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Chiaro come l'acqua

Disegno di A. Nocerino Fu appena passata la galleria ferroviaria dopo Bologna che il sogno ricominciò. Il solito sogno a fogli mobili. Il sogno con fogli ad anelli: una tarda mattinata di settembre, il sole di Sicilia, giallo e bruciante come un limone spaccato.
Palermo, i Quattro Canti, San Domenico. Nelle strade non c'è quasi nessuno e lo scirocco solleva nell'aria una polvere giallastra e leggera. Dietro le imposte si intuisce qualche presenza silenziosa. Alle finestre i vetri, ormai, sono quasi tutti andati. Altri cocci taglienti della guerra.
È il 1943. A Piazza Bellini, in riga, davanti a un ufficiale tedesco, stazionano quattordici ragazzi, con la fiamma sul cappello. In silenzio, in ansia, in attesa.

La Madonna di pietra, dal muro di fronte, li guarda con trepida e partecipe ansietà materna.

Interverrebbe se potesse, ma da lì, ha provato, proprio non riesce a muoversi. Poi il sogno si sposta in un appartamento, una casa borghese al centro di Palermo. Un uomo alto, altissimo, un metro e novanta di carabiniere con i capelli già brizzolati, che osserva con incredula tenerezza quelle figlie adolescenti che ricordava bambine e sua moglie, un minuscolo cammeo di un metro e cinquantacinque.
Il tenente colonnello ormai è a casa. In quella casa dove, otto settimane prima, ha riportato indietro la pelle insieme a un reparto di duecentocinquanta carabinieri. Tutti scampati alla guerra, dopo quattro anni lontani da casa. Qualche cicatrice addosso, poca roba rispetto al segno lasciato dentro dal ricordo degli altri. Quelli che a casa non ci torneranno più. «Non mi stare a chiedere niente, Anna, che è finita», è la risposta alle tante domande. Ma sì, che cosa importa. A lei ora interessa solo che lui sia lì, con lei. Di nuovo a casa.
Mentre viene servito il pranzo, squilla inatteso il campanello di casa. Se ci fosse la Quinta di Beethoven sarebbe perfetto, ma il destino se ne frega e bussa lo stesso alla porta.
È un carabiniere giovanissimo, impolverato, balbettante. «Comandante… è urgente... ma lei qui… cioè voi stavate per... mi dispiace…». Poi tutto d'un fiato, come per trovare il coraggio: «I tedeschi… hanno preso quattordici dei suoi, un'imboscata… non abbiamo potuto fare niente… li deportano domani… Gondar… in Africa… È finita, Comandante». Le donne capiscono e si ritirano. La moglie, scampata da poco alla vedovanza, mentre socchiude discretamente la porta, lancia un'occhiata al marito. Capisce.

E lui si rammarica che lei lo conosca così bene. Sa che ha già capito. Ha compreso prima di lui.

Nel sogno è già il giorno dopo. Il porto, gli stivali dei tedeschi che vanno avanti e indietro, i poveri fagotti, i ragazzi. Nei secoli fedeli. Tutti pronti per salpare. Verso un sole addirittura più sole che qua.
Ma dall'angolo della strada arriva il carabiniere brizzolato. Altissimo, il passo sicuro di sempre. Non ha messo la divisa di ordinanza, ma addirittura, per l'occasione, l'alta uniforme. La spada argentata appesa ad un fianco, il cappello in mano. Guarda fisso davanti a sé. Vede se stesso andare. Esita un attimo. Stringe forte le due ragazze. Poi avvicina a sé con dolcezza la moglie irrigidita. Si china. Le prende il viso fra le mani.

«Anna, tu mi conosci. Io non li lascio soli questi ragazzi». Io non li lascio soli questi ragazzi.

