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Febbraio
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L'INTERVISTA
Una fiamma nel
cuore
Incontriamo Dalila Di Lazzaro, la
popolare attrice italiana che qualche anno fa ha perso il figlio,
in servizio militare nell'Arma, in un incidente
stradale
«Ho riaperto una valigia dove avevo conservato la camicia bianca di
Christian, quella che indossava sotto la divisa da carabiniere che
si era tolto prima di uscire con gli amici la sera dell'incidente.
Quando la vidi sul letto della sua camera, insieme alla divisa,
ebbi l'istinto di prenderla, perché era come riaverlo tra le
braccia: il suo odore era rimasto nella stoffa. Per questo l'avevo
conservata, chiusa ermeticamente in un cellophane. Per me ha un
grande valore: è l'unica cosa sua da cui non riesco a
staccarmi».
Così scrive Dalila Di Lazzaro nel libro L'angelo della mia vita
(Piemme), dedicato alla memoria di suo figlio Christian,
prematuramente scomparso, a 22 anni, a causa di un incidente
stradale. Una morte, quella del giovane carabiniere, che, unita ad
un grave incidente che lei stessa ha subito e di cui soffre ancora
le conseguenze, ha portato l'interprete di Oh, Serafina!, Tre tigri
contro tre tigri e Phenomena, a ritirarsi sempre di più dalle
scene.
A Dalila Di Lazzaro abbiamo chiesto di raccontarci cosa ricorda di
Christian e di quel tragico incidente del 1991.
«È faticoso per me rivivere quel momento», spiega l'attrice. «Per
questo non vorrei parlare dell'incidente, piuttosto vorrei
descrivere Christian com'era: un ragazzo fantastico. Tanti giovani,
il sabato sera, perdono la vita sulle strade della nostra Penisola.
Mio figlio non era uno sconsiderato o un folle, ma un ragazzo sano,
molto equilibrato. Non guidava lui, quella sera. All'improvviso è
arrivata un'auto con tre persone a bordo le quali, dopo l'impatto
con quella in cui viaggiava Christian, sono scappate. C'è gente che
ammazza e poi sparisce, e nessuno può farci nulla. Non lo hanno
fatto apposta, certo, ma pare che corressero come matti e che
avessero fatto uso di droghe».
Quindi non lo hanno soccorso, sono fuggiti?
«Uno di loro non ha potuto farlo perché era ferito, ma gli altri
sono scappati. Non riesco ad accettare che queste persone rimangano
impunite. Hanno provocato un grande dolore, e non hanno pagato per
questo».
All'epoca dell'incidente, Christian faceva il servizio militare
nell'Arma. Cosa significava, per lui, l'uniforme da
carabiniere?
«Ne era entusiasta. Diceva che, se non avesse avuto già altri
progetti, avrebbe continuato volentieri a fare il carabiniere. Era
fiero di svolgere il servizio militare, perché gli dava la
percezione del significato della parola "Patria". Era un ragazzo
molto caro. Chiunque lo abbia conosciuto può testimoniarlo. E poi
era modestissimo, non amava mettersi in luce. Non voleva nemmeno si
sapesse che fosse mio figlio».
Di cosa si occupava Christian prima di entrare nell'Arma?
«Studiava per diventare dentista. Aveva frequentato delle scuole
statunitensi e contava di ritornare negli Usa per esercitare la
professione. Sarebbe partito dopo il servizio militare. Aveva anche
un altro grande amore, la musica. Ed io lo vedevo più adatto a una
carriera artistica».
Cosa suonava?
«La chitarra, e cantava. Scriveva canzoni insieme ai suoi amici.
Conservo l'ultima sua cassetta: un concerto che diede al Palaeur di
Roma. L'ultimo che ha fatto».
Cosa ricorda dei suoi giorni vissuti con la divisa?
«Ricordo il giorno del Giuramento. Fu un po' comico. Era in
imbarazzo, perché, l'ho già detto, non gli piaceva mettersi in
mostra. Non aveva detto ai suoi compagni di essere mio figlio, e
così quel giorno, quando lo chiamarono per fare una foto nel
cortile insieme alla famiglia e agli ufficiali, con gli amici che
lo canzonavano, lui mi si è avvicinato e mi ha detto all'orecchio,
alla romana: "A ma', quanto me vergogno..."».
Come viveva l'esperienza militare?
«Gli piaceva moltissimo. Era commosso dall'etica che permea i
Carabinieri, dal loro senso della Patria. Ricordo un aneddoto di
quel periodo. Christian era un ragazzo allegro, tenero e spontaneo.
