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Donne nella storia. La Regina Vittoria

Proseguono gli incontri immaginari con le protagoniste femminili che, per la loro eccezionale personalità, hanno lasciato un segno nei secoli. Questo mese è la volta della Regina Vittoria

Maestà, amò davvero suo marito più del potere?
«Lo amai alla follia, più di qualunque cosa al mondo. La sua morte prematura fu il più grande dolore della mia lunga vita, del mio glorioso, ma non facile, regno».
Amò riamata?
«Alberto mi fu sempre fedelissimo. Vivevamo l'una per l'altro, anche se lui era un bellissimo uomo ed io piuttosto bruttina. Il mio fisico non era dei più attraenti, ma avevo una personalità naturalmente regale».
Quando nacque?
«Il 24 maggio 1819».
Dove?
«A Londra, nel palazzo di Kensington, uno dei più prestigiosi della capitale britannica».
I suoi genitori?
«Mio padre era il duca di Kent».
E sua madre?
«Vittoria Maria Luisa di Sassonia-Coburgo».
Una progenie superba.
«Può ben dirlo».
Com'era suo padre?
«Mi chieda piuttosto com'era mia madre!».
Perché?
«Fu lei, e solo lei, a influenzare la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia prima giovinezza».
Direttamente?
«Diciamo, per interposta persona».
Chi?
«La signorina Lehzen, che esercitò su di me uno straordinario influsso».
Che tipo di donna era?
«Autoritaria come mia madre, ma più comprensiva. Forse perché con lei ebbi un'intimità che mia madre, donna fredda e mondana, non mi concesse mai. Se sono diventata quella che sono diventata, forte e sicura di me, lo devo soprattutto a colei che mi assicurò un'istruzione e mi forgiò il carattere».
È vero che ebbe un'educazione religiosa molto severa?
«Severissima. Le Sacre Scritture venivano prima di tutto. Lessi non so quante volte la Bibbia».
Una tutela soffocante.
«Ma io credo che chi aspira a un trono debba essere preparato a questo compito con estremo rigore».
Perché su quello britannico salì lei e non un maschio?
«Perché, di tutti i figli di Giorgio III, deposto in quanto pazzo, nessuno aveva avuto un erede legittimo o, comunque, che gli sarebbe sopravvissuto».
Quando cinse la corona?
«Nel giugno 1837, quando mio zio, Guglielmo IV, che sette anni prima aveva raccolto lo scettro del fratello Giorgio IV, morì».
Lei quanti anni aveva?
«Diciotto. Scriverò quel giorno nel mio Diario: "Poiché la Provvidenza ha voluto elevarmi a questo posto, farò tutto il possibile per adempiere ai miei doveri e servire il mio Paese. Sono ancora molto giovane e, forse, in tante cose, ma non in tutte, inesperta. Posso però dire di dare ciò che conviene ed è giusto"».
Parole sante. Parole da regina. All'inizio incontrò molte difficoltà?
«E come avrei potuto non incontrarne? Ma il mio tirocinio fu rapido e brillante».
Com'era fisicamente?
«Lasci che le risponda con le parole del mio più affascinante biografo…».
Giles Lytton Strachey?
«Proprio lui. "Una fisionomia non bella, ma seducente; un piccolo naso arricciato, una bocca socchiusa che mostrava i denti di sopra, un mento minuscolo, un colorito pallido. E, su tutti questi lineamenti, un'aria stranamente mista d'innocenza e gravità, di giovinezza e compostezza"».
Si cercò un consigliere?
«La signorina Lehzen seguitava, sia pure con maggiore discrezione (ero ormai regina), a starmi vicino, ma l'influenza politica maggiore la esercitò su di me il visconte di Melbourne, allora premier. Se nei primi anni governai con equilibrio e saggezza, lo devo soprattutto a lui, che nell'ombra (un'ombra apparente) non mi perdeva mai d'occhio e, con sottile e discreta determinazione, suggeriva e pilotava le mie scelte più difficili».
Ci fu, come si legge nei fotoromanzi, del "tenero" fra di voi?
