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Elena. 16 anni. Studentessa. Consuma sms come fossero respiri. La
sua vita è tutta nella memoria di un telefonino di ultima
generazione. I numeri degli amici più cari, le date di compiti in
classe e appuntamenti, le foto delle ultime vacanze. Ma
soprattutto, in quel piccolo concentrato di tecnologia, è contenuta
la sua garanzia di essere "connessa", integrata in un mondo in cui
comunicare è tutto.
Marco. 39 anni. Rappresentante di commercio. Nel suo portatile
l'organizzazione di un'esistenza scandita da incontri e pranzi di
lavoro. Un borseggiatore gliel'ha sfilato dalla ventiquattrore:
immediata la sensazione di non avere più niente, nemmeno un
nome.
Chissà se Antonio Meucci, l'uomo che alla metà dell'Ottocento
inventò il telefono, avrebbe potuto immaginare che un giorno la più
sofisticata evoluzione della sua "creatura", il cellulare, sarebbe
diventata per tante persone un'appendice del proprio essere, una
vera e propria sorgente d'identità, come ha notato il filosofo
Maurizio Ferraris nel saggio Dove sei? Ontologia del telefonino.
Chissà se avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe bastato
alzare una cornetta per salvare vite umane, stabilire alleanze
politiche, stipulare contratti miliardari e patti tra
nazioni.
Di certo non è un caso se il geniale inventore, nato nel sobborgo
fiorentino di San Frediano il 13 aprile 1808, giusto duecento anni
orsono, rivendicò con tutte le sue forze la proprietà intellettuale
della sua trovata, di cui aveva ben intuito la portata, contro chi
a lungo riuscì a usurpargliela: lo scozzese Alexander Graham Bell.
E non lo fece per la gloria personale. Schivo e idealista,
probabilmente avrebbe preferito essere ricordato, più che come
inventore del telefono, come colui che, nella sua casa di Staten
Island, ospitò tanti esuli italiani che avevano dovuto lasciare la
patria dopo aver lottato per essa: a loro offrì vitto, alloggio,
lavoro nella fabbrica di candele steariche nella quale faticò
persino Giuseppe Garibaldi, prima di partire alla volta
dell'America Latina (a testimoniarlo è oggi il Meucci-Garibaldi
Museum di Staten Island). Lo fece piuttosto per rivendicare al suo
Paese, amato al punto da finire prima in carcere e poi in esilio,
la paternità dello strumento che avrebbe rivoluzionato per sempre
il rapporto dell'uomo con il tempo e con lo spazio, offrendo a
chiunque la facoltà, fino ad allora inconcepibile, di essere a un
tempo qui e altrove.
Lo spirito "filantropico" della sua invenzione, del resto, è
evidente dalle circostanze in cui è nata, non a caso simili a
quelle in cui lo scozzese Bell, classe 1847, pervenne a risultati
analoghi diversi anni dopo Meucci. Se infatti Bell ebbe le
intuizioni necessarie a concepire qualcosa come il telefono
nell'assistere giovani sordomuti, Meucci perfezionò i prototipi del
suo apparecchio, ideati mentre compiva esperimenti
sull'elettroshock, quando la moglie Esther, nel 1854, fu costretta
a letto da un'artrite: lo strumento da lui stesso installato
permetteva a Meucci di comunicare con la malata, che giaceva nella
sua camera, pur rimanendo nel proprio laboratorio. Ossia senza
abbandonare l'unico luogo al mondo in cui si sentisse veramente a
suo agio, il regno dove poteva dare libero sfogo al suo talento e
condurre i suoi indefessi tentativi di realizzare un sogno: fare
della voce, entità fisica prodotta dalle corde vocali, qualcosa di
impalpabile, capace di muoversi nello spazio in maniera autonoma
dal corpo che l'ha emessa. Una "disincarnazione" della parola che
più tardi avrebbe indotto il massmediologo Marshall McLuhan a
definire il telefono un medium "freddo", nella misura in cui
richiede la partecipazione attiva dell'utente nel completare e
interpretare il messaggio trasmesso.
Ma i tempi di McLuhan erano già quelli della comunicazione
integrale, del mondo ridotto a una matrice infinita di codici
binari, a una sequenza ininterrotta di input e output. Un mondo che
non sarebbe stato possibile senza l'idea partorita da chi la sua
creatività l'aveva educata all'Accademia di Belle Arti di Firenze,
per poi metterla a frutto, sulle prime, in un campo lontano dalla
telefonia: il teatro. Anche come macchinista al Teatro della
Pergola, però, Meucci s'era interessato al tema della
comunicazione. Era stato lui a inventare quel "tubo acustico"
(tuttora usato dai teatranti fiorentini) che serviva per mettere in
contatto il piano del palcoscenico con quello dei "soffittisti"
incaricati di cambiare le scene: due imbuti legati alle estremità
di un filo tramite il quale si potevano impartire e ricevere
ordini. «Vedi io sono convinto di aver inventato qualcosa di
importante», ripeteva alla moglie Esther, costumista teatrale
incontrata proprio nelle quinte della Pergola. «Nessuno mi crede,
ma come faccio a farlo capire agli altri? E dire che l'hanno
provato...».
