CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2008 > Novembre > Società

All'ombra dei cipressi

Non solo luoghi di sepoltura, i cimiteri monumentali sono veri e propri scrigni di memoria e di opere d'arte, da visitare per comprendere qualcosa di più sulla società che tra quelle pietre ricorda i suoi morti e il suo passato

Il 'Cimitero allegro' di Sapanta in Romania «Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all'amore (...). Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d'amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi».
Se a scrivere quest'articolo fosse stato Edgar Lee Masters, il geniale autore dell'Antologia di Spoon River che ha fatto parlare le lapidi di un cimitero per esprimere in versi la nostalgia per i tumulti della vita, avrebbe potuto iniziare così. Dando voce ad Abelardo ed Eloisa, due dei personaggi più famosi che siano stati sepolti, l'uno accanto all'altra, in uno dei cimiteri più visitati d'Europa e del mondo, quello parigino di Père-Lachaise. Se invece fosse stato interpellato Ugo Foscolo, l'autore de I Sepolcri avrebbe preso avvio ricordando come da sempre l'uomo senta il bisogno di lapidi, croci e cappelle funerarie: non velleitari monumenti alla finitezza umana, ma veicoli attraverso cui si dipana quella "corrispondenza d'amorosi sensi" capace di perpetuare il legame che unisce i vivi ai morti. E di sicuro avrebbe rinnovato lo sdegno espresso nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis per quell'Editto di Saint-Cloud con cui Napoleone, nel 1804, aveva stabilito come tutte le tombe dovessero essere trasferite al di fuori delle mura cittadine e apparire tutte uguali, con solo indicato il nome e le date di nascita e di morte del defunto.

LONTANI DAGLI OCCHI. Fu paradossalmente proprio in seguito al provvedimento napoleonico, adottato non solo per motivi igienico-sanitari, ma anche nel rispetto di un'égalité che tale doveva essere persino nella tomba, che nacquero quei concentrati di arte, culto della memoria e ingegno costruttivo che sono i cimiteri monumentali d'Europa. È proprio per compensare il fatto di averli relegati in luoghi appartati e lontani, sottraendo così alla morte la sua visibilità, che i cimiteri si sono dunque riempiti di statue e cappelle, angeli e santi, boschi e giardini, in un dialogo ininterrotto tra arte e natura, tra il pensiero angoscioso della morte e la consolazione "romantica" del paesaggio. In un simile contesto, passeggiare tra lapidi e tombe non è più solo un'occasione per meditare sulla transitorietà della vita, ma un modo per comprendere come la rappresentazione della morte abbia valore artistico in sé, come siano le tombe, per dirla con Chauteaubriand, «i veri monumenti del viaggiatore».
È quanto si percepisce passeggiando per i viali del Cimitero Monumentale di Staglieno (Genova), dove dormono Giuseppe Mazzini e Nino Bixio, Ferruccio Parri e Fabrizio De André: con la sua galleria di monumenti dagli stili più svariati, dal neoclassico al liberty, dall'egizio al mesopotamico, questo camposanto in cui la borghesia ottocentesca celebrò se stessa colpì visitatori come Nietzsche e de Maupassant, la principessa Sissi e Mark Twain. O nel Cimitero della Certosa di Bologna, che tra le sue cappelle affrescate da Bartolomeo Cesi e impreziosite dalle sculture di Manzù e De Maria ospita le tombe di Ottorino Respighi, Giorgio Morandi, Giosuè Carducci, Riccardo Bacchelli. E sì, perché con buona pace di Napoleone, la volontà di rendere omaggio ai defunti illustri non si è piegata alle esigenze egalitarie giacobine, e statue e cappelle hanno continuato a sorgere per onorare la memoria di chi su questa terra abbia gettato semi più fruttiferi di altri: ecco allora il Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, eclettico Pantheon progettato in stile "lombardo-bizantino" da Pietro Maciachini, in cui sono ricordati tra gli altri Giuseppe Verdi ed Arrigo Boito; ecco che nel già citato cimitero di Père-Lachaise, ogni giorno, si possono vedere drappelli di pellegrini in visita alle tombe di miti ancora viventi come quello di Jim Morrison per depositare tributi in forma di lettere, fotografie e ciocche di capelli. Ed ecco ancora lo Zentralfriedhof di Vienna, dove un orecchio sensibile potrebbe sentir risuonare le note di Johann Strauss e Franz Schubert, Beethoven e Schoenberg - mentre per udire quelle di Igor Stravinsky bisognerebbe fare una visita nella suggestiva isola-cimitero di San Michele, a Venezia, dove il compositore dell'Uccello di fuoco riposa in compagnia di Ezra Pound, Sergei Diaghilev e Josip Brodski. E continuando a girare l'Europa alla ricerca di tombe illustri, non rimane che l'imbarazzo della scelta, tra il Partenone in miniatura entro il quale riposa lo scopritore di Troia Heinrich Schliemann nel cimitero di Koimitirio Athinon, all'ombra dell'Acropoli ateniese, e la semplice stele intitolata a Søren Kierkegaard nel quasi omonimo cimitero Assistens Kirkegård di Copenhagen; tra il monumento dedicato a Henrik Ibsen nel Cimitero del Nostro Salvatore di Oslo, austero come le opere del drammaturgo norvegese, e quello in onore di Niccolò Paganini nella Villetta di Parma, dove di tanto in tanto qualche giovane violinista rende omaggio all'autore dei Capricci suonando il suo strumento preferito. Per onorare le tombe d'indimenticabili protagonisti dello spettacolo italiano - da Vittorio Gassman ad Alida Valli, da Peppino De Filippo a Nino Manfredi -, ci si può invece rivolgere al Cimitero capitolino del Verano, meta turistica oltre che devozionale per tanti viaggiatori in visita nella Città Eterna. Così come è una meta privilegiata di chiunque si trovi a passare per la kafkiana Praga il suo antico Cimitero ebraico, con l'inquietante foresta di lapidi sconnesse per secolare stratificazione su di un terreno troppo angusto. E l'elenco potrebbe essere ancora lungo, passando dall'uno all'altro di quei cimiteri monumentali che la Association of Significant Cemeteries in Europe (www.significantcemeteries.net) si occupa di tutelare, e di cui fanno parte capolavori come il Montjuïc di Barcellona, lo Stahndsdorf di Berlino, il Cimitero delle Porte Sante di Firenze, e poi i camposanti storici di Bergen, Stoccolma, Capri, Granada, Amburgo, Vilnius, Tallin, Londra, Lubiana.

