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Attualità
Imprese contro la
mafia
Ivan Lo Bello, Presidente di
Confindustria Sicilia, spiega come stia cambiando la mentalità
dell'isola: grazie anche alle iniziative dell'associazione, sono
sempre di più gli imprenditori che si ribellano al
pizzo
Ivan Lo Bello è un brillante e coraggioso imprenditore catanese.
Presidente di Confindustria Sicilia, guida la prestigiosa
associazione con grande competenza giuridica e manageriale e
soprattutto con un obiettivo: modernizzare l'economia isolana
affinché possa finalmente decollare, privilegiando il merito
anziché le forme clientelari connesse alle pastoie malavitose, con
una conseguente positiva ricaduta anche sul sociale.
Colto, affabile, molto preparato, dotato di una grande capacità
oratoria che si esplica soprattutto "a braccio", sempre con i nervi
saldi e il sorriso sulle labbra nonostante i mille impegni cui deve
far fronte, Lo Bello è tutto questo ma anche di più, poiché è
animato da una forte volontà di riscatto sociale per la sua
Sicilia. Egli ha avuto la temerarietà di esporsi, dicendo alla
mafia un fermo "no". Un esempio fecondo, sull'onda del quale oggi,
a Palermo, una quarantina di industriali di tutti i settori hanno
trovato la forza di uscire dal tunnel del silenzio, denunciando i
loro estortori.
Nato a Catania ma cresciuto a Siracusa, che ritiene a tutti gli
effetti la sua città, marito e padre felice di due bambine, Chiara
ed Alice, cui è molto legato da uno spiccato senso della famiglia
tipicamente siciliano, rispettoso delle tradizioni (è orgoglioso
del suo nome completo: Ivanhoe, come quello del nonno),
appassionato d'arte (ha presieduto il Festival Teatrale di
Ortigia), dopo l'attività d'avvocato d'azienda, questo imprenditore
di terza generazione è arrivato alla guida di Confindustria Sicilia
il 26 settembre 2006, e ricopre al contempo altri incarichi
rilevanti, quale componente della Giunta nazionale della succitata
Associazione e del Comitato di Presidenza di Unioncamere nazionale,
nonché Presidente della Camera di Commercio di Siracusa e del Banco
di Sicilia.
Presidente, lei ha segnato una svolta epocale nella storia della
Confindustria siciliana, decidendo di espellerne gli associati che
pagavano il pizzo alla Piovra o che, comunque, erano conniventi con
essa. Quali sono stati gli esiti di questa sua presa di
posizione?
«In primo luogo, desidero sottolineare che la nostra scelta ha
trovato un terreno fertile nell'azione di collaborazione della
magistratura e delle Forze dell'Ordine, con un particolare
riferimento all'Arma dei Carabinieri, un'Istituzione che è nel
cuore di tutti gli italiani e in cui abbiamo trovato un eccezionale
punto di riferimento nella nostra battaglia contro la mafia e un
fortissimo supporto anche in termini di solidarietà umana nelle
azioni che abbiamo intrapreso. Ciò detto, due sono stati i
risultati più significativi: l'incremento delle denunce sporte da
titolari d'impresa, che, nella provincia palermitana in
particolare, erano quasi inesistenti, e soprattutto il mutamento
della percezione sociale. La gente, ora, giudica assai duramente
chi continui a pagare il pizzo, oppure, in ogni caso, ad essere
colluso con la criminalità organizzata. Ciò costituisce un
importante segnale culturale, una testimonianza di come si stia
"estirpando" la mentalità omertosa».
Qual è oggi il ruolo di Confindustria Sicilia?
«La missione di Confindustria Sicilia consiste da sempre nel
coordinamento e nel rafforzamento delle attività economiche, tesi a
sviluppare il tessuto commerciale dell'isola. In questi ultimi
tempi la sua leadership nei settori preminenti si è attestata ad
altissimi livelli, sia per l'operato svolto in Sicilia (a cui
l'intero mondo imprenditoriale guarda con attenzione), sia sul
territorio nazionale, per non parlare degli apprezzamenti pervenuti
anche dalle testate giornalistiche straniere».
Ed il suo peso, sia in Italia sia all'estero?
«Fondata nel 1944, in pieno dopoguerra, è stata la prima
Federazione di ordine regionale del Sistema Confindustria, nonché
la principale organizzazione nazionale rappresentativa delle
aziende manifatturiere e di servizi in Italia. Presente in ogni
provincia siciliana con nove Associazioni degli Industriali e la
sede a Palermo, da allora ha conosciuto una costante crescita: oggi
conta circa 4mila aziende affiliate, di cui 143 del comparto
chimico, petrolchimico ed energia, 453 dell'edilizia, laterizi e
manufatti in cemento, 150 dell'alimentare, 120 del turismo e 391
del metalmeccanico».
Quale pensa sia lo strumento più adatto a far da volano
all'economia della Sicilia?
