|
«Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all'amore
(...). Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad
argomenti d'amore che di studio, erano più numerosi i baci che le
frasi».
Se a scrivere quest'articolo fosse stato Edgar Lee Masters, il
geniale autore dell'Antologia di Spoon River che ha fatto parlare
le lapidi di un cimitero per esprimere in versi la nostalgia per i
tumulti della vita, avrebbe potuto iniziare così. Dando voce ad
Abelardo ed Eloisa, due dei personaggi più famosi che siano stati
sepolti, l'uno accanto all'altra, in uno dei cimiteri più visitati
d'Europa e del mondo, quello parigino di Père-Lachaise. Se invece
fosse stato interpellato Ugo Foscolo, l'autore de I Sepolcri
avrebbe preso avvio ricordando come da sempre l'uomo senta il
bisogno di lapidi, croci e cappelle funerarie: non velleitari
monumenti alla finitezza umana, ma veicoli attraverso cui si dipana
quella "corrispondenza d'amorosi sensi" capace di perpetuare il
legame che unisce i vivi ai morti. E di sicuro avrebbe rinnovato lo
sdegno espresso nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis per
quell'Editto di Saint-Cloud con cui Napoleone, nel 1804, aveva
stabilito come tutte le tombe dovessero essere trasferite al di
fuori delle mura cittadine e apparire tutte uguali, con solo
indicato il nome e le date di nascita e di morte del defunto.
LONTANI DAGLI OCCHI. Fu paradossalmente proprio in seguito al
provvedimento napoleonico, adottato non solo per motivi
igienico-sanitari, ma anche nel rispetto di un'égalité che tale
doveva essere persino nella tomba, che nacquero quei concentrati di
arte, culto della memoria e ingegno costruttivo che sono i cimiteri
monumentali d'Europa. È proprio per compensare il fatto di averli
relegati in luoghi appartati e lontani, sottraendo così alla morte
la sua visibilità, che i cimiteri si sono dunque riempiti di statue
e cappelle, angeli e santi, boschi e giardini, in un dialogo
ininterrotto tra arte e natura, tra il pensiero angoscioso della
morte e la consolazione "romantica" del paesaggio. In un simile
contesto, passeggiare tra lapidi e tombe non è più solo
un'occasione per meditare sulla transitorietà della vita, ma un
modo per comprendere come la rappresentazione della morte abbia
valore artistico in sé, come siano le tombe, per dirla con
Chauteaubriand, «i veri monumenti del viaggiatore».
È quanto si percepisce passeggiando per i viali del Cimitero
Monumentale di Staglieno (Genova), dove dormono Giuseppe Mazzini e
Nino Bixio, Ferruccio Parri e Fabrizio De André: con la sua
galleria di monumenti dagli stili più svariati, dal neoclassico al
liberty, dall'egizio al mesopotamico, questo camposanto in cui la
borghesia ottocentesca celebrò se stessa colpì visitatori come
Nietzsche e de Maupassant, la principessa Sissi e Mark Twain. O nel
Cimitero della Certosa di Bologna, che tra le sue cappelle
affrescate da Bartolomeo Cesi e impreziosite dalle sculture di
Manzù e De Maria ospita le tombe di Ottorino Respighi, Giorgio
Morandi, Giosuè Carducci, Riccardo Bacchelli. E sì, perché con
buona pace di Napoleone, la volontà di rendere omaggio ai defunti
illustri non si è piegata alle esigenze egalitarie giacobine, e
statue e cappelle hanno continuato a sorgere per onorare la memoria
di chi su questa terra abbia gettato semi più fruttiferi di altri:
ecco allora il Famedio del Cimitero Monumentale di Milano,
eclettico Pantheon progettato in stile "lombardo-bizantino" da
Pietro Maciachini, in cui sono ricordati tra gli altri Giuseppe
Verdi ed Arrigo Boito; ecco che nel già citato cimitero di
Père-Lachaise, ogni giorno, si possono vedere drappelli di
pellegrini in visita alle tombe di miti ancora viventi come quello
di Jim Morrison per depositare tributi in forma di lettere,
fotografie e ciocche di capelli. Ed ecco ancora lo Zentralfriedhof
di Vienna, dove un orecchio sensibile potrebbe sentir risuonare le
note di Johann Strauss e Franz Schubert, Beethoven e Schoenberg -
mentre per udire quelle di Igor Stravinsky bisognerebbe fare una
visita nella suggestiva isola-cimitero di San Michele, a Venezia,
dove il compositore dell'Uccello di fuoco riposa in compagnia di
Ezra Pound, Sergei Diaghilev e Josip Brodski. E continuando a
girare l'Europa alla ricerca di tombe illustri, non rimane che
l'imbarazzo della scelta, tra il Partenone in miniatura entro il
quale riposa lo scopritore di Troia Heinrich Schliemann nel
cimitero di Koimitirio Athinon, all'ombra dell'Acropoli ateniese, e
la semplice stele intitolata a Søren Kierkegaard nel quasi omonimo
cimitero Assistens Kirkegård di Copenhagen; tra il monumento
dedicato a Henrik Ibsen nel Cimitero del Nostro Salvatore di Oslo,
austero come le opere del drammaturgo norvegese, e quello in onore
di Niccolò Paganini nella Villetta di Parma, dove di tanto in tanto
qualche giovane violinista rende omaggio all'autore dei Capricci
suonando il suo strumento preferito. Per onorare le tombe
d'indimenticabili protagonisti dello spettacolo italiano - da
Vittorio Gassman ad Alida Valli, da Peppino De Filippo a Nino
Manfredi -, ci si può invece rivolgere al Cimitero capitolino del
Verano, meta turistica oltre che devozionale per tanti viaggiatori
in visita nella Città Eterna. Così come è una meta privilegiata di
chiunque si trovi a passare per la kafkiana Praga il suo antico
Cimitero ebraico, con l'inquietante foresta di lapidi sconnesse per
secolare stratificazione su di un terreno troppo angusto. E
l'elenco potrebbe essere ancora lungo, passando dall'uno all'altro
di quei cimiteri monumentali che la Association of Significant
Cemeteries in Europe (www.significantcemeteries.net) si occupa di
tutelare, e di cui fanno parte capolavori come il Montjuïc di
Barcellona, lo Stahndsdorf di Berlino, il Cimitero delle Porte
Sante di Firenze, e poi i camposanti storici di Bergen, Stoccolma,
Capri, Granada, Amburgo, Vilnius, Tallin, Londra, Lubiana.
