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STORIA
La rivoluzione artistica di
Caravaggio
A quattrocento anni dalla morte, il più
controverso pittore del Seicento vede completamente rivalutata la
sua opera, dopo la lunghissima parentesi di silenzio motivata
soprattutto dai crimini dei quali si rese responsabile in una vita
nient'affatto esemplare
Genio e sregolatezza, secondo la definizione che Alexandre Dumas
coniò per il grande attore inglese Edmund Kean. Genio e
sregolatezza: è questa l'immagine (tramandata nei secoli) di
Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio. Un uomo entrato nella
storia dell'arte come un pittore rivoluzionario, e nella cronaca
per la facilità con cui usava il coltello, neanche fosse un
Rugantino qualsiasi. Genio e ribalderia, rigore artistico e
disordine umano. Lo descrisse così Ernst Gombrich, uno dei più
grandi storici dell'arte del secolo scorso: «Uomo di temperamento
iracondo e selvatico, facile a offendersi e pronto all'occorrenza a
vibrare all'avversario un buon colpo di pugnale. Ma la paura del
brutto pareva a Caravaggio una debolezza spregevole: cercava la
verità, la verità quale gli appariva; non aveva il gusto dei
modelli classici né alcun rispetto per la "bellezza ideale". Voleva
eliminare il convenzionalismo, riproponendo i problemi artistici in
modo nuovo. Molti pensavano che mirasse soprattutto a scandalizzare
il pubblico, che non avesse alcun rispetto per la bellezza né per
la tradizione. Fu uno dei primi pittori cui tali accuse vennero
mosse e, dopo di lui, quasi ogni movimento moderno ha dovuto subire
critiche del genere. Ma Caravaggio era un artista troppo grande e
troppo serio per sprecare il suo tempo tentando di far colpo.
Mentre i critici discutevano, egli lavorava di lena. Nei secoli
successivi la sua opera non ha perso nulla della sua
audacia».
Un altro illustrissimo critico del Novecento, Bernard Berenson, che
non lo amava, riconobbe che «dopo Michelangelo, nessun pittore
italiano ha più esercitato un'influenza così forte». E André
Berne-Joffroy (segretario di Paul Valéry) sostenne: «All'indomani
del Rinascimento, con Caravaggio comincia la pittura moderna».
Renato Guttuso - forse il più popolare pittore italiano (insieme
con Giorgio De Chirico) della seconda metà del Novecento - scrisse
di Caravaggio: «Dopo Giotto e dopo Masaccio, egli riafferma il
principio secondo cui non concetti astratti o prevenute concezioni
filosofiche siano da collocare sulla tela, ma la conoscenza della
realtà, le cose come esse sono, indagate ed esplorate nelle loro
relazioni di luogo, spazio, luce: le cose, da sole, esprimono idee,
filosofia e storia, perché da esse si sprigiona il "presente" e il
suo suono, la nuova condizione umana, i nuovi concreti rapporti tra
gli uomini e degli uomini con le cose e la storia».
Eppure - prima del XX secolo - Caravaggio era stato messo da parte.
Forse i critici si erano lasciati condizionare dalla sua vita
dissoluta, in tempi nei quali l'arte doveva essere sinonimo di
virtù, o forse Caravaggio pagava l'influsso prepotente delle nuove
mode artistiche: il Classicismo e il Neoclassicismo, il Barocco, il
Romanticismo, che - in un modo o nell'altro - rifiutavano il
naturalismo "volgare" di un artista che dipingeva i santi nelle
sembianze di contadini, o accattoni, con le mani e i piedi sporchi,
con le rughe della sofferenza e i calli della fatica.
Caravaggio si trovò più volte a lottare contro la diffidenza dei
committenti e del pubblico. Destò scalpore il suo San Tommaso che
mette il dito nella piaga del fianco di Cristo. I devoti di allora
- abituati ad apostoli dignitosi e avvolti in mirabili drappeggi -
non apprezzarono il fatto che fossero descritti nelle vesti di
comuni manovali. «Ma», osserva Gombrich, «Caravaggio avrebbe
risposto che essi erano appunto vecchi manovali, gente comune. E
quanto al gesto sconveniente dello scettico Tommaso, la Bibbia è
assai esplicita al riguardo. Gesù gli dice: "Accosta... la tua mano
e mettila nel mio costato; e non voler essere incredulo, ma
fedele"». Sono le parole del Vangelo di San Giovanni. La
religiosità di Caravaggio era, sotto questo aspetto, più autentica
e profonda di quella degli altri pittori del suo tempo (Carracci,
per esempio) e dei secoli precedenti.
