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Alla fine dello scorso febbraio,
all'apertura del Salone dell'Agricoltura di Parigi, la Francia ha
chiesto che l'Unesco, ossia l'Agenzia dell'Onu per l'Educazione, la
Scienza e la Cultura, protegga, inserendola nel Patrimonio mondiale
dell'umanità, la propria cuisine. Dagli entrées ai desserts, dal
boeuf bourguignon al cassoulet. Ed è esploso il dibattito. Che,
trascorsi diversi mesi, insiste a tener banco. A nostro parere non
solo e non tanto per l'oggetto della proposta, quanto per il
soggetto sottinteso. Ovvero il cibo, e tutto ciò che ne
consegue.
Analizzare, confrontare, discutere la proposta francese, infatti,
secondo noi è un ottimo pretesto per affrontare i mille aspetti del
rapporto che si ha con il cibo. E ve ne daremo conto. Intendiamoci:
solo qualche considerazione. Che vogliamo però proporvi
attenendoci, nella forma, alla falsariga di un menu - la sequenza
delle portate in un pranzo; quella che ci viene "allungata" nei
ristoranti è la lista delle vivande disponibili! - come, forse, lo
suggerirebbe Pellegrino Artusi (autore de La scienza in cucina e
l'arte di mangiar bene), primo riordinatore dell'italica sapienza
ai fornelli sul fare del XX secolo.
PRINCIPII. Ovvero: come favorire l'appetito. Dunque: inserire la
propria cucina nel Patrimonio mondiale dell'umanità. Alla stregua
di Venezia o, per restare Oltralpe, delle Grotte di Lascaux? Non
proprio. Siamo portati a pensare che l'affiliazione richiesta sarà
alla lista dei "Patrimoni orali e immateriali", al pari di quanto
fatto per la Dieta mediterranea dal gruppo delle quattro nazioni
interessate - Italia, Spagna, Grecia e Marocco - lo scorso 30
settembre. Sì, perché esistono diversi elenchi patrimoniali dei
beni del mondo. Ne riparleremo. Ma intanto permetteteci di notare
come già emergano aspetti plurimi o, per restare nella metafora,
come già la prima voce del nostro menu sia composta da almeno due
portate.
Prima portata: la proposta. Si dice che trovi ragion d'essere nella
Storia, oltre che fra piatti e tovaglioli. In effetti Parigi è
ancora lontana dall'essere la Ville Lumière (soprannome che
debutterà nell'ultimo quarto del XIX secolo), quando, in una
tipografia francese, si dà alla luce un volumetto intitolato La
gastronomie ou l'homme des champs à table, poème didactique en
quatre chants. L'autore è Joseph de Berchoux, poeta neppure tanto
di punta. Corre l'anno 1801 ed il termine "gastronomia" (da
gastros, ventre, stomaco, e nomos, regola, legge: la regola, o
legge, del ventre) irrompe sulla scena del pianeta Terra.
Seguiranno, nel 1825, la Filosofia del Gusto di Anthelme
Brillat-Savarin, magistrato con "interessi personali" oltre il
diritto e, soprattutto, a cavallo fra Otto e Novecento, George
Auguste Escoffier, cuoco. Il quale non solo darà rinomanza
internazionale alla cucina francese, ma metterà a punto anche delle
regole, tuttora valide, sia per razionalizzare il lavoro tra i
fornelli, sia per l'architettura di un pranzo, il quale deve essere
una «leccorniosa orchestrazione» più che una semplice sequenza di
pietanze.
Non vi sono dubbi: tutto parla, per la tavola francese, di
un'inarrivabile sapienza nel fare e nell'esaltazione dei gusti. Ma
allora, hanno replicato in molti tra i contestatori della proposta
in questione, l'Italia cosa dovrebbe dire? Eh sì, perché qualunque
sia il metro scelto è difficile negare un certo peso al Bel Paese.
