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Torino, la cultura va alla Fiera

In occasione dell'importante appuntamento culturale all'ombra della Mole, in programma dall'8 al 12 maggio, parlano quattro protagonisti del mondo editoriale italiano

immagine dall'edizione 2007 della Fiera del Libro di Torino L'uomo è ciò che mangia, ha detto un filosofo, intendendo che siamo ciò di cui ci nutriamo. L'affermazione, nel suo senso più ampio, è certamente vera. Siamo ciò che leggiamo, ad esempio. Quante cose si possono capire di una persona, sbirciando sul suo comodino alla ricerca della lettura del momento? Potremo scorgervi uno di quei thriller mozzafiato nei quali muoiono tutti-ma-proprio-tutti, o un saggio sulla riproduzione del baco da seta nella Cina nord-orientale, o un romanzo d'autore, d'amore, di politica, rabbia. Non ci aiuterà a farci un'idea? Il libro, secondo l'ultimo Rapporto Annuale del Censis e con buona pace di Internet e dei nuovi media, gode ottima salute. È cresciuta negli ultimi tempi l'abitudine alla lettura, che ha raggiunto nel 2007 il 59,4% rispetto al totale della popolazione. Nel 2006 si era al 55,3%, e il trend di anno in anno si conferma positivo. Fermarsi alla quantità è riduttivo. Abbiamo dunque affrontato il discorso in termini più generali, con alcuni dei protagonisti dell'evento più importante dell'anno: la Fiera Internazionale del Libro di Torino, che si terrà nella tradizionale sede del Lingotto dall'8 al 12 maggio e sarà inaugurata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

LA PAROLA AGLI ESPERTI. Antonio Riccardi, originario di Parma, a soli 45 anni è direttore editoriale della Mondadori. Laureato in Filosofia, ha trovato espressione nella poesia, pubblicando le raccolte di versi Il profitto domestico e Gli impianti del dovere e della guerra (con la seconda ha vinto il Premio Elsa Morante). «Un accostamento naturale», ci dice, «quello fra filosofia e poesia. Entrambe sperimentano la parola, ma al tempo stesso ne preservano la memoria, l'integrità». Entriamo subito nel vivo.
La sua carica, nel primo gruppo editoriale nazionale, è una bella responsabilità…
«Ne sono molto orgoglioso. Credo che Mondadori rappresenti un pezzo della storia d'Italia. Io stesso da bambino sfogliavo le sue edizioni che trovavo in casa, mai immaginando che un giorno…».
Come sceglie un libro un direttore editoriale? Da cosa nasce il sì alla proposta di un autore?
«Da tanti fattori. È importante, per chi fa il mio lavoro, prescindere dal gusto personale e cercare di capire quelli del pubblico. Vi sono due tipi di editori: quelli che tendono a dire al lettore cosa deve leggere e quelli che cercano di offrire a ognuno il prodotto adatto. La cosa bella di Mondadori, che per logica dovrebbe privilegiare autori affermati, è che riesce a scommettere sul nuovo. Mi riferisco ad esempio a Roberto Saviano: un giovanissimo. Chi poteva immaginare che avrebbe venduto più di un milione di copie solo in Italia e che Gomorra sarebbe andato in tutto il mondo? Penso anche a Paolo Giordano e al suo recente La solitudine dei numeri primi, un romanzo stupendo».
Dove va il libro? Verso quali ambiti si muove l'interesse alla lettura?
«I più diversi, ma tutti di spessore. Che l'amore per il libro cresca è una garanzia per il futuro. Se la gente legge di più, aumentano le speranze di un domani migliore per l'umanità. La cultura è un fattore di civiltà, forse il più importante».

