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Delfini trasformisti

I cetacei dalla pelle rosata abitano nel bacino del Rio delle Amazzoni e dalle popolazioni locali sono conosciuti come creature magiche, unite all'uomo da un profondo legame di amore e di complicità

delfino del Rio delle Amazzoni Proprio mentre si legge sui giornali che di delfini socievoli con gli esseri umani, nelle coste italiane, non se ne incontrano più a causa del comportamento che è stato loro riservato in passato, uccidendoli e scacciandoli, fa piacere scoprire un angolo del mondo dove il rapporto uomo-cetacei reca giovamento a entrambe le parti. Ci troviamo nella foresta amazzonica e la specie amica dell'uomo, addirittura sua "amante" per molte genti locali, è il Delfino rosa, conosciuto in Brasile con il nome Boto. Il suo areale si estende ad altri sei Paesi: Colombia, Bolivia, Venezuela, Ecuador, Perù e Guyana, comprendendo quasi tutto il bacino amazzonico e quello del Rio Orinoco, per una superficie complessiva di circa sette milioni di chilometri quadrati.

L'Inia geoffrensis, questo il suo nome scientifico, è la più grande delle cinque specie di delfini di fiume, ammesso che il Lipote, o Delfino dello Yangtze, non si sia estinto definitivamente nel 2007. È pure, insieme alla Pontoporta o Delfino del Rio della Plata, l'unico in salute tra i delfini di fiume, benché il primo non viva nei corsi d'acqua dolce bensì lungo le coste temperate del Sudamerica orientale e ad altre specie che invece abitano gli ambienti fluviali non venga riconosciuta l'appartenenza al raggruppamento citato.

Vari ricercatori sono propensi a classificare il Boto e il Delfino del Rio della Plata in un'unica famiglia, la Iniidae. Inia è, nella lingua degli indios Guarayo, il termine con cui si indicano i delfini, mentre l'aggettivo geoffrensis è un omaggio a Geoffrey St. Hilarie, che catturò i primi esemplari zoologici in Portogallo per Napoleone Bonaparte. Il primo Boto, conosciuto, oltre che come Delfino del Rio delle Amazzoni, come Bufeo colorado in Perù, venne invece prelevato dalle acque amazzoniche nel 1790 da Alexandre Rodrigues Ferreira. Sono trascorsi oltre due secoli da quel giorno, eppure si ignora ancora molto della specie. C'è tanto da scoprire della sua struttura sociale così come sugli spostamenti, benché la brasiliana Vera da Silva, massima esperta dell'Inia geoffrensis, che studia da oltre un ventennio, escluda che si possa parlare di vere migrazioni per questi cetacei. Non di rado rimane incerto persino il numero di esemplari che integrano le popolazioni di aree studiate, e vari ricercatori hanno ammesso di non poter identificare singoli individui neanche dopo anni di osservazioni. Ciò a causa della loro indole schiva e della loro tecnica natatoria, che lascia solitamente affiorare fugacemente soltanto la cresta dorsale o parte di essa e la modesta gobba che vi spunta, sostitutiva di una vera e propria pinna dorsale. Di rado i Boto effettuano salti o piroette sull'acqua. Ai ricercatori, per identificarli, non resta dunque che cercare di individuare, nelle parti che portano alla luce del sole, cicatrici o altri segni corporei, perlopiù ricordi delle lotte tra maschi per conquistare l'attenzione delle femmine in estro.

Il periodo migliore per avvistarli è la stagione secca, in linea generale corrispondente ai mesi del nostro inverno, quando l'habitat della specie riduce le proprie proporzioni, che restano comunque vastissime. Quando invece i fiumi esondano sommergendo per chilometri le terre intorno al proprio letto, larghi tratti del bacino amazzonico tornano ad avere l'aspetto di cinque milioni di anni fa, con la regione che appariva come una gigantesca foresta allagata, il più smisurato lago mai apparso sul nostro pianeta. Forse in quell'epoca preistorica gli antenati dei Boto già nuotavano a quelle latitudini. Alcuni ricercatori ipotizzano che possano averle raggiunte dal Pacifico, prima che le Ande innalzassero la propria barriera invalicabile.

I Delfini rosa sono certamente attrezzati per nuotare nelle acque torbide e piene di barriere vegetali della selva inondata. Grazie al più potente sonar tra i cetacei, hanno sviluppato un sofisticato sistema di ecolocalizzazione, che consente loro di destreggiarsi tra i mille ostacoli di fondali imperscrutabili ai propri piccoli occhi a spillo, di cui si servono efficientemente nei fiumi di acque cristalline o per escursioni visive al di sopra della superficie del mondo liquido. Il rostro lungo e sottile e il collo molto flessibile consentono ai Boto di prelevare cibo tra gli intricati dedali delle radici sommerse. Grazie a robuste mascelle a forcipe e ad aguzzi denti conici, si possono permettere una dieta molto varia. Al punto che è stato scritto che «in un solo pasto possono ingerire un numero di specie maggiore di quante ne mangino altri delfini in tutta la loro vita».