Molti dei suoi piatti sono diventati pietanze universali (due per
tutti: la pizza e il cappuccino), e se, invece, si opta per i
prodotti agroalimentari protetti dalla Comunità Europea per la loro
qualità, la Penisola è nazione leader. Per non parlare, poi, delle
tradizioni. Dove mettere, infatti, i professionisti ante litteram,
sia (come oggi li definiremmo) "critici gastronomici" quale
Bartolomeo Sacchi detto il Platina (che già propugnava la
superiorità del «cibo del territorio»), sia cuochi del «latin
sangue gentile», da Mastro Martino a Suor Maria della Verde, a
Bartolomeno Scappi («cuoco secreto» di Pio V), che dalla seconda
metà del Quattrocento a tutto il Cinquecento hanno dato corpo alla
grande cucina italiana, al tempo insuperabile faro in Europa, e che
molti riflessi nel continente ha diffuso?
Seconda portata: i tanti patrimoni dell'umanità. Il cibo diventa
cultura - è stato scritto - nello stesso momento in cui l'uomo lo
inizia ad elaborare. Il cucinare o, come tutti diciamo, "la
cucina", quindi, «è una parte della storia di ogni popolo»,
testimonianza niente affatto casuale o episodica. Lo è come lo sono
«le piramidi azteche, i calendari maya o i Voladores totonachi», ha
affermato il Messico nel 2005 (quando, invero senza troppa fortuna,
presentò all'Unesco una domanda analoga a quella francese). E non è
difficile, del resto, dimostrarlo: restando nella terra degli
aztechi, fu un particolare modo dei cuochi locali di preparare le
pannocchie di mais ad evitare ai messicani - fin dalle epoche
precolombiane - di ammalarsi di pellagra: la scienza giungerà allo
stesso risultato solo nei trascorsi anni Settanta.
Quindi le capacità ovunque acquisite nel trasformare i frutti della
terra, esaltandone le caratteristiche organolettiche e le qualità
nutrizionali sono, senza dubbio, un "patrimonio" sia pur
"immateriale" (perché si rinnova e si esaurisce nel breve giro d'un
pasto), che, al di là di facili battute, è giusto salvaguardare e
tramandare quanto i luoghi di eccezionale importanza - per ragioni
naturali o culturali - o le realizzazioni tangibili dell'opera
umana. Per questo, dal 2001, l'Unesco ha voluto, in un ulteriore
elenco, rammentare detti "capolavori".
TRAMESSI (gli entremets dei francesi, piatti che si servono tra una
portata e l'altra): attorno alla centralità della tavola. La
centralità del momento dei pasti appartiene dunque ad ogni storia
umana. A chiunque. Anche a coloro che hanno difficoltà ad imbandire
una tavola o a chi con essa vive un rapporto conflittuale. Già, ma
questo cosa ha a che fare col tema in argomento? A nostro parere,
seppure indirettamente, tantissimo. Cosicché anche tale nuova voce
del menu sarà articolata in due successivi punti. Pardon…
piatti.
Primo piatto: la povertà. Può suonare stonato collegare un mondo
che esalta il piacere del mangiare alla sorte di quel miliardo e
oltre di nostri consimili che sopravvivono - statisticamente
parlando e in media - con al massimo due dollari al giorno. Ancor
di più per quei 900 milioni che non hanno tanto il problema di
come, ma piuttosto di cosa cucinare (e a riguardo è sufficiente
ricordare, crediamo, le recenti "rivolte del pane" in molte nazioni
afroasiatiche). Naturalmente l'accoglimento da parte dell'Unesco
della proposta francese (o di altre analoghe) non sposterebbe d'una
virgola la quotidianità di quelle persone. Ma ciò che nella
proposta è sottinteso, sì. Questa comporta, infatti, il
riconoscimento del ruolo fondamentale del "territorio" e
dell'agricoltura che vi si esercita. Vi è uno stretto connubio tra
ricette possibili e disponibilità di derrate nelle varie lande e
nelle diverse stagioni. Perché, come è stato sostenuto, «mangiare è
un atto agricolo» e la stessa haute cuisine deve molto al secolare
industriarsi delle classi più povere per riuscire a combinare il
pranzo con la cena: così nascono, ad esempio, la ratatouille
(verdure stufate in padella) o il cassoulet (carne in umido con
fagioli), giusto per restare Oltralpe.