NEL LATO OSCURO DELLA MENTE. Sergio Altieri, milanese doc, laurea in Ingegneria meccanica, per Mondadori cura le collane da edicola I Gialli, Urania, Segretissimo, True Crime, Romanzi. Ha già vissuto varie vite: per anni ha fatto la spola fra Milano e gli Stati Uniti, ove ha lavorato come sceneggiatore, collaborando con il produttore Dino De Laurentiis e dando un contributo a film importanti: Atto Di Forza, Conan il Distruttore, L'Anno del Dragone. Scrittore dal 1981, dai suoi romanzi, pubblicati con il nome d'arte Alan D. Altieri, sono stati tratti film per il cinema e miniserie tv. Nel 1997 ha vinto il Premio Scerbanenco con il romanzo Kondor. Ha tradotto importanti autori, fra cui Andy Mc Nab e perfino Raymond Chandler. E allora: Una domanda al profondo conoscitore degli States.
Qual è la differenza principale fra la nostra produzione libraria e quella americana?
«La differenza fondamentale è questa. In America il libro è un prodotto di consumo, e i volumi sono quasi tutti in edizioni economiche. La copertina rigida tipica dei nostri romanzi non va. In Italia il libro si legge, ma si tiene alla sua veste grafica, alla conservazione in uno scaffale, per cui vi sono molte collane di pregio».
Come vanno i gialli, all'interno del complessivo mercato editoriale?
«Hanno una fetta di mercato precisa, che tiene molto bene».
Perché ci appassioniamo tanto al lato oscuro della mente, al delitto?
«La gente ama provare il brivido che la lettura di un giallo offre. Viene ricercata la paura, un'emozione forte. Poi c'è la sfida intellettuale, riuscire a indovinare la soluzione. Ma sempre più si vanno superando gli steccati di genere, per cui un libro non è mai solo giallo, contiene altro, e così per la narrativa».
Fanno più presa i racconti ispirati alla cronaca o quelli inventati di sana pianta?
«Quelli di fantasia. C'è, se il libro vale, un'originalità, e la soluzione non è scontata».
Come sono classificati i giallisti italiani, nel panorama internazionale?
«La qualità dei nostri autori è ottima, superiore alla media dei colleghi di altri Paesi. Di contro, fatichiamo a passare i confini nazionali, anche per un problema linguistico: l'italiano purtroppo non è conosciuto all'estero».
Ora la parola ad Alan D. La più grande soddisfazione professionale?
«Bella domanda! Su due piedi non so rispondere. È altrettanto bello vincere il Premio Scerbanenco e vedere in aereo o in treno una persona che legge un tuo libro».
Nuovi progetti?
«Diverse cose. Ho in mente di far diventare la mia Trilogia di Magdeburg una tetralogia, con un quarto soggetto ambientato in Giappone. Progetto anche una storia imperniata sulla guerra del Vietnam e un'altra ambientata nel Quattrocento. Di più non posso dire».

OSPITE D'ONORE. Shulim Vogelmann, nipote dell'unico ebreo italiano compreso nella famosa lista di Schindler, è il rampollo della Casa Editrice La Giuntina di Firenze, fondata e diretta dal padre Daniel. Un marchio, come ci racconta, specializzato nella pubblicazione di libri di argomento ebraico fin da quando, nel 1980, editò La notte di Elie Wiesel, una lucida ma vibrante testimonianza del lager. La Giuntina ha il merito di aver fatto conoscere in Italia diversi grandi autori della narrativa israeliana: si pensi ad Abraham Yehoshua.
Shulim, quali sono le sue mansioni all'interno della struttura?
«Siamo una piccola casa, faccio un po' di tutto: dalle traduzioni alle correzioni di bozze, dall'ufficio stampa alle spedizioni. Per fortuna sono giovane e ho entusiasmo».
Ci vuol parlare della collana dedicata alla narrativa israeliana?
«Vivendo per sei anni in Israele e avendo imparato l'ebraico, ho scoperto molti bei libri inediti in Italia, e ho pensato di creare una nuova collana che li riunisse. Se posso, per avvicinarsi a questo universo consiglio Il Quartetto Rosendorf di Nathan Shaham, il primo libro della collana».
La Fiera del Libro di Torino ha Israele (e la sua letteratura) quale ospite d'onore. Per l'occasione porterete delle novità?
«Saremo presenti con un grande stand, tutti i nostri libri e quattro ottimi scrittori che verranno apposta da Israele: Sami Michael, Sara Shilo, Avirama Golan e Lizzie Doron».
Il suo esordio da scrittore è avvenuto nel 2004, con Mentre la città bruciava. Ce ne vuole parlare?
«Un giorno ho cominciato a scrivere un racconto su un episodio che mi è successo in Israele. Poi ho continuato, e un paio di mesi dopo, quasi senza rendermene conto, avevo racchiuso in un libro tutta la mia esperienza israeliana. Si è trattato di una necessità: elaborare gli ultimi anni della mia vita, capire i cambiamenti avvenuti dentro di me, ma anche raccontare Israele a chi non lo conosce, spiegare il rapporto affettivo e culturale tra un giovane ebreo italiano e questo Paese».
Il racconto, di formazione, racconta anche la ricerca, o scoperta, di un'identità…
«In Italia la parte ebraica della mia identità era legata quasi solamente alla Shoà e alla memoria; in Israele ho scoperto il lato vivo della cultura ebraica, mi sono reso conto che c'è un posto nel mondo dove tale cultura è assicurata. Così ho abbandonato l'istinto di conservarsi tipico degli ebrei diasporici, lasciando da parte la paura di perdere i legami con il mio popolo e, sicuro che quella parte della mia identità esiste in un luogo, ho iniziato a vivere con più serenità e sicurezza interiore».
C'è un messaggio particolare che il testo voleva lanciare?
«Mentre scrivevo non ci pensavo. Rileggendo e ascoltando le impressioni di molti lettori, il messaggio che il libro trasmette è il significato di Israele per gli ebrei».
C'è un nuovo libro nella sua penna, anzi nel suo pc?
«Forse nella mia testa».

