|
|
Home > L'Editoria >
Il Carabiniere >
Anno 2008 >
Giugno >
Storia
Fu vera scienza?
Proseguono gli "incontri" con i Maestri
della Cultura, dell'Arte, della Scienza. Confidenziali botta e
risposta con chi, per le sue opere, ha lasciato un segno nei
secoli. Questo mese è la volta di Galileo Galilei
Professore, è vero che avrebbe dovuto fare il musicista?
«Ai miei genitori non sarebbe dispiaciuto. Per qualche tempo
studiai organo e liuto».
Ed è vero che, ragazzo, pensò di prendere gli ordini sacri?
«Sì, ma cambiai presto idea».
Quando decise di votarsi alla scienza?
«Non fu una scelta facile, perché appartenevo a una famiglia di
commercianti che sbarcavano dignitosamente il lunario, ma non erano
ricchi».
Cosa faceva suo padre?
«Possedeva un negozio di biancheria. Avrebbe desiderato che io lo
affiancassi e ne diventassi l'erede. Studiare, allora, era un lusso
che pochi potevano concedersi».
Lei se lo concesse.
«Le lascio immaginare con quali sacrifici da parte dei miei
genitori».
I suoi primi maestri?
«L'istruzione elementare me la impartirono i frati vallombrosiani,
in un istituto vicino Firenze».
A quale università s'iscrisse?
«A quella di Pisa, la città dov'ero nato il 18 febbraio
1564».
Facoltà?
«Medicina. Gli atenei, nel Cinquecento, erano diversi da quelli di
oggi».
Perché?
«Fra le materie d'insegnamento, nella mia facoltà, c'era anche la
filosofia».
Dettava ancora legge Aristotele?
«Era il pilastro, la massima autorità cui tutto si riportava.
Nessuno osava confutarne le tesi».
Lei non esitò a farlo.
«Sì: sfidando gli anatemi della scienza ufficiale e della stessa
Chiesa. Ma dovetti far i conti non solo con il filosofo greco.
Teneva ancora banco la teoria di Tolomeo, secondo cui la Terra era
al centro dell'universo, con la Luna, il Sole, le stelle che le
ruotavano attorno. La scienza, più che sulla sperimentazione, era
fondata sui dogmi».
Difficili da smantellare.
«Ci voleva un bel coraggio per andare controcorrente. Ma io,
convinto della bontà delle mie intuizioni e delle mie
dimostrazioni, decisi di demolire i luoghi comuni della scienza
ufficiale».
E i colleghi?
«Mi fecero una guerra spietata, ma tutto ciò non m'impedì, a soli
venticinque anni, di ottenere la cattedra di Matematica
nell'Università di Pisa».
La conservò a lungo?
«No: per pochi anni. Nel 1592 mi trasferii nell'ateneo di Padova,
dove rimasi fino al 1610. A questo periodo risalgono molte mie
scoperte scientifiche».
In quale campo?
«Una delle prime fu in quello della meccanica. Sottoposi a
revisione la teoria aristotelica secondo la quale gli oggetti
pesanti cadono più velocemente di quelli leggeri».
Cosa dimostrò?
«Che cadono alla stessa velocità, a meno che non incontrino
ostacoli».
A lei si deve quel metodo sperimentale che rivoluzionerà la ricerca
scientifica.
«Ai miei tempi era un metodo quasi completamente sconosciuto, ma
era quello giusto. Le lascio immaginare l'ostracismo dei colleghi e
la diffidenza delle autorità ecclesiastiche. Quelli e queste mi
misero in tutti i modi i bastoni fra le ruote, ma io non mi piegai
mai a minacce e a lusinghe».
Il concetto nuovo d'inerzia verrà sviluppato da Newton, che ne farà
la "prima legge".
«Ogni scienziato, si sa, deve qualcosa ai suoi predecessori».
Torniamo alle sue conturbanti scoperte astronomiche.
