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Dove soffiano gli spiriti

Alla scoperta dell'Australia, tra le meraviglie architettoniche di Sydney e le spiagge alla moda della costa orientale, fino ai monumenti naturali dell'entroterra, dove anche le pietre sono sacre

La famosa spiaggia di Bondi, ritrovo privilegiato dei surfisti australiani È l'arrampicata più bizzarra ed emozionante del mondo. Non ci sono monti o rocce da scalare, ma l'ebbrezza che regala il bridge clim sull'Harbour Bridge, il ponte ad arco più bello del mondo, una mirabolante opera di ingegneria umana dall'anima in acciaio grezzo, è adrenalina pura. Sospesi nel vuoto, si procede lentamente come formiche in fila indiana, sino alla cima, posta a 134 metri di altezza sopra la baia di Sydney, beandosi di una vista da sogno sulla città australiana, dall'antico quartiere di The Rocks alle tante isolette sbocciate nella baia.

Tornati coi piedi per terra, poi, si resta letteralmente incantati da quel "fuoco d'artificio" che è l'Opera House. Che cosa mai avrà ispirato Jorn Utzon, l'architetto figlio di un progettista di yacht che ha dato al teatro dell'opera più famoso dell'emisfero australe quella sua sensuale forma divenuta celebre in tutto il mondo? Le cupole sono "vele" gonfie di vento, spicchi di arancia, aculei di un animale preistorico - in Australia, del resto, la fauna è davvero bizzarra - accucciato sull'acqua della baia.

L'Opera House è il moderno faro della più giovane metropoli della Terra. Una città che ha solo due secoli e diciannove anni di vita, come testimonia The Rocks, risalente al 1788, quando il capitano Arthur Phillip proclamò la nascita di Sydney proprio da questo sperone di roccia da cui è mutuato il nome di tutta l'area.

A quel tempo, nella lingua di terra sotto l'Harbour Bridge, c'erano soltanto squallide catapecchie e bordelli per marinai e farabutti. Adesso, invece, il cuore antico della città è stato tirato a lucido. Il salto indietro nel tempo inizia da George Street per ammirare la Sailor's Home, una sorta di ostello per marinai realizzato nella seconda metà dell'Ottocento, e pochi metri più avanti il Cadmans College, la più vetusta casa privata di Sydney. The Rocks è un labirinto di stradine, vicoli e saliscendi collegati da rampe di scale e antichi docks, magazzini come Campbells Cove e Metcalfe Stores, trasformati in librerie e centri commerciali. E proprio a Campbells Cove è ormeggiata una riproduzione del Bounty.

Camminando lungo le antiche banchine e i moli di Walsh Bay, sfilando davanti alle case in mattoni di Gloucester Street, ai palazzi di Argyle Street, si è comunque sempre un po' "distratti" dall'Harbour Bridge e dall'Opera House, che "sbucano" all'improvviso rubando la scena. Specialmente quando la passeggiata, superato il Colonial House Museum e la Garrison Church, culmina nell'Observatory Park, uno dei più rigogliosi parchi della città, insieme all'immenso Centennial Park e agli ottocenteschi Royal Botanic Gardens sul promontorio di Farm Cove. Quassù sorge la Government House, antica residenza del governatore inglese del Nuovo Galles del Sud. Un luogo assolutamente da vedere, come le Victorian Arcades, galleria in stile vittoriano, e il Queen Victoria Building, paradiso dello shopping firmato.

Poco distante sorge Chinatown, il vivace quartiere cinese di Sydney, che pullula di ristoranti, locali e pub in cui si pratica il gioco nazionale del biliardo, specialmente nei bar dell'area trendy di Oxford Street, Paddington e Five Ways, intorno ai Paddington Market e di fronte ad Elizabeth Street, dove si va ogni giorno per fare incetta di abiti vintage, gioielleria colorata, fotografie d'arte. I giovani designer e gli artisti squattrinati provano infatti a vendere, proprio sulle bancarelle di questo mercatino, nei giardini della chiesa al numero 395 di Oxford Street, le loro creazioni. Qui pulsa il cuore alternativo di Sydney, mentre in Macquaries Road, oltre il neoclassico palazzo dell'Art Gallery of New South Wales (collezione di arte aborigena e di pittori australiani di fine Ottocento e prima metà del secolo scorso), intorno all'Aurora Palace disegnato da Renzo Piano e al Nsw Parliament House, manager in doppio petto si mescolano agli studenti di tutte le razze e religioni del mondo.

