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Giugno >
REPORTAGE
Delfini
trasformisti
I cetacei dalla pelle rosata abitano
nel bacino del Rio delle Amazzoni e dalle popolazioni locali sono
conosciuti come creature magiche, unite all'uomo da un profondo
legame di amore e di complicità
Proprio mentre si legge sui giornali che di delfini socievoli con
gli esseri umani, nelle coste italiane, non se ne incontrano più a
causa del comportamento che è stato loro riservato in passato,
uccidendoli e scacciandoli, fa piacere scoprire un angolo del mondo
dove il rapporto uomo-cetacei reca giovamento a entrambe le parti.
Ci troviamo nella foresta amazzonica e la specie amica dell'uomo,
addirittura sua "amante" per molte genti locali, è il Delfino rosa,
conosciuto in Brasile con il nome Boto. Il suo areale si estende ad
altri sei Paesi: Colombia, Bolivia, Venezuela, Ecuador, Perù e
Guyana, comprendendo quasi tutto il bacino amazzonico e quello del
Rio Orinoco, per una superficie complessiva di circa sette milioni
di chilometri quadrati.
L'Inia geoffrensis, questo il suo nome scientifico, è la più grande
delle cinque specie di delfini di fiume, ammesso che il Lipote, o
Delfino dello Yangtze, non si sia estinto definitivamente nel 2007.
È pure, insieme alla Pontoporta o Delfino del Rio della Plata,
l'unico in salute tra i delfini di fiume, benché il primo non viva
nei corsi d'acqua dolce bensì lungo le coste temperate del
Sudamerica orientale e ad altre specie che invece abitano gli
ambienti fluviali non venga riconosciuta l'appartenenza al
raggruppamento citato.
Vari ricercatori sono propensi a classificare il Boto e il Delfino
del Rio della Plata in un'unica famiglia, la Iniidae. Inia è, nella
lingua degli indios Guarayo, il termine con cui si indicano i
delfini, mentre l'aggettivo geoffrensis è un omaggio a Geoffrey St.
Hilarie, che catturò i primi esemplari zoologici in Portogallo per
Napoleone Bonaparte. Il primo Boto, conosciuto, oltre che come
Delfino del Rio delle Amazzoni, come Bufeo colorado in Perù, venne
invece prelevato dalle acque amazzoniche nel 1790 da Alexandre
Rodrigues Ferreira. Sono trascorsi oltre due secoli da quel giorno,
eppure si ignora ancora molto della specie. C'è tanto da scoprire
della sua struttura sociale così come sugli spostamenti, benché la
brasiliana Vera da Silva, massima esperta dell'Inia geoffrensis,
che studia da oltre un ventennio, escluda che si possa parlare di
vere migrazioni per questi cetacei. Non di rado rimane incerto
persino il numero di esemplari che integrano le popolazioni di aree
studiate, e vari ricercatori hanno ammesso di non poter
identificare singoli individui neanche dopo anni di osservazioni.
Ciò a causa della loro indole schiva e della loro tecnica
natatoria, che lascia solitamente affiorare fugacemente soltanto la
cresta dorsale o parte di essa e la modesta gobba che vi spunta,
sostitutiva di una vera e propria pinna dorsale. Di rado i Boto
effettuano salti o piroette sull'acqua. Ai ricercatori, per
identificarli, non resta dunque che cercare di individuare, nelle
parti che portano alla luce del sole, cicatrici o altri segni
corporei, perlopiù ricordi delle lotte tra maschi per conquistare
l'attenzione delle femmine in estro.
Il periodo migliore per avvistarli è la stagione secca, in linea
generale corrispondente ai mesi del nostro inverno, quando
l'habitat della specie riduce le proprie proporzioni, che restano
comunque vastissime. Quando invece i fiumi esondano sommergendo per
chilometri le terre intorno al proprio letto, larghi tratti del
bacino amazzonico tornano ad avere l'aspetto di cinque milioni di
anni fa, con la regione che appariva come una gigantesca foresta
allagata, il più smisurato lago mai apparso sul nostro pianeta.
Forse in quell'epoca preistorica gli antenati dei Boto già
nuotavano a quelle latitudini. Alcuni ricercatori ipotizzano che
possano averle raggiunte dal Pacifico, prima che le Ande
innalzassero la propria barriera invalicabile.
I Delfini rosa sono certamente attrezzati per nuotare nelle acque
torbide e piene di barriere vegetali della selva inondata. Grazie
al più potente sonar tra i cetacei, hanno sviluppato un sofisticato
sistema di ecolocalizzazione, che consente loro di destreggiarsi
tra i mille ostacoli di fondali imperscrutabili ai propri piccoli
occhi a spillo, di cui si servono efficientemente nei fiumi di
acque cristalline o per escursioni visive al di sopra della
superficie del mondo liquido. Il rostro lungo e sottile e il collo
molto flessibile consentono ai Boto di prelevare cibo tra gli
intricati dedali delle radici sommerse. Grazie a robuste mascelle a
forcipe e ad aguzzi denti conici, si possono permettere una dieta
molto varia. Al punto che è stato scritto che «in un solo pasto
possono ingerire un numero di specie maggiore di quante ne mangino
altri delfini in tutta la loro vita».
Quella degli Inia geoffrensis può durare una quarantina di anni.