Ma sostenere il "territorio" è andare controcorrente, vista
l'attuale tendenza del mercato, dove operano relativamente poche
società multinazionali. Le quali lanciano in continuo prodotti
caratterizzati da gusti medi (per soddisfare le più vaste platee),
che però appaiono sempre più "senza succo", omologati. Le stesse
scelte di produzione adottate in agricoltura portano a valorizzare
solo specie di frutta ed ortaggi che meglio rispondono a tecniche
colturali standardizzate. Con un conseguente, ridotto ventaglio di
offerte. A questo punto è sufficiente fare due più due: la
maggioranza di coloro che si ritrovano con lo stomaco e il
portafoglio vuoti sono impegnati in lavori agricoli. E allora,
magari con un microfinanziamento… quanti "patrimoni" sarebbero
assicurati!
Secondo piatto: l'obesità. Il nostro è uno strano pianeta: 900
milioni di esseri umani muoiono di fame, un miliardo (o giù di lì)
si ritrovano obesi. Come mai? Le cause della patologia sono
molteplici, ma vi è un dato che dovrebbe far riflettere: molti dei
sovrappeso risiedono nelle nazioni del cosiddetto primo mondo
(Europa occidentale, Nord America, Giappone) e sono sensibili ad
uno stile di vita per il quale è assurdo trascorrere troppo tempo a
tavola. Per loro il cibo non è altro che «l'umano carburante da
ingurgitare». Allora consumano pasti veloci (fast food) in auto,
davanti al computer, oppure guardando la tivvù. Non è un caso che i
loghi di alcune catene di ristorazione rapida siano ormai i simboli
più conosciuti.
Sovente l'obeso è un soggetto privo di qualsivoglia cultura
gastroalimentare. Si lascia affascinare da accorte comunicazioni
pubblicitarie, dove il cibo è truccato quanto gli attori. Perché
allora non usare questi stessi strumenti pubblicitari prendendo a
pretesto proprio la discussione nata attorno alla proposta
francese? Magari il nostro scoprirebbe che, anche con in tasca
pochi spiccioli - o se semplicemente è un fan del low cost (prezzo
contenuto) -, a qualsiasi latitudine è possibile mangiare bene (e
anche in fretta, se proprio è necessario), prescindendo dal junk
food, il cibo spazzatura. Il cibo di strada (street food) - solo
per dire: gofri nella piemontese Val Chisone, pasta cresciuta a
Napoli, una piadina in Romagna, il sa panada in Sardegna - è un
rito sociale, dalle radici antiche, che oltretutto sta vivendo una
nuova primavera. E aiuta, ne siamo certi, a vincere la sfida della
bilancia, seppure da consolidare con i mitici diecimila passi al
giorno.
