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Se telefonando...

Nasceva duecento anni orsono Antonio Meucci, il geniale inventore fiorentino a lungo misconosciuto, creatore dello strumento che ha reso il nostro mondo più piccolo, interconnesso e "amico"

Una illustrazione francese del telefono degli anni cinquanta Elena. 16 anni. Studentessa. Consuma sms come fossero respiri. La sua vita è tutta nella memoria di un telefonino di ultima generazione. I numeri degli amici più cari, le date di compiti in classe e appuntamenti, le foto delle ultime vacanze. Ma soprattutto, in quel piccolo concentrato di tecnologia, è contenuta la sua garanzia di essere "connessa", integrata in un mondo in cui comunicare è tutto.

Marco. 39 anni. Rappresentante di commercio. Nel suo portatile l'organizzazione di un'esistenza scandita da incontri e pranzi di lavoro. Un borseggiatore gliel'ha sfilato dalla ventiquattrore: immediata la sensazione di non avere più niente, nemmeno un nome.

Chissà se Antonio Meucci, l'uomo che alla metà dell'Ottocento inventò il telefono, avrebbe potuto immaginare che un giorno la più sofisticata evoluzione della sua "creatura", il cellulare, sarebbe diventata per tante persone un'appendice del proprio essere, una vera e propria sorgente d'identità, come ha notato il filosofo Maurizio Ferraris nel saggio Dove sei? Ontologia del telefonino. Chissà se avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe bastato alzare una cornetta per salvare vite umane, stabilire alleanze politiche, stipulare contratti miliardari e patti tra nazioni.

Di certo non è un caso se il geniale inventore, nato nel sobborgo fiorentino di San Frediano il 13 aprile 1808, giusto duecento anni orsono, rivendicò con tutte le sue forze la proprietà intellettuale della sua trovata, di cui aveva ben intuito la portata, contro chi a lungo riuscì a usurpargliela: lo scozzese Alexander Graham Bell. E non lo fece per la gloria personale. Schivo e idealista, probabilmente avrebbe preferito essere ricordato, più che come inventore del telefono, come colui che, nella sua casa di Staten Island, ospitò tanti esuli italiani che avevano dovuto lasciare la patria dopo aver lottato per essa: a loro offrì vitto, alloggio, lavoro nella fabbrica di candele steariche nella quale faticò persino Giuseppe Garibaldi, prima di partire alla volta dell'America Latina (a testimoniarlo è oggi il Meucci-Garibaldi Museum di Staten Island). Lo fece piuttosto per rivendicare al suo Paese, amato al punto da finire prima in carcere e poi in esilio, la paternità dello strumento che avrebbe rivoluzionato per sempre il rapporto dell'uomo con il tempo e con lo spazio, offrendo a chiunque la facoltà, fino ad allora inconcepibile, di essere a un tempo qui e altrove.

Lo spirito "filantropico" della sua invenzione, del resto, è evidente dalle circostanze in cui è nata, non a caso simili a quelle in cui lo scozzese Bell, classe 1847, pervenne a risultati analoghi diversi anni dopo Meucci. Se infatti Bell ebbe le intuizioni necessarie a concepire qualcosa come il telefono nell'assistere giovani sordomuti, Meucci perfezionò i prototipi del suo apparecchio, ideati mentre compiva esperimenti sull'elettroshock, quando la moglie Esther, nel 1854, fu costretta a letto da un'artrite: lo strumento da lui stesso installato permetteva a Meucci di comunicare con la malata, che giaceva nella sua camera, pur rimanendo nel proprio laboratorio. Ossia senza abbandonare l'unico luogo al mondo in cui si sentisse veramente a suo agio, il regno dove poteva dare libero sfogo al suo talento e condurre i suoi indefessi tentativi di realizzare un sogno: fare della voce, entità fisica prodotta dalle corde vocali, qualcosa di impalpabile, capace di muoversi nello spazio in maniera autonoma dal corpo che l'ha emessa. Una "disincarnazione" della parola che più tardi avrebbe indotto il massmediologo Marshall McLuhan a definire il telefono un medium "freddo", nella misura in cui richiede la partecipazione attiva dell'utente nel completare e interpretare il messaggio trasmesso.

