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Su sei abitanti del nostro pianeta, uno è indiano. E abbiamo
arrotondato per difetto. Sono circa un miliardo e trecento milioni
i cittadini di questa immensa nazione, grande venti volte l'Italia,
che dal 15 agosto 1947 è la più popolosa democrazia del mondo. Fu
Gandhi il Mahatma, che in lingua hindi vuol dire "Grande Anima",
l'uomo che riuscì a liberare l'India dal giogo britannico. Lo fece
con le armi incruente della ahimsa, la non-violenza, il piccolo
avvocato venuto dal Gujarat, Stato indiano in cui si trova la
maggioranza dei seguaci del culto jainista, la costola più
pacifista dell'induismo.
La dominazione della Corona britannica era durata novant'anni, dal
1857, anche se la presenza degli angrèsc, così gli indiani chiamano
ancora gli inglesi e per somiglianza tutti gli occidentali, era
apparsa molto prima. In precedenza erano state diverse dinastie
islamiche, sei nell'arco di altrettanti secoli o poco più, a
detenere il potere nel sub-continente. L'ultima di esse, i Moghùl,
ha lasciato in India le tracce più significative.
Alla scoperta della storia e della civiltà del popolo indù abbiamo
dedicato un viaggio indimenticabile, che ha avuto come meta
principale lo Stato del Rajasthan, a nord-ovest del Paese. Il suo
nome, letteralmente "terra dei Rajah", rivela la connotazione
storica più importante: è l'area in cui si è maggiormente
sviluppato il dominio dei nobili locali, in ordine crescente i
Rajah e i Maharajah (o grandi Rajah). Nulla di diverso dai
potentati della nostra epoca feudale, se non fosse per lo sfarzo
delle Corti, l'aura di fascino e mistero che le ha circondate, tale
da richiamare le Mille e una notte, e gli aneddoti davvero
interessanti.
WELCOME TO INDIA. Namastè. Ogni turista è accolto sul suolo indiano
con questo caratteristico saluto, accompagnato dal gesto delle mani
giunte portate al petto. L'impatto con lo straordinario Paese è
sempre un'emozione forte, che colpisce in modo ambivalente. Si è
attratti e respinti al tempo stesso, di certo non si può restare
indifferenti. Di qua una via trafficata, con auto e carretti che
sfrecciano in ogni direzione, i clacson che suonano all'impazzata e
una teoria interminabile di uomini e animali che si contendono uno
spazio troppo angusto. Di là un vicolo che in un attimo ci
trasferisce in un mondo opposto, dove il tempo sembra essersi
fermato e ogni essere animato sembra l'espressione vivente di una
civiltà millenaria, che ha fatto della meditazione e
dell'imitazione del ritmo della natura i suoi maggiori punti di
forza.
L'inizio del tour passa per il cosiddetto "triangolo turistico"
indiano: Delhi, Agra e Jaipur. Della capitale, una metropoli da
quindici milioni di abitanti in continua espansione, colpisce la
dimensione sconfinata, a cui fanno da contrassegno i monumenti più
cari allo spirito nazionale indiano: l'Arco che ricorda i caduti
della prima guerra mondiale, chiamato significativamente India Gate
(la porta dell'India), il Forte Rosso, in passato residenza degli
imperatori Moghùl e del Vicerè britannico e il Memoriale di Gandhi.
Simboli di patriottismo che non devono stupire, in un Paese in cui
i bambini a scuola cantano ogni mattina l'inno nazionale.
Agra, capitale prima di Delhi, non ha bisogno di presentazioni: vi
si trova una delle sette meraviglie del mondo, il gioiello
architettonico del Taj Mahal, un grandioso edificio rivestito in
marmo bianco e circondato da giardini, che l'imperatore Shah Jahan
fece innalzare in ricordo della sua defunta sposa. Alla
realizzazione dell'opera, che fu avviata nel 1632 e richiese ben
ventidue anni, partecipò anche l'architetto italiano Geronimo
Veroneo.
QUANDO SI DICE AUTOSTRADA. Proseguendo verso sud, uno dei modi per
raggiungere Jaipur è percorrere la lunga autostrada, ma bisognerà
farlo con alcune accortezze. A una o due corsie, con o senza
spartitraffico, le autostrade indiane sono luoghi mirabolanti,
percorsi e non di rado tagliati di netto da un variegato
campionario di veicoli. I loro occupanti, se troppo numerosi per
entrare tutti negli abitacoli, viaggiano tranquillamente
all'esterno, agganciati ai portelloni o seduti sui tetti. Anche le
corsie possono essere ingombre di pedoni, in molti casi pellegrini
che percorrono centinaia di chilometri a piedi nudi per raggiungere
i luoghi di culto.
