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Fra' Luca Bartolomeo Pacioli da Borgo Sansepolcro, personaggio di
spicco nella storia della matematica e della geometria, maestro
d'abaco e di materie mercantili, autore di opere basilari quali la
Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita, il
De viribus quantitatis e soprattutto il De divina proportione si
avvalse, più di una volta, della collaborazione del grande
Leonardo. Un sodalizio che iniziò a Milano: in quegli anni gli
studi condotti congiuntamente sulla geometria dei poliedri
ispireranno la composizione del Cenacolo, la decorazione della Sala
delle Asse e la straordinaria interpretazione dell'Uomo Vitruviano
inscritto nel cerchio e nel quadrato.
Il De divina proportione fu dunque glorificato delle celebri
incisioni del da Vinci, ma non fu il solo. Recentemente, infatti,
dopo fitte indagini e interminabili dispute tra esperti, confronti
stilistici, riscontri cronologici, ricerche di fonti e comparazioni
d'immagini, Franco Rocco, settantenne architetto e scultore
milanese, sembra abbia accertato che il magico tocco dell'autore
della Gioconda abbia arricchito anche il De ludo scachorum o
Schifanoia, un manoscritto sul gioco degli scacchi che Pacioli
scrisse per Isabella d'Este quando, nel 1499, insieme a Leonardo
abbandonata Milano, dove stavano arrivando le truppe francesi, si
recò prima a Mantova, presso la corte della nobildonna, e poi a
Venezia.
E proprio alla marchesa d'Este - grande appassionata di scacchi,
giocatrice modesta ma molto ricca e in grado di circondarsi dei
migliori giocatori dell'epoca e di mobilitare teorici come Pacioli
- il religioso dedicò il suo prezioso manuale, rimasto nell'oblio
per cinquecento anni e rinvenuto soltanto verso la fine del 2006
dal bibliofilo Duilio Contin, presso la biblioteca della Fondazione
Palazzo Coronini Cronberg di Gorizia, dove ora è conservato.
Accertato dunque che il manoscritto sia stato definito tra il 1496
e il 1500, anni in cui il Pacioli, matematico dall'intelligenza
sopraffina, collaborò intensamente con Leonardo, fin dal primo
ritrovamento molti studiosi coinvolti hanno avanzato l'ipotesi che
l'autore di queste deliziose figure potesse essere proprio il genio
toscano.
Nel manoscritto - che in realtà non è un manuale ma una raccolta
di finali di partita da risolvere con lo scacco matto in un certo
numero di mosse - le posizioni di re, regina, alfieri eccetera, che
illustrano i 114 schemi di gioco, non sono indicate con astratti
ideogrammi, bensì con una raffigurazione di pezzi veri e propri,
realizzati con pochi tratti di pennello.
Pezzi che sono oltre millequattrocento, rossi e neri. Stranissimi,
elegantissimi. Niente di simile si era mai visto prima. Da dove
potevano venire, si sono chiesti un po' tutti, se non dalla mano di
un artista?
Cominciano così le domande e le deduzioni sull'autore
dell'iconografia del trattatello. Si è certi, anche dallo studio
della terminologia usata in alcuni suoi Codici, che Leonardo
giocasse a scacchi: non sappiamo se fosse un fenomeno anche in
questo campo, benché aggettivi diversi su di lui sono difficili a
trovarsi. È comunque sicuro che il Maestro ne conoscesse le regole.
Se le cose stanno così, si sono chiesti gli storici, perché Luca
Pacioli, che era decisamente poco portato per il disegno, non
avrebbe chiesto aiuto all'amico e collaboratore, con cui
trascorreva lunghe e forse noiose ore alla corte della bella
marchesa d'Este?
Il Frate probabilmente non avrà costretto il Pittore ad impegnarsi
personalmente per tutte le centinaia di figurine necessarie al
libro, ma lo avrà invitato a realizzarne soltanto qualcuna che poi
servisse da modello per gli amanuensi (a detta degli esperti,
infatti, alcuni disegni appaiono opera "di mano più
esperta").
E il risultato è straordinario. Raffinatissima la regina, in cui si
ritrova una forma precisa già utilizzata da Leonardo in studi e
disegni del Codice Atlantico; eleganti e aerodinamici l'alfiere e
il cavallo, la torre e il re, che nella loro snellezza sembrano
ispirati ai decori della Domus Aurea (Candelabra e Grottesche)
scoperti sul finire del Quattrocento e sicuramente noti al genio di
Vinci.
L'architetto Rocco, per conferire ancor più forza alla sua ipotesi,
ha misurato una per una le figurine, depurando dalle imprecisioni
manuali una sorta di "standard" per ciascuno dei pezzi della
scacchiera. Ovunque ha trovato la proporzione aurea, «passione e
religione di Leonardo»: nel rapporto fra i dischi e le aste, fra la
"testa" del pedone e il suo "corpo", tra l'altezza e la base.
Insomma, troppi ragionamenti su questi pezzi, per essere
considerati improvvisati.
Scritto in volgare, il De ludo scachorum, è un «iocondo et alegro
tractato» utile come «schifanoia» (per schivar la noia), come il
Pacioli stesso lo definisce. Oggi però viene considerato un esempio
delle strategie matematiche e logiche del Rinascimento, e ha
suscitato un interesse particolare tra le associazioni
scacchistiche mondiali, poiché contiene sia partite giocate alla
maniera medioevale (87) sia partite (27) che seguono una tecnica
introdotta alla fine del XV secolo, detta «a la
rabiosa».
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