L'altro è un tedesco. Anche lui un ufficiale vecchio stampo, ma dalla parte sbagliata. E il coraggio, quando lo incontra, lo riconosce. «Mi imbarcherò stasera con il mio reparto, Comandante». È tutto. Semplice e definitivo. E per i carabinieri in riga, l'Africa diventa di colpo meno amara e lontana. Il tedesco lo guarda, porta la mano al cappello, poi gira sui tacchi e si allontana, umiliato davanti a quell'uomo monumentale che si mette in riga con gli altri e si consegna al destino in abito di gala.
Un fischio acuto, prima dell'ennesima galleria, ridestò Andrea dal sonno profondo. Stirò le lunghe gambe nello scompartimento deserto.
Sbadigliò, appoggiò il viso al finestrino, godendosi il freddo sulla pelle e ripensò al suo sogno. Per fortuna questa volta non aveva cambiato finale, come succedeva ormai spesso.
In questi casi, lui diventava il protagonista e alla nonna cammeo si sostituiva, come un'invasata, Monica, la sua ragazza, che gli si scagliava contro ripetendogli, con una nenia sfinente, quanto si fosse annoiata del fatto che lui facesse il carabiniere. Come suo nonno, il carabiniere del sogno. Quel sogno che poi era una storia vera. L'aveva sentita raccontare mille volte da sua madre e da sua nonna.
Il nonno dall'Africa, alla fine, era tornato. Ci era rimasto sette anni, senza che, per la verità, si sapesse bene se fosse vivo o morto. Ma questo era un particolare.

Andrea si chiese una volta ancora quanto ci fosse in lui di quel nonno carabiniere.

Stava ancora cercando una risposta, quando l'altoparlante annunciò l'arrivo alla stazione di Parma. Scese dal treno, si accese una sigaretta e cercò un taxi. Parma, vista dal finestrino dell'auto, era bellissima, elegante, silenziosa e tranquilla, così diversa da Roma, che pure bella lo era innegabilmente.
Mentre il taxi si allontanava, tirò fuori dalla tasca dei jeans un foglietto spiegazzato e controllò che l'indirizzo e il civico fossero quelli esatti. Alzò gli occhi verso l'alto osservando il piccolo palazzo di mattoni rossi che si stagliava contro il cielo azzurrissimo. In giro non c'era anima viva. Erano le due di pomeriggio di un giugno assolato. Chi avrebbe dovuto esserci?
Aprì il portone e si avviò per le scale. Dentro faceva fresco e i mancorrenti di legno lucido e scuro profumavano di cera d'api. Passò davanti alle due porte del primo piano e proseguì per il secondo, fino alla porta di quello che doveva essere il suo appartamento. Non ce n'erano altri. Le scale finivano contro quella porta. Su nessuno dei campanelli era scritto nulla. Niente sul suo, niente su quelli del piano di sotto. Infilò la chiave nell'unica serratura che si aprì dopo tre sole mandate. «Un bunker…», pensò Andrea mentre abbassava la spalla sinistra e scaricava con un solo gesto il grosso zaino e la borsa nera del pc portatile sul divano del piccolo salotto. Fece un rapido sopralluogo della nuova sistemazione, aprendo le porte con la mano destra ed entrando cauto. Vedendosi riflesso nello specchio del bagno con quell'aria guardinga e tesa da poliziotto di telefilm, si rilassò e si sentì ridicolo. Dopotutto non era in missione segreta, e le chiavi le aveva ritirate lui stesso, tre ore prima, nella portineria dell'Arma a viale Romania.
Camera da letto, salotto, angolo cottura, libreria, stereo, televisore: non mancava nulla. Il tutto cento per cento Ikea, dal copriletto di cotone stampato ai poster incorniciati sulle pareti, con gli operai in bianco e nero appollaiati in canottiera sulla barra di una gru sospesa sopra Manhattan.
Andrea si avvicinò alla finestra del soggiorno e guardò di sotto. La strada era ancora deserta, c'erano solo un paio di biciclette legate senza troppa convinzione ad un lampione, fiduciose di non correre rischi, come è normale che sia in una ricca e tranquilla provincia semiaddormentata.

Uno schianto improvviso e un rumore di vetri fracassati dal piano di sotto gli fecero fare un salto di un metro all'indietro.

