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Apriamo una parentesi

Comunque le si trascorra, le vacanze sono un'occasione unica per spezzare la fatica e la routine dei mesi dedicati al lavoro e, soprattutto, per stare in pace con se stessi e con gli altri

Villeggianti al mare Tempo di vacanze. Si parte. È la parentesi colorata - di quindici-venti giorni spensierati - fra gli undici mesi di lavoro passati, e gli undici che verranno. Accendo il televisore. Panoramica sulle autostrade. Code e rallentamenti, in entrata, in uscita e lungo il percorso, sui quattro quadratini in cui è diviso lo schermo. Il traffico scorre veloce solo nella direzione opposta, verso le grandi città. Sono quelli che lavorano ancora o che le vacanze le hanno già fatte. Passano, guardando invidiosi le altre corsie. Primo piano sull'auto ferma. «Come va?», chiede la giornalista, quasi non vedesse che proprio non si va. Il guidatore ha la faccia di chi sta facendo la Mille Miglia e sa già di aver perso. L'auto straripa di bagagli e di bambini. La moglie, sul sedile accanto, ha la faccia di sempre, quella della casalinga rassegnata. C'è pure il cane, un bastardino, bruttarello, che, ignaro, scodinzola amichevolmente. «Siamo partiti questa notte alle due, per non trovare traffico», risponde gentile l'automobilista. È una di quelle che i giornali e le televisioni chiamano «le partenze intelligenti». Figuriamoci quelle cretine. Ma la prospettiva della parentesi colorata fa sopportare tutto. Infatti, la telecamera passa subito dopo sulle spiagge infuocate dal sole.

Le ragazze sono magrissime, abbronzatissime, bellissime. Giocano sulla sabbia, rincorrendosi; entrano in acqua, tuffandosi dentro le onde che arrivano schiumando. Che meraviglia. Quali prospettive, per i ragazzi che, in macchina, sono ancora in coda sulle autostrade. Poi arrivi, ti danno la sdraio, l'ombrellone, in penultima fila, e la tua vicina non è esattamente come te l'eri immaginata, con quel suo improbabile costume a un pezzo, stampato a fiorellini. Quando fa il bagno, prima che l'acqua le arrivi alle ginocchia, ci mette prudentemente mezz'oretta, perché «l'acqua è fredda». E le ragazze magrissime, abbronzatissime, bellissime? Devono essere rimaste dentro il televisore. Ma che importa. Il bello della vacanza è che hai sempre la sensazione di essere miliardario, anche se di soldi in tasca ce ne sono pochini.

La pensione - che ha il nome dello stadio di Torino dove gioca la Juventus, "Delle Alpi" (o è lo stadio che si chiama come la pensione?), chissà poi perché, un nome così, al mare (!) - ha le camere piccole, col letto che fa piedino all'armadio di fronte, tanto che fra l'armadio e il letto ci passi solo se sei stato a dieta in vista del costume da bagno dell'anno scorso, quand'eri più magro. Ma, come si dice in queste circostanze, sono "linde" e "allegre". Che abbiano, poi, da essere allegre, non si sa. Il bagno è microscopico, quando ti lavi i denti sbatti regolarmente col gomito contro i paletti di alluminio che sostengono la tenda di plastica della doccia (che butta un getto d'acqua con la parsimonia dell'avaro quando mette l'elemosina nel cestino del sagrestano in chiesa). La sala da pranzo è come le camere: "linda". Come il cibo, un po' slavato, che però ti salva la linea. Fra i tavoli scorrazzano i bambini, che ti paiono diecimila e invece sono solo otto, e che i camerieri dribblano come faceva Maradona, una finta a destra, e via verso il tavolo "sette" a sinistra.

Ci sono passato anch'io. Quand'ero ragazzo e i miei genitori mi davano quattro soldi - figuriamoci: da buoni torinesi, erano, come dicono i francesi, regardants, che poi è la traduzione gentile del nostro "non fare il passo più lungo della gamba" - per le vacanze da trascorrere sulla Riviera ligure, con i compagni di università. Io dormivo su una branda, ai piedi del letto matrimoniale nel quale si sistemavano i miei due amici del cuore. Che tutte le mattine, all'alba, mi passavano sopra, imprecando, per andare alla finestra e tirare le loro scarpe al gallo che li svegliava puntualmente con un sonorissimo "chicchirichì" di ordinanza. Avevamo sempre una fame da lupi. Il cibo era quello che era. Slavato. Era migliorato improvvisamente solo dopo che uno dei miei due amici, il più robusto, affamato e collerico, aveva sollevato da terra il padrone della pensione mostrandogli una fettina di formaggio attraverso la quale si vedeva benissimo il sole. In compenso, a Finale Ligure, ho conosciuto la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie. Festeggiamo, il 2 agosto, cinquant'anni di vita felice insieme.

