|
Frittella, satanasso benefico, ti ricordo sempre quando imbocco
l'autostrada! Allora, nei miserabili anni Cinquanta, ci rifocillavi
"per forza". Ti piazzavi con il tuo carrettino sbilenco in uno
slargo in cima alla salita di Chiusi e quando avvistavi
un'automobile arrancante, facevi un segno con quella sbrindellata
bandiera rossa. Poi rifilavi il "fagotto di sopravvivenza": una
pagnottella con prosciutto, un biscotto unto d'olio, una mela e un
bottiglione d'acqua.
Poche lire di roba che era una grazia di Dio. Perché allora fare la
Cassia, butterata dai crateri prodotti dalle bombe, era come
attraversare il deserto del Gobi.
Finalmente, arriva il miracolo dell'A1 e delle altre autostrade
che alla meglio cuciono lo Stivale. Il carrettino di Frittella va a
farsi friggere. Ancora per anni, però, non c'è a portata di mano
molto da masticare se ti prende il buco allo stomaco, né il
caffettiello per vincere l'abbiocco. Trovi la benzina, certo, però
quella la beve solo l'auto.
I viaggiatori devono arrangiarsi per non morire di fame o di sete.
Lo dice anche un simpatico signore milanese, soprannominato
Risuttin. Fa lo sciupafemmine a Ladispoli, dove è capitato in
estate per le sabbiature. Scapolone incallito, appena può imbarca
sulla sua automobile due o tre vicini di ombrellone e via in giro.
Parla e straparla, Risuttin. «Viaggiavo», racconta, «con mio padre
sulla Milano-Novara. Era il 1947 e avevo quindici anni. Per la fame
rischiai il coma. L'asfalto lanciava barbagli e non c'era l'ombra
di un punto di ristoro. Mi salvò un piccolo chiosco, l'unico, che
avevano impiantato poco prima». Quindici anni dopo il chiosco
sarebbe stato sostituito da una struttura a ponte: il primo
autogrill targato Pavesi. Risuttin lo ricorda così: «Mi rifeci nel
1962 con una bruna favolosa, una mezza creola. L'avevo imbarcata
all'imbocco della Milano-Torino. Figurarsi se non pensai di
conquistarla con un menù eccezionale. M'infilai nel primo autogrill
che trovai. Era della Pavesi, nuovo di zecca. La mezza creola, a
tavola, si spazzolò un primo, due secondi, frutta, dolce, caffè e
ammazzacaffè. Quando ripartimmo chiuse gli occhi come una bambola e
amen. Dovetti svegliarla al casello d'arrivo. Scese, mi stampò un
bel bacio sulla guancia, e via col vento».
Passano gli anni, il traffico si moltiplica nelle autostrade. E i
punti di ristoro crescono e si modernizzano. Nel 1977 (anno in cui
nasce il marchio Autogrill S.p.A. dalla fusione tra Pavesi,
Alemagna e Motta, ndr), il mio dentista, Gianni per gli amici,
sedere di pietra, capace di farsi Milano-Napoli senza staccare il
piede, mi ha raccontato una storia più curiosa di quella del
milanese. Ovviamente accaduta in autogrill.
Ora lì puoi far di tutto: uno stuzzichino o un'abbuffata. Puoi far
riparare il motore che fa le bizze, riposarti all'ombra, comprare
qualcosa per tutta la parentela, dai salumi alle Barbie. Trovi
servizi, informazioni, cambi di valuta, servizi per disabili,
persino motel.
È diretto a Firenze e fa una sosta a Tevere Est, Gianni. Più per
necessità psicologica che per un effettivo bisogno di ristoro.
Parcheggia, passa al bagno (è quasi di rigore), e si accomoda al
ristorante. Sceglie un tavolo vicino a quelli di una comitiva di
gente di mezza età. Attacca discorso. Il gruppo è diretto ad un
santuario lontano. E Gianni, che non ha mai visto un santuario, si
ritrova nel pullman con tutti gli altri.
Potenza di certi incontri all'autogrill. Storie di chi gira per le
vie del mondo, per affari e per diletto. E, ovviamente, si ferma.
Potrei andare avanti per un pezzo a raccontarne. Ma mi pare sia il
caso di stoppare. Non prima, però, di aver offerto una personale
testimonianza.
