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L'uomo è ciò che mangia, ha detto un filosofo, intendendo che siamo
ciò di cui ci nutriamo. L'affermazione, nel suo senso più ampio, è
certamente vera. Siamo ciò che leggiamo, ad esempio. Quante cose si
possono capire di una persona, sbirciando sul suo comodino alla
ricerca della lettura del momento? Potremo scorgervi uno di quei
thriller mozzafiato nei quali muoiono tutti-ma-proprio-tutti, o un
saggio sulla riproduzione del baco da seta nella Cina
nord-orientale, o un romanzo d'autore, d'amore, di politica,
rabbia. Non ci aiuterà a farci un'idea? Il libro, secondo l'ultimo
Rapporto Annuale del Censis e con buona pace di Internet e dei
nuovi media, gode ottima salute. È cresciuta negli ultimi tempi
l'abitudine alla lettura, che ha raggiunto nel 2007 il 59,4%
rispetto al totale della popolazione. Nel 2006 si era al 55,3%, e
il trend di anno in anno si conferma positivo. Fermarsi alla
quantità è riduttivo. Abbiamo dunque affrontato il discorso in
termini più generali, con alcuni dei protagonisti dell'evento più
importante dell'anno: la Fiera Internazionale del Libro di Torino,
che si terrà nella tradizionale sede del Lingotto dall'8 al 12
maggio e sarà inaugurata dal Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano.
LA PAROLA AGLI ESPERTI. Antonio Riccardi, originario di Parma, a
soli 45 anni è direttore editoriale della Mondadori. Laureato in
Filosofia, ha trovato espressione nella poesia, pubblicando le
raccolte di versi Il profitto domestico e Gli impianti del dovere e
della guerra (con la seconda ha vinto il Premio Elsa Morante). «Un
accostamento naturale», ci dice, «quello fra filosofia e poesia.
Entrambe sperimentano la parola, ma al tempo stesso ne preservano
la memoria, l'integrità». Entriamo subito nel vivo.
La sua carica, nel primo gruppo editoriale nazionale, è una bella
responsabilità…
«Ne sono molto orgoglioso. Credo che Mondadori rappresenti un pezzo
della storia d'Italia. Io stesso da bambino sfogliavo le sue
edizioni che trovavo in casa, mai immaginando che un
giorno…».
Come sceglie un libro un direttore editoriale? Da cosa nasce il sì
alla proposta di un autore?
«Da tanti fattori. È importante, per chi fa il mio lavoro,
prescindere dal gusto personale e cercare di capire quelli del
pubblico. Vi sono due tipi di editori: quelli che tendono a dire al
lettore cosa deve leggere e quelli che cercano di offrire a ognuno
il prodotto adatto. La cosa bella di Mondadori, che per logica
dovrebbe privilegiare autori affermati, è che riesce a scommettere
sul nuovo. Mi riferisco ad esempio a Roberto Saviano: un
giovanissimo. Chi poteva immaginare che avrebbe venduto più di un
milione di copie solo in Italia e che Gomorra sarebbe andato in
tutto il mondo? Penso anche a Paolo Giordano e al suo recente La
solitudine dei numeri primi, un romanzo stupendo».
Dove va il libro? Verso quali ambiti si muove l'interesse alla
lettura?
«I più diversi, ma tutti di spessore. Che l'amore per il libro
cresca è una garanzia per il futuro. Se la gente legge di più,
aumentano le speranze di un domani migliore per l'umanità. La
cultura è un fattore di civiltà, forse il più importante».