«Ritengo che ciò possa avvenire, compiendo in tal modo una proficua
lotta contro la criminalità organizzata, attraverso la
modernizzazione dell'apparato produttivo, che deve abbandonare il
modello parassitario e assistenziale finora dominante in Trinacria,
basato su un substrato cognitivo sterile, che non genera alcun
frutto. Uno dei maggiori handicap della regione è di essere
ostacolata nel progresso da questa forma mentis mafiosa, che
prospera sui mercati protetti, non rientranti cioè nelle logiche
dell'ingegno e della competitività: ossia della qualità».
Quali dunque i principali ambiti da incrementare per liberare la
regione dalla zavorra mafiosa?
«Il rimedio a questo male secolare consiste nell'incrementare
ambiti quali l'agroalimentare e il tecnologico che, essendo più
aperti alla concorrenza internazionale, in quanto caratterizzati da
notevoli capacità d'efficienza ed innovazione, non fanno parte
della sfera influenzata dal condizionamento criminoso, in cui
prevalgono valori alternativi alla meritocrazia».
Che incidenza ha la formazione nel contesto dell'imprenditoria
siciliana e, più in generale, italiana?
«Oggi è l'elemento determinante, insieme con le competenze, e mette
in ombra la produzione che, fino a qualche decennio fa, occupava la
pole position. In questi anni abbiamo vissuto una transizione
veloce tra il modello, abbastanza standardizzato e ormai obsoleto,
di grande fabbrica con pochi salti tecnologici che, entrato in
crisi alla fine degli anni Settanta, ha ceduto il passo, nel
decennio successivo, a una specie di cambio di paradigma, secondo
il quale adesso ci ritroviamo in un universo "globalizzato"
commercial-finanziario. In questo nuovo scenario, però, il nostro
Paese s'inserisce a fatica, penalizzato da un sistema scolastico
che tende ad ampliare, anziché affievolire, le disuguaglianze fra i
vari ceti della popolazione».
E cosa pensa dei nostri atenei?
«Sebbene siano fra i più antichi al mondo, non sono ancora aperti a
livello internazionale, in quanto presentano difficoltà strutturali
e tenaci resistenze corporative; in Sicilia, nel 2006, quelli di
Palermo e di Catania contavano rispettivamente 63.400 e 50.700
iscritti, quello di Messina circa 39.600. L'Università deve
avvalersi di un'autonomia reale, per poter immettere un più elevato
numero di risorse umane nelle imprese che, al momento, ne assorbono
appena il 9%».
Qual è oggi il reddito prodotto dalla Sicilia?
«Secondo gli ultimi rilevamenti elaborati dall'Ufficio Statistica
della Regione Siciliana, i dati registrati presentano un quadro
incoraggiante, in quanto si è passati da un Pil (Prodotto Interno
Lordo) di 67.203 milioni di euro rilevati nell'anno 2000 ad un
sostanziale "balzo in avanti" pari a 80.378 milioni di euro del
2005, per arrivare infine ai circa 82.938 del 2006».
E i comparti industriali della regione che attualmente "tirano" di
più?
«Il turismo sta conoscendo senza dubbio una escalation, insieme
all'agroalimentare, che possiede grandi potenzialità, nonostante
ancora non si sia espresso al massimo, perché le ditte sono troppo
piccole e hanno bisogno d'espandersi. Anche i settori
metalmeccanico, tecnologico (per esempio, il Distretto High Tech a
Catania) e dell'energia nelle aziende tradizionali e in quelle
rinnovabili si stanno sviluppando moltissimo; quest'ultimo ambito
vede la presenza di parecchi operatori non soltanto locali, ma
provenienti anche dal resto d'Italia e dall'estero, pur soffrendo
ancora a causa delle procedure burocratiche».
Che, insieme alla criminalità, rappresentano la nota
dolente...
«Per noi "addetti ai lavori" una pubblica amministrazione non
adeguata a supportare i flussi d'investimento pesa sulla capacità
di attrarli nella nostra isola, tanto che negli ultimi anni se ne
sono registrate modestissime entità (concentrate nel comparto
turistico), da parte di ditte straniere già presenti sul nostro
territorio».
Quali sono state le ultime iniziative intraprese da Confindustria
Sicilia contro l'illegalità?
«Dopo l'invio di una mia lettera aperta a tutti gli imprenditori
siciliani a sostegno della posizione del Procuratore Capo della
Repubblica di Palermo Francesco Messineo e contro l'oppressione del
racket, abbiamo intensificato le azioni contro l'illegalità,
adottando un codice etico nell'ambito della nostra Associazione per
debellare la tendenza della mafia ad infiltrarsi nella gestione
diretta delle aziende e rifiutando qualunque rapporto con le
organizzazioni criminali. Il nostro obiettivo è quello di far
lievitare il numero delle collaborazioni con lo Stato e le Forze
dell'Ordine, diffondendo una sana "cultura d'impresa"».
Gli interventi su questo tema?
«Molti, portati avanti dalle nostre sezioni provinciali. I numeri
verdi per le denunce anonime, le costituzioni di parte civile nei
processi, i convegni pubblici. Con il coordinamento di
Confindustria Caltanissetta, abbiamo poi partecipato al progetto I
pizzini per la legalità ideato dalla Fondazione Paolo Borsellino, e
fra non molto realizzeremo dei diari scolastici che riporteranno
vignette ed immagini legate al medesimo
argomento». |
Giusi Parisi
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