|
Anno 1898. In una fredda giornata autunnale, quasi alla vigilia del
nuovo secolo, la "regal" Torino conosce un dramma umano tra i più
angosciosi. Su una panchina del Valentino, poco distante dal noto
Castello che vide lo splendore di pubbliche feste, giostre e
tornei, un giovane di ventidue anni si toglie la vita per motivi
rimasti a tutt'oggi sconosciuti. È uno studente in medicina, si
chiama Furio De Amicis ed è figlio di Edmondo, autore tra i più
popolari nel panorama letterario italiano di fine Ottocento.
Quando Edmondo apprende la notizia, quasi non crede all'evidenza
del fatto. Perché il suo Furio, malgrado il promettente avvenire,
ha deciso d'interrompere la già breve giornata terrena usando
violenza a se stesso? Nel luglio di quell'anno lo scrittore aveva
perduto la mamma; il nuovo lutto lo trova incapace di reagire.
Ventidue anni!... A quell'età Edmondo si era già affermato
pubblicando il suo primo volume. Quale diversità di destino!... E
quanta amarezza nel constatare come le avverse vicende possano a
volte annullare le soddisfazioni di una fama degnamente
conquistata... La vita di De Amicis, riproposta alla luce di quei
contrapposti eventi, è veramente un impasto di lacrime e sorrisi.
Vale la pena riaccenderne il ricordo a un secolo dalla morte,
avvenuta a Bordighera l'11 marzo 1908.
Nato a Oneglia il 31 ottobre 1846, Edmondo De Amicis si trasferisce
presto a Cuneo, dove il padre era "banchiere regio dei sali e
tabacchi" (praticamente, un funzionario dei Monopoli di Stato). Il
giovinetto si rivela subito precoce, nelle lettere e nelle azioni.
A quattordici anni, appresa la notizia della spedizione di
Garibaldi, tenta la fuga per seguire i Mille a Marsala. Soltanto i
consigli della madre, donna sensibilissima e amorevole, riescono a
distoglierlo dal proposito. Un anno dopo, nel 1861, perde il
genitore, stroncato da improvvisa malattia. È la prima dolorosa
ferita che segna l'adolescente, dissolvendone l'innata
spensieratezza.
Edmondo, che non può ancora, per età, essere ammesso all'Accademia
militare di Modena, entra nel Collegio Candellero, educandato
torinese a carattere militare. Torino è già una grande città, ove
vivono e producono illuminati ingegni quali Prati, Piaggio,
Bersezio. De Amicis riesce a entrare nella loro cerchia. La poesia
lo esalta e incanta, gli avvenimenti politici mondiali, rivolti
all'affermazione del diritto dei popoli alla libertà, fanno vibrare
il suo impeto giovanile. Nascono i primi componimenti poetici, che
registrano un lusinghiero consenso presso amici e conoscenti.
Spinto a tentare nuove conquiste, osa presentare i suoi versi
niente meno che ad Alessandro Manzoni, sollecitandone un giudizio
critico. La risposta non si fa attendere: «Se dicessi che i versi
mi paiono senza difetti», afferma il grande Alessandro, «sarei un
adulatore; ma parlerei egualmente contro il mio sentimento se non
dicessi che mi par di vedervi il presagio d'un poeta».
Compiuti i diciassette anni, Edmondo lascia Torino per entrare
nell'Accademia militare di Modena, che frequenta per un biennio
dimostrando profondo attaccamento allo studio e puntuale diligenza.
Ne esce con il grado di sottotenente, giusto in tempo per
partecipare, durante la Terza guerra d'indipendenza, alla battaglia
di Custoza del 1866, ricavandone esperienze e impressioni che, nel
tornargli poi alla mente, chiedono con prepotenza di vivere sulla
pagina. Il ricordo di quei giorni si traduce in una serie di
bozzetti ch'egli pubblica su un giornale di Firenze, Italia
militare, di cui diviene per qualche tempo valente direttore. Gli
scritti piacciono e destano interesse; è apprezzato soprattutto il
suo stile semplice e chiaro, estraneo a certa retorica allora
imperante. L'occasione favorevole non tarda a presentarsi. Emilio
Treves ha deciso, da poco, di diventare editore, ed è alla ricerca
di buoni testi: gli scritti di De Amicis, sparsi su Italia
militare, vengono raccolti in un volume dal titolo Vita militare,
pubblicato nel 1868, quando l'autore conta appena ventidue anni. La
stessa età alla quale, come abbiamo accennato, il figlio Furio
chiuderà la giovane esistenza portando nella tomba il segreto di un
incomprensibile rifiuto.