Questa, infatti, è la città cosmopolita per eccellenza. Lo si capisce unendosi ai bagnanti che affollano ogni pomeriggio Bondi Beach, la spiaggia dorata più lunga della città, quasi due chilometri, dove è nata la leggenda del surf australiano. La sabbia di Bondi, così come il Pavillon dall'architettura spagnoleggiante che ne sorge al centro, è il palcoscenico di concerti, show improvvisati di giocolieri, festival di aquiloni. Tutta la costiera intorno alla vicina spiaggia di Randwick è uno spettacolo di dune d'erba selvaggia spettinata, baie mignon, insenature rocciose, promontori dolci e nascosti che si susseguono uno dopo l'altro.

Seguendo l'Eastern Beaches Coast Walk, che da Bondi, attraverso un arzigogolato sentiero a strapiombo sulla costiera, nell'arco di pochi minuti permette di scoprire l'intima spiaggia di Coogee, eccoci approdare a Tamarama e Bronte Beach, spiagge molto trendy, frequentate da attori e scrittori che acquistano i libri dai venditori ambulanti e, tra un tuffo e l'altro, degustano piatti di squisito fish and chips, il pesce fritto con le patatine tipico della tradizione anglosassone, nei caffè del lungomare. Da lì un autobus, ballonzolando sui saliscendi tappezzati di alberi fioriti ed eucalipti nervosi, vi riporta in centro, o a Circular Quay, dove salpa dal 1854 il ferry boat per Manly, l'isola più amata della baia di Sydney. Dà un piacere indimenticabile passeggiare lungo la Manly Scenic Walkway, da Manly Cove sino a Spit Bridge, tuffarsi tra le onde di South Steyne e camminare al tramonto sulla spiaggia di Fairy Bower e Shelley Beach.

Da Sydney si vola a Darwin, capoluogo del Northern Territory, per avventurarsi lungo la pionieristica Stuart Highway, un infinito rettilineo in laterite rossa che, attraversando l'Outback come una lama impolverata, taglia l'Australia proprio nel cuore del Paese, sino a Uluru. Guidare nella solitudine di questi spazi infiniti è un'esperienza quasi mistica. Ci si imbatte in villaggi decrepiti come Mataranka, il cui nome sembra il titolo di una ballata: la stessa che ci si aspetterebbe di sentir cantare dagli aborigeni che prendono il fresco sotto le liane lanose e ingarbugliate dell'enorme eucalipto che domina la piazza. Sembra un albero coi capelli. Appena fuori dal paese, ecco l'Elsey National Park, un'oasi di palme altissime, dove si fa il bagno in piccole sorgenti mentre sopra la testa fanno piroette migliaia di flying fox, i pipistrelli giganti.

È piacevole dividere il viaggio nella Rainbow Valley con gli autostoppisti aborigeni che raccontano volentieri i mille modi per cucinare la carne di canguro, e fare tappa a Kings Canyon per un trekking sul bordo del canalone e poi gettarsi nella piscina naturale formatasi nel cuore di questa meraviglia della natura che sembra la sceneggiatura ideale di un film western. La mèta è vicina. Uluru, come gli aborigeni chiamano Ayer Rock, ti accoglie da molto lontano, la sua ombra è quella di una navicella spaziale. La sua forma di preistorico pachiderma infuocato dal sole è l'immagine che resta maggiormente impressa di un viaggio in Australia.

Sul monolite più grande del mondo, piovuto dal cielo, si può anche salire, ma forse è meglio rispettare le credenze degli aborigeni, che lo considerano sacro. E girargli attorno (9 chilometri di circonferenza) in ossequioso silenzio, aspettando che il tramonto lo vesta di viola o che l'alba lo tinga di albicocca. È la stessa estasi per la forza primordiale del Creato che si prova pochi chilometri più avanti, lungo la Valley of the Winds, alzando lo sguardo verso le "teste" di Kata Tjuta, cupole scolpite nella roccia che sfilano maestose tra una vegetazione lussureggiante.

A sussurrare è il vento, ma sembra di essere circondati dagli spiriti.
Luca Bergamin