti
elettronici, "evanescenti" proprio come la psiche.
«Sì, hanno un suono evanescente, astratto. E, in effetti, un po' di
astrazione era ciò che cercavo. Per tanti anni, un po' per via dei
miei gusti musicali e un po' per tener fede ai miei vecchi dischi,
ho snobbato la musica elettronica. Non mi piaceva l'uso di
strumenti come i sintetizzatori, perché ritenevo che quelli
tradizionali, con una storia dietro le spalle, avessero qualcosa in
più. Poi, però, mi sono fatto affascinare, perché i suoni
elettronici hanno, nella loro neutralità, una certa poesia, una
qualche espressività».
Lei cantava "Non si capisce il motivo", a proposito del jazz. Anche
i suoni elettronici, a volte, non lasciano afferrare il motivo, la
concettualità, ma stanno lì e si fanno sentire...
«Sì, nella musica elettronica c'è questa assenza di concettualità.
È come se fosse sospesa tra l'idea e la sua espressione. Io del
resto sono un cultore del dubbio, lo considero l'unica guida di cui
noi esseri umani possiamo disporre».
E come concilia la sua fede nel dubbio con un successo che, nel suo
caso, è ormai una certezza?
«Il successo fine a se stesso, francamente, non l'ho mai cercato.
È logico, tuttavia, che chiunque scriva musiche e parole desideri
che qualcuno le ascolti e, possibilmente, che le apprezzi, che
applauda alla fine di un'esecuzione».
Riesce, quindi, a giudicare il suo lavoro anche indipendentemente
dal consenso del pubblico?
«Sì. Sono contento se il pubblico mi considera bravo, ma io prima
di ritenermi tale ci metto un bel po', anche perché conosco gli
errori che ho commesso e spero sempre che il pubblico non li
afferri e non se ne accorga».
Questa attenzione mi ricorda l'aneddoto secondo il quale lei
avrebbe impiegato anni per scrivere Onda su onda. È vero o è solo
mitologia?
«Ci ho messo tre anni. È stata la costruzione della canzone, nel
senso dell'interazione tra musica e parole, ad impegnarmi tanto.
Quando mi è venuta l'idea, l'ho sviluppata, ma c'era qualcosa che
non mi convinceva nell'impaginazione. Allora la lasciavo lì, per
poi riprenderla e metterci le mani saltuariamente. Quindi mi è
venuta l'idea del flash back. Il fatto di raccontare quello che era
successo prima: la nave, la donna, eccetera... Allora ho messo un
altro pezzo di musica, per costruire il flash back, e questo mi ha
permesso di risolvere il problema».
Un'ultima cosa. Lei ha fatto l'autore, il cantante, è stato
personaggio del suo musical. Sbaglio o le manca solo il direttore
d'orchestra?
«Quello del direttore d'orchestra è un ruolo poco carnale,
evanescente. Non ha la presenza sulla scena di un musicista. Non è
un pilota di Formula Uno che guida la macchina. Lo strumentista è
un'altra cosa».
E in scena lo spirito del pilota si manifesta, con le gambe
allungate sui pedali come se fossero acceleratore, frizione e freno
del pianoforte, e con qualche smorfia del volto che sembra voler
resistere ad un sobbalzo o a una curva al limite. Nella scaletta
del concerto i nuovi brani si affiancano a quelli degli album
precedenti e a un paio di canzoni "storiche" come Bartali,
rivisitata completamente negli arrangiamenti e nel ritmo, e una
Genova per noi eseguita solo al pianoforte. Citazioni che sembrano
chiudere un cerchio senza concedere nulla allo stereotipo
restrittivo dell'"avvocato astigiano che canta la provincia e i
piccoli bar eternamente ancorato al pianoforte".
In questo spettacolo più di una volta Paolo Conte lascia la
tastiera a qualcuno dei suoi musicisti, ma, cantando, non si
allontana del tutto dallo strumento. Resta lì vicino,
accarezzandone il legno quasi a sincerarsi delle vibrazioni che
emette. Poi, nella coda musicale di un brano, volta le spalle al
pubblico e guarda la sua band, agitando ritmicamente le dita.
Sembra proprio avere qualcosa dell'artigiano, magari di un
costruttore di carillon. Ha faticato tanto per limare e lubrificare
i meccanismi del suo marchingegno e ora, un po' sorpreso, lo vede
funzionare, cullando se stesso ed il pubblico con la sua bella
musica. |
Maurizio Landi
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