Con Edmondo il destino sembra invece più benevolo. In poche
settimane il successo è decretato. Certo non tutto è perfetto in
quelle pagine, ove stonano alcune indulgenze a un facile
sentimentalismo che gli attireranno gli strali severi del Carducci.
Ma quando è messo in risalto il valore dei soldati, il loro
attaccamento al dovere, il particolare clima "umano" della guerra,
la vena del narratore provetto si manifesta con esattezza; e
prendono rilievo figure indimenticabili. Per tali doti intrinseche
Vita militare si esaurisce in breve tempo, così da richiedere una
seconda edizione, curata stavolta dall'editore Le Monnier.
Ed ecco una nuova tappa nel fortunato cammino del De Amicis che,
per organizzare meglio il lavoro, decide di lasciare l'esercito. Il
quotidiano fiorentino La Nazione, nel 1871, lo manda per un
reportage in Spagna; Edmondo parte entusiasta e, con il resoconto
del viaggio, inaugura un genere letterario sconosciuto in Italia,
pubblicando un libro a metà tra cronaca e letteratura, ravvivato da
osservazioni personali. Il giornalismo viaggiante italiano muove
così i primi passi e comincia ad apparire "l'inviato speciale",
tipica figura del pubblicismo destinata a svolgere l'attività -
spesso non priva di rischi - a diretto contatto con la realtà,
fuori dagli ambienti limitati d'una redazione. In seguito, altri
scrittori seguiranno le orme deamicisiane compiendo inchieste in
patria e in terra straniera; finché ogni giornale, ogni periodico
vorrà avere i suoi "inviati" per meglio caratterizzare personaggi e
avvenimenti. Tuttavia l'apporto dato in quell'occasione dal Nostro
resta determinante, tanto da indurlo a ripeterne il brillante
esito.
Dopo la Spagna, De Amicis visita la capitale inglese: ne nasce
Ricordi di Londra, accolto dai lettori con analogo favore. Nello
stesso anno - siamo nel 1874 - conosce il Paese dei tulipani e dei
mulini a vento e, da osservatore scrupoloso qual è, puntualizza le
sue esperienze in un volume, Olanda, che lo fa divenire - a detta
dello stesso editore Barbera - «l'autore beniamino del pubblico
italiano». Animato dal medesimo intento d'informare con la massima
obiettività, riferisce poi altre testimonianze di viaggiatore in
Marocco (1876), Costantinopoli (1878) e Ricordi di Parigi
(1879).
Inizia in quegli anni una relazione clandestina con Teresa Boassi,
che si affretta a sposare all'insaputa della madre e degli amici.
Un'unione che si rivela presto burrascosa e che si concluderà con
una separazione inevitabile dei coniugi, accompagnata dalla
pubblicazione di due durissimi pamphlet della donna nei confronti
dell'ormai odiato marito. Il quale, da qualche tempo, è affascinato
da un altro obiettivo: realizzare un'opera di più vasto respiro
affrontando un tema diverso, un soggetto preso dal cuore, un «cuore
di venti anni» con la ragione dei trenta. Ne parla all'amico
Treves, sollecitando il consenso per l'attuazione pratica del
progetto. L'editore, che ben conosce le capacità del De Amicis,
raccoglie subito l'idea «nuova, potente, originale». La proposta
prende forma e consistenza: lo scrittore approfondisce lo schema,
studia i personaggi, si documenta. A pochi mesi dalla
pubblicazione, così scrive a Treves: «Io sono in una corrente di
entusiasmo che mi porta via. Non ho più altro pensiero, altro
affetto che il mio "Cuore", i capitoli si succedono ai capitoli,
metà del lavoro è fatto, fatto fra le lagrime e gli scatti di
gioia».