LA MISERIA E L'ALLEGRIA. Ci sono anche cimiteri dedicati a morti
anonimi. Come quello delle Fontanelle di Napoli, che da tempi
antichissimi ospita nelle sue cave di tufo le tombe di chi non
potesse permettersi più degna sepoltura. Davvero impressionante il
suo ossario, affollato di quelle che ai napoletani sono note come
le "anime pezzentelle", gli spiriti di quanti sono morti in miseria
e che per questo sono pregati dai poveri in cambio di aiuto e
fortuna.
Per nulla anonime sono, invece, le curiose croci lignee di un
camposanto unico al mondo, il "Cimitero allegro" di Sapanta, in
Romania. Qui ogni tomba riporta non solo un'immagine del defunto
che ne illustra il ruolo ricoperto in vita - il medico è
rappresentato mentre visita il malato, il contadino mentre ara il
campo, il commerciante nella sua bottega -, ma anche una battuta o
una filastrocca umoristica dedicate al trapassato. L'idea è stata
di un famoso artigiano del legno, Ioan Stan Patras, che nel 1934 ha
inaugurato una tradizione poi perpetuata dai suoi allievi. Un luogo
che vale la pena di visitare non solo per ricordare come non tutti
i cimiteri siano luoghi lugubri e deprimenti, ma anche per
riflettere su quanto scrisse uno che pure era considerato un
pessimista, Giacomo Leopardi: «Chi ha il coraggio di ridere, è il
padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire».
C'È VITA IN QUEL CIMITERO. Provare cosa significhi la foscoliana
"corrispondenza d'amorosi sensi" è un'esperienza possibile in
qualsiasi cimitero, dal più modesto camposanto rurale al più
imponente sacrario militare. Ma c'è un solo luogo al mondo in cui
la coabitazione tra vivi e morti è ben più che un sentimento,
un'affinità elettiva. È la Città dei Morti, Al Quarafa, l'antico
cimitero islamico del Cairo che, fondato nel 642 d.C., si estende
per oltre dieci chilometri alla periferia della capitale egiziana,
ospitando le sontuose sepolture e i luoghi di preghiera fatti
costruire dai sultani ed emiri che governarono la città, ma anche
le nude tombe dei cittadini meno abbienti.
Quel che distingue questo luogo da qualsiasi altra necropoli è che
qui la morte non ha trionfato definitivamente sulla vita. Quasi un
milione di persone vivono in abitazioni che sono associate ad ogni
tomba e che un tempo servivano come alloggio temporaneo per i
parenti che venivano a visitare i loro morti, per i guardiani e per
i pellegrini. Quella che doveva essere una sistemazione di fortuna,
è diventata dunque una dimora definitiva per migliaia di famiglie
che non avvertono per nulla ingombrante la presenza dei defunti. I
bambini giocano tra le tombe, le massaie stendono il bucato, gli
artigiani vendono le proprie mercanzie, in un'animazione che
diventa massima tra il giovedì e il venerdì al tramonto, quando,
secondo la tradizione, le anime dei morti tornano per incontrare i
viventi.
Lo sa bene l'antropologa Anna Tozzi Di Marco, che per otto anni ha
vissuto nella Città dei Morti e che oggi organizza degli speciali
tour alla scoperta di Al Qarafa e delle sue diverse realtà
(www.lacittadeimorti.com). «Quando ho cominciato ad occuparmi della
Città dei Morti», racconta la studiosa, che ha appena pubblicato il
libro Il giardino di Allah. Vivi e defunti nella necropoli
musulmana del Cairo (Ananke), «esistevano pochissimi studi su di
esso, e questi lo affrontavano per lo più da un punto di vista
sociologico. Da antropologa, invece, quello che m'interessava era
il modo in cui i rituali funebri s'intrecciano alla vita quotidiana
nell'unico cimitero al mondo che è anche l'affollato quartiere di
una moderna metropoli. In otto anni di ricerca sul campo ho potuto
imparare un modo da noi dimenticato di rapportarsi alla morte, che
ad Al Quarafa è sentita come sofferenza ma anche come passaggio,
come transito verso qualcosa di Altro. Inoltre ho potuto
sperimentare una forma di solidarietà nei confronti di chi vive il
lutto che, se nella Città dei Morti è il cemento stesso della
comunità, è difficile trovare in altre società».
La presenza dei morti, del resto, incide profondamente su ogni
aspetto della vita quotidiana in Al Quarafa, i cui abitanti
intrattengono con i defunti «un rapporto che non è solo "economico"
(non tutti abitano nelle tombe dei propri cari, ma occupano quelle
di morti sconosciuti, ai cui familiari pagano una sorta di
affitto), bensì spirituale e mistico: non dimentichiamo che nel
cimitero riposano, oltre alle spoglie di potenti e uomini comuni,
quelle di molti santi islamici, la cui vicinanza è sentita come una
fonte di benedizione per chi viva a pochi passi dalle loro
tombe».
|