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L'8 marzo milioni di uomini, nel mondo, compreranno una mimosa e la
regaleranno a una donna. I mariti alle mogli, i fidanzati alle
fidanzate, ma anche i figli alle mamme e i nipoti alle nonne. È la
Festa della Donna. Una ricorrenza gentile. Che ha tante madri -
molte delle donne che nella storia si sono battute per la parità
dei diritti civili e, soprattutto, politici con gli uomini e hanno
individuato nell'8 di marzo il giorno per ricordarlo - e, forse, un
unico padre. Il senso di colpa del maschio per aver troppo a lungo
relegato le donne al solo ruolo di mogli e di madri, negando loro,
di fatto e persino in diritto, la possibilità di farsi valere nel
mondo del lavoro, in quello delle arti, dello sport, in società,
come avrebbero certamente meritato.
La dice lunga al riguardo - dicono le femministe, a conforto delle
proprie polemiche sul passato e a sostegno delle proprie
rivendicazioni per il futuro - il fatto che, nella storia, siano
così rare le grandi poetesse, le grandi pittrici e le grandi
scultrici, così come le donne che si siano distinte nello sport o
in politica a paragone con gli uomini o che, addirittura, li
abbiano surclassati. Eppure, nell'ultimo secolo molto è stato
fatto, molte sono state le conquiste delle donne lungo la strada
della parità sociale e giuridica, anche se molto, sostengono non
solo le donne, ancora resta da fare.
In numerosi Paesi sono state istituite, in politica e in alcuni
ambiti sociali come l'istruzione, le cosiddette "quote rosa", che
assegnano alle donne un certo numero di posti garantiti in quanto
appartenenti al "sesso debole", che sarebbe altrimenti
discriminato, se non più in diritto certamente ancora nei fatti. Ma
la stessa constatazione che le "quote rosa" siano assegnate non
sulla base del merito, bensì su quella dell'appartenenza sessuale,
appare a molte donne più come una concessione maschile, che ripara
unilateralmente una condizione di minorità, che una conquista
femminile, che fa giustizia di un pregiudizio secolare.
Negli Stati Uniti concorre oggi alla Casa Bianca, con un nero, una
donna. Solo qualche anno fa sarebbe stata una eventualità
impensabile. Ma resta il sospetto che - se la candidatura dell'uomo
di colore segna il momento ultimo della battaglia antirazziale
vinta da tutto il Paese - alla donna abbiano giovato e giovino, più
che i suoi meriti e i suoi successi come uno degli avvocati
americani più famosi, i precedenti di moglie di un ex
presidente.
Le prime prese di posizione politiche a favore delle donne
risalgono al 1792, tre soli anni dopo lo scoppio della Grande
Rivoluzione del 1789. L'una, di Olympia de Gouges, è, non a caso,
francese e fa eco alla stessa "Dichiarazione universale dei diritti
dell'Uomo e del Cittadino" dello stesso 1789, che è diventata
patrimonio dell'umanità, persino nella dizione: "Dichiarazione dei
diritti della Donna e della Cittadina". Quasi un modo di
sottolineare l'innaturale distinzione e separatezza del passato fra
i due sessi, anche nel momento in cui se ne voleva affermare la
parità. L'altra, di Mary Wollstonecraft, è inglese e, più
efficacemente persino di quella francese, suona come una vera e
propria radicale rivendicazione dei diritti della donna rispetto al
passato: "Vindication of the Rights of Women". Nel 1903, Emmeline
Pankhurst fonda la "Unione sociale e politica delle donne" per dare
vita alla richiesta di ottenere, col diritto a insegnare anche
nelle scuole superiori e non solo in quelle materne e di poter
svolgere liberamente le stesse professioni degli uomini, anche il
diritto di voto. Ma solo nel 1916 Emilia Pardo Bazán arriverà alla
cattedra di Letteratura dell'Università di Madrid e, nel 1903 per
la Fisica e nel 1911 per la Chimica, Marie Curie, che pure non era
stata ammessa, perché donna, all'Accademia delle Scienze francese,
otterrà il Premio Nobel.
