CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2008 > Aprile > Società

I racconti dell'autogrill

Trent'anni fa cominciavano a diffondersi, sulle autostrade italiane, i celebri punti di ristoro, simbolo di un modo tutto nostrano di vivere on the road

Una foto in un autogrill Frittella, satanasso benefico, ti ricordo sempre quando imbocco l'autostrada! Allora, nei miserabili anni Cinquanta, ci rifocillavi "per forza". Ti piazzavi con il tuo carrettino sbilenco in uno slargo in cima alla salita di Chiusi e quando avvistavi un'automobile arrancante, facevi un segno con quella sbrindellata bandiera rossa. Poi rifilavi il "fagotto di sopravvivenza": una pagnottella con prosciutto, un biscotto unto d'olio, una mela e un bottiglione d'acqua.

Poche lire di roba che era una grazia di Dio. Perché allora fare la Cassia, butterata dai crateri prodotti dalle bombe, era come attraversare il deserto del Gobi.

Finalmente, arriva il miracolo dell'A1 e delle altre autostrade che alla meglio cuciono lo Stivale. Il carrettino di Frittella va a farsi friggere. Ancora per anni, però, non c'è a portata di mano molto da masticare se ti prende il buco allo stomaco, né il caffettiello per vincere l'abbiocco. Trovi la benzina, certo, però quella la beve solo l'auto.

I viaggiatori devono arrangiarsi per non morire di fame o di sete. Lo dice anche un simpatico signore milanese, soprannominato Risuttin. Fa lo sciupafemmine a Ladispoli, dove è capitato in estate per le sabbiature. Scapolone incallito, appena può imbarca sulla sua automobile due o tre vicini di ombrellone e via in giro. Parla e straparla, Risuttin. «Viaggiavo», racconta, «con mio padre sulla Milano-Novara. Era il 1947 e avevo quindici anni. Per la fame rischiai il coma. L'asfalto lanciava barbagli e non c'era l'ombra di un punto di ristoro. Mi salvò un piccolo chiosco, l'unico, che avevano impiantato poco prima». Quindici anni dopo il chiosco sarebbe stato sostituito da una struttura a ponte: il primo autogrill targato Pavesi. Risuttin lo ricorda così: «Mi rifeci nel 1962 con una bruna favolosa, una mezza creola. L'avevo imbarcata all'imbocco della Milano-Torino. Figurarsi se non pensai di conquistarla con un menù eccezionale. M'infilai nel primo autogrill che trovai. Era della Pavesi, nuovo di zecca. La mezza creola, a tavola, si spazzolò un primo, due secondi, frutta, dolce, caffè e ammazzacaffè. Quando ripartimmo chiuse gli occhi come una bambola e amen. Dovetti svegliarla al casello d'arrivo. Scese, mi stampò un bel bacio sulla guancia, e via col vento».

Passano gli anni, il traffico si moltiplica nelle autostrade. E i punti di ristoro crescono e si modernizzano. Nel 1977 (anno in cui nasce il marchio Autogrill S.p.A. dalla fusione tra Pavesi, Alemagna e Motta, ndr), il mio dentista, Gianni per gli amici, sedere di pietra, capace di farsi Milano-Napoli senza staccare il piede, mi ha raccontato una storia più curiosa di quella del milanese. Ovviamente accaduta in autogrill.

Ora lì puoi far di tutto: uno stuzzichino o un'abbuffata. Puoi far riparare il motore che fa le bizze, riposarti all'ombra, comprare qualcosa per tutta la parentela, dai salumi alle Barbie. Trovi servizi, informazioni, cambi di valuta, servizi per disabili, persino motel.

È diretto a Firenze e fa una sosta a Tevere Est, Gianni. Più per necessità psicologica che per un effettivo bisogno di ristoro. Parcheggia, passa al bagno (è quasi di rigore), e si accomoda al ristorante. Sceglie un tavolo vicino a quelli di una comitiva di gente di mezza età. Attacca discorso. Il gruppo è diretto ad un santuario lontano. E Gianni, che non ha mai visto un santuario, si ritrova nel pullman con tutti gli altri.

Potenza di certi incontri all'autogrill. Storie di chi gira per le vie del mondo, per affari e per diletto. E, ovviamente, si ferma. Potrei andare avanti per un pezzo a raccontarne. Ma mi pare sia il caso di stoppare. Non prima, però, di aver offerto una personale testimonianza.