«Assolutamente no. Ma quando conobbi Alberto, mio cugino materno, e lo sposai, l'ascendente del primo ministro su di me scemò fino quasi a cessare».
Vuol dire che il posto del Visconte lo prese Alberto?
«Sì».
Come accolsero gli inglesi un principe straniero?
«Non bene. Non lo amarono mai, come lui mai amò gli inglesi. Anche se, grazie ai miei buoni uffici, con il passare del tempo, i rapporti migliorarono».
Alberto si trovava bene nei panni di principe consorte?
«Si trovava benissimo nei panni di marito. Di politica si occupava perché non poteva farne a meno, ma, alla fine, vi si appassionò. Specialmente durante le mie gravidanze».
Ebbe molti figli?
«Nove».
Le capitò spesso di separarsi dal suo uomo?
«Spesso no: qualche volta. E solo per ragioni di forza maggiore. Pensi che quando Alberto partì per un breve viaggio, alla vigilia del commiato, confidai a una zia: "Cosa sarà per me separarmi, anche solo per quindici giorni, dal mio TUTTO?"».
E lui?
«"Mio tesoro", mi scrisse, "sono qui da un'ora circa e già rimpiango il tempo che avrei dovuto trascorrere con te… Quando riceverai questa mia, sarà una giornata intera. Altri tredici giorni e sarò fra le tue braccia"».
Questo sì che era amore.
«Capirà, quindi, il dolore che provai quando Atropo, l'atroce, tenebrosa Atropo, tagliò il filo della sua vita».
Di che cosa morì Alberto?
«Era pieno di acciacchi, ma a sfinirlo fu l'enorme mole di lavoro. Voleva occuparsi di tutto, non si concedeva un attimo di riposo, non c'era carta che non passasse fra le sue mai e sotto i suoi occhi. Era diventato di una pignoleria maniacale, forse perché godeva della mia totale fiducia. Fui la più inconsolabile delle vedove. Di tutte le calamità che potevano abbattersi su di me, questa fu la più atroce. Le lascio immaginare la mia sofferenza».
Seguitò ad occuparsi attivamente di politica?
«Controvoglia, e sempre più disperata. Quando Alberto mi lasciò, avevo quarantadue anni e sulle spalle un immane fardello di responsabilità. Ma, ormai, non ero più io. Qualcosa dentro di me si era spezzato, e spezzato per sempre».
Il tempo è un buon medico.
«Sì, ma certe ferite, soprattutto quelle al cuore, non si rimarginano. La memoria del mio adorato marito era la sola vera compagnia, ma, al tempo stesso, una sorta di maledizione. Alla fine, comunque, un po' mi ripresi».
Chi l'aiutò?
«I figli e il nuovo primo ministro Disraeli, un politico di grandi capacità e un uomo abilissimo a insinuarsi nell'animo dell'interlocutore, soprattutto se questo, cioè questa, era la sua sovrana».
Pian piano ritrovò la gioia di vivere.
«Più che quella di vivere, quella di governare. Sa che cosa facevo quando più acuto mi pungeva il ricordo di Alberto?».
Cosa faceva?
«Contemplavo, assorta e implorante, il busto del mio defunto e insostituibile consorte».
Il suo lutto avrà commosso i sudditi.
«E come non avrebbe potuto? Ma non dimentichi i successi della mia politica. Non dimentichi la conquista dell'India e la nascita dell'Impero».
Molti la tacciavano di bigottismo.
«Ero di costumi molto severi: con me e con gli altri. Ma il mio non era puritanesimo codino».
E cos'era?
«Rispetto delle regole sociali e delle norme civili. Il mio Paese doveva diventare per tutti un modello di efficienza e di austerità».
Non lo diventò un po' troppo?
«L'etica e il civismo non sono mai troppi in uno Stato».
E lei, quando lasciò questa valle di lacrime?
«Il 22 gennaio 1901».
Per qualcuno sarà stata una liberazione.
«Ma per la stragrande maggioranza dei sudditi fu un dolore sincero, un cordoglio vasto e profondo».
Roberto Gervaso