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Speciale
Nel blu... da mezzo
secolo
Franco Migliacci, autore di Volare, ci
racconta un mito che ha oggi cinquant'anni. E tante altre avventure
musicali
Il sogno si è fatto realtà. La vita, quotidiano miracolo di prati
in fiore e vagiti di bimbi, eterna meraviglia di albe e tramonti,
ci ha fatto uno splendido regalo. Il cielo è sceso sulla terra, il
"blu dipinto di blu" si è aperto in un sorriso multicolore, la
musica ha riposto le sue ali e si è seduta per qualche momento
sulle nostre spalle. Quante volte abbiamo ascoltato la
straordinaria voce di Domenico Modugno intonare le note di Volare!
Ma chi sperava di avere un giorno a disposizione il creatore di
questo capolavoro, a spiegare per filo e per segno com'è
nato?
È quanto sta per accaderci. Mettiamoci dunque seduti su una comoda
poltrona e lasciamo libera la mente. Immaginiamo di essere nei
dintorni di Roma, in una villa immersa nel verde. È un ameno
pomeriggio, da iscrivere d'obbligo fra le famose "ottobrate".
Franco Migliacci, autore delle canzoni più belle di sempre, seduto
accanto a noi, torna con la mente a mezzo secolo fa. Giovanotto di
belle speranze, muoveva allora i primi passi nel mondo dell'arte.
Tanti progetti, ma un brutto giorno… «Un brutto giorno mi sembra
che il mondo ce l'abbia proprio con me. Becco tre o quattro mazzate
una dietro l'altra. Mi avevano fatto tante promesse, ti faccio
lavorare nella mia commedia, nel mio film, mi scrivi questo
copione?, ma tutto si dissolve in un momento. Una sequenza di no.
Sto malissimo. Nei pressi del Conservatorio incontro Modugno.
Eravamo amici, lui mi vede così abbattuto e mi offre un aiuto
economico. Io non accetto, lui mi propone di andare al mare. Ci
diamo appuntamento in piazza del Popolo per la mattina dopo.
Preparo tutto, telo da bagno, costume, zoccoli. Lo aspetto: le
dieci, le undici, le dodici… Porca miseria, mi ha dato buca.
Disgraziato! Mi guardo in tasca, ho trecento lire. Compro un
fiaschetto di Chianti, vado a casa, telefono disperato a un'amica
per invitarla. Lei è già impegnata. Bevo un paio di bicchieri e mi
metto a letto. Complice il vino, mi addormento e quando mi
risveglio vedo sulla parete due stampine di Chagall. Nella prima
c'è un cielo di un blu intenso, nella seconda un pittore con mezza
faccia dipinta. Mi viene l'idea: dipingermi "la faccia di blu" per
dissolvermi nel cielo. Mi volete mandare al diavolo? Ci vado da
solo! Guarderò dall'alto il mondo, "lontano laggiù". Ma mentre
scrivo, la rabbia che ho dentro diventa poesia e mi scopro "felice
di stare lassù". La sera mi telefona Modugno: ci vediamo? Io inizio
a imprecare: sono stato ore ad aspettarti! Lui confessa: sono
andato al mare con Franca. È la sua fidanzatina, diverrà sua
moglie. Alla fine ci decidiamo: vediamoci in piazza del Popolo. Lì
ci mettiamo sotto la fontana. Lui mi fa: cos'è quel foglio che hai
in mano? È ciò che penso io? Sì. Fammi leggere, dài. Da tanto mi
chiedeva di scrivergli una canzone. Io gli dico: guarda che non è
un testo normale. È una follia. Lui legge e sbotta: sarà un
successo pazzesco! Mettiamoci subito a lavorare. Come, a lavorare?
Io ho già fatto la mia parte, adesso tocca a te. No, mi risponde,
una canzone funziona così: c'è prima la strofa, poi l'inciso, il
ritornello, lo special, il finalino. Io mi arrendo: troppo
complicato, non è per me. Ma lui insiste: aspetta, ti insegno. Ci
mettiamo al lavoro. Discussioni infinite perché io voglio togliere
dal testo il cielo "trapunto" di stelle. Non mi piace, mi suona
come la trapunta del letto. Cambiamo tutto il verso! No, dài, mi
viene bene. Me lo fa ascoltare, continua a non piacermi. Una volta
ferma l'auto davanti a San Giovanni in Laterano e mi dice: se non
ti piace puoi anche scendere. Lo mando al diavolo e scendo. Lui mi
insegue e si mette a cantare "trapuuunto", io sempre più
disgustato. Litigate pazzesche. Ma se litighi mille volte con uno
vuol dire che dopo fai sempre la pace. Altrimenti litighi una volta
sola. Mimmo per me è stato un fratello maggiore, un maestro anche
nella vita. Avevamo tanto in comune. I nostri padri avevano sognato
per entrambi un futuro da ragionieri. Erano gli anni della
ricostruzione dopo la guerra, saper fare i conti era la cosa più
importante. Ma nel nostro destino c'era altro».
Quando ha iniziato a scrivere canzoni, qual era la sua fonte di
ispirazione?
«I primi tempi abitavo in via Sistina. Quando volevo scrivere
prendevo la macchina e andavo in piazza Vittorio. Lì c'era il
mercato. Mi mettevo da una parte e guardavo la gente: i venditori,
le signore che compravano. Scrivevo per loro. Così sono nate Non
son degno di te, In ginocchio da te. L'idea era farsi capire dalle
persone semplici, anche Mimmo mi aveva consigliato di fare così. In
seguito ho letto che Chaplin, quando voleva ispirarsi per un film,
andava nelle tavole calde, dove c'era la povera gente. Mi sono
sentito bene, ero sulla strada giusta».