Eppure, comunque le si trascorra - e certo ora i nostri figli e nipoti le passano ben più comodamente, magari in Grecia o negli Stati Uniti, di noi che uscivamo dalla guerra e programmavamo il nostro avvenire in famiglie non povere, ma neppure propriamente ricche -, le vacanze estive sono una bella e utile interruzione della routine di tutto l'anno, che si studi ancora o si lavori già. Per noi, che abbiamo svoltato l'angolo della settantina, il ricordo delle vacanze di gioventù coincide con quello del tempo degli entusiasmi e delle speranze, anche per chi di entusiasmi non ne ha più e le speranze le ha riposte nel cassetto.

Personalmente, sono stato fortunato. Ma non perché, ora, possa fare vacanze migliori di quelle di quando ero ragazzo. No, no. Perché non le faccio affatto. I miei amici dicono di invidiarmi perché sarei sempre in vacanza: oltre quattro mesi d'estate nella mia casa di campagna in Provenza. Invece, credo di essere uno dei pochissimi italiani che lavora ininterrottamente tutto l'anno. Sette-otto articoli per il Corriere della Sera, due-tre per il Corriere del Ticino, uno per Il Carabiniere, fanno undici articoli al mese, più di uno ogni tre giorni. Senza contare la ricerca della documentazione per scriverli. Il resto del tempo lo passo prevalentemente nel mio studio a leggere i miei adorati classici del pensiero politico liberale, John Locke, Bernard Mandeville, David Hume, Adam Smith, Edmund Burke, Charles de Montesquieu, Alexis de Tocqueville, Benjamin Constant, Frédéric Bastiat, Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Raymond Aron, più Norberto Bobbio, Alessandro Passerin d'Entrèves e Giovanni Sartori, i miei tre grandi maestri. In fondo, continuo a studiare, come facevo all'università. Ovvero, coltivo l'ozio dei romani, che non è far niente, ma meditare.

Gli sprazzi di relax consistono nel sorvegliare i nipotini che sguazzano in piscina - che qui nelle case francesi di vacanza non è un lusso, ma un servizio come un altro - e nel rito dell'aperitivo (succo di pompelmo e una spruzzata di bitter Campari, qualche cubetto di formaggio locale, due fettine di salame) al tramonto, in giardino davanti a casa, quando anche le cicale smettono di frinire. La pigrizia fisica, ma mentalmente attiva, è la mia vacanza. Le colazioni con gli amici di passaggio da noi lungo la strada per la Spagna o l'altro Sud della Francia sono la maggiore distrazione; le cene da quelli che hanno casa sulla Costa - mia moglie ed io li chiamiamo "gli amici ricchi", rispetto a noi che siamo a trenta chilometri dal mare - minacciano persino, a volte, di sembrarmi una fatica.

Al mattino, dopo la lettura di buon'ora della posta dei miei lettori su Internet, c'è l'acquisto dei giornali alla maison de presse. Venti chilometri di macchina, compresa la spesa al supermercato. Mia moglie, quand'era più giovane, guidava, si fa per dire, persino a Mosca, sulle strade ghiacciate dove, quando frenava, faceva puntualmente testa-e-coda davanti al miliziano, atterrito, a guardia del semaforo. Ora glielo proibisco. La vorrei conservare tutta intera per quando sarò più vecchio, dato che dipendo da lei per tutte le cose pratiche. Colazione nel fresco del vecchio mas (nel Seicento era una stalla per le bestie), pennichella, letture, cena sul tavolo all'aperto, la sera. Poi televisione. Quasi (quasi) come nei mesi d'inverno a Milano. L'importante è non annoiarsi mai, stare bene e in pace con se stessi. Così, lo si è anche con gli altri.

Buone vacanze a tutti, comunque le facciate e, se venite da queste parti, passate a trovarci. Una fetta di fois gras, un pezzo di agnello al forno, un bicchiere di rosé fresco, mia moglie ed io non li neghiamo a nessuno.
Piero Ostellino