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Febbraio
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REPORTAGE
Dove soffiano gli
spiriti
Alla scoperta dell'Australia, tra le
meraviglie architettoniche di Sydney e le spiagge alla moda della
costa orientale, fino ai monumenti naturali dell'entroterra, dove
anche le pietre sono sacre
È l'arrampicata più bizzarra ed emozionante del mondo. Non ci sono
monti o rocce da scalare, ma l'ebbrezza che regala il bridge clim
sull'Harbour Bridge, il ponte ad arco più bello del mondo, una
mirabolante opera di ingegneria umana dall'anima in acciaio grezzo,
è adrenalina pura. Sospesi nel vuoto, si procede lentamente come
formiche in fila indiana, sino alla cima, posta a 134 metri di
altezza sopra la baia di Sydney, beandosi di una vista da sogno
sulla città australiana, dall'antico quartiere di The Rocks alle
tante isolette sbocciate nella baia.
Tornati coi piedi per terra, poi, si resta letteralmente incantati
da quel "fuoco d'artificio" che è l'Opera House. Che cosa mai avrà
ispirato Jorn Utzon, l'architetto figlio di un progettista di yacht
che ha dato al teatro dell'opera più famoso dell'emisfero australe
quella sua sensuale forma divenuta celebre in tutto il mondo? Le
cupole sono "vele" gonfie di vento, spicchi di arancia, aculei di
un animale preistorico - in Australia, del resto, la fauna è
davvero bizzarra - accucciato sull'acqua della baia.
L'Opera House è il moderno faro della più giovane metropoli della
Terra. Una città che ha solo due secoli e diciannove anni di vita,
come testimonia The Rocks, risalente al 1788, quando il capitano
Arthur Phillip proclamò la nascita di Sydney proprio da questo
sperone di roccia da cui è mutuato il nome di tutta l'area.
A quel tempo, nella lingua di terra sotto l'Harbour Bridge, c'erano
soltanto squallide catapecchie e bordelli per marinai e farabutti.
Adesso, invece, il cuore antico della città è stato tirato a
lucido. Il salto indietro nel tempo inizia da George Street per
ammirare la Sailor's Home, una sorta di ostello per marinai
realizzato nella seconda metà dell'Ottocento, e pochi metri più
avanti il Cadmans College, la più vetusta casa privata di Sydney.
The Rocks è un labirinto di stradine, vicoli e saliscendi collegati
da rampe di scale e antichi docks, magazzini come Campbells Cove e
Metcalfe Stores, trasformati in librerie e centri commerciali. E
proprio a Campbells Cove è ormeggiata una riproduzione del
Bounty.
Camminando lungo le antiche banchine e i moli di Walsh Bay,
sfilando davanti alle case in mattoni di Gloucester Street, ai
palazzi di Argyle Street, si è comunque sempre un po' "distratti"
dall'Harbour Bridge e dall'Opera House, che "sbucano"
all'improvviso rubando la scena. Specialmente quando la
passeggiata, superato il Colonial House Museum e la Garrison
Church, culmina nell'Observatory Park, uno dei più rigogliosi
parchi della città, insieme all'immenso Centennial Park e agli
ottocenteschi Royal Botanic Gardens sul promontorio di Farm Cove.
Quassù sorge la Government House, antica residenza del governatore
inglese del Nuovo Galles del Sud. Un luogo assolutamente da vedere,
come le Victorian Arcades, galleria in stile vittoriano, e il Queen
Victoria Building, paradiso dello shopping firmato.
Poco distante sorge Chinatown, il vivace quartiere cinese di
Sydney, che pullula di ristoranti, locali e pub in cui si pratica
il gioco nazionale del biliardo, specialmente nei bar dell'area
trendy di Oxford Street, Paddington e Five Ways, intorno ai
Paddington Market e di fronte ad Elizabeth Street, dove si va ogni
giorno per fare incetta di abiti vintage, gioielleria colorata,
fotografie d'arte. I giovani designer e gli artisti squattrinati
provano infatti a vendere, proprio sulle bancarelle di questo
mercatino, nei giardini della chiesa al numero 395 di Oxford
Street, le loro creazioni. Qui pulsa il cuore alternativo di
Sydney, mentre in Macquaries Road, oltre il neoclassico palazzo
dell'Art Gallery of New South Wales (collezione di arte aborigena e
di pittori australiani di fine Ottocento e prima metà del secolo
scorso), intorno all'Aurora Palace disegnato da Renzo Piano e al
Nsw Parliament House, manager in doppio petto si mescolano agli
studenti di tutte le razze e religioni del mondo.