«Nel XVII secolo era più viva che mai la disputa fra i seguaci
della teoria geocentrica tolemaica e quella eliocentrica
copernicana, secondo cui la Terra ruota attorno al Sole. Io mi
schierai decisamente con lo scienziato polacco, morto ventuno anni
prima della mia nascita. Il cielo con le sue leggi e i suoi misteri
esercitava su di me una irresistibile suggestione».
Disponevate già di telescopi?
«Ne sentii parlare per la prima volta nel 1609».
Chi lo inventò?
«Un olandese».
E lei?
«Vi apportai sostanziali modifiche».
Cioè?
«Ne costruii uno molto più potente».
Chissà quali scoperte.
«Le ricordo le più importanti. La superficie della Luna, come
erroneamente si credeva, non era liscia, ma punteggiata da crateri
e irta di montagne».
Come, immagino, tutti i corpi celesti.
«Come tutti i corpi celesti. Osservai anche la Via Lattea».
E cosa notò?
«Che non era un ammasso nebuloso e lattiginoso, ma un enorme
agglomerato di stelle singole. La siderale distanza dalla Terra
dava l'illusione di una formazione unica. Studiai a lungo i pianeti
e scoprii le quattro lune ruotanti intorno a Giove».
Tutto questo cosa dimostrava?
«E me lo domanda? Dimostrava che un corpo celeste poteva girare
attorno a tanti pianeti, non solo alla Terra. Il mio telescopio mi
fece anche vedere nitidamente le macchie solari».
Scoperte sensazionali.
«Non posso negarlo, in effetti. Ma non le dico quante inimicizie mi
procurarono. Nel 1616 mi fu interdetto l'insegnamento delle teorie
copernicane».
E lei?
«Solo, e praticamente indifeso, per alcuni anni dovetti abbozzare,
finché…».
Finché?
«Con l'avvento al soglio pontificio di Urbano VIII, il veto
decadde».
E lei?
«Nel 1632 diedi alle stampe la mia opera più importante, il Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo. Con dovizia di prove,
confermavo la teoria copernicana».
Come reagì la Chiesa?
«Mi portò in giudizio a Roma, davanti al tribunale
dell'Inquisizione».
Finì in carcere?
«No: agli arresti domiciliari nella mia villa di Arcetri, sulla
collina a sud di Firenze».
Dovette ritrattare le sue tesi?
«Durante un processo pubblico fui costretto a negare la rotazione
della Terra attorno al Sole».
E il Dialogo?
«Fu messo all'Indice».
Altre sue opere?
«Gliene cito due: Il Saggiatore, in cui delineai il metodo della
scienza moderna, e i Discorsi intorno a due nuove scienze, studi di
statica e dinamica».
Le sono debitori, se ricordo bene, anche i musicisti.
«Sì. Fornii loro prova sperimentale della base matematica del tono
e degli armonici».
A che età si congedò dal mondo?
«A settantotto anni, nel 1642, quando vide la luce lo scienziato
Isacco Newton».
È vero che, anche dopo morto, i nemici la perseguitavano
boicottando le sue opere e nascondendo le sue ossa?
«Verissimo, ma non dimentichi che, a quei tempi, imperversavano
ancora molte superstizioni e molti tabù. Io rimettevo tutta la
scienza in discussione, e questo non poteva non attirarmi feroci
opposizioni».
Lei si professava buon cristiano, devoto alla dottrina della
Chiesa. La sua fede non vacillò mai?
«Mai. Dio, per me, si manifestava anche attraverso le maestose
leggi della natura. Peccato che molti miei contemporanei, che si
spacciavano per uomini di scienza, non se ne rendessero, o non
volessero, rendersene conto. Fui anch'io, come tutti, un peccatore,
ma cercai sempre di non venir meno ai miei doveri spirituali. Me ne
andai munito dei conforti religiosi, perdonando chi, per decenni,
con tanta acrimonia, mi aveva
combattuto». |
Roberto Gervaso
|
|
|