Alla nascita, che avviene prevalentemente tra maggio e luglio,
pesano approssimativamente 7 chilogrammi, mentre da adulti, quando
misurano fino a 250 centimetri di lunghezza i maschi e 216 le
femmine, potranno raggiungerne rispettivamente 185 e 142. Si
ritiene che le femmine possano essere fertili dall'età di 6-8 anni
e che la loro capacità riproduttiva non vada oltre un piccolo ogni
due anni. Mamma boto non si separerà dal proprio figlio per i primi
trenta mesi della sua esistenza. Gli ultimi nati vengono accuditi
in corsi d'acqua secondari, dove la corrente è meno forte e più si
presta all'allattamento, al riposo e ad insegnare loro a
cacciare.
Uno di questi corsi d'acqua è l'Ariaú Paraná, che si immette nel
Rio Negro a due ore e mezza di navigazione da Manaus, in Brasile.
La confluenza dei due fiumi è il luogo migliore per l'osservazione
della specie. Da alcuni anni vi abita in libertà una popolazione
stanziale di due dozzine di esemplari, alimentati tre volte al
giorno da personale specializzato del vicino Hotel Ariaú Amazon
Towers, per un totale di 4mila pesci a settimana. Lo scopo non è
soltanto facilitare il più spettacolare dei dolphins-watching, ma
abituare questi animali alla presenza umana, per poi utilizzarli in
sedute di delfinoterapia, mai praticata sino ad oggi con questa
specie. Pazienti sofferenti di alcolismo, tossicodipendenza,
stress, autismo e altre deficienze del sistema nervoso centrale si
sono in vari casi giovati del contatto con questi straordinari
animali.
Uno zatterone ancorato alcune centinaia di metri al largo delle
acque acide e limacciose del Rio Negro funge da base per l'incontro
con i Boto. Quando vengono nutriti dal personale addetto, spesso
due o tre esemplari contemporaneamente sollevano in verticale il
rostro sopra la superficie, un comportamento che ripetono anche
quando chi li alimenta ha le mani vuote. Dopo qualche istante di
indecisione, il delfino spicca un salto per afferrare il pesce che
gli viene offerto, avvitandosi platealmente in aria con buona parte
del corpo, quindi ricade quasi sempre sul dorso e si allontana
nuotando sotto il pelo dell'acqua con il "fiero pasto" tra i
denti.
Dopo aver osservato più volte questo comportamento, viene anche per
me il momento di entrare in acqua e cercare il contatto fisico con
i Boto. In realtà sono loro a cercarmi, dal momento che la
visibilità pressoché nulla, che mi impedisce di distinguere le mie
stesse mani una volta immerse, rende impossibile individuarne le
sagome. In tali condizioni fa ancora più effetto sentirsi sfiorare
dalla loro pelle levigatissima.
Per un incontro ancora più "intimo", decido di spingermi mezzo
miglio più al largo, dove la visibilità è migliore. Scelgo il primo
mattino, insieme al tramonto il momento della giornata in cui gli
Inia geoffrensis sono più attivi. I raggi solari, a quest'ora,
riescono a scalfire per qualche decina di centimetri la melassa
impenetrabile del Rio Negro, uno degli habitat prediletti della
specie per l'abbondante fauna ittica che ospita. Trascorrono alcuni
minuti in attesa del primo esemplare, attratto dai pesci che sono
stati lanciati nel fiume. Altri sopraggiungono poco dopo. Due,
quattro, sei delfini rosa mi circondano. L'acqua è più pesante di
quella marina e costa più fatica immergersi. Ecco finalmente
apparire a pochi centimetri dal mio sguardo le loro espressioni
paciose, i loro corpi paffuti che appaiono e scompaiono
dall'oscurità del fiume, che inizia a un metro scarso dalla
maschera, le loro potenti code dal marcato seno interlobare. I
lunghi rostri si protraggono delicatamente verso di me per chiedere
pesce o semplicemente per osservarmi curiosamente. Li vedo
convergere in verticale verso la superficie come spade di
moschettieri che si promettono unione di intenti. In realtà cercano
soltanto di afferrare lo stesso jacuarì, con l'individualismo che
ne contraddistingue le abitudini di pesca.
La frenetica sarabanda delle loro sagome è magnificata dai giochi
di luce che le investono come un prisma impazzito, tingendole di
riflessi dorati, accendendole di arancione fosforescente o
smorzandole in un candido bianco, a seconda della posizione da cui
le si osserva. Quasi ci si dimentica che la loro colorazione più
caratteristica sia il rosa pallido, sovente mescolata a toni
grigiastri. Sy Montgomery, nel suo avvincente Journey for the Pink
Dolphins, considera «una strana bellezza quella del boto, che ci
vuole tempo per apprezzare: è come la bellezza del molto vecchio e
la bellezza del feto. È la bellezza del divenire, di una creatura
in procinto di tramutarsi in qualcos'altro».
Una trasformazione che gli è riconosciuta dalle popolazioni della
regione amazzonica e dalla mitologia che hanno originato. Non si
contano le leggende e le testimonianze che parlano di magiche
metamorfosi, di delfini innamorati di uomini e donne al punto da
prenderne le sembianze per sedurli. Storie che simboleggiano il
legame profondo che unisce le genti dell'Amazzonia alla sontuosa
natura che le circonda. |
Stefano Nicolini
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