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Viva le donne!

Una festa gioiosa, perfino familiare, quella che ogni anno si celebra l'8 marzo. Che riporta ad eventi storici di grande significato

Una fotografia artistica di A.J. Campbell L'8 marzo milioni di uomini, nel mondo, compreranno una mimosa e la regaleranno a una donna. I mariti alle mogli, i fidanzati alle fidanzate, ma anche i figli alle mamme e i nipoti alle nonne. È la Festa della Donna. Una ricorrenza gentile. Che ha tante madri - molte delle donne che nella storia si sono battute per la parità dei diritti civili e, soprattutto, politici con gli uomini e hanno individuato nell'8 di marzo il giorno per ricordarlo - e, forse, un unico padre. Il senso di colpa del maschio per aver troppo a lungo relegato le donne al solo ruolo di mogli e di madri, negando loro, di fatto e persino in diritto, la possibilità di farsi valere nel mondo del lavoro, in quello delle arti, dello sport, in società, come avrebbero certamente meritato.

La dice lunga al riguardo - dicono le femministe, a conforto delle proprie polemiche sul passato e a sostegno delle proprie rivendicazioni per il futuro - il fatto che, nella storia, siano così rare le grandi poetesse, le grandi pittrici e le grandi scultrici, così come le donne che si siano distinte nello sport o in politica a paragone con gli uomini o che, addirittura, li abbiano surclassati. Eppure, nell'ultimo secolo molto è stato fatto, molte sono state le conquiste delle donne lungo la strada della parità sociale e giuridica, anche se molto, sostengono non solo le donne, ancora resta da fare.

In numerosi Paesi sono state istituite, in politica e in alcuni ambiti sociali come l'istruzione, le cosiddette "quote rosa", che assegnano alle donne un certo numero di posti garantiti in quanto appartenenti al "sesso debole", che sarebbe altrimenti discriminato, se non più in diritto certamente ancora nei fatti. Ma la stessa constatazione che le "quote rosa" siano assegnate non sulla base del merito, bensì su quella dell'appartenenza sessuale, appare a molte donne più come una concessione maschile, che ripara unilateralmente una condizione di minorità, che una conquista femminile, che fa giustizia di un pregiudizio secolare.

Negli Stati Uniti concorre oggi alla Casa Bianca, con un nero, una donna. Solo qualche anno fa sarebbe stata una eventualità impensabile. Ma resta il sospetto che - se la candidatura dell'uomo di colore segna il momento ultimo della battaglia antirazziale vinta da tutto il Paese - alla donna abbiano giovato e giovino, più che i suoi meriti e i suoi successi come uno degli avvocati americani più famosi, i precedenti di moglie di un ex presidente.

Le prime prese di posizione politiche a favore delle donne risalgono al 1792, tre soli anni dopo lo scoppio della Grande Rivoluzione del 1789. L'una, di Olympia de Gouges, è, non a caso, francese e fa eco alla stessa "Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo e del Cittadino" dello stesso 1789, che è diventata patrimonio dell'umanità, persino nella dizione: "Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina". Quasi un modo di sottolineare l'innaturale distinzione e separatezza del passato fra i due sessi, anche nel momento in cui se ne voleva affermare la parità. L'altra, di Mary Wollstonecraft, è inglese e, più efficacemente persino di quella francese, suona come una vera e propria radicale rivendicazione dei diritti della donna rispetto al passato: "Vindication of the Rights of Women". Nel 1903, Emmeline Pankhurst fonda la "Unione sociale e politica delle donne" per dare vita alla richiesta di ottenere, col diritto a insegnare anche nelle scuole superiori e non solo in quelle materne e di poter svolgere liberamente le stesse professioni degli uomini, anche il diritto di voto. Ma solo nel 1916 Emilia Pardo Bazán arriverà alla cattedra di Letteratura dell'Università di Madrid e, nel 1903 per la Fisica e nel 1911 per la Chimica, Marie Curie, che pure non era stata ammessa, perché donna, all'Accademia delle Scienze francese, otterrà il Premio Nobel.

