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Ago-Set
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L'Opinione
Apriamo una
parentesi
Comunque le si trascorra, le vacanze
sono un'occasione unica per spezzare la fatica e la routine dei
mesi dedicati al lavoro e, soprattutto, per stare in pace con se
stessi e con gli altri
Tempo di vacanze. Si parte. È la parentesi colorata - di
quindici-venti giorni spensierati - fra gli undici mesi di lavoro
passati, e gli undici che verranno. Accendo il televisore.
Panoramica sulle autostrade. Code e rallentamenti, in entrata, in
uscita e lungo il percorso, sui quattro quadratini in cui è diviso
lo schermo. Il traffico scorre veloce solo nella direzione opposta,
verso le grandi città. Sono quelli che lavorano ancora o che le
vacanze le hanno già fatte. Passano, guardando invidiosi le altre
corsie. Primo piano sull'auto ferma. «Come va?», chiede la
giornalista, quasi non vedesse che proprio non si va. Il guidatore
ha la faccia di chi sta facendo la Mille Miglia e sa già di aver
perso. L'auto straripa di bagagli e di bambini. La moglie, sul
sedile accanto, ha la faccia di sempre, quella della casalinga
rassegnata. C'è pure il cane, un bastardino, bruttarello, che,
ignaro, scodinzola amichevolmente. «Siamo partiti questa notte alle
due, per non trovare traffico», risponde gentile l'automobilista. È
una di quelle che i giornali e le televisioni chiamano «le partenze
intelligenti». Figuriamoci quelle cretine. Ma la prospettiva della
parentesi colorata fa sopportare tutto. Infatti, la telecamera
passa subito dopo sulle spiagge infuocate dal sole.
Le ragazze sono magrissime, abbronzatissime, bellissime. Giocano
sulla sabbia, rincorrendosi; entrano in acqua, tuffandosi dentro le
onde che arrivano schiumando. Che meraviglia. Quali prospettive,
per i ragazzi che, in macchina, sono ancora in coda sulle
autostrade. Poi arrivi, ti danno la sdraio, l'ombrellone, in
penultima fila, e la tua vicina non è esattamente come te l'eri
immaginata, con quel suo improbabile costume a un pezzo, stampato a
fiorellini. Quando fa il bagno, prima che l'acqua le arrivi alle
ginocchia, ci mette prudentemente mezz'oretta, perché «l'acqua è
fredda». E le ragazze magrissime, abbronzatissime, bellissime?
Devono essere rimaste dentro il televisore. Ma che importa. Il
bello della vacanza è che hai sempre la sensazione di essere
miliardario, anche se di soldi in tasca ce ne sono pochini.
La pensione - che ha il nome dello stadio di Torino dove gioca la
Juventus, "Delle Alpi" (o è lo stadio che si chiama come la
pensione?), chissà poi perché, un nome così, al mare (!) - ha le
camere piccole, col letto che fa piedino all'armadio di fronte,
tanto che fra l'armadio e il letto ci passi solo se sei stato a
dieta in vista del costume da bagno dell'anno scorso, quand'eri più
magro. Ma, come si dice in queste circostanze, sono "linde" e
"allegre". Che abbiano, poi, da essere allegre, non si sa. Il bagno
è microscopico, quando ti lavi i denti sbatti regolarmente col
gomito contro i paletti di alluminio che sostengono la tenda di
plastica della doccia (che butta un getto d'acqua con la parsimonia
dell'avaro quando mette l'elemosina nel cestino del sagrestano in
chiesa). La sala da pranzo è come le camere: "linda". Come il cibo,
un po' slavato, che però ti salva la linea. Fra i tavoli
scorrazzano i bambini, che ti paiono diecimila e invece sono solo
otto, e che i camerieri dribblano come faceva Maradona, una finta a
destra, e via verso il tavolo "sette" a sinistra.
Ci sono passato anch'io. Quand'ero ragazzo e i miei genitori mi
davano quattro soldi - figuriamoci: da buoni torinesi, erano, come
dicono i francesi, regardants, che poi è la traduzione gentile del
nostro "non fare il passo più lungo della gamba" - per le vacanze
da trascorrere sulla Riviera ligure, con i compagni di università.
Io dormivo su una branda, ai piedi del letto matrimoniale nel quale
si sistemavano i miei due amici del cuore. Che tutte le mattine,
all'alba, mi passavano sopra, imprecando, per andare alla finestra
e tirare le loro scarpe al gallo che li svegliava puntualmente con
un sonorissimo "chicchirichì" di ordinanza. Avevamo sempre una fame
da lupi. Il cibo era quello che era. Slavato. Era migliorato
improvvisamente solo dopo che uno dei miei due amici, il più
robusto, affamato e collerico, aveva sollevato da terra il padrone
della pensione mostrandogli una fettina di formaggio attraverso la
quale si vedeva benissimo il sole. In compenso, a Finale Ligure, ho
conosciuto la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie.
