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Questo? L'ho fatto io!

Breve analisi del gigantesco fenomeno della contraffazione. E qualche consiglio per difendersi

scena del film 'Il falsario' (2007) Sul finire dello scorso anno, in un noto museo tedesco viene aperta una mostra che propone l'incontro con uno dei simboli della grande storia cinese: l'Esercito di terracotta di Xi'an: guerrieri e cavalli ad altezza naturale risalenti al III secolo a.C.. A dire il vero è una ristretta rappresentanza. Falsa, per di più. Come, pochi giorni dopo l'apertura, la direzione dovrà riconoscere. Per poi trasformare i reperti, con opportuna indicazione, in "copie da museo", altro nome dei falsi d'arte. Solo una svista sorprendente? Oppure l'ennesima conferma di un fenomeno ampio e in crescendo, a cui oggi arridono insospettabili fortune, quale quello della contraffazione?

SUCCESSO DA MANUALE. Certo, i falsi esistono da sempre, e qualcuno ha già avuto riflessi sulla Storia. Solo che, fino a qualche anno fa, erano il frutto di "fatiche" individuali o, al massimo, di laboratori artigianali centrati su singole predisposizioni e con limitate aree d'influenza. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni industriali, dietro un successo da manuale. Nel mondo, dove legato alla contraffazione è tra il 7 e il 9% del Pil globale. Nell'Unione europea, che ha visto un aumento del "fatturato" del falso del 70% in dodici mesi. Nella Penisola: dalle Alpi a Lampedusa il giro d'affari ha superato i 7 miliardi di euro (con una crescita, negli ultimi 15 anni, di circa il 1.900%). E si parla di stime, ovviamente, calcolate sui risultati dell'azione di contrasto condotta dalle Forze dell'Ordine.
Cifre eloquenti, che lasciano trasparire un altro dato: l'allargarsi delle "competenze" del settore. Da sempre, l'interesse del falsificatore è stato rivolto al denaro e agli oggetti di lusso. Oggi, no. L'offerta è diventata più pervasiva, se volete più popolare: si va dalle Ferrari, ai rubinetti, allo shampoo, alla candeggina… Pensate ad un oggetto. Nel catalogo del contraffattore, c'è. Ma vi sono anche altre cifre. Nel tempo che fu, i rischi per la vittima si limitavano a quelli finanziari. Quasi sempre, almeno. Oggi, no. Sull'altro lato della medaglia, infatti, fanno bella mostra di sé i "pezzi" illegali sequestrati. Ogni anno in numero crescente - nel 2006 sono stati circa 90 milioni, a occhio e croce un terzo in più rispetto ai dodici mesi precedenti - e soprattutto, ed è ciò che fa riflettere, per motivi di sicurezza, a garanzia del consumatore.

FALSO… E FALSO. Un falso è un falso. Nulla di più logico, vero? E invece no. Falso, guarda caso. I falsi non sono tutti uguali, così come non lo sono le contraffazioni. Esistono le cosiddette "patacche" (o "bidoni", se preferite), ma anche il "simil vero" e il "vero falso". Del resto, anche i falsari non sono tutti uguali: il mondo può godere del genio di Michelangelo solo perché l'artista fu "tradito" dalla sua abilità. Di falsario.
I cosiddetti "veri falsi" sono falsi "originali", se ci si passa il gioco di parole. Cioè, per la quasi totalità, abiti (e affini) e accessori di moda. Nascono, di norma, nei retrobottega dell'imprenditoria in nero, quella controllatata dalla criminalità organizzata. Dalla camorra, soprattutto, ma anche dalla mafia siciliana e dalla 'ndrangheta. Dell'originale hanno la stessa qualità di tessuti e materiali, di disegno e taglio, di manodopera e rifinitura. E un ventaglio di taglie persino più ampio di quello proposto dalla griffe nei suoi punti vendita doc. Vengono distribuiti sia attraverso catene di negozi regolari, sia in un unicum con sovraproduzioni e seconde scelte, tanto in specifici outlet quanto nei mercatini.
Ma a fare la parte del leone sono i falsi ormai diffusamente apostrofati "patacche" o "bidoni", ovvero la cosiddetta merce "taroccata". Non si tratta, però, più solo di orologi fotocopia, le cui lancette si bloccano senza preavviso, o di borse simil lusso che si scuciono. Oggi merce "taroccata" sono freni di segatura; caloriferi con isolante al silicone, "ricco" al 42% d'amianto; vestiti trattati con ammine aromatiche, derivati dell'ammoniaca, altamente tossici; giocattoli rifiniti con vernici pericolose; cosmetici dai contenuti misteriosi; prosciutti di San Daniele o Parmigiano Reggiano mai neppure transitati in Friuli o in Emilia (incalcolabile il danno al Made in Italy); olii extravergine ottenuti da semi "insaporiti" con betacarotene e colorati con clorofilla (traffico fermato dai Nas, Nuclei Antisofisticazione, che con i Nac, Nuclei Antifrode, sono tra le unità dell'Arma più impegnate sul versante); farmaci dagli effetti inesistenti se non letali: 1 su 10 per l'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Eppure, scambiare lucciole per lanterne sembra continuare ad esercitare un pericoloso fascino. Per restare in casa nostra: quasi un connazionale su 5 - il 16% di coloro che acquistano - opta per il prodotto "fuori filiera". Perché? Vi sono abitudini mentali dure a morire. Nell'immaginario nazionale il "bidone" è la vendita della Fontana di Trevi fatta da Totò ai danni di uno sprovveduto Ugo D'Alessio (Tototruffa '62) e le vere "patacche" quelle rifilate dai protagonisti di un altro film, del 1993, il Pacco, doppiopacco e contropaccotto di Nanni Loy. Così come "falsi" lo possono essere "davvero" esclusivamente soldi e titoli di pagamento (vedi box). La borsa con la griffe o il Cd offerto su un lenzuolo steso in terra sono vissuti come "riproduzioni" dichiarate e, visti i prezzi legali delle compilations, anche gradite. Oltretutto, a vendere è un "poveraccio" che sbarca il lunario: acquistare, perciò, è un modo dignitoso di aiutarlo. Infine, c'è la nostra atavica convinzione di essere furbi per nascita. Come Saverio, cuoco dilettante: ha acquistato "La Mandorlina", una macchina per fare la pasta in casa, molto simile alla "Mandolina" di Federico, che però costava il doppio. Risultato: la sua si è fermata dopo due ore di lavoro.