«Ma porca miseria…?!», biascicò imbarazzandosi da solo per la strizza che si era preso. Si mise in ascolto e gli parve di sentire delle voci, come un pianto soffocato, poi più niente. Altri confusi rumori, cocci forse, poi silenzio. «Bei vicini… gente rilassata, tranquilla», pensò. Guardò l'orologio, aveva poco meno di un'ora.
Disfece i bagagli. Jeans, camicie e magliette in abbondanza, biancheria e qualche felpa. Un'uniforme perché non si sa mai. Nessuna giacca, per fortuna. Nessuna cravatta.
Dopo la laurea in Informatica, Andrea era entrato nei Ris, il reparto di analisi criminologiche dei Carabinieri, nel quale, oltre a seguire indagini di varia natura, metteva spesso in pratica le sue abilità di hacker buono, inseguendo criminali per le banche dati di mezzo mondo.
Da parecchi mesi però scorrazzava poco, perché il suo reparto era impegnato ad indagare su tre omicidi, apparentemente senza capo né coda, ma che invece, ad un'analisi più attenta, presentavano un labile filo di tenui connessioni.
Le vittime condividevano ben poco, a parte il quartiere, inteso fra l'altro in maniera piuttosto ampia, in cui erano avvenuti i delitti. Non molto. Considerato che la zona, un'estensione grigia, abusiva e selvaggia del già periferico quartiere di Centocelle, era un vivaio fiorente di ogni genere di attività criminose.

Tuttavia, Andrea in qualche modo percepiva, con istintiva sicurezza, che in questo caso il quartiere non c'entrava niente.

Il movente andava ricercato altrove e, per come se la sentiva lui, i delitti sarebbero potuti avvenire tranquillamente sotto la sede dell'Arma a Roma, nel quartiere dei Parioli. Oramai erano rimaste solo le amiche botulinate di sua madre, a sentenziare che prostitute, tossici, spacciatori e pedofili non varcavano il confine invisibile che isolava magicamente Parioli, Vigna Clara e Flaminio dal resto del mondo infame.

Ripensò ai fatti raccolti fino a quel momento.

La prima vittima aveva una ventina d'anni. Di giorno faceva la domestica a ore e la sera bazzicava nel giro dell'attiva imprenditoria albanese della prostituzione. La seconda era una vedova senza figli dall'aria grigia e rispettabile, che arrotondava la pensione del defunto marito sollazzando a pagamento un'affezionata e anzianotta clientela di zona. Ultima vittima, un'immigrata ucraina, saltuariamente dedita alla prostituzione ma recentemente semiredenta dalla frequentazione di un centro di ascolto cattolico per donne in difficoltà.
Tutte e tre erano sole in casa quando erano state uccise, probabilmente da qualcuno che conoscevano. Tutte in modi diversi: una soffocata, una accoltellata, e la vedova con la testa fracassata da un portacenere preso in prestito dal tavolino del salotto. Un indizio c'era. La presenza costante sulle scene del delitto di piccole quantità di acqua sul pavimento e sul corpo delle vittime. Acqua che stava facendo marcire il cervello di Andrea, che rimuginava in continuazione cercando di ricomporre i tasselli di quel mosaico sconnesso. Le donne avevano i capelli asciutti. Tutte tranne una. In una sola delle tre scene del crimine c'era un bicchiere vuoto, con qualche goccia d'acqua sul fondo. Due vittime erano completamente vestite e una seminuda. Due straniere, una italiana.
Solo in un caso, il giorno del delitto pioveva a dirotto.
Pareva il "Quesito con la Susy" della Settimana Enigmistica, quello in cui i signori Verdi, Rossi, Bianchi e Gialli indossano cappelli di colori uguali ai cognomi degli altri ma diversi dal proprio e bisogna scoprire l'accoppiamento giusto.

Un rompicapo vero e proprio, con nessun elemento veramente significativo.

Nessun movente in comune, solo un sacco di indizi casuali e incoerenti che sbucavano fuori come i numeri della tombola. Forse le tre donne non erano monache di clausura, ma in fondo, poi, neanche tanto diverse dalla maggior parte della gente che Andrea, nel suo lavoro, incontrava ogni giorno.
In ogni caso, lui stava affogando in quel bicchier d'acqua. Ogni filone d'indagine si rivelava un buco nell'acqua. Ogni nuova intuizione era la scoperta dell'acqua calda. Tutto per colpa di quel maledetto indizio ricorrente e insensato.
Guardò l'ora. Quasi le tre. Alle cinque doveva essere alla presentazione del corso al Parco Ducale, la sede del Comando dei Carabinieri.
Tirò fuori dalla borsa del pc la mail con il programma: "Master di perfezionamento in tecniche di criminologia. Analisi dei reperti biologici (sostanza ematica, liquido seminale, saliva, formazioni pilifere e resti umani)".
«Che fame! Mo' scendo e mi ordino una pizza», pensò Andrea, che con l'ironia macabra si proteggeva dalla quotidiana realtà del suo lavoro. Era sicuro che, se non avesse fatto così e si fosse soffermato a pensare al significato di quello che vedeva ogni giorno, sarebbe presto uscito fuori di testa. Avrebbe piantato lì di fare il carabiniere. Anzi magari avrebbe fatto il super product software manager in qualche multinazionale, vestito per dodici ore al giorno come un cassamortaro, realizzando finalmente le aspirazioni di Monica e di suo padre.
Il volantino del corso elencava varie tecniche di esame di reperti e di analisi della scena del crimine. Non era nuovo ad esperienze del genere, ma l'analisi microbiologica non era esattamente la sua specialità. E così aveva pensato di approfittare dell'occasione offerta dal corso per farsi dare il nome di un paio di colleghi del Ris di Parma, gli specialisti del settore, i quali, forse, avrebbero potuto dargli una mano.

