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Il Gruppo Intervento Speciale dei
Carabinieri, da trent'anni uno tra i reparti d'élite della Difesa
italiana, ha tra i suoi compiti anche quello di formare gli Addetti
ai servizi di protezione e sicurezza presso il suo Centro Nazionale
di Formazione
Eh sì, se dovessero stare tutto il giorno dietro una scrivania,
probabilmente avrebbero qualche difficoltà, ma se doveste trovarvi
ostaggio di qualche squilibrato o di un terrorista armato fino ai
denti, niente potrebbe fermarli! Sono gli uomini del Gis, il Gruppo
Intervento Speciale dell'Arma dei Carabinieri, che questo mese
celebrano i 30 anni dalla costituzione del Reparto. Siamo andati a
trovarli presso la loro base operativa.
Sono le 7.30 di un martedì mattina, a Livorno, e stiamo entrando in
una delle più importanti strutture militari dell'Arma, dove ha sede
anche il Gis. Per un momento pensiamo di aver sbagliato indirizzo,
poi un militare dai modi cortesi ci invita a seguirlo. Entriamo in
un edificio, due rampe di scale e poi una porta che oscura tutto un
altro mondo. Eccolo, il Comandante del Gis, che ci accoglie in
ufficio: giovane, cordiale, ci dà il benvenuto e ci invita a
seguirlo per un caffè. Teniamo il passo fino al punto di ristoro
della caserma, ma siamo perplessi, qualcosa non quadra.
L'ambiente è sereno, brulicante, fin troppo "comune". Stringiamo la
mano a molte persone che il nostro accompagnatore ci presenta senza
troppi formalismi, mentre ascoltiamo i discorsi della gente: la
partita di calcetto, lo shopping con la moglie... Torniamo in
ufficio: «Va bene, Comandante, ma gli Operatori quando ce li fa
conoscere?». Lui sorride: «Siete a contatto con il mio Reparto da
almeno mezz'ora. Adesso preparatevi, oggi i miei uomini sono di
buon umore e vi stanno aspettando». Ci spostiamo nella sala
briefing, dove ci raggiungono gli altri componenti del Nucleo
Comando. «Il Gis nacque trent'anni fa, nel 1978, sulla base di
un'esigenza ben precisa», spiega il Comandante, «dalla
consapevolezza, raggiunta in ambito europeo, della necessità di
disporre di unità speciali dedicate alla risoluzione delle crisi
dovute alla dilagante minaccia terroristica iniziata fin dagli anni
Sessanta. In Italia, per richiesta dell'allora Ministro
dell'Interno Francesco Cossiga, furono resi disponibili dal
Ministero della Difesa alcuni reparti di Forze Speciali
dell'Esercito (9° Col Moschin) e della Marina (Goi, Gruppo
Operativo Incursori), per assicurare fino al 1984, insieme al Gis,
le unità d'intervento speciale. Da allora, a seguito del decreto
del Ministero dell'Interno, l'unica Un.I.S. (Unità Interventi
Speciali) in ambito nazionale rimase il Gis».
«Il Reparto è un'unità specializzata nella concezione,
organizzazione e condotta di operazioni speciali di polizia e
militari, rapide e risolutive, in situazioni ad alto rischio e di
norma in presenza di ostaggi», spiega ancora l'ufficiale.
«Inquadrato nella 2a Brigata Mobile Carabinieri, dipende per
l'impiego quale Un.i.s. nazionale o Forza Speciale direttamente dal
Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri e annovera, tra i
principali compiti, quelli strategici: liberazione ostaggi, arresto
di pericolosi terroristi, risoluzione di dirottamenti aerei, di
crisi in ambasciate e con minacce N.B.C.R. (Nucleari, Biologiche,
Chimiche, Radiologiche), salvataggio di connazionali all'estero.
Tra i compiti tattici rientrano la liberazione di ostaggi
sequestrati da criminali comuni, l'arresto di pericolosi
malviventi, la protezione di Vip». Nell'ultimo periodo, però, il
Reparto è molto impegnato anche su un altro fronte, quello
addestrativo. L'esperienza degli istruttori del Gis, infatti, ha
dato vita a un Centro Nazionale di Formazione per addetti ai
servizi di protezione e sicurezza (Cnf), nell'ambito dell'Ufficio
Centrale Interforze per la Sicurezza Personale (vedi pag.
26).
