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Paolo: dalla spada alla Parola

Si apre il 28 giugno l'Anno Paolino, che celebra il bimillenario della nascita di san Paolo, una figura di grandi capacità mediatiche, alla quale s'ispira ancora oggi una parte del giornalismo e dell'editoria italiani

La conversione di san Paolo di Caravaggio Nel 1968 Pier Paolo Pasolini elaborò 154 pagine di sceneggiatura per un film su san Paolo. La vicenda avrebbe dovuto essere trasportata ai nostri giorni, e le parole di Paolo infiammare non più Atene e Corinto, Efeso e Tessalonica, Antiochia e Cipro, bensì Parigi, Bonn, Barcellona, Monaco, Napoli. L'apostolo delle genti sarebbe quindi morto assassinato in un sordido motel di New York, quasi a profetizzare la drammatica fine del regista stesso.
Il progetto di Pasolini non è mai andato in porto, ma è certo un buon punto di partenza per riflettere sulla testimonianza culturale ed esistenziale di Paolo di Tarso. L'apostolo non apostolo, che non conobbe di persona Gesù né ascoltò mai una sua predicazione, eppure si fece più di ogni altro interprete del suo messaggio, al punto che il Vaticano ha deciso di dedicargli un intero anno.
Inizia il 28 giugno, infatti, l'Anno Paolino, indetto da Benedetto XVI per celebrare il Bimillenario dalla nascita del Santo, per chiudersi il 29 giugno del 2009. Celebrazioni speciali, concerti, pellegrinaggi, convegni e altri eventi si susseguiranno a Roma - dove il Giubileo Paolino s'inaugura il 30 maggio con un'esecuzione del Messiah di Haendel diretto da Lorin Maazel nella Basilica di San Paolo fuori le Mura - e in tutti i luoghi che furono teatro della vita di Saulo di Tarso (il programma completo è pubblicato sul sito Internet www.annopaolino.org).

SULLA VIA DI DAMASCO. Era dunque Saulo il nome ebraico dell'apostolo che è stato definito dal teologo Gianfranco Ravasi "figlio di tre culture": ebraica per la genesi umana e spirituale, greca per la lingua, romana per l'identità civile. Era nato intorno all'8 dopo Cristo nella colonia imperiale di Tarso in Cilicia, nella Turchia meridionale. Aveva imparato il greco a scuola e l'ebraico dal padre, mercante di tessuti originario della Galilea, che gli aveva insegnato il mestiere e impartito un'educazione farisaica, perfezionata a Gerusalemme sotto la guida del famoso maestro Gamaliele il Vecchio.
Non stupisce perciò se, prima di portare nel mondo la parola di quel Cristo che non aveva mai visto, Saulo, che come cittadino romano aveva assunto il nome di Paolo, non solo non avesse alcuna simpatia per i cristiani, ma ne fosse stato uno zelante persecutore. Almeno fin quando non avvenne quella proverbiale "illuminazione" che tanti pittori hanno immortalato: una luce abbagliante che lo investe mentre cavalca alla volta di Damasco per arrestare ancora una volta dei seguaci di Cristo, un istante di attonito sgomento durante il quale il tempo stesso sembra arrestarsi, una voce che implora: «Saul, Saul, perché mi perseguiti?».