Frequente il transito degli animali, fra i quali meritano speciale
menzione le mucche. Animali sacri per eccellenza, ma non per questo
meno soggette agli incidenti, travolgerne una comporta onerose
incombenze. L'investitore, oltre che risarcire il danno economico,
dovrà aiutare il proprietario a seppellire con tutti gli onori
l'animale. Secondo le regole rituali ogni mucca dovrebbe essere
cremata, ma per farlo occorrerebbe moltissima legna, un costo
difficile da sostenere.
La religione indù, che dà grande valore agli elementi della natura,
venera in realtà tutti gli animali. Questo spiega anche la
ricchezza della fauna indiana, che la maggior parte delle persone
tende a rispettare. Nel Rajasthan essa spazia dai piccoli
scoiattoli ai giganteschi elefanti. La scimmia più diffusa è il
langur, simile al macaco ma più grande, dalla inconfondibile
lunghissima coda. Il deserto di Thar, nella parte occidentale dello
Stato, ospita invece i simpatici dromedari, utilissimi per il
trasporto di cose e persone. E che dire dei serpenti ammaestrati
dai flauti dei moderni fachiri, vestiti all'occidentale e muniti di
telefono cellulare?
NEL CUORE DEL RAJASTHAN. Jaipur, capitale dello Stato, è chiamata
la "città rosa" per via delle sfumature di colore presenti nei suoi
edifici storici, primo fra tutti il Palazzo dei Venti, vero e
proprio simbolo della città. A monte dell'abitato il Forte di
Amber, fra i più belli di tutto il Rajasthan, raggiungibile a dorso
di elefante. Costruito alla fine del Cinquecento per volontà del
Maharajah Man Singh I, fu teatro delle sontuose nozze del più
importante imperatore dell'India, Akbar.
Tutte le fortezze rajasthane hanno significative storie da
raccontare: a quella di Jodhpur si lega l'unica disfatta militare
dello stesso Akbar, che il Maharajah locale riuscì a infliggergli
grazie a un espediente degno di un illusionista. Il suo esercito,
che a differenza di quello dell'imperatore non disponeva di
elefanti, truccò i propri cavalli con delle finte proboscidi. Il
loro aspetto minaccioso spaventò gli elefanti di Akbar al punto che
la loro carica, che di solito garantiva l'esito vittorioso di
qualunque battaglia, si risolse in una fuga precipitosa.
Nel Forte di Jaisalmer un tranello non meno fantasioso portò a una
copiosa messe di sangue. Un sultano afgano, amico del Maharajah
locale, chiese ospitalità per le donne del proprio harem. Le mura
della città gli furono aperte, ma a bordo delle portantine su cui
dovevano esservi le donne si nascondevano in realtà i suoi soldati,
che penetrarono a Jaisalmer e si apprestarono al saccheggio. Il
Maharajah, vistosi circondato, uccise personalmente tutte le
proprie mogli e concubine per evitare che cadessero nelle mani dei
nemici. Solo allora ingaggiò battaglia, riuscendo a scacciare gli
afgani.
Di grande suggestione il Palazzo del Maharajah di Udaipur, lambito
dalle acque del lago Pichola, con un'ala trasformata in un moderno
e lussuoso albergo.
Insieme alle residenze nobiliari, altro patrimonio monumentale
dello Stato sono gli edifici religiosi, riferibili ai vari culti
esistenti, fra i quali citiamo il tempio indù di Pushkar, unico in
tutta l'India dedicato a Brahma, il complesso templare jainista di
Ranakpur e le moschee di Ajmer, città santa dell'Islam.
Meno imponenti, ma non inferiori per storia e livello artistico, le
diverse forme di artigianato locale, che affondano le loro origini
in una secolare tradizione. Se Jaipur è famosa per i gioielli
tempestati di pietre preziose e i pregiati tappeti in seta e lana
cachemire, a Udaipur va il primato delle migliori decorazioni in
miniatura, realizzate su carta, seta e osso di cammello, mentre a
Jaisalmer si possono trovare ricchi monili in argento.
Una caratteristica del Rajasthan è la fattura delle marionette,
presenti in tutto lo Stato, che ha fra le sue attrattive turistiche
gli spettacoli folkloristici teatrali e musicali.
Le infinite mete del tour ci costringono a procedere a tappe
forzate. Uniche pause quelle destinate ai pasti, che ci consentono
di degustare specialità ben note ai gourmet di tutto il pianeta,
dai formaggi e le carni tandoori cotti nell'omonimo forno a legna
ai caratteristici samosa, triangolini di pasta ripieni di verdure o
di carne, senza trascurare il reparto-dolci e il rituale tè.
A viaggio concluso, dopo un'immersione tanto profonda nei colori e
nei sapori di quella che il turismo internazionale definisce
universalmente "Incredible India", un'inattesa inversione di ruoli
ci fa trovare all'aeroporto di Delhi al cospetto di un microfono.
Al giornalista proprietario del subdolo strumento, che ci chiede se
abbiamo apprezzato il tour e se faccia capolino una certa voglia di
tornare, rispondiamo senza esitazione, in un hindi degno di un
attore di Bollywood: fir milenghe.
Arrivederci.
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