L'abilità di Meucci non sfuggì all'impresario catalano Martí y
Torres, che nel 1835 lo scritturò come sovrintendente del Gran
Teatro de Tacón dell'Avana. Fu così che Meucci, che nel frattempo
si era messo nei guai partecipando ai moti unitari degli anni
Trenta, ritenne giunta l'ora di cambiare aria, imbarcandosi con
Esther su un brigantino diretto a Cuba. Furono anni felici, quelli
cubani, con Meucci che mise da parte una discreta fortuna non solo
con il lavoro al Tacón ma anche con attività collaterali, come la
realizzazione di opere per la depurazione delle acque. E fu a Cuba
che ottenne la prima trasmissione della parola per via elettrica,
divenendo l'indiscusso pioniere del telefono.
Nel 1850, tuttavia, prima dei rivolgimenti per l'indipendenza di
Cuba dalla Spagna, Meucci decise di iniziare una nuova avventura:
destinazione New York. O meglio Clifton, nell'isola di Staten
Island. Qui, nella quiete di una cascina affollata di patrioti ed
emigranti, migliorò il telefono messo a punto all'Avana fino a
ottenere risultati tali da indurlo, nel 1860, a cercare
finanziatori disposti a dare applicazione alla sua scoperta. Gli
esiti di questa "indagine di mercato", però, sono noti: il
"telettrofono" lasciò freddi i possibili investitori, e il suo
creatore, ormai al verde dopo una catena di terremoti finanziari,
non fu nemmeno in grado di pagare i 10 dollari annuali necessari
per rinnovare il caveat, il brevetto provvisorio che aveva ottenuto
nel 1871. Fu così che nel 1875 il documento decadde e Bell, che
aveva avuto accesso alle carte di Meucci e che aveva saputo trovare
finanziatori disposti a sviluppare il "suo" telefono, l'anno
successivo ne approfittò per depositare a proprio nome
un'invenzione che, date alla mano, Meucci aveva concepito quando lo
scozzese non sapeva ancora parlare.
Fu l'inizio di una querelle più che secolare, che avrebbe visto
opposti Meucci, Bell e le compagnie che avevano acquistato i
diritti dei loro brevetti (la Globe Telephone Co. di New York e la
Compagnia Bell), ma anche suscitato orgogli campanilistici,
alimentato campagne mediatiche, messo in contrasto uomini,
interessi economici, visioni del mondo. Solo nel 2002, 113 anni
dopo la morte di Meucci, il Congresso statunitense avrebbe
definitivamente riconosciuto all'italiano la paternità del
telefono.
Da quella sentenza, tardivo risarcimento morale agli occhi dei
tanti figli di un'Italia emigrante che per decenni è approdata alle
dogane di Ellis Island, sappiamo chi ringraziare se oggi viviamo in
quel Villaggio Globale che non smette di stupirci. È grazie a
Capitan Bontempo (così l'aveva battezzato Garibaldi) se possiamo
lenire il dolore del distacco dalle persone che amiamo ascoltandone
la voce; se sprofondati nel divano di casa possiamo ordinare una
pizza o chiedere informazioni sugli orari dei treni. È grazie a lui
se la storia del cinema si è arricchita di film come Amore di
Roberto Rossellini, con un'Anna Magnani che al telefono tenta di
trattenere l'amante deciso a lasciarla, o E.T. di Steven Spielberg,
con il suo alieno smarrito sulla terra desideroso di «telefonare
casa»; se Gianni Rodari ha potuto scrivere Favole al telefono, in
cui è tramite l'apparecchio di Meucci che un commesso viaggiatore
può raccontare ogni sera una fiaba alla sua bambina lontana; e se
ancora Ghigo De Chiara e Maurizio Costanzo hanno potuto comporre
per Mina una canzone quale Se telefonando, dove pure un telefono
non basta per mettere fine a un amore.
«Mi ami, ma quanto mi ami?», chiedeva l'adolescente protagonista
di un famoso spot di qualche anno fa, a conferma di come il
telefono abbia reso il nostro mondo non solo più "interconnesso",
ma anche più romantico, socievole, democratico. In una parola, più
"amico". Come può esserlo una voce cara all'altro estremo del filo
che ci tiene uniti ad essa.
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