Anche con Gianni Morandi ha avuto una lunga collaborazione…
«È andata così. Quando già producevo musica per la Rca, mi capita
di andare in America. Scopro che lì ci sono le canzoni per i
teenagers. In Italia non esistevano, le canzoni erano per bambini o
per adulti. Decido di fare qualcosa di simile, mi serve però un
cantante adatto. Un giorno mi portano un nastro con la voce di un
ragazzo. Ha un accento bolognese, storpia tutte le esse e la cosa
mi diverte. La voce è bella, se è anche simpatico e ha personalità
è fatta! Qualche giorno dopo ricevo il ragazzo. Quando lo vedo
entrare tutto sorridente, un fare dinoccolato, le mani gigantesche,
capisco subito che sfonderà. È Morandi. Gli faccio cantare delle
canzoni nuove ed è un trionfo, una vendita di dischi
spaventosa».
Quanto c'è di autobiografico nelle sue creazioni?
«Tutto. Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, ad esempio,
nasce da un mio ricordo. Da ragazzo avevo una cottarella per la
figlia del lattaio. Per vederla finivo subito il latte e mi facevo
mandare da mio padre a comprarlo. Era la scusa per uscire di casa.
Così Tintarella di luna: la mia fidanzatina si lamentava perché da
quando avevo iniziato a scrivere stavo sempre nelle sale di
registrazione e la trascuravo. Le mie amiche, mi fa un giorno, sono
tutte abbronzate, io invece sono bianca. Ed io: dì alle tue amiche
che prendi la tintarella di luna. Eravamo al ristorante. Chiamo
subito il cameriere: mi porta un foglio e una penna? Ho l'idea,
devo buttarla giù. E lei: basta, non ne posso più! Lo vedi che non
si può neanche parlare? Se ne va… e io mi rimetto a scrivere. Un
altro giorno entro in un locale vicino piazza Navona. In una sala
ci sono solo donne. Ne vedo una che parla come se fosse una
maestra. Dice: ricordate che chiunque di voi "bamboleggi" con un
uomo non fa che umiliarsi, vendersi. In quel periodo si sviluppava
il femminismo. Mi rimane in mente questo verbo, "bamboleggiare".
Decido di mettere in musica quel discorso. All'inizio penso il
testo al maschile, una cosa tipo "Ti farò girar come fossi una
bambola". Poi lo volgo al femminile. Diventa La bambola, Patty
Pravo ne fa una grande interpretazione».
Un'altra canzone leggendaria: C'era un ragazzo che come me…
«L'ho scritta al volo, in un ristorante, durante un pranzo con
Mauro Lusini, coautore del brano. Avevamo letto il giornale, era
pieno di notizie sul Vietnam, con ragazzi che strappavano le
cartoline per non andare in guerra. Quella tragedia ci colpiva
moltissimo. La storia è banale e semplice, come la guerra: un
ragazzo a cui tolgono la chitarra per dargli un'arma. Lui combatte
e muore. Il mio metodo è sempre quello, la semplicità. Quando ho
scritto la sigla di Heidi i miei figli erano ragazzini. Vedendo un
paio di episodi del cartone con loro, mi sono venute le parole: "Le
caprette ti fanno ciao, ti sorridono i monti". Ancora oggi penso:
se da piccolo le caprette non ti hanno fatto ciao e i monti non ti
hanno sorriso, vuol dire che non sei mai stato bambino».
"Una rotonda sul mare"?
«Lì ho un po' barato, la rotonda in realtà si trova su un lago. Io
sono di Cortona, dal mio paese si vede uno spicchio del Trasimeno.
Da ragazzi ci andavamo sempre in bicicletta. Poi io ero andato via,
ma mi era rimasto il ricordo. Una volta che mi trovavo in paese,
anni dopo, convinsi gli amici a lasciare le auto e ad andarci in
bicicletta, come ai vecchi tempi. La mia fidanzata, quella di
Tintarella di luna, per capirci, mi aveva appena lasciato. Alla
fine si era stufata di fare da tappezzeria. Ero disperato. Gli
altri ballavano felici con le loro ragazze, io me ne stavo da solo
a macerare la tristezza...».
Quali sono le emozioni più belle per un autore di canzoni?
«Sono due: la prima volta che le senti cantare nei locali, per
strada. Oppure, come nel caso di Volare, sentirle cantare ancora
dopo cinquant'anni. Il momento forse più emozionante l'ho vissuto
con Modugno. Eravamo in volo per l'Australia. Arrivati a Karachi,
nel Pakistan, si rompe un carrello. Rischiamo forte, atterraggio di
fortuna. Restiamo bloccati per tre giorni. Ci fanno fare un po' di
giri per la città. Nella zona del porto, in una baracca, sentiamo
uno che canta "Volare, oooo". Una commozione pazzesca, quell'uomo
volevamo abbracciarlo!».
Il sogno si è fatto realtà. Il "blu dipinto di blu" è sceso dal
cielo ed è venuto a trovarci. La magia di note che abbiamo
ascoltato all'infinito si è fatta sereno racconto, di giorni lunghi
e anni veloci. Semplice, come una canzone di Migliacci. O come la
vita. |
Roberto Riccardi
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