DULCIS IN FUNDO. Giordano Bruno Guerri non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, giornalista, docente universitario, direttore editoriale, conduttore televisivo, ha pubblicato biografie e saggi storici di grande rilievo, ha diretto La Storia Illustrata, Chorus, L'indipendente. La sua ultima fatica letteraria è D'Annunzio. L'amante guerriero, novità in libreria di cui a Torino si parlerà molto.
Giordano Bruno Guerri, se dovesse descrivere D'Annunzio in dieci righe, invece che in un libro?
«L'ho definito come un uomo che ha saputo imporre i propri sogni agli altri uomini. Una cosa davvero difficile. Era un genio, dal punto di vista letterario ma anche dal punto di vista sociale. Uno dei pochi che hanno saputo determinare la propria epoca. Un anticipatore, un inventore di cose e situazioni».
Se vivesse in quest'epoca, cosa farebbe il Vate, fra Internet e il Grande Fratello?
«Sicuramente saprebbe sfruttare tutti i mezzi di cui disponiamo per diffondere la sua immagine e la sua opera. Farebbe qualcosa che non potremmo immaginare: la sua caratteristica era stupire, precorrere i tempi. Sarebbe sicuramente proiettato nel futuro e non nel passato».
Quale parte dell'opera di D'Annunzio lo rappresenta maggiormente?
«La sua opera poetica, direi. È quella più eterna, perché il teatro è datato e la narrativa ha una scrittura che risente del tempo. La poesia ha una freschezza straordinaria ed è radiosa, si può sintetizzare con i suoi versi: "Canta l'immensa gioia di vivere…"».
Chi è, invece, il biografo: Giordano Bruno Guerri?
«È un uomo che per tutta la vita ha cercato di essere felice, spesso fallendo, e che oggi è realizzato grazie alla nascita di Nicola Giordano, di 15 mesi, e alla presenza di una compagna. Sono molto legato alla mia famiglia d'origine, contadina, patriarcale. La famiglia, la serenità che ne deriva, è di grande aiuto per il lavoro. Da un punto di vista professionale sono un uomo curioso. Faccio fatica a fermarmi su un tema, un lavoro. Ne ho cambiati tanti perché ho sempre la voglia di scoprire cose nuove».
Se fosse vissuto al tempo di D'Annunzio?
«Questa è una domanda fascinosa. Ovviamente, occupandomi di storia, ho sempre sognato di viaggiare nel tempo. Avrei voluto vivere nella preistoria, è allora che avvennero le grandi trasformazioni. Credo che il più grande genio dell'umanità sia il primo che ebbe l'idea di mettere un seme sotto terra e innaffiarlo, e con questo cambiò tutto. Per non allargarmi così tanto, se fossi nato nel 1863, come D'Annunzio, in un'Italia appena sorta, sicuramente sarei stato un patriota, che non avendo potuto contribuire al Risorgimento si sarebbe adoperato per "fare gli italiani", come diceva D'Azeglio. Probabilmente mi sarei occupato di storia, avrei scritto. Magari con la penna d'oca, come si faceva allora».

La Fiera del Libro. Lei è stato per anni direttore editoriale, resta un autore. Come si vive un grande evento come la Fiera?
«Da editori si va cercando di offrire al meglio i propri prodotti: facendo uno stand il più bello possibile, invitando autori brillanti che attraggano il pubblico, organizzando presentazioni intelligenti, curiose, affollate. È un importante biglietto da visita, anche se Torino non è una fiera di lavoro come Francoforte, in cui si contratta: è più una vetrina. Da autori si cerca il contatto con i lettori, che è sempre il momento più bello, perché vedi la tua opera in mano a qualcuno e gliene puoi parlare».
Qual è il miglior veicolo promozionale, per un libro?
«Il libro è anche un prodotto commerciale, oltre che culturale, e come tale bisogna saperlo vendere: proporlo in una confezione attraente, studiare il prezzo giusto, le campagne pubblicitarie opportune, fare un grande lavoro di ufficio stampa. Ma sono convinto che valga molto il tam tam, la comunicazione fra lettori. Il miglior consiglio, più che la pubblicità o la recensione, è l'amico che ti dice: guarda, quello è un buon libro, l'ho letto e mi è piaciuto».
In futuro la lettura è destinata a scomparire, come tanti paventano?
«Io non ci credo, niente può sostituire il piacere tattile di avere fra le mani, sottolineare, fare un orecchio a un libro. Io sono fra quelli che non trattano i libri come oggetti sacri, devo lasciarvi un mio segno. Internet, i libri elettronici, non penso potranno limitare la produzione dei testi cartacei. Credo che con il progredire della scolarizzazione il libro si diffonderà sempre di più».
E per quanto riguarda la qualità? Miglioriamo o peggioriamo?
«Noi abbiamo sempre la sensazione che il passato fosse migliore, perché non siamo in grado di storicizzare il presente. Magari abbiamo scrittori di rango e non ce ne rendiamo conto. Lo decreta il tempo, come è sempre accaduto».
Chi dei contemporanei resterà?
«Secondo me Aldo Busi, ad esempio. O Ammaniti, che in maturità farà di certo cose importanti. Posso scommettere anche su Del Giudice e Buttafuoco. Sono autori giovani, che hanno margini di miglioramento. Nel panorama internazionale, il più grande autore vivente per me è Philip Roth. Io non leggo molti romanzi, ma i suoi li leggo tutti. Sono bellissimi».

Roberto Riccardi