Ma i tempi di McLuhan erano già quelli della comunicazione integrale, del mondo ridotto a una matrice infinita di codici binari, a una sequenza ininterrotta di input e output. Un mondo che non sarebbe stato possibile senza l'idea partorita da chi la sua creatività l'aveva educata all'Accademia di Belle Arti di Firenze, per poi metterla a frutto, sulle prime, in un campo lontano dalla telefonia: il teatro. Anche come macchinista al Teatro della Pergola, però, Meucci s'era interessato al tema della comunicazione. Era stato lui a inventare quel "tubo acustico" (tuttora usato dai teatranti fiorentini) che serviva per mettere in contatto il piano del palcoscenico con quello dei "soffittisti" incaricati di cambiare le scene: due imbuti legati alle estremità di un filo tramite il quale si potevano impartire e ricevere ordini. «Vedi io sono convinto di aver inventato qualcosa di importante», ripeteva alla moglie Esther, costumista teatrale incontrata proprio nelle quinte della Pergola. «Nessuno mi crede, ma come faccio a farlo capire agli altri? E dire che l'hanno provato...».

L'abilità di Meucci non sfuggì all'impresario catalano Martí y Torres, che nel 1835 lo scritturò come sovrintendente del Gran Teatro de Tacón dell'Avana. Fu così che Meucci, che nel frattempo si era messo nei guai partecipando ai moti unitari degli anni Trenta, ritenne giunta l'ora di cambiare aria, imbarcandosi con Esther su un brigantino diretto a Cuba. Furono anni felici, quelli cubani, con Meucci che mise da parte una discreta fortuna non solo con il lavoro al Tacón ma anche con attività collaterali, come la realizzazione di opere per la depurazione delle acque. E fu a Cuba che ottenne la prima trasmissione della parola per via elettrica, divenendo l'indiscusso pioniere del telefono.

Nel 1850, tuttavia, prima dei rivolgimenti per l'indipendenza di Cuba dalla Spagna, Meucci decise di iniziare una nuova avventura: destinazione New York. O meglio Clifton, nell'isola di Staten Island. Qui, nella quiete di una cascina affollata di patrioti ed emigranti, migliorò il telefono messo a punto all'Avana fino a ottenere risultati tali da indurlo, nel 1860, a cercare finanziatori disposti a dare applicazione alla sua scoperta. Gli esiti di questa "indagine di mercato", però, sono noti: il "telettrofono" lasciò freddi i possibili investitori, e il suo creatore, ormai al verde dopo una catena di terremoti finanziari, non fu nemmeno in grado di pagare i 10 dollari annuali necessari per rinnovare il caveat, il brevetto provvisorio che aveva ottenuto nel 1871. Fu così che nel 1875 il documento decadde e Bell, che aveva avuto accesso alle carte di Meucci e che aveva saputo trovare finanziatori disposti a sviluppare il "suo" telefono, l'anno successivo ne approfittò per depositare a proprio nome un'invenzione che, date alla mano, Meucci aveva concepito quando lo scozzese non sapeva ancora parlare.
Fu l'inizio di una querelle più che secolare, che avrebbe visto opposti Meucci, Bell e le compagnie che avevano acquistato i diritti dei loro brevetti (la Globe Telephone Co. di New York e la Compagnia Bell), ma anche suscitato orgogli campanilistici, alimentato campagne mediatiche, messo in contrasto uomini, interessi economici, visioni del mondo. Solo nel 2002, 113 anni dopo la morte di Meucci, il Congresso statunitense avrebbe definitivamente riconosciuto all'italiano la paternità del telefono.

Da quella sentenza, tardivo risarcimento morale agli occhi dei tanti figli di un'Italia emigrante che per decenni è approdata alle dogane di Ellis Island, sappiamo chi ringraziare se oggi viviamo in quel Villaggio Globale che non smette di stupirci. È grazie a Capitan Bontempo (così l'aveva battezzato Garibaldi) se possiamo lenire il dolore del distacco dalle persone che amiamo ascoltandone la voce; se sprofondati nel divano di casa possiamo ordinare una pizza o chiedere informazioni sugli orari dei treni. È grazie a lui se la storia del cinema si è arricchita di film come Amore di Roberto Rossellini, con un'Anna Magnani che al telefono tenta di trattenere l'amante deciso a lasciarla, o E.T. di Steven Spielberg, con il suo alieno smarrito sulla terra desideroso di «telefonare casa»; se Gianni Rodari ha potuto scrivere Favole al telefono, in cui è tramite l'apparecchio di Meucci che un commesso viaggiatore può raccontare ogni sera una fiaba alla sua bambina lontana; e se ancora Ghigo De Chiara e Maurizio Costanzo hanno potuto comporre per Mina una canzone quale Se telefonando, dove pure un telefono non basta per mettere fine a un amore.

«Mi ami, ma quanto mi ami?», chiedeva l'adolescente protagonista di un famoso spot di qualche anno fa, a conferma di come il telefono abbia reso il nostro mondo non solo più "interconnesso", ma anche più romantico, socievole, democratico. In una parola, più "amico". Come può esserlo una voce cara all'altro estremo del filo che ci tiene uniti ad essa.

Maria Mataluno