Il Gis è articolato in un Nucleo Comando, una Sezione Oa
(Operazioni e Addestramento) e una Tsr (Tiratori Scelti e
Ricognitori), Sezioni Operative, un Nucleo Tecnico e un Nucleo
Negoziazione. Il personale si alterna quotidianamente in sezioni
"pronte a muovere" (l'intero Reparto è approntato entro le 24 ore)
e abili a operare via terra, aria e acqua, grazie agli assetti
forniti dall'Arma, come gli elicotteri AB-412 o i velivoli C 130-J
resi disponibili dalla 46a Brigata Aerea di Pisa dell'Aeronautica
Militare. Gli Operatori provengono dal 1° Reggimento Carabinieri
Paracadutisti "Tuscania" e hanno un'età inferiore ai 32 anni. Le
prove per accedere al Gis sono estremamente selettive e in pochi
sono ammessi al Corso basico per Operatore di 24 settimane, che si
conclude con l'acquisizione del brevetto militare di Incursore. I
passi successivi sono i corsi di specializzazione e l'attività di
scambio bilaterale con le migliori unità speciali paritetiche del
mondo (22° Rgt. Sas britannico; Gsg9 tedesco; Gign francese; Hrt
americano, eccetera).
Inizia la visita al Reparto. Il primo passo è la palestra. Il
fisico degli Operatori, Comandante compreso, non lascia dubbi:
l'allenamento è durissimo. Il volto degli Operatori invece è
coperto dal mephisto, ma il portamento e lo sguardo rigoroso
incutono qualche timore. Niente in confronto all'energia
sprigionata sul Tatami durante gli allenamenti di Judo e Muay Thay
Boran, arte marziale che richiede freddezza, resistenza, e una
volontà fuori del comune, basata sulla forza mentale e la
preparazione fisica. La qualifica di Operatore richiama doti
"speciali", che esulano dai normali cicli addestrativi e sono
riconducibili alla forza d'animo di ogni uomo. Un concetto che
trova conferma anche quando seguiamo i paracadutisti fino alla zona
di lancio. Il caldo è insopportabile, ma loro sono lì, fermi, sotto
il sole, pronti a imbarcarsi sull'AB-412 dell'Arma per eseguire un
lancio operativo.
Il battle suit è pesante, ma loro sembrano incuranti. Lo sguardo
attraverso il mephisto esprime concentrazione, forse un barlume di
tensione, ma c'è anche qualcosa di più. Si tratta di un elemento
che ci dà la misura della passione e della dedizione che questi
uomini hanno rispetto al loro lavoro e al Paese. Sono consapevoli
di rischiare, ma lo fanno con uno spirito raro. L'elicottero
decolla e la temperatura all'interno del cockpit inizia a scendere,
tanto da provocarci brividi, mentre arriviamo a quota 2.000 metri.
Luce verde, fuori! Siamo investiti dalla determinazione allo stato
puro.
L'attività aviolancistica con la tecnica di caduta libera è una
delle peculiarità del Reparto e rappresenta un ulteriore mezzo per
l'infiltrazione in aree critiche, sviluppandosi in addestramento,
navigazione sottovela e atterraggio di precisione con paracadute ad
ala per infiltrazioni occulte. Rientriamo al Reparto, il Comandante
è ancora in ufficio, pieno di energie. «Siete completamente dediti
alla vostra professione, ma come fate per conciliare tutto con la
famiglia?». Lui sorride, e ci spiega l'altra realtà del Gruppo,
quella degli "uomini". «Non lo facciamo per soldi, perché con
questo lavoro non si diventa ricchi. Questa è pura passione, che le
nostre famiglie accettano senza fare domande. Siamo fortunati
nell'avere accanto donne che sanno comprendere i nostri silenzi e
crescere i figli nonostante la nostra "assenza", ma queste sono
cose che sappiamo fin dall'inizio».
Il mattino seguente, alle 7.30, caffè e briefing. «Oggi vedrete
un'attività incentrata sulle tecniche di irruzione e
rastrellamento». Il Comandante sparisce nel dedalo del Reparto, in
una zona a noi preclusa. Con il suo Vice, ci spostiamo nell'area
addestrativa nei pressi di Pisa, dove alcune aliquote di Operatori
ci attendono in tenuta combat per l'attività dimostrativa.
L'equipaggiamento individuale è costituito da una tuta operativa
ignifuga, guanti e mephisto, con varie tipologie di calzature
tattiche ed elmetti in Kevlar, giubbotti antiproiettile, rinforzi
(ginocchiere e gomitiere), maschera antigas. Le comunicazioni radio
sono garantite da apparati ricetrasmittenti criptati, satellitari,
e da una maglia radio interna.
«Questa è la killing house», spiega il nostro accompagnatore, «come
vedete i nostri sono già sul mezzo d'assalto, che ci consente
azioni diversificate in funzione dell'obiettivo, in questo caso la
liberazione di un ostaggio». Nel giro di pochi secondi gli
Operatori sono già dentro l'edificio in cui è detenuto il
prigioniero da salvare attraverso la finestra superiore, alla quale
arrivano tramite la rampa sul veicolo. L'ostaggio è salvo e il
sequestratore catturato. Il Gis è addestrato a ogni tipo di
intervento, anche estremo, ma il primo passo è sempre quello di
assicurare i criminali alla giustizia.
