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Noi, genitori "adottati"

Nel mese in cui si celebra la Giornata della Famiglia, una bella storia di solidarietà nata all'interno di una "famiglia" che ci è assai cara: quella dell'Arma

immagine della famiglia Degrandi Alzarsi all'alba per fare irruzione nel covo di un latitante, sventare un furto, sgominare un traffico di droga. Passare la notte in caserma per garantire un presidio a chiunque bussi alla porta; pattugliare strade e quartieri 24 ore su 24 per la sicurezza degli abitanti ed essere sempre reperibile per ogni emergenza.
È la vita del carabiniere. Sempre sulla breccia. Mai veramente libero dal servizio. Sembra impossibile conciliarla con la presenza di una famiglia, con un consorte e dei figli bisognosi di attenzioni. Eppure tra i carabinieri ci sono tanti padri e mariti, da qualche anno mogli e madri, per i quali un servizio tanto impegnativo non è stato sufficiente per rinunciare al sogno più grande che ogni uomo possa coltivare su questa terra: quello di costruire una famiglia.

Una scelta che richiede, certo, una buona dose di coraggio. Come quello che ha sostenuto il tenente colonnello Gabriele Degrandi, cinquanta anni, Capo Sezione disciplina e contenzioso dell'Ufficio Personale del Comando Regione Carabinieri "Lazio", che di coraggio ne ha dovuto avere forse ancora di più dei suoi colleghi genitori, visto che la sua non è una famiglia come tutte le altre, edificata sul legame di sangue, bensì il frutto di una scelta di vita, fondata sullo stesso desiderio di aiutare il prossimo che da sempre lo sostiene nel suo lavoro al servizio dell'Arma e che quasi due anni fa lo ha spinto ad adottare due bambine nate dall'altra parte del mondo.
È stato un coraggio alimentato dal dolore, quello dell'ufficiale la cui storia abbiamo scelto, tra le tante della "famiglia" dell'Arma, per celebrare a nostro modo la Giornata che il 15 maggio, in tutto il mondo, è dedicata appunto alla Famiglia: il dolore di aver perso la prima figlia, Alessandra, nata nel 2001 con una grave malformazione cardiaca. Ma anche dalla consapevolezza che, come ci ha spiegato il tenente colonnello, «è inconcepibile che una coppia che abbia perso un figlio spenda la vita a crogiolarsi nel dolore, invece di usare quelle carezze che non potrà mai dare al frutto del proprio amore per donare affetto ad altri bambini. Che magari non saranno "sangue del proprio sangue", ma che di quelle carezze hanno ancor più bisogno».

Per arrivare a una simile conclusione, certo, Gabriele e sua moglie Elisabetta hanno dovuto passare attraverso tutte le tappe della sofferenza. Quella, indicibile, di vedere la propria figlia spegnersi in ospedale dopo sette interminabili mesi, senza aver mai avuto nemmeno la possibilità di portarla a casa, nella stanza che avevano preparato per lei. E poi quella, frustrante, di "riprovarci", anche con l'aiuto della fecondazione assistita, andando incontro a nuove, cocenti delusioni. «Quando ci siamo sposati», racconta ancora Degrandi, «mettere al mondo dei figli non era per noi un obiettivo primario. Superati i quarant'anni, però, e dopo due di matrimonio, ci siamo resi conto che un bambino avrebbe rappresentato non solo il naturale completamento del nostro rapporto, ma anche un senso da dare alla nostra vita, un traguardo che un giorno, guardandoci indietro, avremmo potuto dire di aver raggiunto».
Per questo Elisabetta e Gabriele non si danno per vinti. Ma ecco che un giorno, dopo il nuovo fallito tentativo di avere un figlio naturale, la frase di un medico li illumina: perché accanirsi a martoriare la mente e il corpo quando al mondo ci sono tanti bambini in cerca di una famiglia? Perché non regalare un futuro a chi non ce l'ha? È come se un interruttore fosse scattato dentro questa coppia che, ci racconta, si è conosciuta grazie a una carta di credito difettosa (Elisabetta lavora, infatti, presso una nota società di servizi finanziari, e a lei si è rivolto, nove anni fa, Gabriele per risolvere un problema con la sua carta, sposandola pochi mesi dopo), e che, nell'affrontare il percorso non sempre facile che li porterà alla sentenza del Tribunale dei Minori necessaria a dichiararli "idonei" all'adozione, si cementa sempre di più nel desiderio di accogliere nella sua casa una piccola anima da nutrire, educare, "corazzare" per la vita. Anzi, più d'una.