Una mano a cui aggrapparsi per non affogare in quel bicchier d'acqua.

La presentazione del corso era stata interessante e i due giorni successivi erano stati all'altezza delle aspettative. Andrea, a momenti, era persino riuscito a non pensare all'acqua e a tutto il resto. Era in aula e le lezioni, per quel giorno, stavano per terminare.
Alle sei aveva appuntamento con Cesare Viareggi, il tenente dei Ris a cui aveva portato il campione di acqua da analizzare. Non voleva illudersi, ma si illudeva. «È solo acqua, non fondi di caffè in cui leggere il futuro», continuava a ripetersi. Ma inutilmente.
Alle sei meno un quarto raccattò frettolosamente zainetto e appunti, lasciò l'aula e attraversò il bel giardino ombroso e curato del Parco per raggiungere la sezione del Palazzo dove si svolgevano le analisi scientifiche.
Bussò alla porta aperta della grande sala, che somigliava al laboratorio di analisi di un efficiente ospedale, e si affacciò dentro. Il collega, appollaiato su uno sgabello girevole, indossava un camice bianco e stava scribacchiando qualcosa su un piccolo portatile.
Quando lo vide, salvò il documento che stava scrivendo, chiuse il pc e gli andò incontro sorridendo e tendendogli la mano. «Eccoti qua. Lo sapevo che ti saresti precipitato. Vieni, sediamoci che ti spiego». Si sedettero davanti ad un microscopio vicino al quale erano posate le provette, etichettate con cura, che Andrea si era portato da Roma per farle esaminare. Una per ogni scena del delitto.
«Allora? Acqua fresca?», chiese Andrea pensando fra sé che, se non avesse ottenuto nessun risultato, avrebbe dovuto piantarla lì con quell'acqua. Perché, oltre a tralasciare altri indizi, magari importanti, rischiava di rendersi ridicolo e di passare per un fissato maniaco.

«Fresca non proprio, ma comunque sì… acqua», confermò Cesare. Poi lo guardò con un'aria divertita e tacque.

«E dai, non fare 'sta faccia! Comunque guarda, Andrea, non so dirti cosa significhi, ma non è esattamente comunissima acqua». «Cioè?», chiese l'altro che per l'ansia si sarebbe incollato lui stesso al microscopio, senza cavarci peraltro nulla.
«Ecco, vedi... aspetta», disse il tecnico prendendo un blocchetto di appunti. «Lo stavo giusto trascrivendo. In tutte e tre la stessa cosa. Che l'acqua, qualsiasi acqua, sia quasi sempre impura è normale. Ma questa ha caratteristiche insolite. Sembrerebbe acqua ferma, come stagnante. Acqua che stava lì da un po' di tempo, insomma. E poi ci sono delle impurità», continuò mentre leggeva. «Polvere, frammenti di intonaco…». «Stagnante come?», lo interruppe Andrea. «Tipo una pozzanghera? Acqua piovana, insomma?». «No, piovana certamente no», aggiunse con sicurezza Cesare, mentre riguardava i suoi appunti con quella che ad Andrea pareva una lentezza esasperante. «Quella piovana ha dei microrganismi tipici che si formano solo all'aperto e che qui mancano. Però, e questa è la cosa più strana… dunque, aspetta, dove l'ho scritto? Ah, ecco! Sì, ci sono varie impurità, tracce di grasso e alcuni microscopici frammenti diversi di epitelio, sicuramente umano. Ecco, questo… beh, magari non porta a niente, ma è inusuale». «E che caspita è? L'acqua della vasca da bagno, quella che resta in fondo a una doccia? Ma che vuol dire?». «No, escluderei docce, scarichi e varie. Non ci sono tracce di detergenti, saponi e niente di assimilabile. Da quel punto di vista è solo acqua…».