Quella degli Inia geoffrensis può durare una quarantina di anni. Alla nascita, che avviene prevalentemente tra maggio e luglio, pesano approssimativamente 7 chilogrammi, mentre da adulti, quando misurano fino a 250 centimetri di lunghezza i maschi e 216 le femmine, potranno raggiungerne rispettivamente 185 e 142. Si ritiene che le femmine possano essere fertili dall'età di 6-8 anni e che la loro capacità riproduttiva non vada oltre un piccolo ogni due anni. Mamma boto non si separerà dal proprio figlio per i primi trenta mesi della sua esistenza. Gli ultimi nati vengono accuditi in corsi d'acqua secondari, dove la corrente è meno forte e più si presta all'allattamento, al riposo e ad insegnare loro a cacciare.

Uno di questi corsi d'acqua è l'Ariaú Paraná, che si immette nel Rio Negro a due ore e mezza di navigazione da Manaus, in Brasile. La confluenza dei due fiumi è il luogo migliore per l'osservazione della specie. Da alcuni anni vi abita in libertà una popolazione stanziale di due dozzine di esemplari, alimentati tre volte al giorno da personale specializzato del vicino Hotel Ariaú Amazon Towers, per un totale di 4mila pesci a settimana. Lo scopo non è soltanto facilitare il più spettacolare dei dolphins-watching, ma abituare questi animali alla presenza umana, per poi utilizzarli in sedute di delfinoterapia, mai praticata sino ad oggi con questa specie. Pazienti sofferenti di alcolismo, tossicodipendenza, stress, autismo e altre deficienze del sistema nervoso centrale si sono in vari casi giovati del contatto con questi straordinari animali.

Uno zatterone ancorato alcune centinaia di metri al largo delle acque acide e limacciose del Rio Negro funge da base per l'incontro con i Boto. Quando vengono nutriti dal personale addetto, spesso due o tre esemplari contemporaneamente sollevano in verticale il rostro sopra la superficie, un comportamento che ripetono anche quando chi li alimenta ha le mani vuote. Dopo qualche istante di indecisione, il delfino spicca un salto per afferrare il pesce che gli viene offerto, avvitandosi platealmente in aria con buona parte del corpo, quindi ricade quasi sempre sul dorso e si allontana nuotando sotto il pelo dell'acqua con il "fiero pasto" tra i denti.
Dopo aver osservato più volte questo comportamento, viene anche per me il momento di entrare in acqua e cercare il contatto fisico con i Boto. In realtà sono loro a cercarmi, dal momento che la visibilità pressoché nulla, che mi impedisce di distinguere le mie stesse mani una volta immerse, rende impossibile individuarne le sagome. In tali condizioni fa ancora più effetto sentirsi sfiorare dalla loro pelle levigatissima.

Per un incontro ancora più "intimo", decido di spingermi mezzo miglio più al largo, dove la visibilità è migliore. Scelgo il primo mattino, insieme al tramonto il momento della giornata in cui gli Inia geoffrensis sono più attivi. I raggi solari, a quest'ora, riescono a scalfire per qualche decina di centimetri la melassa impenetrabile del Rio Negro, uno degli habitat prediletti della specie per l'abbondante fauna ittica che ospita. Trascorrono alcuni minuti in attesa del primo esemplare, attratto dai pesci che sono stati lanciati nel fiume. Altri sopraggiungono poco dopo. Due, quattro, sei delfini rosa mi circondano. L'acqua è più pesante di quella marina e costa più fatica immergersi. Ecco finalmente apparire a pochi centimetri dal mio sguardo le loro espressioni paciose, i loro corpi paffuti che appaiono e scompaiono dall'oscurità del fiume, che inizia a un metro scarso dalla maschera, le loro potenti code dal marcato seno interlobare. I lunghi rostri si protraggono delicatamente verso di me per chiedere pesce o semplicemente per osservarmi curiosamente. Li vedo convergere in verticale verso la superficie come spade di moschettieri che si promettono unione di intenti. In realtà cercano soltanto di afferrare lo stesso jacuarì, con l'individualismo che ne contraddistingue le abitudini di pesca.

La frenetica sarabanda delle loro sagome è magnificata dai giochi di luce che le investono come un prisma impazzito, tingendole di riflessi dorati, accendendole di arancione fosforescente o smorzandole in un candido bianco, a seconda della posizione da cui le si osserva. Quasi ci si dimentica che la loro colorazione più caratteristica sia il rosa pallido, sovente mescolata a toni grigiastri. Sy Montgomery, nel suo avvincente Journey for the Pink Dolphins, considera «una strana bellezza quella del boto, che ci vuole tempo per apprezzare: è come la bellezza del molto vecchio e la bellezza del feto. È la bellezza del divenire, di una creatura in procinto di tramutarsi in qualcos'altro».

Una trasformazione che gli è riconosciuta dalle popolazioni della regione amazzonica e dalla mitologia che hanno originato. Non si contano le leggende e le testimonianze che parlano di magiche metamorfosi, di delfini innamorati di uomini e donne al punto da prenderne le sembianze per sedurli. Storie che simboleggiano il legame profondo che unisce le genti dell'Amazzonia alla sontuosa natura che le circonda.
Stefano Nicolini