CARNI ARROSTITE (cibo omogeneo al corpo umano e di facile
assimilazione). Last but not least. Vi è ancora un aspetto che
richiama la nostra attenzione: la diversa accoglienza, e la diversa
reazione, alla richiesta di riconoscere la Dieta mediterranea quale
Patrimonio immateriale da salvaguardare a livello mondiale,
rispetto a quella formulata dalla nazione francese. Una reazione,
in particolare in Italia, più tranquilla. Nonostante il progetto
sia in corso da anni, sia arrivato alla fase conclusiva, e veda tra
i promotori il nostro Paese. Come mai? Forse perché, pur
considerandoci con orgoglio, se non gli inventori, tra coloro che
alla Dieta mediterranea hanno dato corpo, la viviamo solo come un
"modello nutrizionale". Tutt'altro è il discorso quando si va a
discutere sugli elementi che permettono di concretizzare quel
modello: i piatti da scegliere, come cucinarli. Allora è
sufficiente un annuncio a scatenare la reazione. La proposta della
Francia è calata nel bel mezzo di un ritrovato entusiasmo, che
attraversa da tempo la Penisola, per la buona tavola, per la
qualità e il recupero di antichi sapori e dimenticate sapienze. Un
diffuso, certosino lavoro di ricerca delle nostre radici, che porta
a scoprire insospettate capacità nel fondere e combinare quanto di
più banale si avesse a disposizione per dar vita a «nuova
leccornia».
In realtà il movimento è - consentiteci il termine - globale (vedi
il fiorire di film su temi gastronomici: da Una buona annata, a
Sideways, a Couscus, dove a vino e cibo si associano le idee
dell'amicizia e dell'integrazione). Ed assume ovunque un peso
sempre maggiore. Nelle librerie è sufficiente uno sguardo ai
banconi riservati a Cibo & Dintorni: un'ampia scelta di
manuali, ma anche di storie, biografie, romanzi in argomento. Ed in
casa, comodamente seduti in poltrona, basta un po' di zapping per
scoprire rubriche, speciali, dibattiti dedicati alla tavola. Del
resto, non è di oggi il successo dei corsi per sommelier (non
frequentati solo da chi aspiri a nuove attività) o delle scuole di
cucina, più o meno professional ma sempre "internazionali".
Un continuo acculturarsi, che ha portato anche ad un progressivo
mutare del modo di stare a tavola. E non si parla solo della
"democratizzazione dei rapporti" in atto da secoli: dai saloni per
banchetti del Cinquecento - con centinaia di persone al lavoro in
una casa e molte addette al "servizio di bocca" - alle cucine
prefabbricate - "all'americana", perché è negli Usa che apparvero -
scelte dal dopoguerra ad oggi. Ma parliamo della presa di
coscienza, viste anche le mutate condizioni economiche di una
considerevole parte della popolazione mondiale, che alimentarsi può
e deve essere un piacere, non un rischio per la salute. Sono del
resto venute meno le ragioni per le quali i momenti salienti della
vita erano consacrati da banchetti pantagruelici. Nelle rare
occasioni in cui ancora si propongono pranzi a più portate (dal
cenone della Vigilia a quello di Capodanno, ai matrimoni) ecco che,
suggerisce il critico gastronomico Allan Bay, «vanno gustati giusto
degli assaggi». Per evitare "recuperi" lunghi e noiosi, come ben sa
chi deflette da suddetta regola.
COSE DIVERSE (ovvero ciò che completa il desinare). Insomma, oggi,
ad ogni latitudine, si sta verificando una metamorfosi: il
gastronomo non è più solo un buongustaio, magari goloso e ghiotto,
come lo vorrebbe l'immaginario collettivo. Piuttosto è colui che
«impara l'arte di conoscere il cibo e di consumarlo meglio». È il
titolare di una passione che lo porta ad essere parte concreta
nella lievitazione dei consumi, ma con sempre maggiore rispetto per
la qualità. Desideroso di possedere una ben definita identità, che
tuttavia vuole vivere non come difesa estrema del proprio
particulare, ma piuttosto quale spazio per lo scambio, l'incontro,
l'osmosi. Pur assumendo un personale emblema: nel "caso italiano"
la pastasciutta, piatto nazionale per assioma.
Dove però noi, a ben pensarci, abbiamo messo "solo" la fantasia.
Per il resto, siamo debitori al mondo: dagli arabi, che hanno
introdotto in Sicilia la pasta secca, al continente americano, da
cui proviene il pomodoro. Punto d'arrivo: una sintesi unica. Che
forse è anche la ragione prima del suo successo
planetario. |