Andrea era confuso. Altri elementi senza senso che davano la stura ad altrettante inutili ossessioni.

«Non ti ci fissare, ora», gli disse il collega accompagnandolo fuori. «Magari vuol dire qualcosa, magari niente, oppure è importante ma non lo sapremo mai». «Una meraviglia!», rispose Andrea incupito e deluso. «Non volevo dire che è un buco nell'acqua, scusa il paragone, volevo solo dire che magari ti verrà in mente qualcosa, una cosa che non vedi per ora o che potresti in teoria anche non vedere mai. O forse sì. Ma non ti far ossessionare. Allontanati. Fai dei passi indietro. Le cose hanno un loro fuoco ottimale per essere inquadrate correttamente. Quelle sotto la lente in un vetrino come quelle di ogni giorno. Sai, il microscopio è una metafora della vita…».
Andrea ringraziò l'investigatore filosofo lasciandolo alle sue elucubrazioni esistenziali e s'incamminò a testa bassa per il corso di Parma. Faceva già fresco. Si accese un'altra sigaretta.

Era ad un punto morto. Stagnante come la sua acqua.

Decise, già che c'era, di darsi il colpo di grazia, chiamando Monica per dirle che pensava di rimanere su anche per il weekend. La telefonata fu penosa e deprimente come al solito.
Monica trovava "anacronistico" fare il carabiniere. Era incredibile, ma era proprio questa la parola che usava, "anacronistico". Come se invece del carabiniere lui avesse detto che voleva fare lo spazzacamino, il ciambellano, l'arrotino o qualche bizzarro mestiere estinto da generazioni. In realtà quello che lei aborriva, senza peraltro ammetterlo neanche sotto tortura, erano la divisa, i "sissignore" e soprattutto la "carriera-leggi-i-soldi" che non avrebbe, a suo pensare, mai eguagliato quella di un mega-manager del privato. Andrea a quel punto si imbestialiva e le ricordava che anche lei aveva la sua divisa di ordinanza, "tailleur-tacchi-ventiquattrore", anche lei scattava sull'attenti e diceva "sissignore" ad uno scemo incravattato più giovane di lei, ed era per via della sua maledetta carriera che non si vedevano mai prima delle dieci di sera, entrambi isterici e pronti alla lite.
Mentre riattaccava nervosamente, si ricordò che doveva assolutamente chiamare Guido, il suo collega, che non sentiva dal giorno in cui era arrivato.

Gli raccontò le conclusioni, a suo parere futili, riguardo all'acqua, e ascoltò, senza sentire, quello che l'altro gli diceva.

«Sono stato al centro di ascolto. Il responsabile è pure simpatico. Alla fine, bene o male, le conosceva tutte e tre. Una per via delle pulizie, l'altra perché l'aveva aiutata e la vedova perché abitava lì intorno da sempre. Solo che lui è tornato da poco. È un prete ed è stato tre mesi in Africa, sai le missioni, e di questi omicidi ha saputo solo al suo ritorno. Ha cercato di aiutarmi come poteva, mi ha fatto anche parlare con una specie di seminarista, giovane e mezzo invasato, che lo aiuta nella gestione del centro quando lui è assente. Pensa che questo ha provato pure a farmi iscrivere alla catechesi per adulti. A me, figurati! Tutti abbiamo bisogno di Dio, siamo peccatori, mi ha detto! Comunque, secondo me, alla fine uscirà fuori qualcuno dell'ambiente per le due straniere, qualche scafista scafato o roba del genere, e per la terza...». Ma Andrea già non lo sentiva più.
Era arrivato sotto al portone. Salutò Guido in fretta e, sfinito e depresso, aprì il portone. Una donna, entrata subito prima di lui, stava salendo le scale.
Andrea accelerò il passo. Voleva vederla e lei, sentendo i passi alle sue spalle, si voltò. Lui, che pure era uno abituato a certe cose, impallidì. Da sotto i grossi occhiali scuri, un livido violaceo si allungava sul viso. Il labbro superiore gonfio e spaccato dava alla ragazza un'espressione inebetita. O forse, a forza di sganassoni, inebetita lo era davvero. «Ehi, aspetta un attimo», le gridò dietro, ma lei stava già entrando e richiudendo in fretta la porta.
Andrea però era uno sbirro, che il mestiere suo lo conosceva, e s'infilò rapido nello spiraglio impedendole di chiudere. «Ma che fai?», gli ringhiò contro la donna, spaventata, cercando di spingerlo fuori.