Nel 1848, alla prima Women's Convention di Seneca Falls, New York,
nasce il movimento delle "suffragette" (da suffragio) che si
batterà per il diritto di voto alle donne, dopo che il socialista
Charles Fourier, nel 1837, aveva coniato il termine "femminismo".
Ma ci vorranno ancora alcuni anni prima del suffragio universale:
in Inghilterra le donne conquistano il diritto di voto nel 1918; in
Germania nel 1919; negli Stati Uniti, nel 1920; in Francia nel
1925; in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1946.
Secondo le Nazioni Unite, le donne non godono ancora della pienezza
delle condizioni dell'uomo anche nei Paesi industrializzati
dell'Occidente. La parità di diritti è negata in quasi tutti i
Paesi islamici. In Africa si vendono ancora le bambine al futuro
marito; in Cina e in India, malgrado la moderna legislazione che
condanna l'infanticidio, nelle campagne la nascita di una bambina è
considerata una disgrazia.
Sempre in Cina, io stesso, ancora alla fine degli anni Settanta e
nei primi anni Ottanta, avevo visto molte donne anziane con i
cosiddetti "piedi piccoli", a causa della deformazione prodotta
dalla stretta fasciatura cui erano stati costretti fin dalla prima
infanzia della donna, in modo che non si sviluppassero con la
successiva crescita. Ciò secondo la leggenda che attribuiva alla
donna claudicante, così artificialmente menomata, una particolare e
del tutto peculiare attrattiva sessuale. È poco noto, ma
divertente, un aneddoto risalente a quando l'India era ancora una
colonia inglese. Il governatore britannico di una grande provincia
indiana, al quale i notabili locali chiedevano di rispettare la
consuetudine di bruciare la vedova sulla pira del defunto marito,
aveva risposto: «Anche noi inglesi abbiamo le nostre consuetudini
che vorremmo fossero rispettate. Fra queste c'è la consuetudine di
impiccare chi brucia la moglie sulla pira del marito». E aveva
fatto innalzare una forca nei pressi di ogni pira funeraria. Un
modo un po' brusco, ma convincente, di affermare i diritti della
donna...
Il primo trattato politico sulla condizione della donna è del 1869,
ad opera di un liberale inglese, John Stuart Mills, e si intitola
The Subjection of Womens. L'origine della data della Festa della
Donna è, invece, incerta e affidata più alla leggenda che a un dato
di cronaca del tutto verificabile. Nei primi mesi del 1908, le
operaie dell'industria tessile "Cotton" di New York si erano messe
in sciopero per protestare contro le condizioni di lavoro. Per
evitare che esse entrassero in contatto con i sindacalisti che,
dall'esterno, ne sostenevano l'azione, e ne facilitassero
l'irruzione nello stabilimento, il proprietario, tale Johnson,
avrebbe bloccato le uscite. Così, una quarantina di operaie, altri
dicono 129, sarebbero morte nell'incendio che era scoppiato
accidentalmente o, secondo altri, lo stesso Johnson aveva
dolosamente appiccato.
Due anni dopo il caso della "Cotton", Rosa Luxemburg - per una di
quelle ironie della storia essa stessa poi uccisa per ragioni
politiche - aveva proposto, nel corso della Conferenza femminile
dell'Internazionale socialista a Copenaghen, che l'8 marzo, in
ricordo di quel tragico evento, fosse celebrato come Festa della
Donna. Ma un'altra versione, poi abbandonata per non conferire alla
cerimonia una connotazione troppo politica, vuole, invece, che la
Festa della Donna coincida con le manifestazioni promosse dalle
operaie di Pietroburgo, l'8 marzo 1917, contro la guerra e la
penuria di cibo, durante la cosiddetta "rivoluzione di febbraio",
che aveva defenestrato lo zar e instaurato il regime
semi-democratico di Kerensky, poi abbattuto da Lenin e i suoi
bolscevichi.
Resta il fatto che, persa gran parte della sua originaria natura
politica, la Festa della Donna è oggi una occasione per celebrare
un rito familiare, gioioso, ma purtroppo ormai anche commerciale,
connaturato come è alla società dei
consumi.
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