Lo stesso Gombrich racconta un episodio illuminante, sconosciuto ai
più. Quando una chiesa romana gli commissionò un quadro di San
Matteo da porre dietro l'altare, Caravaggio dipinse il santo come
un operaio vecchio e povero, alle prese con un libro da scrivere:
«Calvo, con i piedi nudi e polverosi, che afferra goffamente il
grosso volume del Vangelo e aggrotta ansiosamente la fronte
nell'insolito sforzo della scrittura». Lo assiste un angelo
adolescente che gli guida la mano, con l'atteggiamento di un
maestro che aiuta un bambino. Il dipinto non fu accettato.
Caravaggio dovette ricominciare da capo. Per non correre rischi, si
attenne alle convenzioni riguardo all'aspetto di un santo e di un
angelo. Consegnò un'opera eccellente, ma sicuramente di un livello
inferiore a quella che aveva dipinto in precedenza (quella
originaria fu acquistata dal marchese Giustiniani. Venduta dai suoi
discendenti al Kaiser Friedrich Museum di Berlino, fu distrutta
durante la Seconda guerra mondiale).
Un altro critico, autore di una pregevole biografia di Caravaggio,
Gilles Lambert, ha messo insieme il genio e la sregolatezza,
definendolo "un fuorilegge nell'arte": «La sua pittura era
scandalosa, e la vita non fu da meno. Fu una vera e propria
canaglia. Prima di lui, altri artisti di genio avevano avuto a che
fare con la giustizia: Duccio da Boninsegna era un ubriacone e un
attaccabrighe; il Perugino, amante delle risse e delle zuffe da
strada, da giovane era stato in prigione, e lo scultore e orafo
Benvenuto Cellini, accusato di frode, omicidio e sodomia,
incarcerato a Roma. Caravaggio, arrestato e messo in cella a più
riprese, confessò l'omicidio di un compagno di pallacorda che aveva
imbrogliato. La fama gli attribuì altri crimini. Questo pittore di
genio, che lavorava a una velocità incredibile direttamente sulla
tela senza neanche disegnare i personaggi, visse tra una prigione e
l'altra, da dove i suoi potenti protettori riuscivano a strapparlo
con sempre maggiori difficoltà». Ma Caravaggio è anche «il pittore
più misterioso e, senza dubbio, più rivoluzionario della storia
dell'arte».
Alla sua demonizzazione non fu estraneo il giudizio sul suo modo di
rappresentare la realtà sulla tela. Basterebbe citare un altro
pittore del Seicento, Nicolas Poussain, giunto a Roma poco dopo la
morte di Caravaggio, che lo liquidò in poche parole: «Era venuto
per distruggere la pittura».
Lo studioso che ha maggiormente contribuito alla riscoperta di
Caravaggio è stato Roberto Longhi, una cinquantina d'anni fa: «Si
parla di Michelangelo di Caravaggio», scrisse, «definendolo ora un
maestro dell'ombra, ora della luce. È stato dimenticato. Senza di
lui non ci sarebbero stati Ribera, Vermeer, La Tour, Rembrandt. E
Delacroix, Courbet, Manet avrebbero dipinto in altro modo».
Qualcuno si è spinto a proporre un paragone fra Caravaggio e
Galileo Galilei, sostenendo che a loro spetta il titolo di "padri
della modernità", rispettivamente nel campo dell'arte e in quello
della scienza. Due personalità molto diverse, ma accomunate nel
furore della sperimentazione e nella ricerca di un nuovo "metodo"
che si allontanasse da tutto quel che era stato fino ad allora
imposto dalla cultura ufficiale, ancora dipendente da Aristotele e
dai modelli da lui proposti. L'uno e l'altro raggiunsero in breve
tempo la fama tra i contemporanei, che si rivolse contro di loro in
termini di invidie e di anatemi: il primo fu braccato dalle polizie
per i suoi crimini, il secondo fu processato e condannato dal
Sant'Uffizio per l'eresia copernicana. L'uno e l'altro hanno dovuto
attendere più di tre secoli per essere riabilitati. Per Galileo si
è mosso in prima persona il papa Giovanni Paolo II, che ha
pronunciato sedici anni fa parole di scusa alla sua memoria. Per
Caravaggio è stata la critica a rivalutarlo, riconoscendo che la
condanna all'oblio, più che pesare sul ricordo del pittore, aveva
rischiato di privare l'umanità intera dei suoi capolavori e del suo
modo di raccontare la realtà, con le sue luci e le sue ombre, dando
cittadinanza al "brutto", che merita la stessa considerazione del
"bello". Una rivoluzione copernicana anche
questa. |
Benedetto Testa
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