Andrea la guardò. Forse arrivava a venticinque anni, ma sembrava averne vissuti centotrenta, e male, solo negli ultimi tempi.

«Aspetta, non ti conosco, sto solo al piano di sopra. Ho sentito urla, cocci, un baccano, prima. Ma che fate qua dentro? Non mi sembra che ti diverti. Sei sola? Fammi entrare un attimo… Non devi avere paura, sono…», e qui Andrea esitò. Qualcosa gli fece pensare che era meglio, per ora, essere solo un impiccione, un amico, l'arcangelo Gabriele anche, ma non il carabiniere che era. «Sono solo quello del piano di sopra… Sono qui per lavoro, sai, l'Università…».
Lei, che era stravolta, e che probabilmente avrebbe pianto sulla spalla di Norman Bates, se se lo fosse trovato davanti uscendo dalla doccia, lo fece entrare.
Era una storia che Andrea, tristemente, conosceva a memoria per averla già sentita altre volte. Una storia balorda. Lei di buona famiglia che rompe con tutto per vivere insieme a un clandestino fascinoso e delinquente. Si sposano. Lui perde la clandestinità e il fascino in una botta sola. La delinquenza, quella no. Botte da orbi, minacce, e un sistematico lavoro di mortificazione dello spirito nonché del corpo di Valeria (così aveva detto di chiamarsi), affinché si dimenticasse per sempre diritti, desideri o aspirazioni che non coincidessero con quello che lui disponeva di fare di lei.
«Ma perché non vai, che ne so, dai Carabinieri, dalla Polizia, da qualcuno. Che fai, aspetti che ti trovino con la testa spaccata contro il comodino?», le chiese Andrea, che le stava seduto vicino con il braccio allungato sulla spalliera del divano senza azzardarsi minimamente a fare un gesto, meno che mai una carezza.

"Chi si è scottato con il fuoco, ha paura anche dell'acqua", recitò fra sé tanto per tenere calde le sue ossessioni.

«Mai! I poliziotti mai! I carabinieri forse… ma nemmeno loro… Sono tutti uguali: in divisa fanno il rapportino, poi se ne vanno e se ne infischiano se quello mi ammazza».
«Ma ci sei mai stata? Hai provato a parlare con qualcuno?».
«No, mai. La mia vita è questa. Me la sono scelta, e poi forse è pure colpa mia se lui…».
Anche questa Andrea l'aveva già sentita: la violenza subita scuoteva le basi profonde della sicurezza e faceva sentire la vittima colpevole di essersi meritata quello che le era accaduto. Succedeva quasi sempre. Era triste, ma era così.
Lasciò perdere. Rimase ancora un po'. Seppe che "il biondo" era partito per qualche giorno, grazie a Dio. Parlarono, un paio di volte lei rise persino. Era carina, bionda e magrissima con due occhi enormi ancora vivaci, nonostante tutto… Uscendo Andrea le sfiorò una spalla per salutarla. Piano, come per caso. Poi si voltò e salì nel suo appartamento. Andò a letto e per fortuna questa volta non sognò nulla.

Il corso stava per terminare. Un giorno ancora. Il caso stagnava come la sua acqua. L'unico motivo di novità e di distrazione era Valeria. Andrea era sceso da lei per altre due sere dalla prima volta. Avevano parlato. Quasi sempre di cose varie. Lei mai dell'altro. Lui mai di quello che faceva veramente. Avevano riso. Mangiato anche una pizza nel cartone portata da lui, ed erano stati bene. Lui ci avrebbe anche fatto l'amore, sarebbe bastato poco. Ma era già tutto abbastanza incasinato. Non era per Monica che non lo faceva. Il loro rapporto era alla fine. E poi "Nei secoli fedele" ce l'aveva scritto sullo stemma, mica tatuato sul corpo… Era per lei, per Valeria. In quella situazione sarebbe stato solo peggio, per tutti e due…
Continuò a camminare. Non aveva voglia di tornare a casa. Vide una chiesa. Parrocchia dello Spirito Santo.

