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Le previsioni parlano di circa 30 milioni di visitatori. I Paesi
espositori saranno 120, in otto padiglioni. L'area fieristica
occuperà più di un milione di metri quadrati. Gli investimenti
previsti ammontano a oltre 4 milioni di euro: 3,2 per le
infrastrutture, quasi 900mila per organizzare e gestire l'evento.
Lo Stato si è impegnato a garantire 1,5 miliardi; gli enti locali
850 milioni; quasi 900 milioni arriveranno dal settore privato e
altrettanti dagli sponsor e dai biglietti d'ingresso. L'evento
creerà 70mila posti di lavoro per cinque anni. 36mila saranno i
volontari incaricati dell'accoglienza di ospiti e visitatori.
Le cifre costituiscono l'indicatore immediato per valutare le
proporzioni della fantastica avventura destinata a collocare Milano
(la "capitale morale", come amano ripetere, e ripetersi, i
cittadini del capoluogo lombardo) al centro dell'attenzione
mondiale. L'appuntamento è fissato fra sette anni. Il 1° maggio
2015 si apriranno i battenti dell'Esposizione universale, che avrà
come titolo «Nutrire il pianeta: energia per la vita». La chiusura
è fissata per il 31 ottobre successivo.
Le date coincidono con quelle che misero sottosopra Londra 157 anni
fa. Il 1° maggio 1851 la regina Vittoria inaugurò, al Crystal
Palace (costruito per l'occasione) di Londra, la prima Esposizione
universale della storia. Mancarono - per ragioni politiche e
diplomatiche - molti dei capi di Stato che avevano inizialmente
annunciato la loro presenza, ma la regina fece tutto quanto era
nelle sue possibilità per dare lustro alla manifestazione. «Vestita
di rosa e argento, con il nastro della Giarrettiera e il diamante
Koh-i-Noor, con in capo una piccola corona e due piume», racconta
la storica Elizabeth Longford, «la regina si recò in carrozza
scoperta all'Esposizione e quindi avanzò lungo il corridoio
centrale, superò la fontana scintillante e ascese il palco reale
sovrastato da un baldacchino blu e oro, appoggiato a un grosso
olmo. Uno dopo l'altro, gli organi attaccarono a suonare al suo
passaggio, ma la loro voce quasi si perdeva nella vastità del
palazzo. Ella si sentì invadere da un'ondata di emozioni: le pareva
di essere tornata al giorno della sua incoronazione, soltanto che i
continui applausi rendevano quel momento "più commovente, mentre in
una chiesa regna, naturalmente, il silenzio". In seguito ritagliò
un articolo del Times che paragonava quella scena all'assemblea di
tutte le genti nel giorno del Giudizio, e confessò di aver provato
un sentimento di devozione più forte che durante qualunque altro
servizio in una chiesa».
Il riferimento religioso era presente anche nelle parole scelte dal
principe Alberto come motto dell'Expo: «La Terra è del Signore, e
così tutto ciò che è in essa».
I visitatori - a Londra - furono oltre sei milioni (un numero
enorme per quei tempi, quando i mezzi di locomozione non erano
neppure lontanamente paragonabili a quelli attuali), e lo stupore
suscitato dalla Fiera fu enorme. In uno stand era esposto anche un
elefante imbalsamato. E c'erano poi le meraviglie della tecnica di
quel tempo, e - per i cronisti mondani (che non mancavano neppure
allora) - la presenza di molte dame ingioiellate e molti
gentiluomini in redingote. La regina si commosse incontrando, fra
le autorità presenti, l'ottantaduenne duca di Wellington, l'uomo
che aveva sconfitto Napoleone a Waterloo.
Vittoria superò in entusiasmo tutti gli altri visitatori. I
cronisti raccontarono che tornò nel Palazzo di Cristallo (una
costruzione di 84mila metri quadrati, al centro di Hyde Park) quasi
ogni giorno fino alla fine di luglio, quando lasciò Londra per le
vacanze. Si alzava presto, arrivava prima delle 10 all'Esposizione
e seguiva con ordine un itinerario ben definito, in modo da
visitare ogni reparto. Trovò gli abiti da cerimonia francesi belli
oltre ogni dire, i macchinari americani «ingegnosi, ma poco
divertenti» (negli anni successivi, le "macchine per filare il
cotone" di Bradford e Oldham avrebbero suscitato la sua sconfinata
ammirazione); soltanto i settori prussiani e russi erano - a suo
avviso - vergognosamente miseri. Tra gli articoli personali, rimase
particolarmente colpita dalle perle indiane, dai coltelli da caccia
di Sheffield fatti esclusivamente per l'esportazione in America,
dalle serrature di sicurezza; ammirò molto anche il telegrafo
elettrico e una macchina capace di fare cinquanta milioni di
medaglie la settimana.