INCONTRI RAVVICINATI. Ma non tutti sono come Saverio. Chiara, ad esempio. Ritrovato, in un negozio "sicuro", un cellulare dello stesso modello di quello finito ko dopo una lunga e fedele prestazione, lo ha riacquistato. Contenta, inserisce la propria scheda telefonica e… inizia a combattere con improvvise richieste di codici, mentre l'apparecchio si isola, motu proprio, dal mondo. Giorni dopo scoprirà che è contraffatto. Finito, chissà come, tra gli originali.
Nasce, allora, una domanda: come evitare l'incontro ravvicinato con il pianeta contraffazione (quest'ultima divenuta tra l'altro, per Camorra & Co., uno degli affari più lucrosi, quasi preferita al narcotraffico)? Un incontro sconsigliabile, anche per non alimentare lo sfruttamento di mano d'opera (a volte giovanissima) senza diritti e futuro, in posti a noi sia lontani che vicini, e con esso l'evasione fiscale e il ricatto dei lavori in nero. Già. Come evitarlo?
Purtroppo, pur non essendo del tutto "sprovveduti", dobbiamo riconoscere di aver perso quel sapere pratico che permetteva alle nostre bisnonne di distinguere un "fresco lana" da un "cotone egizio". Questo ci rende più fragili, più facili prede dei truffatori. In realtà, di qualche arma, noi consumatori, disponiamo sempre. Anche se spesso non ragioniamo: come si può credere che un vino, venduto sfuso presso il produttore a un euro al litro, possa essere riproposto sugli scaffali dei negozi a pochi centesimi di differenza, insufficienti a coprire il solo costo di bottiglia ed etichette? E l'imbottigliamento, il trasporto, il guadagno della cantina, quello del negozio?
Valutare il cartellino è un buon avvio, tenendo conto che l'Iva incide per il 16% e che quanto resta (si parla di prodotti di origine industriale) va, di media, per un terzo circa al rivenditore, un terzo alla promozione più la logistica, un altro terzo alle fasi produttive. Fare due conti non è difficile. Così come essere attenti in alcune situazioni, quali l'uso di Internet. Dove non solo il virtuale vince sul concreto - per cui se una borsa a 30 euro offerta per strada è percepita subito come un falso, navigando diventa l'affare del secolo - ma non si sa mai con chi si ha a che fare. Tutto è a prezzi concorrenziali, solo che a volte il pacco già pagato non arriva...
Soprattutto, però, vale la pena d'informarsi. Per sapere, ad esempio, in quale modo riconoscere un prodotto dell'azienda prescelta (potrebbe usufruire di etichette amovibili e/o inchiostri sensibili a luce e calore che mutano di tonalità o, ancora, di oleogrammi). Ma anche cercando di restare aggiornati sui metodi di falsificazione (utili le visite ai siti dell'Alto Commissario per la Lotta alla Contraffazione, www.aclc.gov.it, e al Centro Studi Anticontraffazione: www.anticontraffazione.org). E infine, prendendosi tutto il tempo che serve per verificare la presenza dei marchi di garanzia, i più autorevoli testimoni che un oggetto sia stato testato secondo regole certe.

Minna Conti