Questa, infatti, è la città cosmopolita per eccellenza. Lo si
capisce unendosi ai bagnanti che affollano ogni pomeriggio Bondi
Beach, la spiaggia dorata più lunga della città, quasi due
chilometri, dove è nata la leggenda del surf australiano. La sabbia
di Bondi, così come il Pavillon dall'architettura spagnoleggiante
che ne sorge al centro, è il palcoscenico di concerti, show
improvvisati di giocolieri, festival di aquiloni. Tutta la costiera
intorno alla vicina spiaggia di Randwick è uno spettacolo di dune
d'erba selvaggia spettinata, baie mignon, insenature rocciose,
promontori dolci e nascosti che si susseguono uno dopo
l'altro.
Seguendo l'Eastern Beaches Coast Walk, che da Bondi, attraverso un
arzigogolato sentiero a strapiombo sulla costiera, nell'arco di
pochi minuti permette di scoprire l'intima spiaggia di Coogee,
eccoci approdare a Tamarama e Bronte Beach, spiagge molto trendy,
frequentate da attori e scrittori che acquistano i libri dai
venditori ambulanti e, tra un tuffo e l'altro, degustano piatti di
squisito fish and chips, il pesce fritto con le patatine tipico
della tradizione anglosassone, nei caffè del lungomare. Da lì un
autobus, ballonzolando sui saliscendi tappezzati di alberi fioriti
ed eucalipti nervosi, vi riporta in centro, o a Circular Quay, dove
salpa dal 1854 il ferry boat per Manly, l'isola più amata della
baia di Sydney. Dà un piacere indimenticabile passeggiare lungo la
Manly Scenic Walkway, da Manly Cove sino a Spit Bridge, tuffarsi
tra le onde di South Steyne e camminare al tramonto sulla spiaggia
di Fairy Bower e Shelley Beach.
Da Sydney si vola a Darwin, capoluogo del Northern Territory, per
avventurarsi lungo la pionieristica Stuart Highway, un infinito
rettilineo in laterite rossa che, attraversando l'Outback come una
lama impolverata, taglia l'Australia proprio nel cuore del Paese,
sino a Uluru. Guidare nella solitudine di questi spazi infiniti è
un'esperienza quasi mistica. Ci si imbatte in villaggi decrepiti
come Mataranka, il cui nome sembra il titolo di una ballata: la
stessa che ci si aspetterebbe di sentir cantare dagli aborigeni che
prendono il fresco sotto le liane lanose e ingarbugliate
dell'enorme eucalipto che domina la piazza. Sembra un albero coi
capelli. Appena fuori dal paese, ecco l'Elsey National Park,
un'oasi di palme altissime, dove si fa il bagno in piccole sorgenti
mentre sopra la testa fanno piroette migliaia di flying fox, i
pipistrelli giganti.
È piacevole dividere il viaggio nella Rainbow Valley con gli
autostoppisti aborigeni che raccontano volentieri i mille modi per
cucinare la carne di canguro, e fare tappa a Kings Canyon per un
trekking sul bordo del canalone e poi gettarsi nella piscina
naturale formatasi nel cuore di questa meraviglia della natura che
sembra la sceneggiatura ideale di un film western. La mèta è
vicina. Uluru, come gli aborigeni chiamano Ayer Rock, ti accoglie
da molto lontano, la sua ombra è quella di una navicella spaziale.
La sua forma di preistorico pachiderma infuocato dal sole è
l'immagine che resta maggiormente impressa di un viaggio in
Australia.
Sul monolite più grande del mondo, piovuto dal cielo, si può anche
salire, ma forse è meglio rispettare le credenze degli aborigeni,
che lo considerano sacro. E girargli attorno (9 chilometri di
circonferenza) in ossequioso silenzio, aspettando che il tramonto
lo vesta di viola o che l'alba lo tinga di albicocca. È la stessa
estasi per la forza primordiale del Creato che si prova pochi
chilometri più avanti, lungo la Valley of the Winds, alzando lo
sguardo verso le "teste" di Kata Tjuta, cupole scolpite nella
roccia che sfilano maestose tra una vegetazione
lussureggiante.
A sussurrare è il vento, ma sembra di essere circondati dagli
spiriti. |
Luca Bergamin
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