CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2009 > Febbraio > CULTURA

La grande pittura. Gli impressionisti

Rifiutati inizialmente dalle Accademie, i pittori che lavoravano en plein air sconvolsero i canoni tradizionali dell'arte raggiungendo una popolarità che continua ancora

Claude Monet, 'Impression. Soleil levant' (Parigi, Musée Marmottan) Da mezzo secolo a questa parte, nelle grandi aste internazionali, i dipinti degli impressionisti e dei post-impressionisti battono ogni record delle cifre di aggiudicazione. Occorrono ormai decine di milioni di euro (o di dollari, o di sterline) per acquistare i quadri di Manet, di Monet, di Cézanne, o di Van Gogh (che fu un post-impressionista). Le mostre nelle quali vengono esposte le loro opere (o quelle di uno soltanto di loro) fanno epoca per il numero di visitatori. Più di quelle riservate ai maestri del Rinascimento, persino di quelle dedicate agli artisti del Novecento, alle avanguardie che fanno moda e stimolano la curiosità (e l'avidità) degli appassionati di pittura.
Per comprendere questo fenomeno occorre tornare indietro di centocinquant'anni, così da rendersi conto delle ragioni che produssero quella che è stata la più importante rivoluzione dell'arte negli ultimi cinque secoli. La prima riguardò una scoperta destinata a modificare profondamente il mondo dell'immagine: l'invenzione della fotografia. Fin dal primo momento quel nuovo mezzo di riproduzione della realtà impose ai pittori di ripensare al loro rapporto con i soggetti che intendevano riprodurre: era necessario (persino indispensabile) fornire allo spettatore un'emozione (un'impressione) che una fredda lastra (o pellicola) non poteva, almeno in quella prima fase sperimentale, offrire. La seconda ragione è strettamente collegata al trionfo - sulla scena europea e mondiale - di una classe sociale fino a poco tempo prima relegata in secondo piano: la borghesia. Nella Parigi della metà del XIX secolo, i borghesi avevano sopravanzato l'aristocrazia nel ruolo politico e anche nel potere d'acquisto. Erano loro i nuovi potenziali acquirenti delle opere d'arte. Dopo il clero - che in tutto il Medioevo, e ancora nel Quattrocento e nel Cinquecento, era stato il principale committente delle opere d'arte (con il risultato che i maggiori pittori si erano dedicati ai soggetti sacri) -, e dopo le corti - che dal Quattrocento in poi avevano rivaleggiato fra di loro in splendore, chiedendo che fossero affrescati i loro palazzi e fossero ritratte le imprese dei rispettivi Signori e dei loro antenati -, si affacciava una nuova categoria di acquirenti e di sponsor, con un portafogli robusto, che desiderava arredare le proprie case e le proprie ville con soggetti allegri e sorridenti, con paesaggi o scorci di vita quotidiana, da appendere alle pareti per abbellirle, o anche soltanto per suscitare l'invidia di amici e conoscenti.
Questo fu il contesto storico che favorì la rivoluzione degli impressionisti, la quale - come tutte le rivoluzioni - era stata preceduta da altri movimenti e singoli artisti che avevano preparato il terreno. Gli impressionisti, per esempio, si ispirarono nei loro primi quadri ai paesaggi di William Turner o ai nudi e alle scene agresti di Gustave Courbet, o ai boschi di Camille Corot.