NEL LATO OSCURO DELLA MENTE. Sergio Altieri, milanese doc, laurea
in Ingegneria meccanica, per Mondadori cura le collane da edicola I
Gialli, Urania, Segretissimo, True Crime, Romanzi. Ha già vissuto
varie vite: per anni ha fatto la spola fra Milano e gli Stati
Uniti, ove ha lavorato come sceneggiatore, collaborando con il
produttore Dino De Laurentiis e dando un contributo a film
importanti: Atto Di Forza, Conan il Distruttore, L'Anno del
Dragone. Scrittore dal 1981, dai suoi romanzi, pubblicati con il
nome d'arte Alan D. Altieri, sono stati tratti film per il cinema e
miniserie tv. Nel 1997 ha vinto il Premio Scerbanenco con il
romanzo Kondor. Ha tradotto importanti autori, fra cui Andy Mc Nab
e perfino Raymond Chandler. E allora: Una domanda al profondo
conoscitore degli States.
Qual è la differenza principale fra la nostra produzione libraria e
quella americana?
«La differenza fondamentale è questa. In America il libro è un
prodotto di consumo, e i volumi sono quasi tutti in edizioni
economiche. La copertina rigida tipica dei nostri romanzi non va.
In Italia il libro si legge, ma si tiene alla sua veste grafica,
alla conservazione in uno scaffale, per cui vi sono molte collane
di pregio».
Come vanno i gialli, all'interno del complessivo mercato
editoriale?
«Hanno una fetta di mercato precisa, che tiene molto bene».
Perché ci appassioniamo tanto al lato oscuro della mente, al
delitto?
«La gente ama provare il brivido che la lettura di un giallo offre.
Viene ricercata la paura, un'emozione forte. Poi c'è la sfida
intellettuale, riuscire a indovinare la soluzione. Ma sempre più si
vanno superando gli steccati di genere, per cui un libro non è mai
solo giallo, contiene altro, e così per la narrativa».
Fanno più presa i racconti ispirati alla cronaca o quelli inventati
di sana pianta?
«Quelli di fantasia. C'è, se il libro vale, un'originalità, e la
soluzione non è scontata».
Come sono classificati i giallisti italiani, nel panorama
internazionale?
«La qualità dei nostri autori è ottima, superiore alla media dei
colleghi di altri Paesi. Di contro, fatichiamo a passare i confini
nazionali, anche per un problema linguistico: l'italiano purtroppo
non è conosciuto all'estero».
Ora la parola ad Alan D. La più grande soddisfazione
professionale?
«Bella domanda! Su due piedi non so rispondere. È altrettanto bello
vincere il Premio Scerbanenco e vedere in aereo o in treno una
persona che legge un tuo libro».
Nuovi progetti?
«Diverse cose. Ho in mente di far diventare la mia Trilogia di
Magdeburg una tetralogia, con un quarto soggetto ambientato in
Giappone. Progetto anche una storia imperniata sulla guerra del
Vietnam e un'altra ambientata nel Quattrocento. Di più non posso
dire».
OSPITE D'ONORE. Shulim Vogelmann, nipote dell'unico ebreo italiano
compreso nella famosa lista di Schindler, è il rampollo della Casa
Editrice La Giuntina di Firenze, fondata e diretta dal padre
Daniel. Un marchio, come ci racconta, specializzato nella
pubblicazione di libri di argomento ebraico fin da quando, nel
1980, editò La notte di Elie Wiesel, una lucida ma vibrante
testimonianza del lager. La Giuntina ha il merito di aver fatto
conoscere in Italia diversi grandi autori della narrativa
israeliana: si pensi ad Abraham Yehoshua.
Shulim, quali sono le sue mansioni all'interno della
struttura?
«Siamo una piccola casa, faccio un po' di tutto: dalle traduzioni
alle correzioni di bozze, dall'ufficio stampa alle spedizioni. Per
fortuna sono giovane e ho entusiasmo».
Ci vuol parlare della collana dedicata alla narrativa
israeliana?
«Vivendo per sei anni in Israele e avendo imparato l'ebraico, ho
scoperto molti bei libri inediti in Italia, e ho pensato di creare
una nuova collana che li riunisse. Se posso, per avvicinarsi a
questo universo consiglio Il Quartetto Rosendorf di Nathan Shaham,
il primo libro della collana».
