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Fu vera arte? Voltaire

Proseguono gli "incontri" con i Maestri della Cultura e dell'Arte. Confidenziali botta e risposta con chi, per le sue opere, ha lasciato un segno nei secoli. Questo mese è il turno di Voltaire

Caricatura di Voltaire Voltaire: nom de plume?
«Sì. Il mio vero nome era François-Marie Arouet».
Di cui, immagino, Voltaire sia l'anagramma.
«Proprio così».
Figlio d'arte, come Dumas?
«No. Mio padre faceva il notaio; mia madre la donna di casa».
Dove, e quando, nacque?
«A Parigi, nel 1694, non ricordo se il 20 febbraio o il 21 novembre».
Come, non ricorda? Certe date, almeno l'interessato, non dovrebbe dimenticarle.
«È passato tanto tempo».
Che studi fece?
«Quelli tipici di un rampollo borghese. I miei maestri furono i gesuiti».
Il bersaglio preferito della sua micidiale polemica anticlericale.
«Gli devo ugualmente molto. M'insegnarono a studiare, a capire, ad amare i classici. Il loro metodo pedagogico era severo e inflessibile. Cinici, spregiudicati, pragmatici, difendevano ad oltranza la dottrina cattolica, i dogmi, le Sacre Scritture, ma dubito che credessero in Dio. Riuscivano, però, molto bene a farlo credere».
Attaccandoli e sbertucciandoli lei rivelò, fin da giovane, tutto il suo anticonformismo, la sua impertinente e irriverente vis polemica.
«Non fu facile tenere testa ai seguaci di Sant'Ignazio, ma penso di esserci riuscito».
Leggendo le sue opere (pochi scrittori furono più prolifici di lei), si evince che scosse tutti i rami dello scibile.
«Perché tutto m'interessava: la storia, la filosofia, la letteratura, ma anche la matematica e la fisica».
È vero che suo padre avrebbe voluto fare di lei un notaio?
«Sì, ma io me ne guardai bene. Come alternativa non gli sarebbe dispiaciuto che abbracciassi la carriera diplomatica».
E lei?
«Per qualche tempo feci il "paggio" dell'ambasciatore francese dell'Aja».
Lei, Voltaire, il "paggio" di un ambasciatore?
«In realtà, mi ero follemente innamorato di una ragazza olandese, Pipette».
Corrisposto?
«Sì. Ma dopo un breve, contrastato flirt, dovemmo lasciarci».
Perché?
«Perché io ero, almeno sulla carta, cattolico e lei protestante».
E con questo?
«Le autorità olandesi temevano che, per amore, Pipette si convertisse al cattolicesimo».
E come andò a finire?
«Infelicissimo, tornai a Parigi».
Che era già allora la mecca artistica e culturale non solo della Francia, ma anche dell'intera Europa.
«La Ville Lumière mi accolse con generosità e curiosità. Ero, scusi l'immodestia, molto brillante e nella conversazione nessuno mi teneva testa. Diventai il beniamino dei salotti alla moda, frequentati dal fior fiore dell'intellighènzia».
Mentre dalla sua versatile e sulfurea penna uscivano i primi pamphlet.
«Contro una corte avida e pavida, fatua e inetta».
Li firmava?
«Me ne guardavo bene. Ma il mio stile era inconfondibile».
Riuscì sempre a farla franca?
«No. Un bel giorno (ma fu un giorno bruttissimo) finii alla Bastiglia».
Come venne trattato?
«Bene. Forse perché i potenti che avevano voluto la mia reclusione mi temevano. I carcerieri non mi negavano nulla e per un anno non feci che leggere e scrivere».
E quando tornò libero?
«Rappresentai la mia prima tragedia, l'Edipo. Non le dico il successo. Divenni famoso. Ma l'ostilità della corte e della nobiltà più retriva nei miei confronti non cessarono. Il cavaliere Rohan-Chabot, offeso dalle mie critiche, intrise di sarcasmo, ordinò ai suoi scherani di tendermi un agguato e di bastonarmi».
E lei?
«Offeso a mia volta, lo sfidai a duello».
E come andò a finire?
«Finì che, per la seconda volta, venni chiuso nella Bastiglia. Ci restai un paio di settimane; poi, un bando d'esilio mi costrinse a riparare in Inghilterra. E fu la mia fortuna».
Perché?
«Perché quell'isola era il Paese più democratico, tollerante, liberale del Vecchio Continente. Il suo popolo mi conquistò e io lo paragonai a un boccale di birra».
A un boccale di birra?
«Sì: in cima, la schiuma; in fondo, la feccia; nel mezzo, il meglio».
E chi faceva parte di questo "mezzo"?