Potrei raccontare della notte infame passata in un autogrill bloccato dalla neve con altri cento viandanti. La breve cena, il timore di restare lì per giorni, le schitarrate dei Figli dei Fiori (era quello il tempo), le barzellette e, all'alba, l'arrivo degli spazzaneve. Tutto finito a tarallucci e vino, o meglio con i caffè offerti dalla Direzione.

Preferisco arrangiarmi con una storia che, in un certo senso, mi riporta al mitico Frittella e alla sua zona di soccorso fagottaro.

È un sabato di autunno. Il traffico sull'A1 è più sostenuto del solito. E già all'entrata nel Raccordo di Roma capisco l'antifona con la vista dei marrani che corrono da matti sulle corsie di emergenza. Quando arriva la scritta "Feronia", rallento d'istinto. Quell'area di ristoro la conosco bene: ottimo il condizionamento, anche per uno scorbutico come me che ha sempre da ridire su quel che passa il convento. C'è musica, dentro. Il bancone del bar è assediato da una squadra di assetati. La prateria dei tavoli da pranzo occupa lo spazio migliore. Coppie giovani con figli irrequieti abbondano, una lieta brigata in gita fa un baccano da ragazzini in vacanza. I camionisti sono una minoranza spaurita, oggi. Ce n'è uno che sta raccontando qualcosa di divertente e tutti ridono.

Nella prateria colorata c'è un tavolo grande con due giovani che stanno mangiando. Lei, una rossa naturale che pilucca un grappolo d'uva, lui che addenta un panino e smanetta su una radiolina. Mi siedo, brevi cenni di saluto e ben presto la conversazione prende il via. Sono gentili i due giovani e si affannano a raccontare la loro storia di conviventi con molte smanie e pochi quattrini. Intanto, oltre la grande vetrata, la carovana delle macchine non s'interrompe. La radiolina del giovane bisbiglia canzoni dei tempi andati: «Amapola / dolcissima Amapola / la stella del mio cuore sei tu sola…», e «Tornerai da me / perché l'unico sogno sei / del mio cuor...». Approvo la scelta del ragazzo. «Mi ricorda tempi bellissimi», gli dico. Lei sembra assente e si accarezza i bei capelli.

«Per me è ora d'andare», faccio ad un certo punto. Entrambi concordano con un semplice «okay». Un lungo giro tra gli scaffali ricolmi di ogni ben di Dio. Un flash, e mi viene in mente la bottega di Rosina al paese, con quattro barattoli, la vasca per il sale grosso e il barilotto col baccalà.

Usciamo nel sole avvampante. Al parcheggio il giovane mi confessa che non hanno la macchina e desiderebbero un passaggio. «Fino al casello di Chiusi-Chianciano Terme». E mi mostra una carta d'identità. La guardo appena e leggo Paolo. Non altro. «Non c'è problema», gli assicuro. Si va. Lui davanti con me, lei, dietro, ha ripreso a giocare con i riccioli fulvi. Le dolci colline, i cipressi affusolati ci vengono incontro con garbo toscano. L'uscita arriva all'improvviso. Lei, da dietro, mi sussurra il desiderio di prolungare il percorso. «Fino alla salita di Chiusi. Lì siamo a casa». Li accontento.

Subito riconosco la zona. Subito ricordo Frittella e il carretto sbilenco, in bocca il sentore di un biscotto unto d'olio. Quando, poco dopo, loro scendono e spariscono alla mia vista, d'improvviso mi sento più triste. Riprendo il viaggio verso Nord. L'auto fila, l'autogrill di Montepulciano svanisce dietro le spalle. Solo allora lo sguardo mi cade su qualcosa di chiaro sul sedile che aveva occupato Paolo. Un quadrato di carta, la ricevuta del conto dell'autogrill di Fabro. Dietro, la scritta a pennarello: «Grazie e buon viaggio». Vicino, la radiolina del giovane. È accesa, ma la musica è appena percettibile.

«Al grill Chianti mi faccio un caffè», prometto a me stesso. Un caffè o un calice con le bollicine per brindare ai ricordi, bigi o colorati che siano. Quei ricordi che corrono come il vento sull'autostrada della vita.

Renato Terrosi