La Fiera del Libro di Torino ha Israele (e la sua letteratura)
quale ospite d'onore. Per l'occasione porterete delle novità?
«Saremo presenti con un grande stand, tutti i nostri libri e
quattro ottimi scrittori che verranno apposta da Israele: Sami
Michael, Sara Shilo, Avirama Golan e Lizzie Doron».
Il suo esordio da scrittore è avvenuto nel 2004, con Mentre la
città bruciava. Ce ne vuole parlare?
«Un giorno ho cominciato a scrivere un racconto su un episodio che
mi è successo in Israele. Poi ho continuato, e un paio di mesi
dopo, quasi senza rendermene conto, avevo racchiuso in un libro
tutta la mia esperienza israeliana. Si è trattato di una necessità:
elaborare gli ultimi anni della mia vita, capire i cambiamenti
avvenuti dentro di me, ma anche raccontare Israele a chi non lo
conosce, spiegare il rapporto affettivo e culturale tra un giovane
ebreo italiano e questo Paese».
Il racconto, di formazione, racconta anche la ricerca, o scoperta,
di un'identità…
«In Italia la parte ebraica della mia identità era legata quasi
solamente alla Shoà e alla memoria; in Israele ho scoperto il lato
vivo della cultura ebraica, mi sono reso conto che c'è un posto nel
mondo dove tale cultura è assicurata. Così ho abbandonato l'istinto
di conservarsi tipico degli ebrei diasporici, lasciando da parte la
paura di perdere i legami con il mio popolo e, sicuro che quella
parte della mia identità esiste in un luogo, ho iniziato a vivere
con più serenità e sicurezza interiore».
C'è un messaggio particolare che il testo voleva lanciare?
«Mentre scrivevo non ci pensavo. Rileggendo e ascoltando le
impressioni di molti lettori, il messaggio che il libro trasmette è
il significato di Israele per gli ebrei».
C'è un nuovo libro nella sua penna, anzi nel suo pc?
«Forse nella mia testa».
DULCIS IN FUNDO. Giordano Bruno Guerri non ha bisogno di
presentazioni. Scrittore, giornalista, docente universitario,
direttore editoriale, conduttore televisivo, ha pubblicato
biografie e saggi storici di grande rilievo, ha diretto La Storia
Illustrata, Chorus, L'indipendente. La sua ultima fatica letteraria
è D'Annunzio. L'amante guerriero, novità in libreria di cui a
Torino si parlerà molto.
Giordano Bruno Guerri, se dovesse descrivere D'Annunzio in dieci
righe, invece che in un libro?
«L'ho definito come un uomo che ha saputo imporre i propri sogni
agli altri uomini. Una cosa davvero difficile. Era un genio, dal
punto di vista letterario ma anche dal punto di vista sociale. Uno
dei pochi che hanno saputo determinare la propria epoca. Un
anticipatore, un inventore di cose e situazioni».
Se vivesse in quest'epoca, cosa farebbe il Vate, fra Internet e il
Grande Fratello?
«Sicuramente saprebbe sfruttare tutti i mezzi di cui disponiamo per
diffondere la sua immagine e la sua opera. Farebbe qualcosa che non
potremmo immaginare: la sua caratteristica era stupire, precorrere
i tempi. Sarebbe sicuramente proiettato nel futuro e non nel
passato».
Quale parte dell'opera di D'Annunzio lo rappresenta
maggiormente?
«La sua opera poetica, direi. È quella più eterna, perché il teatro
è datato e la narrativa ha una scrittura che risente del tempo. La
poesia ha una freschezza straordinaria ed è radiosa, si può
sintetizzare con i suoi versi: "Canta l'immensa gioia di
vivere…"».
Chi è, invece, il biografo: Giordano Bruno Guerri?