«Artigiani, bottegai, piccoli imprenditori, professionisti. Quel Terzo Stato borghese che farà udire la sua voce anche in Francia dopo il 1789».
Restò a lungo oltre Manica?
«No: pochi anni. Rientrai in patria nel 1729. I parigini non mi avevano dimenticato. Anzi, aspettavano con impazienza il mio ritorno. Non li delusi e, fra una speculazione in borsa e un oculato investimento (attività che mi renderanno ricchissimo), sfornavo scritti, che tutti leggevano, e battute, che tutti ripetevano».
Era sempre sulla scena.
«E sempre da vedette. Denunciavo con rigoroso sdegno i torti e le malefatte dei potenti e prendevo con temerario coraggio le difese dei deboli. Alla corte di Versailles mi vedevano come fumo negli occhi, ma ero diventato troppo popolare per subire castighi o anche semplici sanzioni».
Amori?
«Tanti, ma frettolosi. Non che le donne non mi piacessero: mi piacevano. Ma ancora di più mi piacevano i successi mondani e letterari. Finché…».
Finché?
«Non incontrai o, piuttosto, non rividi Gabrielle-Emilie Breteuil, marchesa du Châtelet, un genio della fisica e della matematica».
Lei, Voltaire, quanti anni aveva?
«Io trentanove; la marchesa ventisette».
Fu un grande amore?
«Diciamo che fu vero amore».
Quanto tempo durò?
«Circa tre lustri».
E perché finì?
«Perché Gabrielle-Emilie che, per unirsi a me, aveva lasciato il marito, s'invaghì del capitano di Saint-Lambert, che commise l'imprudenza, la fatale imprudenza di metterla incinta».
Lei era sempre stato fedele alla marchesa?
«Quando la passione dei primi anni cominciò ad affievolirsi, allacciai una relazione clandestina con mia nipote Marie-Louise».
Come reagì quando seppe che la sua dotta compagna aspettava un bambino?
«Finsi di arrabbiarmi, ma la perdonai, chiedendole solo di fare in modo che certe cose non avvenissero sotto ai miei occhi».
In quel momento faceva suo l'aureo detto: "Nisi caste, saltem caute", se non vuoi essere casto, sii almeno cauto.
«Citazione pertinente».
E la sua compagna?
«Promise. Purtroppo, le conseguenze di quella scappatella furono tragiche».
Perché?
«La marchesa morì di parto».
E lei?
«Versai lacrime sincere, ma la vicinanza di mia nipote alleviò il grande dolore per l'immensa perdita».
Insomma, il vostro legame si consolidò.
«Sì. Con Marie-Louise ci trasferimmo da Cirey, dov'ero vissuto con Gabrielle-Emilie, a Ferney, al confine tra la Francia e la Svizzera. La mia fama si era ormai sparsa per tutta l'Europa. Ero sempre più osannato dalla borghesia progressista e dal popolino e sempre più odiato dall'aristocrazia codina e corrotta, che viveva a Versailles all'ombra del goffo Luigi XVI e della frivola e spensierata moglie Maria Antonietta».
È vero che sua nipote esercitava su di lei un forte ascendente?
«Non posso negarlo. Del resto, era lei a occuparsi del ménage domestico e dell'ordinaria amministrazione. Ferney era diventata una piccola corte, meta di continui pellegrinaggi di fan che volevano conoscermi. Mi piaceva ricevere e mi definii il "locandiere d'Europa"».
A Parigi andava spesso?
«Raramente».
L'ultima volta che ne varcò le mura?
«Il 10 febbraio 1778».
Chissà che accoglienza.
«Il popolo si affollò intorno alla mia carrozza e il 30 marzo l'Accademia si riunì per assistere alla rappresentazione della tragedia Irene e celebrare la mia apoteosi. Ma ero, ormai, un uomo vecchio e stanco, e soffrivo di reni e ritenzione urinaria».
Quando si congedò dal mondo?
«Il 30 maggio».
Ci siamo dilungati sulla sua vita privata, ma non abbiamo fatto un cenno alle opere più importanti uscite dalla sua penna.
«Ne firmai centinaia e scrissi migliaia di lettere ai miei corrispondenti in Europa. Lo spazio è quello che è, ma vorrei ricordare almeno le Lettere filosofiche, un inno alla ragione e ai suoi grandi paladini inglesi Bacone, Locke e Newton; il Dizionario filosofico, appassionata polemica contro la Chiesa di Roma, i suoi eccessi, i suoi abusi, il suo dogmatismo; il Trattato sulla tolleranza e i romanzi filosofici, fra cui Candide, il più famoso. Potrei continuare, ma qui mi fermo».
E mi fermo anch'io.
Roberto Gervaso