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Una fiamma nel cuore

Incontriamo Dalila Di Lazzaro, la popolare attrice italiana che qualche anno fa ha perso il figlio, in servizio militare nell'Arma, in un incidente stradale

L'attrice Dalila Di Lazzaro «Ho riaperto una valigia dove avevo conservato la camicia bianca di Christian, quella che indossava sotto la divisa da carabiniere che si era tolto prima di uscire con gli amici la sera dell'incidente. Quando la vidi sul letto della sua camera, insieme alla divisa, ebbi l'istinto di prenderla, perché era come riaverlo tra le braccia: il suo odore era rimasto nella stoffa. Per questo l'avevo conservata, chiusa ermeticamente in un cellophane. Per me ha un grande valore: è l'unica cosa sua da cui non riesco a staccarmi».

Così scrive Dalila Di Lazzaro nel libro L'angelo della mia vita (Piemme), dedicato alla memoria di suo figlio Christian, prematuramente scomparso, a 22 anni, a causa di un incidente stradale. Una morte, quella del giovane carabiniere, che, unita ad un grave incidente che lei stessa ha subito e di cui soffre ancora le conseguenze, ha portato l'interprete di Oh, Serafina!, Tre tigri contro tre tigri e Phenomena, a ritirarsi sempre di più dalle scene.
A Dalila Di Lazzaro abbiamo chiesto di raccontarci cosa ricorda di Christian e di quel tragico incidente del 1991.

«È faticoso per me rivivere quel momento», spiega l'attrice. «Per questo non vorrei parlare dell'incidente, piuttosto vorrei descrivere Christian com'era: un ragazzo fantastico. Tanti giovani, il sabato sera, perdono la vita sulle strade della nostra Penisola. Mio figlio non era uno sconsiderato o un folle, ma un ragazzo sano, molto equilibrato. Non guidava lui, quella sera. All'improvviso è arrivata un'auto con tre persone a bordo le quali, dopo l'impatto con quella in cui viaggiava Christian, sono scappate. C'è gente che ammazza e poi sparisce, e nessuno può farci nulla. Non lo hanno fatto apposta, certo, ma pare che corressero come matti e che avessero fatto uso di droghe».

Quindi non lo hanno soccorso, sono fuggiti?
«Uno di loro non ha potuto farlo perché era ferito, ma gli altri sono scappati. Non riesco ad accettare che queste persone rimangano impunite. Hanno provocato un grande dolore, e non hanno pagato per questo».

All'epoca dell'incidente, Christian faceva il servizio militare nell'Arma. Cosa significava, per lui, l'uniforme da carabiniere?
«Ne era entusiasta. Diceva che, se non avesse avuto già altri progetti, avrebbe continuato volentieri a fare il carabiniere. Era fiero di svolgere il servizio militare, perché gli dava la percezione del significato della parola "Patria". Era un ragazzo molto caro. Chiunque lo abbia conosciuto può testimoniarlo. E poi era modestissimo, non amava mettersi in luce. Non voleva nemmeno si sapesse che fosse mio figlio».

Di cosa si occupava Christian prima di entrare nell'Arma?
«Studiava per diventare dentista. Aveva frequentato delle scuole statunitensi e contava di ritornare negli Usa per esercitare la professione. Sarebbe partito dopo il servizio militare. Aveva anche un altro grande amore, la musica. Ed io lo vedevo più adatto a una carriera artistica».

Cosa suonava?
«La chitarra, e cantava. Scriveva canzoni insieme ai suoi amici. Conservo l'ultima sua cassetta: un concerto che diede al Palaeur di Roma. L'ultimo che ha fatto».

Cosa ricorda dei suoi giorni vissuti con la divisa?
«Ricordo il giorno del Giuramento. Fu un po' comico. Era in imbarazzo, perché, l'ho già detto, non gli piaceva mettersi in mostra. Non aveva detto ai suoi compagni di essere mio figlio, e così quel giorno, quando lo chiamarono per fare una foto nel cortile insieme alla famiglia e agli ufficiali, con gli amici che lo canzonavano, lui mi si è avvicinato e mi ha detto all'orecchio, alla romana: "A ma', quanto me vergogno..."».