LA MISERIA E L'ALLEGRIA. Ci sono anche cimiteri dedicati a morti anonimi. Come quello delle Fontanelle di Napoli, che da tempi antichissimi ospita nelle sue cave di tufo le tombe di chi non potesse permettersi più degna sepoltura. Davvero impressionante il suo ossario, affollato di quelle che ai napoletani sono note come le "anime pezzentelle", gli spiriti di quanti sono morti in miseria e che per questo sono pregati dai poveri in cambio di aiuto e fortuna.
Per nulla anonime sono, invece, le curiose croci lignee di un camposanto unico al mondo, il "Cimitero allegro" di Sapanta, in Romania. Qui ogni tomba riporta non solo un'immagine del defunto che ne illustra il ruolo ricoperto in vita - il medico è rappresentato mentre visita il malato, il contadino mentre ara il campo, il commerciante nella sua bottega -, ma anche una battuta o una filastrocca umoristica dedicate al trapassato. L'idea è stata di un famoso artigiano del legno, Ioan Stan Patras, che nel 1934 ha inaugurato una tradizione poi perpetuata dai suoi allievi. Un luogo che vale la pena di visitare non solo per ricordare come non tutti i cimiteri siano luoghi lugubri e deprimenti, ma anche per riflettere su quanto scrisse uno che pure era considerato un pessimista, Giacomo Leopardi: «Chi ha il coraggio di ridere, è il padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire».

C'È VITA IN QUEL CIMITERO. Provare cosa significhi la foscoliana "corrispondenza d'amorosi sensi" è un'esperienza possibile in qualsiasi cimitero, dal più modesto camposanto rurale al più imponente sacrario militare. Ma c'è un solo luogo al mondo in cui la coabitazione tra vivi e morti è ben più che un sentimento, un'affinità elettiva. È la Città dei Morti, Al Quarafa, l'antico cimitero islamico del Cairo che, fondato nel 642 d.C., si estende per oltre dieci chilometri alla periferia della capitale egiziana, ospitando le sontuose sepolture e i luoghi di preghiera fatti costruire dai sultani ed emiri che governarono la città, ma anche le nude tombe dei cittadini meno abbienti.
Quel che distingue questo luogo da qualsiasi altra necropoli è che qui la morte non ha trionfato definitivamente sulla vita. Quasi un milione di persone vivono in abitazioni che sono associate ad ogni tomba e che un tempo servivano come alloggio temporaneo per i parenti che venivano a visitare i loro morti, per i guardiani e per i pellegrini. Quella che doveva essere una sistemazione di fortuna, è diventata dunque una dimora definitiva per migliaia di famiglie che non avvertono per nulla ingombrante la presenza dei defunti. I bambini giocano tra le tombe, le massaie stendono il bucato, gli artigiani vendono le proprie mercanzie, in un'animazione che diventa massima tra il giovedì e il venerdì al tramonto, quando, secondo la tradizione, le anime dei morti tornano per incontrare i viventi.
Lo sa bene l'antropologa Anna Tozzi Di Marco, che per otto anni ha vissuto nella Città dei Morti e che oggi organizza degli speciali tour alla scoperta di Al Qarafa e delle sue diverse realtà (www.lacittadeimorti.com). «Quando ho cominciato ad occuparmi della Città dei Morti», racconta la studiosa, che ha appena pubblicato il libro Il giardino di Allah. Vivi e defunti nella necropoli musulmana del Cairo (Ananke), «esistevano pochissimi studi su di esso, e questi lo affrontavano per lo più da un punto di vista sociologico. Da antropologa, invece, quello che m'interessava era il modo in cui i rituali funebri s'intrecciano alla vita quotidiana nell'unico cimitero al mondo che è anche l'affollato quartiere di una moderna metropoli. In otto anni di ricerca sul campo ho potuto imparare un modo da noi dimenticato di rapportarsi alla morte, che ad Al Quarafa è sentita come sofferenza ma anche come passaggio, come transito verso qualcosa di Altro. Inoltre ho potuto sperimentare una forma di solidarietà nei confronti di chi vive il lutto che, se nella Città dei Morti è il cemento stesso della comunità, è difficile trovare in altre società».
La presenza dei morti, del resto, incide profondamente su ogni aspetto della vita quotidiana in Al Quarafa, i cui abitanti intrattengono con i defunti «un rapporto che non è solo "economico" (non tutti abitano nelle tombe dei propri cari, ma occupano quelle di morti sconosciuti, ai cui familiari pagano una sorta di affitto), bensì spirituale e mistico: non dimentichiamo che nel cimitero riposano, oltre alle spoglie di potenti e uomini comuni, quelle di molti santi islamici, la cui vicinanza è sentita come una fonte di benedizione per chi viva a pochi passi dalle loro tombe».

Maria Mataluno