Si interessò anche, la regina, alla regata della Coppa delle Cento
Ghinee, che impegnò quattordici golette britanniche e una del New
York Club. Fu quella una delle manifestazioni di contorno
dell'Expo, voluta dal Commodoro del Royal Yacht Squadron. Vinsero
gli americani (davanti agli occhi intristiti di Vittoria che seguì
le ultime fasi a bordo del panfilo reale), che si aggiudicarono il
trofeo, per rimetterlo in palio diciannove anni più tardi, dopo
avergli cambiato il nome in quello, ancora in uso, di Coppa
America.
Nel 1889 fu Parigi ad ospitare l'Esposizione universale. Un
ingegnere francese, Gustave Eiffel, costruì una torre alta 304
metri, tutta in ferro battuto, che doveva fungere da porta di
ingresso all'Expo. C'erano voluti tre anni (con l'impiego di 300
operai) per montare, con mezzo milione di chiodi, i 18mila pezzi di
ferro forgiato (del peso complessivo di 10mila tonnellate). E il
progetto prevedeva che - finita la festa - la struttura sarebbe
stata smontata, e il metallo sarebbe stato fuso. Per fortuna, la
meraviglia suscitata in tutti i visitatori da quel colosso fu tale
da convincere le autorità politiche a lasciare la Torre dov'era.
Fino al 1931, quando fu inaugurato a New York l'Empire State
Building (alto 381 metri), la Torre Eiffel è stata la costruzione
più alta del mondo.
Anche il Crystal Palace di Londra era destinato inizialmente a
sparire con la fine dell'Esposizione. Fu invece smontato, e
trasferito in una zona periferica della città, dove rimase per
circa ottant'anni, fino a quando fu distrutto da un colossale
incendio.
Londra e Parigi fornirono un esempio a tutte le altre città che
hanno successivamente ospitato l'Esposizione universale.
L'occasione è stata regolarmente sfruttata per creare palazzi e
monumenti destinati ad abbellire le città organizzatrici. Milano ha
già ospitato un'Expo nel 1905, che ha lasciato ai milanesi la
vecchia Fiera e l'Acquario. A Roma era stato fissato l'appuntamento
fieristico del 1942, poi annullato a causa della guerra: ma ai
romani è rimasto un intero quartiere, l'Eur (acronimo di
Esposizione Universale Roma), con il palazzo delle Civiltà del
Lavoro e il palazzo dei Congressi.
A Bruxelles fu costruito, nel 1958, l'Atomium, una costruzione in
acciaio composta da nove sfere che rappresenta un cristallo di
ferro ingrandito 165 miliardi di volte. La Biosfera di Montreal era
il padiglione americano per l'Expo del 1967, il ponte del Alamillo
di Santiago Calatrava fu costruito a Siviglia per l'Esposizione del
1992.
Il prossimo appuntamento - prima di Milano - è fissato a Shangai,
nel 2010, con il tema «Una città migliore, una vita
migliore».
Dal 1928 è stato costituito il Bureau International des Expositions
(Bie), composto attualmente da 101 Paesi membri, che ha fissato i
criteri ai quali devono attenersi le Esposizioni Universali e
quelle Internazionali (di proporzioni più contenute). Come per
l'assegnazione delle Olimpiadi, le città interessate devono
presentare la propria candidatura allegando i relativi progetti,
che vengono vagliati dal Bureau. La decisione viene presa, a
scrutinio segreto, dal plenum dei membri del Bie. Milano l'ha
spuntata sulla città turca di Smirne, grazie al grande lavoro
svolto dal Comune meneghino, dalla Regione Lombardia e dal
Governo.
Adesso bisogna mettersi al lavoro. Ci sono sette anni di tempo, ma
l'impegno è gigantesco. E rappresenta una straordinaria occasione
per Milano e per l'immagine complessiva del nostro Paese. È
possibile che - in corso d'opera - vengano modificati alcuni dei
progetti iniziali. Dopo l'aggiudicazione della gara con Smirne, si
è aperto un dibattito che ha coinvolto politici, uomini di cultura,
urbanisti e architetti su alcune delle costruzioni previste,
soprattutto i grattacieli e la Torre alta 200 metri, assunta come
simbolo della manifestazione. Dal giorno del tragico attentato alle
Torri Gemelle di New York, è iniziata una discussione, in tutto il
mondo, tra i fautori delle città "verticali" e quanti ritengono che
sia più opportuno (anche per ragioni ambientali, non soltanto di
sicurezza) sviluppare le metropoli in orizzontale, rinunciando alle
guglie che - da sempre - tendono a simboleggiare il sentimento
religioso dell'avvicinamento al cielo, ma anche (e per converso) la
superbia e la sfida del genere umano agli equilibri della natura.
Dai tempi della Torre di Babele.
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