ADDETTO STAMPA ANTE LITTERAM. Da quel momento tutto cambia per Paolo. Tre mesi di ritiro nel deserto e poi via, a rinunciare alla spada di ferro per impugnare un'altra arma, non meno tagliente, quella della Parola. Da nemico giurato dei cristiani, Paolo diviene il "cantore della grazia", "l'apostolo per vocazione", prescelto per annunziare il Vangelo ai "gentili", ai non ebrei.
Un mestiere tutt'altro che tranquillo. Nel corso delle sue predicazioni, Paolo si trovò a calarsi in una cesta dalle mura di Damasco, a fuggire da Gerusalemme inseguito da gruppi di giudei inferociti, a subire una lapidazione, a trascorrere due anni in carcere, a scampare a naufragi e ad altri innumerevoli pericoli, fino al tragico epilogo del martirio romano.
Ma tra una fuga e l'altra, non smise di perseguire la sua missione: fondò comunità in tutto il bacino mediterraneo, contribuì ad aprire un dialogo tra cristiani, ebrei e romani, inventò il nome stesso di "Cristiani", da lui attribuito ai fedeli di Antiochia, difese di fronte ad ogni genere di autorità civile o religiosa il diritto di tutte le genti, non solo quelle di discendenza giudaica, a ricevere la Buona Novella, e soprattutto usò tutti i media che il suo tempo gli mise a disposizione per diffondere quello che sarebbe diventato il contenuto delle sue Lettere. Non c'era manifestazione politica o religiosa, fiera o mercato, foro o agorà di cui non approfittasse per spiegare a uomini e donne, ricchi e poveri, pagani e devoti di ogni fede, che qualcuno aveva dato la vita per la loro salvezza. Non a caso c'è chi ha paragonato san Paolo a una sorta di "addetto stampa" ante litteram, di "Pr" del Cristianesimo, ed è lui a essere considerato il patrono, con san Francesco di Sales, non solo di Roma e Grecia, di Malta e degli Scout, ma anche dei giornalisti.

CATTEDRALI DI CARTA. «Se San Paolo vivesse oggi», scrisse don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina e della rivista Famiglia Cristiana, nonché della San Paolo Edizioni, della casa di produzione cinematografica e delle edizioni musicali che portano il nome dell'apostolo, «per farsi sentire salirebbe sui pulpiti più elevati e moltiplicherebbe la sua parola con i mezzi del progresso attuale: stampa, cinema, radio, televisione».
È un'eredità pesante, dunque, quella che san Paolo ha lasciato a chi, come don Antonio Sciortino, si trovi oggi a dirigere una rivista come Famiglia Cristiana. A lui abbiamo chiesto allora in che modo l'esempio di san Paolo influenzi il suo modo di fare informazione.
«Don Alberione», spiega don Sciortino, «fece propria un'espressione dell'arcivescovo di Magonza, monsignor Ketteler: "Se san Paolo tornasse al mondo, si farebbe giornalista". Per noi l'Apostolo delle genti è più di un modello. Nella propria missione, tutti i paolini hanno acquisito la mentalità di san Paolo di "farsi tutto a tutti", di portare il Vangelo fino ai confini del mondo. È quanto facciamo con Famiglia Cristiana, per raggiungere tutti, soprattutto quelli che non frequentano più le chiese, parlando di tutto in modo cristiano e trasformando tipografie e studi televisivi in moderne cattedrali».

In cosa consiste, secondo lei, la modernità di san Paolo e del suo insegnamento?
«La modernità della lezione di san Paolo sta nel saper calare il messaggio perenne del Vangelo nella cultura d'oggi, con il linguaggio contemporaneo. È la sfida del cristianesimo in ogni tempo: l'inculturazione, ossia il "vestire" il Vangelo con gli abiti del tempo».
Nel film San Paolo, di Roger Young, recentemente allegato a Famiglia Cristiana, si vede il santo bruciare la lettera che lo autorizzava a perseguitare i cristiani per iniziare a scrivere ben altre missive: una metafora del potere della parola, che può ferire come una spada ma anche plasmare le coscienze...
«Le parole sono dure come pietre, se usate male possono ferire o uccidere, e non solo l'onore delle persone. Grande è perciò la responsabilità degli operatori della comunicazione, che non sempre rispettano l'etica professionale nella ricerca della verità e nel rispetto delle persone e della loro dignità. Se ben usati, tuttavia, giornali e tv aiutano a far crescere e a maturare, rendono più civile e democratica la società, denunciano soprusi e prepotenze, contribuiscono a costruire quel "villaggio globale" che è il mondo con più equità e giustizia».