E il Cuore vede finalmente la luce il 15 ottobre 1886, ottenendo un
immediato successo. Una fortuna senza precedenti, che sarà
confermata e accresciuta nei decenni successivi. In un momento
della vita italiana lontano dal fervore dell'era risorgimentale,
esso reca una ventata di speranza, un anelito a mete luminose. E
resta tuttora, dopo il Pinocchio di Collodi uscito tre anni prima,
il più celebre libro per ragazzi che sia stato scritto in Italia e
certamente, attraverso le traduzioni in ogni lingua, uno dei più
letti nel mondo. Un'opera alla quale è stato riconosciuto un alto
merito educativo, anche se, sul valore artistico del testo, la
critica si è mostrata alquanto discorde.
Il Carducci, sappiamo, attaccò aspramente De Amicis, considerandolo
un propugnatore d'idee medie e ovvie, un «descrittore a vuoto».
Tuttavia, resta impossibile non riconoscere ai suoi scritti il
pregio, oggi raro, di essere improntati a una morale esemplare:
educare i giovani al senso dell'onore, dell'onestà, dell'amore per
la famiglia e per la patria. Tale lo scopo ch'egli intende
raggiungere e che, in effetti, consegue; soprattutto con Cuore,
considerato non a torto il suo capolavoro. Un libro che riesce
tuttora a suscitare profonde emozioni in chi lo legga; perché
vicende e personaggi descritti restano sempre vivi, forse per la
nostalgia di un mondo che appare quasi ideale o idealizzato.
Non era facile, dopo lo strepitoso successo editoriale di un'opera
che aveva dato onore e fama all'Autore, mantenersi sulla cresta
dell'onda e dominarla. De Amicis trova questa capacità, mentre
migliaia di copie di Cuore continuano a entrare nelle case degli
italiani. Riprende il filone giornalistico con Sull'Oceano (1889),
resoconto di un viaggio da Genova a Montevideo e da qui, per il Rio
de La Plata, sino a Buenos Aires. Rispetto alle precedenti
produzioni di giornalista viaggiante, Sull'Oceano segna un passo
avanti per un interesse dell'Autore a una tematica che preannuncia
un orientamento verso problemi sociali come l'emigrazione o come,
negli anni seguenti, l'istruzione popolare e l'insegnamento.
Questioni dibattute in Parlamento e nelle piazze, verso le quali il
Nostro non rimane insensibile, come dimostrano Il romanzo di un
maestro (1890) e La maestrina degli operai (1895).
Ma ecco sopraggiungere l'anno per lui nefasto, il 1898: la madre
prima e il figlio Furio poi, abbandonano questa terra, lasciandolo
in una tremenda solitudine affettiva. Colpito profondamente da
quelle disgrazie, De Amicis trova conforto nel lavoro e si impegna
in nuove fatiche letterarie. Scrive un libro che avrà notevole
risonanza, L'idioma gentile, nel quale, seguace della scuola
manzoniana, espone le sue idee in fatto di lingua ed esorta gli
italiani a parlare e a scrivere correttamente.
Prima di riaffrontare il genere descrittivo-ambientale con Nel
regno del Cervino, regala a Torino, che lo ha ospitato con
generosità, un'opera fra le più rappresentative, La carrozza di
tutti. È l'omaggio a una città trascurata da altri scrittori e di
cui egli intende porre in evidenza le migliori prerogative. Un
segno del grande affetto che da tempo lo lega al capoluogo
piemontese. Con La carrozza di tutti lo scrittore intraprende un
viaggio attraverso una metropoli torinese fredda e brumosa
nell'aspetto esteriore ma ricca, sotto la superficie, di stimolanti
impulsi. Egli si incontra con tipi e figure che ogni giorno si
servono della vettura di tutti, della modesta tramvia: operai,
professionisti, casalinghe, ragazzi, impiegati, pensionati... Una
folla di personaggi anonimi di ogni età e condizione sociale. Ma è
a Torino, in realtà, che De Amicis vuole elevare un inno di
riconoscenza e di amore. «Sono legato alla città anche dalla
gratitudine», scriverà, «legato da tanti vincoli del cuore, del
pensiero, del sangue che non potrei più vivere altrove a nessun
patto... e son ben certo e m'è di conforto pensare che morirò
qui».
Erronea certezza e vano conforto. De Amicis chiuderà infatti la sua
laboriosa giornata terrena in Liguria, all'età di appena
sessantadue anni. Infelice epilogo per uno scrittore di grande
altezza morale, cui le generazioni posteriori devono, per molte
ragioni, ammirazione e rispetto.
|