Nel 1848, alla prima Women's Convention di Seneca Falls, New York, nasce il movimento delle "suffragette" (da suffragio) che si batterà per il diritto di voto alle donne, dopo che il socialista Charles Fourier, nel 1837, aveva coniato il termine "femminismo". Ma ci vorranno ancora alcuni anni prima del suffragio universale: in Inghilterra le donne conquistano il diritto di voto nel 1918; in Germania nel 1919; negli Stati Uniti, nel 1920; in Francia nel 1925; in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1946.

Secondo le Nazioni Unite, le donne non godono ancora della pienezza delle condizioni dell'uomo anche nei Paesi industrializzati dell'Occidente. La parità di diritti è negata in quasi tutti i Paesi islamici. In Africa si vendono ancora le bambine al futuro marito; in Cina e in India, malgrado la moderna legislazione che condanna l'infanticidio, nelle campagne la nascita di una bambina è considerata una disgrazia.
Sempre in Cina, io stesso, ancora alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, avevo visto molte donne anziane con i cosiddetti "piedi piccoli", a causa della deformazione prodotta dalla stretta fasciatura cui erano stati costretti fin dalla prima infanzia della donna, in modo che non si sviluppassero con la successiva crescita. Ciò secondo la leggenda che attribuiva alla donna claudicante, così artificialmente menomata, una particolare e del tutto peculiare attrattiva sessuale. È poco noto, ma divertente, un aneddoto risalente a quando l'India era ancora una colonia inglese. Il governatore britannico di una grande provincia indiana, al quale i notabili locali chiedevano di rispettare la consuetudine di bruciare la vedova sulla pira del defunto marito, aveva risposto: «Anche noi inglesi abbiamo le nostre consuetudini che vorremmo fossero rispettate. Fra queste c'è la consuetudine di impiccare chi brucia la moglie sulla pira del marito». E aveva fatto innalzare una forca nei pressi di ogni pira funeraria. Un modo un po' brusco, ma convincente, di affermare i diritti della donna...

Il primo trattato politico sulla condizione della donna è del 1869, ad opera di un liberale inglese, John Stuart Mills, e si intitola The Subjection of Womens. L'origine della data della Festa della Donna è, invece, incerta e affidata più alla leggenda che a un dato di cronaca del tutto verificabile. Nei primi mesi del 1908, le operaie dell'industria tessile "Cotton" di New York si erano messe in sciopero per protestare contro le condizioni di lavoro. Per evitare che esse entrassero in contatto con i sindacalisti che, dall'esterno, ne sostenevano l'azione, e ne facilitassero l'irruzione nello stabilimento, il proprietario, tale Johnson, avrebbe bloccato le uscite. Così, una quarantina di operaie, altri dicono 129, sarebbero morte nell'incendio che era scoppiato accidentalmente o, secondo altri, lo stesso Johnson aveva dolosamente appiccato.

Due anni dopo il caso della "Cotton", Rosa Luxemburg - per una di quelle ironie della storia essa stessa poi uccisa per ragioni politiche - aveva proposto, nel corso della Conferenza femminile dell'Internazionale socialista a Copenaghen, che l'8 marzo, in ricordo di quel tragico evento, fosse celebrato come Festa della Donna. Ma un'altra versione, poi abbandonata per non conferire alla cerimonia una connotazione troppo politica, vuole, invece, che la Festa della Donna coincida con le manifestazioni promosse dalle operaie di Pietroburgo, l'8 marzo 1917, contro la guerra e la penuria di cibo, durante la cosiddetta "rivoluzione di febbraio", che aveva defenestrato lo zar e instaurato il regime semi-democratico di Kerensky, poi abbattuto da Lenin e i suoi bolscevichi.

Resta il fatto che, persa gran parte della sua originaria natura politica, la Festa della Donna è oggi una occasione per celebrare un rito familiare, gioioso, ma purtroppo ormai anche commerciale, connaturato come è alla società dei consumi.

Piero Ostellino