«Quando ci siamo rivolti alla Comunità di Sant'Egidio per la ricerca dei bambini da adottare», racconta infatti Elisabetta, quarantasette anni portati splendidamente, «non abbiamo espresso preferenze particolari. L'unica cosa di cui eravamo certi era che avremmo voluto prenderci cura di due fratellini. Pensavamo infatti che sarebbe stato più facile, per i piccoli, affrontare il cambiamento radicale di vita, l'incontro con due genitori ancora sconosciuti, avendo accanto una sorella o un fratello con il quale condividere gioie e paure».
La svolta, per Elisabetta e Gabriele, è annunciata da un sms, giunto nell'agosto del 2006. L'operatrice della Comunità di Sant'Egidio che si è occupata del loro caso li invita a prendere visione di una fotografia. Dal rettangolo di carta lucida che si trovano davanti, li guardano con espressione spaurita due bambine vietnamite: otto e cinque anni, i capelli cortissimi e arruffati, un lampo furbetto in fondo al lago profondo degli occhi. È amore a prima vista: il tempo di preparare i documenti necessari, di comprare vestiti e regali per le bambine «e un completo tutto rosa per me», racconta ancora Elisabetta, «con il quale speravo di fare alle sorelline un'impressione festosa, di apparire loro come una specie di principessa», e i due futuri genitori si trovano su un aereo diretto a Ho-Chi-Minh City. Un altro volo interno, poi una macchina, e arrivano a Kontum, dove si trova l'orfanotrofio delle suore francesi che ospita Huong e Hinh. Due bambine già segnate dalla vita, eppure dotate di una serenità e di una dolcezza sorprendenti, capaci di accogliere con una confidenza inattesa quella signora vestita come una bambola e quel signore grande e grosso che, al confronto del loro padre naturale, sembra un gigante. «È difficile crederlo, ma non abbiamo mai avuto la minima difficoltà a farci accettare dalle bambine; abbiamo avuto invece la sensazione che fossero state con noi da sempre. E credo che la stessa cosa l'abbiano provata loro. È come se ci fossimo reciprocamente "riconosciuti", come se anche le bimbe ci avessero istintivamente adottato come genitori».

Il tempo, poi, ha fatto il resto, e le residue paure delle sorelline, giunte nel nostro Paese alla fine del 2006, si sono fugate non appena hanno capito che la nuova condizione non era temporanea, che quei due simpatici signori venuti dall'Italia con due zaini ricolmi di caramelle per portarle con sé non avevano intenzione di ricondurle indietro, se non quando sarebbero state abbastanza grandi per deciderlo. «Siamo convinti», spiega il tenente colonnello Degrandi, «che non sia giusto tentare di cancellare nelle bambine la memoria delle loro radici. Al contrario, speriamo che le nostre figlie si sentano cittadine di un mondo globalizzato, privo di confini, nel quale la differenza è un valore e non qualcosa di cui aver paura».
Per Gabriele ed Elisabetta, insomma, se un giorno Huong e Hinh - che frequentano rispettivamente la quarta e la prima elementare, parlano italiano con disinvoltura e da grandi vogliono fare la maestra di matematica e il carabiniere (!) -, vorranno tornare in Vietnam, questo non significherà perderle, ma semplicemente assolvere il dovere di ogni genitore: dare ai figli la possibilità di diventare quello che vogliono essere. Le famiglie vere, come ci dice del resto la piccola Huong mentre scorrazza negli uffici della nostra redazione armata di fogli e matita per disegnare il mondo, «non si lasciano mai».

È quanto hanno imparato in Italia questa bimba saggia il cui nome significa "profumo", e la sua sorellina che invece nella sua lingua si chiama "immagine" e che, quando le si chiede quale sia stato il giorno più bello della sua "seconda" vita, cita quello in cui per la prima volta i suoi nuovi genitori l'hanno portata al mare.

Giuseppina Poli