Festeggiamo, il 2 agosto, cinquant'anni di vita felice
insieme.
Eppure, comunque le si trascorra - e certo ora i nostri figli e
nipoti le passano ben più comodamente, magari in Grecia o negli
Stati Uniti, di noi che uscivamo dalla guerra e programmavamo il
nostro avvenire in famiglie non povere, ma neppure propriamente
ricche -, le vacanze estive sono una bella e utile interruzione
della routine di tutto l'anno, che si studi ancora o si lavori già.
Per noi, che abbiamo svoltato l'angolo della settantina, il ricordo
delle vacanze di gioventù coincide con quello del tempo degli
entusiasmi e delle speranze, anche per chi di entusiasmi non ne ha
più e le speranze le ha riposte nel cassetto.
Personalmente, sono stato fortunato. Ma non perché, ora, possa fare
vacanze migliori di quelle di quando ero ragazzo. No, no. Perché
non le faccio affatto. I miei amici dicono di invidiarmi perché
sarei sempre in vacanza: oltre quattro mesi d'estate nella mia casa
di campagna in Provenza. Invece, credo di essere uno dei pochissimi
italiani che lavora ininterrottamente tutto l'anno. Sette-otto
articoli per il Corriere della Sera, due-tre per il Corriere del
Ticino, uno per Il Carabiniere, fanno undici articoli al mese, più
di uno ogni tre giorni. Senza contare la ricerca della
documentazione per scriverli. Il resto del tempo lo passo
prevalentemente nel mio studio a leggere i miei adorati classici
del pensiero politico liberale, John Locke, Bernard Mandeville,
David Hume, Adam Smith, Edmund Burke, Charles de Montesquieu,
Alexis de Tocqueville, Benjamin Constant, Frédéric Bastiat,
Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Raymond Aron, più Norberto
Bobbio, Alessandro Passerin d'Entrèves e Giovanni Sartori, i miei
tre grandi maestri. In fondo, continuo a studiare, come facevo
all'università. Ovvero, coltivo l'ozio dei romani, che non è far
niente, ma meditare.
Gli sprazzi di relax consistono nel sorvegliare i nipotini che
sguazzano in piscina - che qui nelle case francesi di vacanza non è
un lusso, ma un servizio come un altro - e nel rito dell'aperitivo
(succo di pompelmo e una spruzzata di bitter Campari, qualche
cubetto di formaggio locale, due fettine di salame) al tramonto, in
giardino davanti a casa, quando anche le cicale smettono di
frinire. La pigrizia fisica, ma mentalmente attiva, è la mia
vacanza. Le colazioni con gli amici di passaggio da noi lungo la
strada per la Spagna o l'altro Sud della Francia sono la maggiore
distrazione; le cene da quelli che hanno casa sulla Costa - mia
moglie ed io li chiamiamo "gli amici ricchi", rispetto a noi che
siamo a trenta chilometri dal mare - minacciano persino, a volte,
di sembrarmi una fatica.
Al mattino, dopo la lettura di buon'ora della posta dei miei
lettori su Internet, c'è l'acquisto dei giornali alla maison de
presse. Venti chilometri di macchina, compresa la spesa al
supermercato. Mia moglie, quand'era più giovane, guidava, si fa per
dire, persino a Mosca, sulle strade ghiacciate dove, quando
frenava, faceva puntualmente testa-e-coda davanti al miliziano,
atterrito, a guardia del semaforo. Ora glielo proibisco. La vorrei
conservare tutta intera per quando sarò più vecchio, dato che
dipendo da lei per tutte le cose pratiche. Colazione nel fresco del
vecchio mas (nel Seicento era una stalla per le bestie),
pennichella, letture, cena sul tavolo all'aperto, la sera. Poi
televisione. Quasi (quasi) come nei mesi d'inverno a Milano.
L'importante è non annoiarsi mai, stare bene e in pace con se
stessi. Così, lo si è anche con gli altri.
Buone vacanze a tutti, comunque le facciate e, se venite da queste
parti, passate a trovarci. Una fetta di fois gras, un pezzo di
agnello al forno, un bicchiere di rosé fresco, mia moglie ed io non
li neghiamo a nessuno. |
Piero Ostellino
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