RIFIUTATI. L'arte accademica rifiutò, in un primo momento, le opere degli impressionisti, escludendoli dalle mostre che venivano organizzate nelle sedi istituzionali. È significativo, in questo senso, che fu un fotografo, Gaspard-Félix Tournachon, noto con lo pseudonimo di Nadar, ad ospitare la prima mostra collettiva degli impressionisti nel suo atelier in Boulevard des Capucines, a Parigi, nell'aprile del 1874. A quella mostra furono esposte opere di Claude Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne, Camille Pissarro, Felix Bracquemond, Jean Baptiste Guillaumin, e di una donna, Berthe Morisot. E fu in quella occasione che un critico d'arte, Louis Leroy, battezzò il nuovo movimento con il nome che gli è rimasto indosso, chiamando la mostra Exposition impressioniste, prendendo spunto dal titolo di un quadro di Monet, Impression, soleil levant (Impressione al levar del sole). L'intenzione di Leroy era sarcastica: intendeva criticare l'apparente incompletezza dell'opera. Ma i pittori assunsero quel nome come una bandiera e un programma artistico.
Una parola d'ordine degli impressionisti era di dipingere en plein air, all'aria aperta, fuori dagli atelier, a contatto diretto con il mondo esterno. Questa scelta comportò (per evidenti criteri di maneggevolezza) la necessità di impiegare tele di dimensioni ragionevoli, che, casualmente, coincidevano anche con le esigenze degli acquirenti, che non disponevano più di pareti dalle dimensioni enormi, come erano quelle delle chiese, dei castelli o dei palazzi principeschi dei secoli precedenti. La pittura all'aria aperta suggerì anche a qualche genio sconosciuto di inventare i tubetti per i colori ad olio. Monet e Pissarro sperimentarono inoltre l'opportunità loro offerta di dedicare più tele al medesimo soggetto: Pissarro fissò i grandi boulevard parigini (appena progettati dal barone Georges Eugène Haussmann) in varie condizioni atmosferiche e di luce, Monet ritrasse la Cattedrale di Rouen nelle diverse ore del giorno.
Gli impressionisti - ha scritto uno dei più autorevoli storici dell'arte del secolo scorso, Ernst Gombrich - «scoprirono che la pretesa dell'arte tradizionale di aver scoperto il modo di rappresentare la natura, così come la vediamo, era tutta basata su di un malinteso. Concedevano, tutt'al più, che l'arte tradizionale avesse trovato un mezzo di rappresentare uomini od oggetti in condizioni quanto mai artificiali. I pittori facevano posare i modelli nei loro studi, dove la luce entra dalla finestra, e usavano il lento trapasso dalla luce all'ombra per suggerire l'idea del volume e della consistenza. Il pubblico si era tanto abituato a vedere le cose rappresentate a questo modo, che aveva dimenticato come all'aria aperta non sia possibile cogliere le gradazioni di passaggio tra l'ombra e la luce. Alla luce del sole i contrasti sono netti. Gli oggetti, tolti dall'atmosfera artificiale dello studio, non appaiono a tutto tondo e modellati come i calchi delle opere antiche. Le parti illuminate sono assai più brillanti che non nello studio, e anche le ombre non sono così uniformemente grigie o nere, dato che la luce, riverberandosi dagli oggetti circostanti, influisce sul colore delle parti in ombra. Se ci affidiamo ai nostri occhi e non al pregiudizio di come gli oggetti dovrebbero apparire secondo le regole accademiche, faremo scoperte emozionanti».

IL BALCONE. Un quadro di Edouard Manet, Il balcone (dipinto fra il 1868 e il 1869), chiarisce - forse più di ogni altro - questi concetti. Quando fu esposto la prima vola, i critici parrucconi lo giudicarono in modo molto negativo per l'approssimazione dei volti. Le teste sembrano piatte, la donna raffigurata sulla destra ha un naso appena abbozzato. Ma all'aria aperta, in piena luce diurna, tutte le teste appaiono talvolta piatte, come semplici macchie di colore. E proprio questo effetto reale Manet voleva offrire. «Abbiamo l'illusione di trovarci faccia a faccia con questo gruppo al balcone», osserva Gombrich: «l'impressione dell'insieme non è di piattezza, anzi, al contrario, di reale profondità».
Un altro critico, Vittorio Sgarbi, conosciuto per l'audacia delle sue tesi ma la cui competenza è fuori discussione, sostiene che quello stesso dipinto - Il balcone - «anziché un'impressione, rappresenta un'emozione voluta, costruita, matematicamente chiamata dal pittore. C'è un ordine supremamente geometrico, qualcosa che addirittura richiama il nome sommo di Piero della Francesca, cioè quello di un grande ordinatore, un grande matematico della pittura». La conclusione di Sgarbi è che «la grandezza di Manet sta nel suo essere tutto fuorché impressionista: egli combina, con una sintesi tanto straordinaria quanto rara e forse unica, il riferimento ai sommi maestri dell'arte classica con l'annuncio di quell'emozione che sarà poi tipica della pittura di Van Gogh, cioè l'emozione dell'affacciarsi sulla propria coscienza».
«Modernità», scrisse Charles Baudelaire in un saggio, Il pittore della vita moderna, pubblicato nel 1863, «è il transitorio, il fugace. Ogni pittore antico fu ai suoi tempi moderno: gran parte degli splendidi ritratti che ci rimangono di un'epoca passata sono vestiti nei panni della loro età. E sono di un'armonia perfetta perché il vestito, l'acconciatura, persino il gesto, lo sguardo, il sorriso (ogni età ha un suo portamento, un suo sguardo, e un suo sorriso) costituiscono un insieme pieno di vita».
Dipingere en plein air garantiva questo risultato al cento per cento. È sufficiente, per convincersene, osservare Strada di Parigi, tempo piovoso, di Gustave Caillebotte (che ha la forza di una foto digitale dei giorni nostri) o Bal au Moulin de la Galette, di Pierre-August Renoir, che non ha un tema centrale, non ha un soggetto storico, non ha nulla che abbia un interesse specifico: la scena è insignificante, ma ci racconta pienamente un'epoca, i suoi costumi, lo spirito e il carattere dei borghesi del tempo. La loro vita quotidiana.
La modernità di cui parlava Baudelaire è al centro delle opere degli impressionisti. «Le loro tele», sottolinea la storica dell'arte Simona Bartolena, «ci offrono uno sguardo d'eccezione sulla società del tempo e ci forniscono il ritratto di una classe sociale: la borghesia. I problemi sociali, sempre più profondi, che investono la vita in città non sembrano interessare i pittori del gruppo. La loro attenzione è rivolta piuttosto alla vita mondana: ai teatri, ai caffè, agli atelier di moda, alla quotidianità di quella borghesia alla quale essi stessi appartengono. Nelle loro tele si respira l'atmosfera della Parigi più vitale e sorridente. Rari, anzi rarissimi, i quadri che mostrano uno studio più attento e profondo degli aspetti più tristi dell'esistenza. Benché amici di scrittori politicamente e socialmente molto impegnati, i pittori del gruppo non mostreranno mai particolare attenzione per i lati più oscuri della città né si faranno promotori di una vera denuncia sociale. Nel privato, però, molti di loro si dichiarano di idee socialiste e leggono con grande interesse le opere di Émile Zola, vere e proprie indagini sulle inaccettabili condizioni delle classi più basse, sulla loro miseria e sul degrado ormai dilagante».
Le scuole di ballo di Degas, gli angoli più mondani della Ville Lumière immortalati da Toulouse-Lautrec, ma anche i gioiosi quadri puntinisti di Seurat anticipano e riflettono la Belle Époque, che di quella Parigi fu il trionfo. Nella seconda metà dell'Ottocento la capitale francese fu anche la capitale del divertimento, dello spettacolo, della cultura. Si moltiplicavano i teatri, i café-concert, le sale da ballo, i circhi, gli ippodromi; sembrava davvero che fosse arrivata l'età dell'oro, senza rischi di guerre, senza povertà, senza dolori, «senza gli aspetti più tristi dell'esistenza».

