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Fu vera scienza?

Proseguono gli "incontri" con i Maestri della Cultura, dell'Arte, della Scienza. Confidenziali botta e risposta con chi, per le sue opere, ha lasciato un segno nei secoli. Questo mese è la volta di Galileo Galilei

più guardo il cielo... più sprofondo nel suo mistero Professore, è vero che avrebbe dovuto fare il musicista?
«Ai miei genitori non sarebbe dispiaciuto. Per qualche tempo studiai organo e liuto».
Ed è vero che, ragazzo, pensò di prendere gli ordini sacri?
«Sì, ma cambiai presto idea».
Quando decise di votarsi alla scienza?
«Non fu una scelta facile, perché appartenevo a una famiglia di commercianti che sbarcavano dignitosamente il lunario, ma non erano ricchi».
Cosa faceva suo padre?
«Possedeva un negozio di biancheria. Avrebbe desiderato che io lo affiancassi e ne diventassi l'erede. Studiare, allora, era un lusso che pochi potevano concedersi».
Lei se lo concesse.
«Le lascio immaginare con quali sacrifici da parte dei miei genitori».
I suoi primi maestri?
«L'istruzione elementare me la impartirono i frati vallombrosiani, in un istituto vicino Firenze».
A quale università s'iscrisse?
«A quella di Pisa, la città dov'ero nato il 18 febbraio 1564».
Facoltà?
«Medicina. Gli atenei, nel Cinquecento, erano diversi da quelli di oggi».
Perché?
«Fra le materie d'insegnamento, nella mia facoltà, c'era anche la filosofia».
Dettava ancora legge Aristotele?
«Era il pilastro, la massima autorità cui tutto si riportava. Nessuno osava confutarne le tesi».
Lei non esitò a farlo.
«Sì: sfidando gli anatemi della scienza ufficiale e della stessa Chiesa. Ma dovetti far i conti non solo con il filosofo greco. Teneva ancora banco la teoria di Tolomeo, secondo cui la Terra era al centro dell'universo, con la Luna, il Sole, le stelle che le ruotavano attorno. La scienza, più che sulla sperimentazione, era fondata sui dogmi».
Difficili da smantellare.
«Ci voleva un bel coraggio per andare controcorrente. Ma io, convinto della bontà delle mie intuizioni e delle mie dimostrazioni, decisi di demolire i luoghi comuni della scienza ufficiale».
E i colleghi?
«Mi fecero una guerra spietata, ma tutto ciò non m'impedì, a soli venticinque anni, di ottenere la cattedra di Matematica nell'Università di Pisa».
La conservò a lungo?
«No: per pochi anni. Nel 1592 mi trasferii nell'ateneo di Padova, dove rimasi fino al 1610. A questo periodo risalgono molte mie scoperte scientifiche».
In quale campo?
«Una delle prime fu in quello della meccanica. Sottoposi a revisione la teoria aristotelica secondo la quale gli oggetti pesanti cadono più velocemente di quelli leggeri».
Cosa dimostrò?
«Che cadono alla stessa velocità, a meno che non incontrino ostacoli».
A lei si deve quel metodo sperimentale che rivoluzionerà la ricerca scientifica.
«Ai miei tempi era un metodo quasi completamente sconosciuto, ma era quello giusto. Le lascio immaginare l'ostracismo dei colleghi e la diffidenza delle autorità ecclesiastiche. Quelli e queste mi misero in tutti i modi i bastoni fra le ruote, ma io non mi piegai mai a minacce e a lusinghe».
Il concetto nuovo d'inerzia verrà sviluppato da Newton, che ne farà la "prima legge".
«Ogni scienziato, si sa, deve qualcosa ai suoi predecessori».
Torniamo alle sue conturbanti scoperte astronomiche.
«Nel XVII secolo era più viva che mai la disputa fra i seguaci della teoria geocentrica tolemaica e quella eliocentrica copernicana, secondo cui la Terra ruota attorno al Sole. Io mi schierai decisamente con lo scienziato polacco, morto ventuno anni prima della mia nascita. Il cielo con le sue leggi e i suoi misteri esercitava su di me una irresistibile suggestione».
Disponevate già di telescopi?
«Ne sentii parlare per la prima volta nel 1609».
Chi lo inventò?
«Un olandese».
E lei?
«Vi apportai sostanziali modifiche».
Cioè?
«Ne costruii uno molto più potente».
Chissà quali scoperte.
«Le ricordo le più importanti. La superficie della Luna, come erroneamente si credeva, non era liscia, ma punteggiata da crateri e irta di montagne».
Come, immagino, tutti i corpi celesti.
«Come tutti i corpi celesti. Osservai anche la Via Lattea».
E cosa notò?
«Che non era un ammasso nebuloso e lattiginoso, ma un enorme agglomerato di stelle singole. La siderale distanza dalla Terra dava l'illusione di una formazione unica. Studiai a lungo i pianeti e scoprii le quattro lune ruotanti intorno a Giove».
Tutto questo cosa dimostrava?
«E me lo domanda? Dimostrava che un corpo celeste poteva girare attorno a tanti pianeti, non solo alla Terra. Il mio telescopio mi fece anche vedere nitidamente le macchie solari».
Scoperte sensazionali.
«Non posso negarlo, in effetti. Ma non le dico quante inimicizie mi procurarono. Nel 1616 mi fu interdetto l'insegnamento delle teorie copernicane».
E lei?
«Solo, e praticamente indifeso, per alcuni anni dovetti abbozzare, finché…».
Finché?
«Con l'avvento al soglio pontificio di Urbano VIII, il veto decadde».
E lei?
«Nel 1632 diedi alle stampe la mia opera più importante, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Con dovizia di prove, confermavo la teoria copernicana».
Come reagì la Chiesa?
«Mi portò in giudizio a Roma, davanti al tribunale dell'Inquisizione».
Finì in carcere?
«No: agli arresti domiciliari nella mia villa di Arcetri, sulla collina a sud di Firenze».
Dovette ritrattare le sue tesi?
«Durante un processo pubblico fui costretto a negare la rotazione della Terra attorno al Sole».
E il Dialogo?
«Fu messo all'Indice».
Altre sue opere?
«Gliene cito due: Il Saggiatore, in cui delineai il metodo della scienza moderna, e i Discorsi intorno a due nuove scienze, studi di statica e dinamica».
Le sono debitori, se ricordo bene, anche i musicisti.
«Sì. Fornii loro prova sperimentale della base matematica del tono e degli armonici».
A che età si congedò dal mondo?
«A settantotto anni, nel 1642, quando vide la luce lo scienziato Isacco Newton».
È vero che, anche dopo morto, i nemici la perseguitavano boicottando le sue opere e nascondendo le sue ossa?
«Verissimo, ma non dimentichi che, a quei tempi, imperversavano ancora molte superstizioni e molti tabù. Io rimettevo tutta la scienza in discussione, e questo non poteva non attirarmi feroci opposizioni».
Lei si professava buon cristiano, devoto alla dottrina della Chiesa. La sua fede non vacillò mai?
«Mai. Dio, per me, si manifestava anche attraverso le maestose leggi della natura. Peccato che molti miei contemporanei, che si spacciavano per uomini di scienza, non se ne rendessero, o non volessero, rendersene conto. Fui anch'io, come tutti, un peccatore, ma cercai sempre di non venir meno ai miei doveri spirituali. Me ne andai munito dei conforti religiosi, perdonando chi, per decenni, con tanta acrimonia, mi aveva combattuto».
Roberto Gervaso