Potrei raccontare della notte infame passata in un autogrill
bloccato dalla neve con altri cento viandanti. La breve cena, il
timore di restare lì per giorni, le schitarrate dei Figli dei Fiori
(era quello il tempo), le barzellette e, all'alba, l'arrivo degli
spazzaneve. Tutto finito a tarallucci e vino, o meglio con i caffè
offerti dalla Direzione.
Preferisco arrangiarmi con una storia che, in un certo senso, mi
riporta al mitico Frittella e alla sua zona di soccorso
fagottaro.
È un sabato di autunno. Il traffico sull'A1 è più sostenuto del
solito. E già all'entrata nel Raccordo di Roma capisco l'antifona
con la vista dei marrani che corrono da matti sulle corsie di
emergenza. Quando arriva la scritta "Feronia", rallento d'istinto.
Quell'area di ristoro la conosco bene: ottimo il condizionamento,
anche per uno scorbutico come me che ha sempre da ridire su quel
che passa il convento. C'è musica, dentro. Il bancone del bar è
assediato da una squadra di assetati. La prateria dei tavoli da
pranzo occupa lo spazio migliore. Coppie giovani con figli
irrequieti abbondano, una lieta brigata in gita fa un baccano da
ragazzini in vacanza. I camionisti sono una minoranza spaurita,
oggi. Ce n'è uno che sta raccontando qualcosa di divertente e tutti
ridono.
Nella prateria colorata c'è un tavolo grande con due giovani che
stanno mangiando. Lei, una rossa naturale che pilucca un grappolo
d'uva, lui che addenta un panino e smanetta su una radiolina. Mi
siedo, brevi cenni di saluto e ben presto la conversazione prende
il via. Sono gentili i due giovani e si affannano a raccontare la
loro storia di conviventi con molte smanie e pochi quattrini.
Intanto, oltre la grande vetrata, la carovana delle macchine non
s'interrompe. La radiolina del giovane bisbiglia canzoni dei tempi
andati: «Amapola / dolcissima Amapola / la stella del mio cuore sei
tu sola…», e «Tornerai da me / perché l'unico sogno sei / del mio
cuor...». Approvo la scelta del ragazzo. «Mi ricorda tempi
bellissimi», gli dico. Lei sembra assente e si accarezza i bei
capelli.
«Per me è ora d'andare», faccio ad un certo punto. Entrambi
concordano con un semplice «okay». Un lungo giro tra gli scaffali
ricolmi di ogni ben di Dio. Un flash, e mi viene in mente la
bottega di Rosina al paese, con quattro barattoli, la vasca per il
sale grosso e il barilotto col baccalà.
Usciamo nel sole avvampante. Al parcheggio il giovane mi confessa
che non hanno la macchina e desiderebbero un passaggio. «Fino al
casello di Chiusi-Chianciano Terme». E mi mostra una carta
d'identità. La guardo appena e leggo Paolo. Non altro. «Non c'è
problema», gli assicuro. Si va. Lui davanti con me, lei, dietro, ha
ripreso a giocare con i riccioli fulvi. Le dolci colline, i
cipressi affusolati ci vengono incontro con garbo toscano. L'uscita
arriva all'improvviso. Lei, da dietro, mi sussurra il desiderio di
prolungare il percorso. «Fino alla salita di Chiusi. Lì siamo a
casa». Li accontento.
Subito riconosco la zona. Subito ricordo Frittella e il carretto
sbilenco, in bocca il sentore di un biscotto unto d'olio. Quando,
poco dopo, loro scendono e spariscono alla mia vista, d'improvviso
mi sento più triste. Riprendo il viaggio verso Nord. L'auto fila,
l'autogrill di Montepulciano svanisce dietro le spalle. Solo allora
lo sguardo mi cade su qualcosa di chiaro sul sedile che aveva
occupato Paolo. Un quadrato di carta, la ricevuta del conto
dell'autogrill di Fabro. Dietro, la scritta a pennarello: «Grazie e
buon viaggio». Vicino, la radiolina del giovane. È accesa, ma la
musica è appena percettibile.
«Al grill Chianti mi faccio un caffè», prometto a me stesso. Un
caffè o un calice con le bollicine per brindare ai ricordi, bigi o
colorati che siano. Quei ricordi che corrono come il vento
sull'autostrada della vita.
|