«È un uomo che per tutta la vita ha cercato di essere felice,
spesso fallendo, e che oggi è realizzato grazie alla nascita di
Nicola Giordano, di 15 mesi, e alla presenza di una compagna. Sono
molto legato alla mia famiglia d'origine, contadina, patriarcale.
La famiglia, la serenità che ne deriva, è di grande aiuto per il
lavoro. Da un punto di vista professionale sono un uomo curioso.
Faccio fatica a fermarmi su un tema, un lavoro. Ne ho cambiati
tanti perché ho sempre la voglia di scoprire cose nuove».
Se fosse vissuto al tempo di D'Annunzio?
«Questa è una domanda fascinosa. Ovviamente, occupandomi di storia,
ho sempre sognato di viaggiare nel tempo. Avrei voluto vivere nella
preistoria, è allora che avvennero le grandi trasformazioni. Credo
che il più grande genio dell'umanità sia il primo che ebbe l'idea
di mettere un seme sotto terra e innaffiarlo, e con questo cambiò
tutto. Per non allargarmi così tanto, se fossi nato nel 1863, come
D'Annunzio, in un'Italia appena sorta, sicuramente sarei stato un
patriota, che non avendo potuto contribuire al Risorgimento si
sarebbe adoperato per "fare gli italiani", come diceva D'Azeglio.
Probabilmente mi sarei occupato di storia, avrei scritto. Magari
con la penna d'oca, come si faceva allora».
La Fiera del Libro. Lei è stato per anni direttore editoriale,
resta un autore. Come si vive un grande evento come la Fiera?
«Da editori si va cercando di offrire al meglio i propri prodotti:
facendo uno stand il più bello possibile, invitando autori
brillanti che attraggano il pubblico, organizzando presentazioni
intelligenti, curiose, affollate. È un importante biglietto da
visita, anche se Torino non è una fiera di lavoro come Francoforte,
in cui si contratta: è più una vetrina. Da autori si cerca il
contatto con i lettori, che è sempre il momento più bello, perché
vedi la tua opera in mano a qualcuno e gliene puoi parlare».
Qual è il miglior veicolo promozionale, per un libro?
«Il libro è anche un prodotto commerciale, oltre che culturale, e
come tale bisogna saperlo vendere: proporlo in una confezione
attraente, studiare il prezzo giusto, le campagne pubblicitarie
opportune, fare un grande lavoro di ufficio stampa. Ma sono
convinto che valga molto il tam tam, la comunicazione fra lettori.
Il miglior consiglio, più che la pubblicità o la recensione, è
l'amico che ti dice: guarda, quello è un buon libro, l'ho letto e
mi è piaciuto».
In futuro la lettura è destinata a scomparire, come tanti
paventano?
«Io non ci credo, niente può sostituire il piacere tattile di avere
fra le mani, sottolineare, fare un orecchio a un libro. Io sono fra
quelli che non trattano i libri come oggetti sacri, devo lasciarvi
un mio segno. Internet, i libri elettronici, non penso potranno
limitare la produzione dei testi cartacei. Credo che con il
progredire della scolarizzazione il libro si diffonderà sempre di
più».
E per quanto riguarda la qualità? Miglioriamo o peggioriamo?
«Noi abbiamo sempre la sensazione che il passato fosse migliore,
perché non siamo in grado di storicizzare il presente. Magari
abbiamo scrittori di rango e non ce ne rendiamo conto. Lo decreta
il tempo, come è sempre accaduto».
Chi dei contemporanei resterà?
«Secondo me Aldo Busi, ad esempio. O Ammaniti, che in maturità farà
di certo cose importanti. Posso scommettere anche su Del Giudice e
Buttafuoco. Sono autori giovani, che hanno margini di
miglioramento. Nel panorama internazionale, il più grande autore
vivente per me è Philip Roth. Io non leggo molti romanzi, ma i suoi
li leggo tutti. Sono
bellissimi».
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