Gettò la sigaretta ed entrò senza un motivo. La chiesa era buia e fresca.

Si segnò per abitudine. Dentro non c'era quasi nessuno. Qualche cero acceso davanti all'altare deserto e un funereo odore di fiori appassiti.
Sentì distrattamente qualcuno entrare. Poi un bisbiglio alle sue spalle lo fece voltare di scatto, con il corpo attraversato da un brivido. Una vecchietta minuta, che stava ritirando la mano gocciolante dall'acquasantiera, lo guardò basita stringendo la borsetta. «Che ha detto, signora?», chiese con un bisbiglio Andrea, che si era chinato verso la donna con gli occhi da matto. «Come che ho detto? Mi sono fatta il segno della croce. Siamo in Chiesa sa, giovanotto?», lo apostrofò quella, per nulla impressionata. «Sì, ma prima, mentre si segnava, cosa ha detto?». «Ah, prima… Acquasanta che mi bagna, Spirito Santo che mi accompagna», spiegò candidamente.

Ma Andrea era già fuori… Camminava in fretta, senza vedere nulla e intanto digitava sul telefono.

«Guido, vai dal prete. Lui non c'era, lo so, ma il seminarista sì. Cerca lui, interrogalo, erano tre prostitute, in un certo modo siamo tutti peccatori. Le ha bagnate con l'acqua santa, le ha benedette e poi…».
Il caso si chiuse qualche giorno più tardi. Tutto si collocava al proprio posto. Il referto tecnico confermò che le caratteristiche dell'acqua esaminata erano del tutto compatibili con quella di un'acquasantiera. Al prete era sparito un aspersorio. Pensava di averlo perso. E il seminarista vendicatore l'acqua doveva prenderla già benedetta dall'acquasantiera. Mica poteva benedirsi da solo l'acqua del rubinetto. Ancora non era un prete. Le regole, quelle, lui le rispettava sempre…
E secondo quelle regole implacabili, che a suo dire gli dettava Dio in persona, rivelò con aria mistica agli inquirenti di aver redento quelle tre disgraziate dal peccato, spedendole per sempre nei beati campi eterni dove avrebbero goduto, gratis, dell'abbraccio del Signore invece che di quello di laidi pervertiti.

Il corso era finito e il caso chiuso. Andrea doveva partire. Era passato a ringraziare Cesare e a salutare gli altri colleghi. Ma c'era ancora una cosa che doveva fare. Gli era venuta in mente quella notte. Magari era assurda, ridicola, ma che importa. Magari avrebbe smesso di fare quel sogno.
I bagagli erano pronti vicino alla porta. Guardò giù in strada. Una macchina blu lo aspettava davanti al portone.
Prese i vestiti sul letto e si cambiò. Poi radunò lo zaino e il pc, chiuse l'appartamento e scese le scale fino alla porta di Valeria. Suonò. Aspettò immobile che lei aprisse.
La faccia inorridita e tradita di Valeria quando se lo vide davanti in uniforme, fece quasi paura anche a lui. «Ma che vuol dire?…», gridò lei furiosa.

Un'accoglienza affettuosa niente male, ma che si aspettava?

«Niente, non vuol dire niente. Questo è quello che sono e quello che faccio, quello che sono e che fanno tanti altri… Se te lo avessi detto prima, non ci saremmo neanche mai parlati. Sto tornando a Roma, questo è il mio numero… di Andrea… o del carabiniere… Vedi tu. Io sono tutti e due e ti prometto che per te sarò solo quello che vorrai». L'avvicinò a sé e la baciò in fretta sulle labbra.
Poi se ne andò, lasciandola lì con quel biglietto in mano e neanche il tempo di capirci qualcosa.
La macchina partì immediatamente.
Io non la lascio sola, questa ragazza...
Lei, da dietro i vetri, lo guardò andare via.
Pensò che forse, fra qualche tempo, magari lo avrebbe chiamato.

Paola Verri