LE NINFEE. Quando il quadro cambiò, rapidamente e radicalmente, molti artisti di quel gruppo rivoluzionario erano già scomparsi; altri (Cézanne) avevano cambiato stile, approdando ad un linguaggio geometrico che anticipava il cubismo; Gauguin (che aveva partecipato alle esposizioni degli impressionisti) aveva abbracciato il Simbolismo e si era trasferito a Tahiti; Van Gogh era ormai un espressionista ante litteram. Era rimasto sulla scena soltanto Monet, che si era trasferito in Normandia e lì continuò a dipingere le sue ninfee galleggianti sull'acqua. Quando tutto questo accadde, l'Impressionismo era uscito definitivamente dalla clandestinità iniziale e si era diffuso a macchia d'olio fuori dei confini della Francia, facendo proseliti ovunque, in Europa e nel mondo: in Inghilterra, in Germania, nella Scandinavia, in Italia, negli Stati Uniti. I mercanti d'arte avevano scoperto la gallina dalle uova d'oro: gli impressionisti avevano già raggiunto quotazioni da capogiro. Agli albori del Novecento il gallerista Paul Durand-Ruel organizzò varie mostre a Londra e a New York e trovò molti acquirenti disposti a sborsare somme importanti per assicurarsi le opere che trent'anni prima erano state rifiutate dal Salon parigino dell'Académie des Beaux-Arts. Nel giro di una ventina d'anni - per fare un esempio -, il Chitarrista spagnolo di Manet, acquistato dal gallerista per 1.500 franchi, fu da lui rivenduto a un collezionista americano per 100mila franchi. La prima mostra curata da Durand-Ruel risale al 1876 e fu allestita in una galleria di sua proprietà in rue Lepelletier (dove aveva sede il Teatro dell'Opera). Il cronista di un settimanale parigino raccontò l'evento con livido sarcasmo: «È la strada dei disastri», scrisse. «Dopo l'incendio dell'Opera, ecco adesso un'altra calamità. Si è appena aperta un'esposizione che dovrebbe essere di pittura. Entro e i miei occhi inorriditi devono affrontare terribili cose. Cinque o sei pazzoidi, tra cui una donna, si sono riuniti per esporre le loro opere. Ho visto gente contorcersi dalle risa davanti a quei lavori, ma a me, vedendoli, sanguinò il cuore. Questi sedicenti artisti si autodefiniscono rivoluzionari, impressionisti. Pigliano un pezzo di tela, colori e pennello, vi buttano qualche tratto di colore a casaccio e firmano il risultato con il loro nome. È lo stesso senso di costernazione che proveremmo se i ricoverati in manicomio raccogliessero pietre per la strada, convinti di aver trovato diamanti». L'ironia è che i nipoti di quelli che allora ebbero l'intuizione di acquistare una di quelle tele si trovano oggi con un sacco di diamanti in casa, o in qualche caveau di banca.
È destino dei grandi artisti precorrere i tempi e sfidare i giudizi dei benpensanti, lanciando pietre che - prima o poi - diventano preziose. Oggi gli impressionisti sono considerati gli ultimi figurativi (salvo qualche eccezione: per esempio gli iperrealisti) nella storia dell'arte. Dopo di loro - preparata e agevolata da loro -, vi fu la rivoluzione dell'Astrattismo, nelle sue varie forme e scuole. Ma questa è, appunto, un'altra storia.

Max Remondino