Famiglia Cristiana ha previsto delle iniziative particolari per celebrare l'Anno Paolino?
«Tra i tanti progetti, cito quello di una crociera-pellegrinaggio sui luoghi di san Paolo, nella primavera del 2009, rivolta ai lettori e ai membri della Famiglia Paolina. Visitando i principali luoghi paolini, da Gerusalemme ad Efeso, da Atene a Corinto, con l'aiuto di esperti biblisti e studiosi, riscopriremo l'attualità di san Paolo e delle sue Lettere».
Infine una domanda che ci riguarda. Qual è il suo rapporto con l'Arma? Riconosce delle affinità tra i valori che ispirano la sua rivista e quelli che animano l'Istituzione?
«Ho sempre stimato l'Arma, per non dire del riconoscimento dovuto a tutti i suoi membri caduti nell'esercizio del dovere. E proprio il senso del dovere è il primo dei valori, assieme a fedeltà, servizio, lealtà, che ci accomunano nelle nostre professioni, vere e proprie vocazioni per una missione. L'essere considerati punti di riferimento credibili, soprattutto nei momenti di difficoltà, è il più grande riconoscimento all'opera che, con mezzi diversi, tanto l'Arma quanto Famiglia Cristiana svolgono in favore dei cittadini di questo Paese».

Una vita speciale

ragazzo limpido, con un'intimità ricca di grande umanità e rettitudine morale, guidato dalla fede in Dio e dalla lealtà e dal rigore dell'Arma. È questo, secondo le parole del Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, il generale C.A. Gianfrancesco Siazzu, che ne ha firmato la prefazione, il ritratto di Salvo D'Acquisto che emerge dalla biografia scritta da Rita Pomponio e presentata alla Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma il 21 maggio, al cospetto dei vertici dell'Arma. Salvo D'Acquisto. Il martire in divisa (260 pagine, 14,50 euro), edito non a caso dalla San Paolo Edizioni, che da sempre si propone di proseguire l'opera evangelizzatrice di Paolo di Tarso tramite lo strumento della parola scritta, non è certo il primo volume che sia comparso in libreria sul vice brigadiere dei Carabinieri. L'eroe che, nel 1943, si assunse la responsabilità di un presunto attentato contro alcuni soldati tedeschi per salvare la vita a ventidue ostaggi condannati a morte e che per questo, dal 1983, è oggetto di una Causa di Beatificazione. Forse nessuno prima d'ora, tuttavia, aveva ricostruito in modo tanto accurato l'intera vicenda umana del carabiniere napoletano, dagli anni dell'infanzia partenopea a quelli dell'arruolamento nell'Arma, dalla guerra in Africa all'incarico di Comandante della Stazione del paesino a pochi chilometri da Roma, Torrimpietra, nei pressi del quale trovò la morte appena ventitreenne. La Pomponio ci ha restituito poi il Salvo D'Acquisto più intimo, cogliendolo nel suo rapporto con la fede, ricevuta in dono dai genitori e dall'amata nonna Erminia, ma anche nel suo modo di vivere la famiglia, l'amicizia, il lavoro. Per raggiungere tale risultato, l'autrice ha parlato con tutti i testimoni diretti e indiretti della vita di Salvo - dal fratello Alessandro (nella foto in basso insieme alla scrittrice), che alla sua morte aveva sette anni ma ricorda bene il "fratellone" carabiniere, ai familiari degli ostaggi cui restituì il futuro -, e ha esaminato tutti i documenti esistenti su di lui. Preziose sono state, in tal senso, la collaborazione dell'Ufficio Storico dell'Arma - in particolare del suo responsabile, il tenente colonnello Giancarlo Barbonetti - che le ha messo a disposizione la corrispondenza tra Salvo, la famiglia e la madrina di guerra Maria, e la consulenza di padre Paolo Molinari, postulatore della Causa di Beatificazione. «Della vicenda di Salvo sapevo ben poco», racconta la giornalista e scrittrice, al suo attivo saggi storico-archeologici e biografie, «fino a quando, nel 2005, un maresciallo dei Carabinieri non mi suggerì di scrivere un libro su di lui. All'inizio pensai che altri avessero già fatto qualcosa di simile. Poi, però, approfondii la storia di Salvo, e ne rimasi conquistata. Con lui provai un senso immediato di familiarità, e non potei fare a meno di accogliere il suggerimento di quel maresciallo». «Salvo D'Acquisto non è un eroe come gli altri», continua la biografa. «E questo appare evidente da ogni singolo episodio della sua vita, che lo vide sempre in campo in favore dei più deboli, dalla sua riluttanza a partire per la guerra, dalla sua capacità di avvicinare alla fede chiunque gli fosse vicino, e naturalmente dal suo sacrificio, con il quale interpretò il modo migliore di essere uomo di fede, oltre che "di Arma"».

Maria Mataluno