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Il giallo degli scacchi

Il mistero sull'autore dei disegni nel trattato De ludo scachorum del Pacioli sembra risolto: sono opera di Leonardo da Vinci che, con il francescano, collaborò anche per altre opere

Sofonisba Ausonia, Partita a scacchi (1555) Fra' Luca Bartolomeo Pacioli da Borgo Sansepolcro, personaggio di spicco nella storia della matematica e della geometria, maestro d'abaco e di materie mercantili, autore di opere basilari quali la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita, il De viribus quantitatis e soprattutto il De divina proportione si avvalse, più di una volta, della collaborazione del grande Leonardo. Un sodalizio che iniziò a Milano: in quegli anni gli studi condotti congiuntamente sulla geometria dei poliedri ispireranno la composizione del Cenacolo, la decorazione della Sala delle Asse e la straordinaria interpretazione dell'Uomo Vitruviano inscritto nel cerchio e nel quadrato.

Il De divina proportione fu dunque glorificato delle celebri incisioni del da Vinci, ma non fu il solo. Recentemente, infatti, dopo fitte indagini e interminabili dispute tra esperti, confronti stilistici, riscontri cronologici, ricerche di fonti e comparazioni d'immagini, Franco Rocco, settantenne architetto e scultore milanese, sembra abbia accertato che il magico tocco dell'autore della Gioconda abbia arricchito anche il De ludo scachorum o Schifanoia, un manoscritto sul gioco degli scacchi che Pacioli scrisse per Isabella d'Este quando, nel 1499, insieme a Leonardo abbandonata Milano, dove stavano arrivando le truppe francesi, si recò prima a Mantova, presso la corte della nobildonna, e poi a Venezia.

E proprio alla marchesa d'Este - grande appassionata di scacchi, giocatrice modesta ma molto ricca e in grado di circondarsi dei migliori giocatori dell'epoca e di mobilitare teorici come Pacioli - il religioso dedicò il suo prezioso manuale, rimasto nell'oblio per cinquecento anni e rinvenuto soltanto verso la fine del 2006 dal bibliofilo Duilio Contin, presso la biblioteca della Fondazione Palazzo Coronini Cronberg di Gorizia, dove ora è conservato.

Accertato dunque che il manoscritto sia stato definito tra il 1496 e il 1500, anni in cui il Pacioli, matematico dall'intelligenza sopraffina, collaborò intensamente con Leonardo, fin dal primo ritrovamento molti studiosi coinvolti hanno avanzato l'ipotesi che l'autore di queste deliziose figure potesse essere proprio il genio toscano.

Nel manoscritto - che in realtà non è un manuale ma una raccolta di finali di partita da risolvere con lo scacco matto in un certo numero di mosse - le posizioni di re, regina, alfieri eccetera, che illustrano i 114 schemi di gioco, non sono indicate con astratti ideogrammi, bensì con una raffigurazione di pezzi veri e propri, realizzati con pochi tratti di pennello.

Pezzi che sono oltre millequattrocento, rossi e neri. Stranissimi, elegantissimi. Niente di simile si era mai visto prima. Da dove potevano venire, si sono chiesti un po' tutti, se non dalla mano di un artista?

Cominciano così le domande e le deduzioni sull'autore dell'iconografia del trattatello. Si è certi, anche dallo studio della terminologia usata in alcuni suoi Codici, che Leonardo giocasse a scacchi: non sappiamo se fosse un fenomeno anche in questo campo, benché aggettivi diversi su di lui sono difficili a trovarsi. È comunque sicuro che il Maestro ne conoscesse le regole. Se le cose stanno così, si sono chiesti gli storici, perché Luca Pacioli, che era decisamente poco portato per il disegno, non avrebbe chiesto aiuto all'amico e collaboratore, con cui trascorreva lunghe e forse noiose ore alla corte della bella marchesa d'Este?

Il Frate probabilmente non avrà costretto il Pittore ad impegnarsi personalmente per tutte le centinaia di figurine necessarie al libro, ma lo avrà invitato a realizzarne soltanto qualcuna che poi servisse da modello per gli amanuensi (a detta degli esperti, infatti, alcuni disegni appaiono opera "di mano più esperta").

E il risultato è straordinario. Raffinatissima la regina, in cui si ritrova una forma precisa già utilizzata da Leonardo in studi e disegni del Codice Atlantico; eleganti e aerodinamici l'alfiere e il cavallo, la torre e il re, che nella loro snellezza sembrano ispirati ai decori della Domus Aurea (Candelabra e Grottesche) scoperti sul finire del Quattrocento e sicuramente noti al genio di Vinci.

L'architetto Rocco, per conferire ancor più forza alla sua ipotesi, ha misurato una per una le figurine, depurando dalle imprecisioni manuali una sorta di "standard" per ciascuno dei pezzi della scacchiera. Ovunque ha trovato la proporzione aurea, «passione e religione di Leonardo»: nel rapporto fra i dischi e le aste, fra la "testa" del pedone e il suo "corpo", tra l'altezza e la base. Insomma, troppi ragionamenti su questi pezzi, per essere considerati improvvisati.

Scritto in volgare, il De ludo scachorum, è un «iocondo et alegro tractato» utile come «schifanoia» (per schivar la noia), come il Pacioli stesso lo definisce. Oggi però viene considerato un esempio delle strategie matematiche e logiche del Rinascimento, e ha suscitato un interesse particolare tra le associazioni scacchistiche mondiali, poiché contiene sia partite giocate alla maniera medioevale (87) sia partite (27) che seguono una tecnica introdotta alla fine del XV secolo, detta «a la rabiosa».

Claudia Colombera