Come viveva l'esperienza militare?
«Gli piaceva moltissimo. Era commosso dall'etica che permea i Carabinieri, dal loro senso della Patria. Ricordo un aneddoto di quel periodo. Christian era un ragazzo allegro, tenero e spontaneo. Era molto orgoglioso anche della paga che gli davano. Erano i primi soldi che guadagnava, e li metteva da parte per comprarsi una chitarra. Scioccamente, però, teneva tutti i suoi averi in un portafogli. Un giorno, da appassionato di musica qual era, è andato in un'edicola - in divisa - per comprare dei giornali sulla musica. Evidentemente, quando ha aperto il portafogli per pagare, qualcuno deve aver notato che era pieno. Fatto sta che lui, distrattamente, lo ha appoggiato sui giornali, e il portamonete è sparito. Quando me l'ha raccontato, l'ho preso in giro: "Ma sei un carabiniere! Non è possibile che ti rubino il portafogli. Sei proprio una barzelletta...". Ho riso non so quanto tempo, per tirarlo su di morale».

Nella sua vita ci sono stati altri episodi che l'hanno messa a contatto con i carabinieri?
«Il mio più grande amico è un maresciallo dell'Arma che stimo moltissimo; è del Comando Tutela Patrimonio Culturale e sta a Roma. Lui e sua moglie mi sono stati molto vicini nei momenti più difficili. Da parte mia, la fiamma simbolo dell'Arma è come una scintilla accesa nel mio cuore, perché mio figlio è stato carabiniere ed era fiero di esserlo. Anche per lui è stata una fiammella di gioia».

Anche il suo incontro con papa Wojtyla, se non sbaglio, è avvenuto grazie all'aiuto di un carabiniere.
«Era il primo Natale dopo la morte di Christian, e un carabiniere che aveva frequentato la Scuola Allievi di Benevento con mio figlio realizzò il mio desiderio d'incontrare papa Wojtyla e di ricevere la comunione da lui. Conservo la foto scattata con questo grande pontefice. È stata un'enorme emozione».

Quali qualità ritiene d'individuare nella figura del carabiniere?
«L'Arma è un'istituzione molto degna, fatta di persone integre. Ricordo che a Christian, per diventare carabiniere, chiesero informazioni sui nonni, i bisnonni e gli altri parenti, perché per far parte dell'Arma è richiesta una moralità ineccepibile, anche per quanto riguarda la famiglia. Questa è una cosa che mi rassicura».

Lei soffre di dolore cronico, retaggio di un brutto incidente.
«Sì, è un disagio molto grave che colpisce tante persone, ma purtroppo in Italia è tenuto in poco conto. Ho ricevuto migliaia di lettere da parte di persone che soffrono di dolore cronico, per emicrania, artrosi, diabete, disturbi neuropatici, traumi. Vivere con il dolore è devastante. L'uomo non ha paura della morte, ma della sofferenza. Per questo credo che anche da noi, come in altri Paesi, dovrebbero nascere centri specializzati per la terapia del dolore cronico».

Cosa sente, invece, di raccomandare ai ragazzi che escono il sabato sera?

«Beh… tutti siamo stati ragazzi. Una volta, però, si andava in discoteca per "dragare", per rimorchiare. Era un momento per conoscersi, per cercare uno scambio. Oggi è solo un'occasione per esibirsi. E per stordirsi. Anche la musica elettronica che si sente oggi, mi pare, non favorisce il dialogo, ma contribuisce ad allontanare le persone. E poi c'è la droga, il male del secolo. Bisognerebbe informare di più i ragazzi, aiutarli a non cadere in questa trappola, spiegar loro che chi si droga o beve rinuncia ad essere se stesso, dimostra di non avere coraggio».

Parliamo della sua carriera: da quale dei suoi film si sente meglio rappresentata?
«Forse da Oh! Serafina, il mio primo film. Quando lavoravo, comunque, su certe idee non ero proprio d'accordo. Sono una romantica, e mi piaceva trasmettere al pubblico questa emozione. Ma negli anni Settanta non c'era spazio per i sentimenti, si badava soprattutto a produrre pellicole di cassetta. Di bei film, in ogni modo, ne ho fatti anch'io, anche se non sono stata amata e capita come desideravo. Andy Warhol disse che non ero giusta per l'Italia».

Che progetti ha per il futuro?
«In questo periodo ho scritto due libri, per i quali vorrei ringraziare tutti quelli che mi hanno seguito. A breve, inoltre, uscirà il mio terzo volume, Toccami il cuore, che parlerà d'amore».
Giovanni D'Auria