La successiva simulazione riguarda una modalità d'ingresso
nell'edificio senza l'uso del "carroponte". L'utilizzo di una
carica detonante per far saltare la porta ci dà la misura della
loro preparazione anche a proposito di esplosivi. Sono in grado di
passare attraverso le pareti o i soffitti.
Proviamo ad avvicinare gli Operatori, ma sono schivi, di poche
parole. «Vi conviene tenervi leggeri», spiega il nostro
accompagnatore mentre mangiamo un panino, «dopo pranzo abbiamo
l'attività con il Nucleo Anfibio, ballerete un po', spero che non
soffriate di mal di mare!». Ci spostiamo su un altro versante del
territorio, dove c'è un modesto rimessaggio di barche. Saliamo su
un piccolo gommone, stiamo per assistere all'uscita dello Zodiac
Hurricane 920, il Rhib (Rigid Hull Inflatable Boat), battello a
chiglia rigida, un mezzo di trasporto in superficie dinamico e
affidabile che può raggiungere una velocità superiore ai 50 nodi.
In aggiunta, gli incursori dei Carabinieri dispongono anche di
altri sistemi di avvicinamento. Eccolo, il Nucleo Subacquei,
equipaggiato per il nuoto e l'assalto anfibio. I militari ci
passano vicini, tanto da farci provare l'ebbrezza di qualche onda
ben assestata. Che siano poco favorevoli alla presenza dei
giornalisti? In realtà si è trattato di una gentilezza, per
consentirci di scattare qualche fotografia. Più tardi ci lasciano
su una spiaggia poco distante per assistere alla "presa di terra"
con una specifica procedura di copertura e avanzamento. Ma il
lavoro della Sezione è ben complesso, perché il Gis è dotato anche
di un boarding team altamente specializzato. La piena
collaborazione con altri reparti come il Goi (Gruppo Operativo
Incursori) del Comsubin o il 9° Col Moschin, è uno dei suoi punti
di forza.
Uscendo dall'ufficio del Comandante, notiamo degli orologi appesi
alla parete, che danno esiti diversi tra loro. Lui sorride e ci
spiega che servono a conoscere l'orario in alcune località estere
dove sono distaccati i suoi uomini. Una cosa del genere l'avevamo
vista all'interno del Coi (Comando Operativo di vertice
Interforze). Il Gis opera in contesti multinazionali, con assetti
dispiegati in diverse aree. Attualmente ci sono dispositivi
impiegati in Afghanistan nell'ambito della Task Force 45
(operazione "Sarissa") di Isaf, unitamente al personale delle altre
Forze Armate inquadrate nel Cofs (Comando Operazioni Forze
Speciali).
La corvée è terminata, ma il Comandante ci mostra un ultimo
filmato, quello relativo alla presa di un autobus, un'attività
addestrativa notturna di un paio di giorni prima. Il malvivente
sarà catturato e gli ostaggi liberati. Nessun morto. Ci verrebbe da
dire "per fortuna", ma ci rendiamo conto che non sarebbe
appropriato. Alla base di un risultato del genere c'è l'"impegno"
costante di uomini che hanno fatto del lavoro la propria vita, per
motivi che non sono riconducibili alla fama o al guadagno. Uomini
che vivono nell'ombra di una professione sottaciuta, non godono di
franchigie sociali ma di oneri, sacrificano la famiglia per
l'imperitura passione che indirizzano verso un ideale. A guardarli,
oltre il tratto flemmatico, s'intravede un'energia interiore non
comune.
«La paura c'è sempre», ci spiegano, «si impara a gestirla perché
serve a misurare meglio le situazioni. Chi non ha paura è un folle.
Ma non va confuso il coraggio con l'incoscienza. Il coraggio è
altro, vuol dire prendere consapevolezza di quel che stai facendo e
mettere in atto ciò che hai imparato ovviando agli imprevisti con
lucidità. La freddezza è fondamentale, più sei preparato, più ti
senti sicuro, ma molto contano le caratteristiche personali».
Ci congediamo non senza un certo dispiacere. Stare con loro ci ha
insegnato un concetto di coraggio inconsueto, strutturato su
livelli diversi. Uno è riconducibile a quello di qualsiasi militare
che ami il suo mestiere e la Nazione, l'altro è quello proprio del
Gis: è il "coraggio della scelta", quella di dedicare la propria
vita al Paese con dedizione, amore, talvolta sofferenza. Eccolo il
quid di questo Reparto, dove la straordinaria personalità di
ciascun Operatore costituisce la forza del
Gruppo. |
Giovanna Ranaldo
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