Era molto orgoglioso anche della paga che gli davano. Erano i primi
soldi che guadagnava, e li metteva da parte per comprarsi una
chitarra. Scioccamente, però, teneva tutti i suoi averi in un
portafogli. Un giorno, da appassionato di musica qual era, è andato
in un'edicola - in divisa - per comprare dei giornali sulla musica.
Evidentemente, quando ha aperto il portafogli per pagare, qualcuno
deve aver notato che era pieno. Fatto sta che lui, distrattamente,
lo ha appoggiato sui giornali, e il portamonete è sparito. Quando
me l'ha raccontato, l'ho preso in giro: "Ma sei un carabiniere! Non
è possibile che ti rubino il portafogli. Sei proprio una
barzelletta...". Ho riso non so quanto tempo, per tirarlo su di
morale».
Nella sua vita ci sono stati altri episodi che l'hanno messa a
contatto con i carabinieri?
«Il mio più grande amico è un maresciallo dell'Arma che stimo
moltissimo; è del Comando Tutela Patrimonio Culturale e sta a Roma.
Lui e sua moglie mi sono stati molto vicini nei momenti più
difficili. Da parte mia, la fiamma simbolo dell'Arma è come una
scintilla accesa nel mio cuore, perché mio figlio è stato
carabiniere ed era fiero di esserlo. Anche per lui è stata una
fiammella di gioia».
Anche il suo incontro con papa Wojtyla, se non sbaglio, è avvenuto
grazie all'aiuto di un carabiniere.
«Era il primo Natale dopo la morte di Christian, e un carabiniere
che aveva frequentato la Scuola Allievi di Benevento con mio figlio
realizzò il mio desiderio d'incontrare papa Wojtyla e di ricevere
la comunione da lui. Conservo la foto scattata con questo grande
pontefice. È stata un'enorme emozione».
Quali qualità ritiene d'individuare nella figura del
carabiniere?
«L'Arma è un'istituzione molto degna, fatta di persone integre.
Ricordo che a Christian, per diventare carabiniere, chiesero
informazioni sui nonni, i bisnonni e gli altri parenti, perché per
far parte dell'Arma è richiesta una moralità ineccepibile, anche
per quanto riguarda la famiglia. Questa è una cosa che mi
rassicura».
Lei soffre di dolore cronico, retaggio di un brutto
incidente.
«Sì, è un disagio molto grave che colpisce tante persone, ma
purtroppo in Italia è tenuto in poco conto. Ho ricevuto migliaia di
lettere da parte di persone che soffrono di dolore cronico, per
emicrania, artrosi, diabete, disturbi neuropatici, traumi. Vivere
con il dolore è devastante. L'uomo non ha paura della morte, ma
della sofferenza. Per questo credo che anche da noi, come in altri
Paesi, dovrebbero nascere centri specializzati per la terapia del
dolore cronico».
Cosa sente, invece, di raccomandare ai ragazzi che escono il sabato
sera?
«Beh… tutti siamo stati ragazzi. Una volta, però, si andava in
discoteca per "dragare", per rimorchiare. Era un momento per
conoscersi, per cercare uno scambio. Oggi è solo un'occasione per
esibirsi. E per stordirsi. Anche la musica elettronica che si sente
oggi, mi pare, non favorisce il dialogo, ma contribuisce ad
allontanare le persone. E poi c'è la droga, il male del secolo.
Bisognerebbe informare di più i ragazzi, aiutarli a non cadere in
questa trappola, spiegar loro che chi si droga o beve rinuncia ad
essere se stesso, dimostra di non avere coraggio».
Parliamo della sua carriera: da quale dei suoi film si sente meglio
rappresentata?
«Forse da Oh! Serafina, il mio primo film. Quando lavoravo,
comunque, su certe idee non ero proprio d'accordo. Sono una
romantica, e mi piaceva trasmettere al pubblico questa emozione. Ma
negli anni Settanta non c'era spazio per i sentimenti, si badava
soprattutto a produrre pellicole di cassetta. Di bei film, in ogni
modo, ne ho fatti anch'io, anche se non sono stata amata e capita
come desideravo. Andy Warhol disse che non ero giusta per
l'Italia».
Che progetti ha per il futuro?
«In questo periodo ho scritto due libri, per i quali vorrei
ringraziare tutti quelli che mi hanno seguito. A breve, inoltre,
uscirà il mio terzo volume, Toccami il cuore, che parlerà
d'amore». |
Giovanni D'Auria
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